Quanto sei bella Roma… a prima sera

Non era facile.
Ci siamo un po’ disabituati a organizzare eventi di promozione spiccatamente editoriali: una missione privilegiata agli esordi della nostra vita associativa quando la libreria Libermente accoglieva le riunioni carbonare dei pochi editori interessati, il mio Caso e il Vento in testa, per costruire una rete di solidarietà efficiente e inter-regionale, un sogno che avrebbe dovuto coinvolgere altri indipendenti.

A quei tempi chiamavamo le librerie: “stelle” e Libermente sarebbe dovuta diventare il “centro-stella”, un modo uranico di definire il “far rete” ma anche un progetto concreto che sulla carta funzionerebbe tuttora se non si avesse troppa paura del… prossimo.

Questa disabitudine ha portato nel tempo a perdere, come soci attivi, gli editori, se non pochi fedelissimi, e ha modificato le alleanze con gli attori coinvolgibili: altre associazioni, biblioteche, lettori…anzi: lettrici.

Che sono una razza strana, particolarissima, che s’infiamma al fare la persona libro – perché il coinvolgimento è diretto e la competenza sicura – ma poco incline a darsi da fare affinché i libri circolino davvero e l’editoria di qualità emerga.
Editori e lettori sembrano a volte due razze distinte.

E per molti versi è naturale: è il libro il ponte possibile, l’oggetto di scambio, il territorio che li fa incontrare. Per molti lettori, anzi, il rapporto che si crea va dal libro all’autore e viceversa in un’atmosfera di esclusività in cui l’editore sembra il terzo incomodo.
Ho difeso il sentiero intrapreso dall’associazione quando si è concentrata nel progetto appena nato delle persone libro ma oggi che le cellule sono tante e la bellezza del cammino è più che condivisa, torna urgente il recupero di quella visione più ampia e più articolata, che proprio l’Accademia della lettura, la Carta dei diritti hanno sempre voluto mantenere in vita e viva.

Le disabitudini possono trasformarsi in binari morti se non c’è nutrimento, attenzione e cura del rapporto con altri soggetti ed è importante, invece, l’allerta visto che l’editoria tradizionale potrebbe diventare anche un fenomeno sorpassabile dai libri “fai da te” mentre peggiora il fenomeno del disvalore della creatività, non emergono politiche di tutela del prodotto culturale (il libro), cresce la dispersione scolastica e l’Italia soffre dell’abbandono delle patrie letture.

Non era facile.
La “Fondazione Invito alla lettura”, nella persona della mitica dott.ssa Rosanna Vano, madre di tutto il carrozzone da decenni, ci ha scelto come partner confermandoci l’incarico e il periodo praticamente una decina di giorni prima dell’inizio di tutto. Il tutto è Letture d’estate lungo il fiume e tra gli alberi. Dal primo martedì di luglio fino a… settembre.

Non era facile.
La lettura è il nostro universo, senza dubbio, ma cambia il punto di vista o, forse, l’interesse stesso se invece di essere attori protagonisti (persone libro il più delle volte ma anche ideatori di eventi culturali) diventiamo costruttori di cornici lasciando ad altri il compito di animare il quadro.

Aprire le danze – qui sta la scommessa – attraverso una selezione a priori: abbiamo scelto compagni di ventura diversi tra loro, ciascuno interprete diretto della propria visione culturale del mondo e del libro, ciascuno responsabile del modo di condurre (narrazione, intervista, spettacolo) la propria esibizione.
Con qualcuno è stato possibile immaginare un intreccio sul palco, improvvisato ma facile per affinità elettive (Fefè editore), con qualcun altro è stata sperimentata, al buio, la creazione, riuscitissima, di un evento-spettacolo (con O’ cor vesuviano), con qualcuno, da sempre, i percorsi diversi della vita e dell’arte trovano momenti d’incontro (Libra 2.0, Magic BlueRay, Ponte33).

Dall’8 luglio al 6 settembre, ogni martedì, e a chiusura un sabato: questo l’impegno distribuito  su due siti fisici diversi in fasce orarie differenti.

Di pomeriggio, alle ore 18 e 30, al Bibliobar, un’area di recente progettazione che gravita intorno a un chiosco trasformato in una biblioteca-bar che accoglie le presentazioni nel mini giardino che lo circonda: una ventina di sedie… e curiosi che passeggiano tra i banchi fissi dei libri – usati e non – che costeggiano il Fiume a cui solo la presenza imperiosa di Castel Sant’Angelo toglie l’illusione, breve, di non essere sulla Senna.

Di sera fino a notte, dalle ore 21 e 30, al palco Incontro, sito nei pressi del Passetto – area del fossato intorno alla Mole, con la fila delle sedie limitata solo dalla quantità in dotazione e la possibilità per chiunque di fermarsi e di ascoltare sospendendo la camminata nel suk mediterraneo nell’odore imperioso di “frittura” – come uno dei nostri ospiti ha ironicamente sottolineato.

Eppure è proprio in questa “baraccopoli del tutto e del niente” che la dott.ssa Vano, coriacea vestale, continua nei decenni la sua personalissima – e sempre più solitaria – battaglia per la lettura.

E qui l’inciso storico è necessario.
Letture d’Estate è ciò che resta di Invito alla lettura. Che fu prima di tutto un’idea grandiosa e poi per decenni una fiera editoriale che sosteneva l’Estate del passeggio intorno a Castel Sant’Angelo e per quei decenni è stata davvero tanti libri, tanti editori più o meno piccoli, e tanta gente. C’era l’odor di frittura, c’è sempre stato, ma quello della carta era più forte.

Ciò che resta integro di quell’idea è soprattutto lei, la sua creatrice. Roma non aveva ancora la Fiera del palazzo d’inverno: Più libri più liberi, aveva “Invito alla Lettura” per 3 lunghi mesi d’estate, grazie alla dott.ssa Vano, la donna dai grandi cappelli e dai lunghi guanti, la donna che parla il latino.

E lei che l’ha ideata e messa su – quattrino su quattrino – è la prima a soffrire nel vederla ridimensionata nelle scelte e nelle pretese, svilita da troppi stand che vendono altro, abbandonata dagli editori e dai librai.
Insegna don chisciotte che la colpa è dei libri che ti fanno creder veri i sogni e immaginare una Città come Capitale della Cultura, dove editori, librai, lettori sono tutti insieme uniti per una causa comune e un’amministrazione capitolina si prescia di dar valore alla storia dei luoghi e delle idee soprattutto quando le seconde hanno reso più abitabili i primi.

Questo sogno di tante estati è durato a lungo e forse sarà costretto a destarsi bruscamente del tutto. Personalmente ringrazio la donna dal grande cappello, e sono orgogliosa di aver fatto parte di “Letture d’Estate” come Donne di carta per un breve tratto “compagna” di questa sua altera solitudine.

E torniamo a noi, all’organizzazione.
La selezione-presentazione degli editori è stata costruita con l’aiuto di due amici di Donne di carta, e senza di loro non avremmo portato avanti tanti appuntamenti con un’offerta diversificata che ha davvero spaziato nei contenuti e nelle forme. Loro sono entrambi giovani, entrambi scrittori, entrambi legati per lavoro, o per tentato tale, alle piccole case editrici: Debora Ferretti e Dario Pontuale.

Offerta diversificata in contenuti e linguaggi. Quando la saggistica è… per tutti.
Il fascino del racconto della Grecia ai tempi dell’austerity con un linguaggio che crea splendide narrazioni e non esibizioni erudite per caste e per sudditi. Sul medesimo timbro o suggestione il racconto dei retroscena sociologici e umani della vicenda Sacco e Vanzetti, interessante quanto il lavoro fatto dall’autore per recuperare tutte le lettere negli archivi americani, lavoro appassionato e puntiglioso come quello di scavo e di montaggio fatto altrove per recuperare le efferatezze seppellite in Castel Sant’Angelo e gli aneddoti di una Roma fiumarola che non c’è più.

Offerta diversificata in contenuti e linguaggi. Quando non te l’aspetti.
Pubblico spiazzato, certamente, dal modo di far poesia delle poete intervenute nella serata-omaggio alla poesia femminile così come spiazzante è stato incontrare un autore che invece di leggere i suoi testi li canta. Ma è spiazzante anche la narrazione di un femminicidio, premeditato e riuscito, scritta da una donna che s’immagina di essere lui, l’assassino, e il modo di raccontar storie altrui- un libro – appropriandosene al punto da riempirlo di aneddoti personali creando suggestioni tematiche per l’innesco di canzoni ad hoc: lei con la voce roca e graffiata così incredibilmente “roma”, che commozione la sera qui a Castello…

Offerta diversificata in contenuti e linguaggi. Quando l’oralità è… di casa.
La vita vera come narrazione può essere un’opera d’arte e un cammeo è il ritratto a viva voce di un autore famoso, i suoi piccoli segreti domestici svelati, il timbro di voce che si arroca e la semplice incantevole verità che anche dietro un testo di… teoria, di saggistica si nasconde la vita vera, il vissuto, l’esperienza di qualcuno… Ti alzi convinta che quel Qualcuno sia uno di famiglia – la tua – che non vedevi da tanto, così come se ti parlano di una città, Teheran per esempio, con passione profonda e rispetto autentico, ti sembra di essere appena scesa dall’aereo, già piena di nostalgia.

Offerta diversificata in contenuti e linguaggi. Quando il maltempo arriva.
Spiace per la bomba d’acqua che ha mandato in acqua la presentazione di Iacobelli perché, per quel poco che abbiamo sentito, lo scrittore, Giuliano Capecelatro, aveva anche più storie da raccontare di quelle messe nel libro, e si sarebbe ben meritata una serata d’ascolto a Castello. Ma la piazza, la cultura all’aperto… ciò che vive sulla strada è nelle mani di… dio.

Cos’è stato”Parolando: i martedì con Donne di carta”?
Gli eventi che hanno avuto successo sono soprattutto quelli con marcata abilità del conduttore a tenere il palco e originalità di esposizione (modi e linguaggi), ancor di più se contaminati dalla musica. Ma anche quelli caratterizzati da intenzionalità didattico-formative, incluse diapo, hanno riscosso un interesse concreto che si è riverberato nell’acquisto delle copie.

Laddove la macchina promozionale di Donne di carta ha ricevuto un sostegno da parte dell’editore e dell’autore abbiamo raggiunto anche 100 presenze tra gente seduta e gente in piedi, catturata al momento. Possono sembrare poche se si pensa a manifestazioni tipiche dell’Estate romana ma la gente, la sera, intorno a Castello non c’era, era davvero poca… forse altrove, forse no.

Ci sono state serate con poca gente: dieci, una volta anche sette persone. E non sempre per mancato interesse per l’argomento ma per… il freddo, il maltempo pomeridiano, e la debolezza della macchina promozionale, appunto.

Mi spiace, infatti, per il duo De Chirico/ Ciarletti che hanno trasformato l’incontro sull’azienda Amazon in una vera battaglia culturale sul nostro modello di società: il loro disaccordo civilissimo, ironico e appassionato meritava una platea più nutrita… riprenderemo il filo.

Uno degli eventi che ha catturato i passanti oltre agli invitati, ci tengo a dirlo, è stato “Regine sempre, anche senza re“. È coraggioso e originale il modo con cui le donne di “O cor vesuvian” conducono il loro discorso musical-social-linguistico che arriva con la potenza e la semplicità della comunicazione “popolare”, il vero pop.
Ed è da sottolineare quanto sia forte la capacità di far rete che hanno le donne quando per una causa comune, per un intento creativo si donano reciprocamente e spontaneamente fiducia.
Così è stato tra me che ho inventato la sceneggiatura e loro, tra le persone libro e Debora che ha voluto donarci, accanto alla lettura ad alta voce, anche la sua memoria; fiducia tra Nicoletta e Patrizia che hanno dedicato tempo, cura e competenza a cercare e montare ben 333 foto di donne che hanno “fatto” la storia del mondo; fiducia tra il “soggetto” e le due persone libro che si sono buttate a testa alta impersonando le parole di Artemisia, Olympia de Gouge, Cristina Trivulzio di Belgioioso; tra il pubblico e l’evento, perché il successo di una comunicazione sta nella capacità di costruire attenzione e quindi interesse, sta nella capacità di essere onesti; fiducia tra il tutto ed Emanuela che, indomita, ha videoripreso e poi montato la performance arrivando a pesi per alte risoluzioni che ci costringeranno ad attendere un po’ prima di vedere il filmato pubblicato sul nostro canale youtube.

Fare cultura.
Prima di ogni evento, a prefazione, la firma Donne di carta, tramite la mia voce, per sottolineare la maternità dell’impresa ma anche l’assunzione serissima di un compito: fare cultura di strada. Perché forse è l’unica che può ancora permettersi di rincorrere il sogno di servire, se non a qualcuno in particolare, forse a qualcosa, che è dietro a tutto o alla base di tutto.

Cultura civica: cultura fatta dal cittadino.
A volte il cittadino è un ingegnere della conoscenza: piccolo editore, redattore, editor, correttore di bozze, traduttore, autore esordiente – tutti malpagati, tutti precari, tutti prodotto indecente dell’infame sentenza che ci condanna: “con la cultura non si mangia nè oggi nè mai”.
A volte è un operaio della conoscenza: un organizzatore di eventi, un tecnico del suono, un regista del palco… gente che rende materia un’idea – tutti malpagati, tutti precari, tutti prodotto…

Cos’è stato “Parolando: i martedì con Donne di carta”?
Tante cose. Che non cambiano il mondo. Che non servono in effetti. Ma che sono necessarie se le scegli. Non so dirlo in un altro modo, perché forse l’unico modo per dirlo è fare.
So che abbiamo svolto un ruolo di servizio per i soci – i sostenitori soprattutto, una categoria straordinaria che paga una quota annuale sperando di incontrarci da qualche parte e di portarsi via qualcosa di bello. So che molte persone non ci conoscevano e abbiamo guadagnato visibilità come associazione ma visto il gradimento anche qualcosa di più.

So che abbiamo contribuito a raccontare alcune editorie, a far circolare alcuni libri, alcuni discorsi poco noti. E questo ci rende credibili come promotori della lettura.

Sarà possibile continuare una collaborazione con tutti? Abbiamo creato solo un carrozzone stravagante di relazioni effimere?
Vogliamo davvero che Donne di carta sia anche questo e non unicamente le persone libro?
Non sono domande oziose: quest’avventura ha messo a fuoco alcune tematiche che l’associazione tutta, nella sua futura progettualità, potrà affrontare.
Potrà= verbo caro al desiderio e al volontariato. Non “dovrà“=  il verbo disatteso dalle istituzioni.

Io appartengo alla storia di questa associazione e quindi per me questo “sogno di mezza estate” è stato un ritorno alle origini, un modo per tornare a un desiderio e alla domanda, la stessa con cui insieme con altre 3 donne e 11 editori è iniziata Donne di carta.
Non cercavamo risposte semplici neanche allora. Non uniche almeno.
Ma è proprio il non essere una cosa sola che ci ha salvato e ci ha regalato il futuro.

Qui il Gran Finale del Duo Baldi Borozan “disturbato”                                            dal bravissimo Dario Amadei

Hanno partecipato (in ordine sparso):
Bordeaux edizioni con Francesco Anghelone, Lorenzo Delli Priscoli e Gaia Cocchi
Fefè editore con Giuseppina Pieragostini
GB EditoriA con Luca Verdone
Nova Delphi con Andrea Comincini
Graphofeel edizioni con Laura Bonelli e Magic BlueRay di Dario Amadei ed Elena Sbaraglia e il fantastico Duo musicale (chitarra e voce) Baldi Borozan
Ponte33 edizioni con Bianca Maria Filippini e la traduttrice di Sara Salar
Jacobelli editore con Giuliano Capecelatro
Kogoi edizioni con Dario Pontuale, Stefano Marcelli, Marco Ciarletti e Gioacchino De Chirico e l’apporto dell’associazione L’Altra P…Arte
Libra2.0 di Monica Maggi con Sara Davidovics, Pilar Castel, Letizia Leone, Tomaso Binga…
Le persone libro Anna, Silvia e Maria Rosaria che come “direttora dell’Accademia” ha seguito ogni cosa con attenzione, con cura, con amore
Le socie Nicoletta e Patrizia per la creazione
Le socie persone libro Stefania e Claudia per aver letto una poesia in omaggio a Maria Luisa Spaziani
O’ Cor Vesuvian
Debora Ferretti per aver fatto un po’ di tutto, anche la persona libro….

Grazie!

La nostra Europa ha le ali

Firenze-saladarme-Carta

Firenze- Sala d’Arme – Palazzo Vecchio

29 ottobre 2013

La Sala d’Arme di Palazzo Vecchio: un’inquadratura in fondo dove la finestra ritaglia un dettaglio superbo della colonna; le volte altissime e quell’essere lì ai lati di piazza Signoria.

Le voci si perdono nell’amplificazione: sono già eco appena passano dal fiato al microfono; sento male le parole ma il silenzio che c’è in sala, alla fine, costruisce l’ascolto. Quello delle persone libro che aprono l’incontro e che in una partitura perfetta e inventata al momento scandiscono con il loro dire il dire altro delle persone intorno al tavolo.
Regia perfetta quella di Federica Giuliani, presidente della Commissione Consiliare Pari Opportunità, che parla con gli occhi agli occhi di Maddalena Pilarski, tra il pubblico.

Ascolto, guardo le piante – collocate per l’occasione; faccio attenzione che il video curato da Nicoletta Montemaggiori possa scorrere fluido dietro le nostre spalle nel suo carico di immagini: tanti atti di lettura, posture e luoghi diversi che una serie di fotografe donne hanno regalato alla nostra Carta per accompagnarne il viaggio: “Cattura la lettura” – era questo l’invito.

Le persone in sala sono attentissime: qualcuna guarda le immagini, qualcuna sorride ma il volto di tutti e di tutte (come sempre di più le donne) è concentrato, e ciò che viene detto e ciò che viene guardato non è mai in disaccordo.

Intorno a questo lungo tavolo rosso ci sono 8 persone, badate: non sono persone qualunque.
Sono i corpi e le voci delle istituzioni: assessori, presidenti, politici.
Sono i corpi della docenza: diritto, estetica. E della creatività: una scrittrice.
Sono Cultura, Politica ed Educazione.
E non c’è uno di loro che non inauguri il proprio dire dicendo: grazie.
Grazie a un’associazione, grazie alle persone libro, grazie a un’idea migliore di come usare le parole. Grazie al volontariato.

E poi accade il miracolo vero di questa serata – o almeno a me pare così: in ogni intervento (in piedi o seduti) ognuno/a racconta qualcosa di sé: il proprio fare, il proprio rapporto intimo e antico con l’oralità, il senso privato, segreto della lettura, il fascino per la parola detta che si fa sguardo… e trovano spazio anche le pagine del nostro diario di viaggio “Io sono… una persona libro” che Federica Giuliani legge a voce alta come un Libro delle Ore, ad apertura e chiusura dell’incontro.

E tutti gli interventi sono un filo rosso di quel tavolo: è un grazie alla bellezza, al senso etico e morale di pretendere che la bellezza abiti sempre le nostre vite. Le vite di tutti. In ogni momento.
È questo che contiene la parola: la voce di una madre che legge fiabe e quella di un professore di ginnasio che dice Dante; quella forte e rituale del diritto romano, quella pericolosamente segreta della lettura mentale che sant’Agostino annota preoccupato nelle sue “Confessioni”.

È la parola posseduta come espressione del Sé e come ponte verso l’Altro, come capacità di mediazione, come un investimento del desiderio e guadagno dell’anima anche nell’ultimo istante prima della morte – come ci ricorda Lidia Castellani, scrittrice e socia di Donne di carta, citando un racconto di Cristina Campo – perché il tempo per leggere è sempre un ora e un qui, necessari.

È la parola che racconta nei secoli cosa siano gli uomini: quel Monumento della parola – un’opera collettiva – che è il Vocabolario della Crusca di cui Nicoletta Maraschio, presidente dell’Accademia della Crusca, racconta come se ne avesse raccolto ogni segno con le mani, con pacata lentezza – perché la storia delle parole è la storia delle nostre infinite rappresentazioni, il segno di un passaggio, la testimonianza stessa del vivere umano. E dice, poi, una cosa bellissima: leggere è abitare la lentezza. E noi che impariamo a memoria lo sappiamo bene.

È facile allora creare equivalenze perfette: lettura=cultura – dice Eugenio Giani, presidente del Consiglio comunale; lettura=cultura=bellezza=umanità gli risponde Nicoletta Gullace Tarantelli, vice presidente della Commissione consiliare Pari Opportunità.

Non è vero che l’estetica non ha niente da dire – come astutamente afferma per rivelare il contrario il professore-assessore alla Cultura Sergio Givone: l’estetica ha un corpo: quello delle persone, la loro voce, il fiato, la memoria. Un modo stupendo per manifestare il bisogno di eticità nelle cose umane.
Nel recupero dell’oralità rispetto al segno scritto, la memoria umana recupera un senso: la scrittura non ha vinto in capacità di durata, caro Platone – è questo che sembra suggerire Cristina Giachi, assessora alle Pari Opportunità e all’educazione oltre che docente di Diritto. E l’idea più semplice del mondo: dire guardando l’altro, sembra a tutti/e una rivelazione.

Bella l’espressione “palingenesi” dell’oralità che lei usa a proposito del nostro dire a memoria.

Emozione, senso. Sensi. Perché di corpi stiamo parlando.
Parlare delle parole è parlare di noi stessi: cittadini del mondo in un mondo che è un’immensa biblioteca. E bisogna leggerla davvero, con cura, con lentezza, con attenzione perché dietro e dentro le parole ci sono le persone.

«Davanti a una testa-biblioteca m’inchino, pensando di onorare non la testa ma la biblioteca». Fausto Melotti

E allora è chiaro a tutti/e il cuore del progetto. Una pedagogia della parola è un’educazione alla bellezza. All’etica della bellezza. Che non è mai oziosa, che non è mai sciolta dalla vita: dalle sue miserie, dai suoi disagi, dalle sue rivendicazioni occasionali. Ma è lì per rivendicare il diritto di accesso alla Cultura come un bene di tutti. Il diritto stesso alla libertà. Il diritto che sorregge tutti gli altri.

E che questa Carta sia la testimonianza di un desiderio comune, autentico, e non cerimoniale, sta in quel grazie così ripetuto, nel mio Nome citato con il tono che si usa per un’amica, una compagna di avventure, nel calore dell’accoglienza e nella cura per ogni scelta fatta: la pianta, la gigantografia della Carta… e allora penso che l’applauso a ogni dire delle persone libro sia profondamente giusto questa volta, – e non rimbrotto nessuno, non dico: non si applaude, perché è qui che abita la reciprocità.

Una pedagogia civile, insiste l’europarlamentare David Sassoli – questo è il messaggio della Carta.
La verità formativa delle emozioni, sottolinea Nicoletta Gullace Tarantelli.
La parola come umanità, sussurra ancora Nicoletta Maraschio.
La rivendicazione di un diritto, ribadisce Lidia Castellani.
Le persone libro e la Carta sono un tutt’uno: l’una nasce dall’esperienza dell’altra, concludo io.

L’europarlamentare, chiamato a questo tavolo con convinzione e con onestà, risponde con onesta convinzione: bisogna far crescere una rete di cittadini, di associazioni, di Paesi. Oltre l’Italia.
Il messaggio della Carta è chiaro e potente: riportare al centro la parola per rimettere al centro del mondo le persone.
Si può fare – dice.
Insieme.
E che quell’insieme non sia una battuta da politico lo rivela la spontaneità del suo bacio più volte dato, dopo il mio intervento, stringendomi la mano come chi ritrova un amico.

Ed è quell’insieme che emerge ancora più deciso, nella sua meravigliosa semplicità, nella voce di Federica Giuliani quando, a congedo, legge un altro paragrafo dal nostro diario di persone libro.
Parole sottolineate…

«Ma fare la persona libro è fare di “questa” voce un dono ad altri, è comunicare, è toccare chi si ha davanti e farsi toccare dalla bellezza che il testo – quel testo scelto tra mille – improvvisamente restituisce intatta tramite l’emozione di un altro.
Bisogna uscire da sé per ritornarvi, forse, più vere.»

Andremo a Bruxelles. Con la Commissione Pari Opportunità del Comune di Firenze.

Federica Giuliani (no, non siamo parenti) mi sussurra:
– abbiamo preparato un piccolo dono per tutte le persone libro ma non conosco i loro Nomi.
– perché tu chiami per nome i libri che hai negli scaffali di casa? – rispondo.
Mi guarda.
Prendo allora il microfono e chiamo le persone libro secondo le città, in ordine sparso: Firenze, Empoli, Arezzo, Pistoia (sono corse via… il treno), Valdarno, Roma. Siena si guadagna in assenza un applauso.

Un dono a ognuna di loro. E un bellissimo giglio all’associazione che rappresento (ma io mi sento come se mi avessero consegnato una cittadinanza onoraria, e penso: guai a te se dici libro con due b, non puoi!).

La gentilezza è l’eleganza che rivela di quale materia siano fatte le persone. Una cosa rara. Ma non qui, non stasera.
E forse era questo in cui Socrate non aveva smesso di credere, nemmeno all’ultimo atto: quando le istituzioni hanno un volto, e anche un Nome e Cognome, non puoi che immaginarti cittadina di un mondo migliore.

E fare in modo che sia così, davvero.

Buon viaggio, Carta dei diritti della lettura.
2011-2013: si va in Europa.

Di pietre nere e luci dentro

“Leggere è un’arte dell’interpretazione che non si limita all’oggetto libro e ai suoi contenuti (lettura libraria) ma si esercita continuamente sulla vastità stessa del mondo naturale e del mondo culturale, dei suoi segni e dei suoi simboli.
Leggere è un processo complesso che costruisce competenze.
Si possono leggere le stelle come le nuvole: imparare a orientarsi, a riconoscere le variazioni meteorologiche, a riprodurre artisticamente l’universo.
Si possono leggere le orme sul terreno, i comportamenti e le emozioni: scoprire le analogie tra gli esseri che abitano il pianeta.
Si può leggere la disposizione nello spazio e l’ordine delle cose: inventare nomenclature immense che rendano conto della pluralità dei punti di vista.
Si può leggere un cartello stradale e la tonalità distintiva di un colore: usare segni e simboli per abitare legami sociali.
Si può leggere la musica e le relazioni chimiche della materia: imparare a costruire e a smontare se stessi e il mondo”.

(dalla Carta dei Diritti della lettura – Premessa)

L’Accademia della lettura ha un compito preciso: rendere vere queste parole, e c’è solo un modo: trasformarle in azioni.
L’azione è l’evento che non è mai spettacolo ma una precisa forma di esistenza, “necessaria e contingente” di un’idea.
Ieri era “La forza della voce“, la potenza espressiva del respiro nel canto e nel dire, oggi è stata “S’i’ fosse petra“: materia che la Natura compone in mille forme, e materiale che l’essere umano lavora per esprimere la propria visione del mondo, per dire: io sono… qui.

La forza di un evento sta nel costruire un discorso o più precisamente una metanarrazione di tutte le narrazioni possibili: una pietra lavica contiene al suo interno la storia delle sue origini; la perfezione del cristallo di un’acquamarina permane a ogni dimensione come se atomi e molecole sapessero sempre dove posizionarsi con esattezza, cosa costruire.
Pareti di roccia, lastre di selce, palchi di renna, conchiglie, osso, avorio...” materiali che resistono al tempo diventano il supporto per narrare e le narrazioni che lo scultore antico compone sono storie che nascono per essere imperiture e trasmissibili, un’eredità capace di sostenere il peso di milioni di anni da una Cultura all’altra, dal mondo neolitico all’universo greco, dalla civiltà romana fino ad oggi.

Il paesaggio funerario, le vicende della colonna traiana, l’ammazonomachia che insiste su un conflitto tra maschile (greco) e femminile (mitico) accanto al paesaggio lavico, alla varietà incredibile delle sue forme di superficie che nascondono e conservano all’interno altre forme ancora e, su tutte, la magistrale opera artistica dell’Oceano senza il quale la vita stessa non esisterebbe.

Discorsi che sono narrazioni dal punto di vista dell’archeologa, che s’infiamma e infiamma davanti alla bellezza della scena scolpita al basamento della colonna traiana (la riva, le onde silenti, i fortini, quella soglia del notturno che precede ogni battaglia all’alba) o che canta quasi la forza maschile che strattona con violenza la chioma selvatica dell’amazzone sconfitta, nella sua veste succinta, il corpo flesso all’indietro, atletico e possente con quell’ascia bipenne caduta in un angolo che rimanda a una visione feroce della guerra rispetto al galateo cortese del combattimento con le spade perché lì in quel dettaglio c’è il senso devastante dell’annientamento dei corpi, la guerra incisa nella carne per sempre.

Perché questo scontro è stato così tanto narrato, ripetuto, invocato come un’ossessione? – lei chiede.
Quante volte il mondo maschile greco doveva ribadire la sua vittoria contro un femminile bellico che forse non è esistito se non nella fantasia dei cantori? – lei chiede.

Discorsi che diventano narrazione dal punto di vista del geologo che con delicatezza soppesa ogni pietra: ecco la pirite, l’ematite, l’acquamarina, l’ossidiana… ciascuna un luogo, un sito, un Nome di origine e per tutte una matrice comune: quella lava-contenitore che esprime se stessa in mille forme diverse e che ha sorgenti maestose nella fontana vulcanica, che vive l’oximoro di raffreddarsi a temperature altissime, “necessaria”, appunto, e “contingente” come lui ripete fondando la filosofia stessa dell’anima.

E poi l’altro Lui, prolettici colpi al di là del paravento. Lui che aspetta che termini il viaggio dal mondo neolitico al greco, dalle pietre viventi alle immagini di un’Italia lavica per aprire, poi, nella luce bianca improvvisa, la sua officina, novello Vulcano, agli occhi della gente che si stropiccia gli occhi perché emerge dalla penombra.
Lui batte contro la pietra per rivelarne le forme. Lui è il Michelangelo davanti ai suoi Prigioni che smette di proiettare figure e aspetta, paziente, che la pietra nera riveli i suoi di-segni che lo strumento poi farà emergere in forme, incompiute, perché è in questa non finitezza che la natura resta nell’opera dell’uomo come divenire.
E in quella punta di lancia replicata dallo scultore a imitazione della punta antica, gigantesca e sola, tutta la storia del neolitico, dell’uomo antico deposto per sempre nella teca di vetro con i suoi oggetti, qui, al Drugstore Gallery Portuense, esplode nell’opera moderna, cancella il tempo come distanza perché questa è la volontà dell’Arte: il suo essere nostalgicamente eterna.

Un azzardo. Ecco cos’è l’Accademia.
Un allenamento all’ascolto. Un modo per riconoscere la bellezza “di un’opera d’arte come del quartiere in cui si abita”. Perché la bellezza è un luogo da abitare.

Grazie all’associazione AttivArt: a Giorgia e a Paola, a Federico Lucci (geologo), a Luca Baldassarra (scultore), a Maria Rosaria Ambrogio (archeologa), alla Sovrintendenza e, in particolare, a Laura Cianfriglia e Carmela Ariosto che ancora una volta hanno permesso alla necropoli di essere una città dei viventi. Grazie alle voci, intime, delle persone libro che hanno dato peso e forma alle parole – e non erano “facili” quelle parole.
E grazie a tutte le persone, tante, che hanno accolto la sfida.

Ma.
C’è un ma importante che non è avversativo piuttosto l’inaugurazione di un inciso.
L’Accademia è una macchina collettiva dell’immaginazione in cui le idee di qualcuno diventano una rete con le idee di altri e quindi una condivisione di competenze e un’alleanza tra associazioni che spesso diventa un’amicizia tra persone.
L’Accademia è un lavoro della conoscenza sulla conoscenza in cui manodopera e capi cantiere, attori e comparse attaccano con lo scotch le foto, fanno fotocopie, puliscono tappeti, allestiscono lenzuola e video, inventano locandine, posizionano luci, suonano campanelli o agitano torce elettriche, montano video, sorridono alle persone, fanno tessere, raccolgono firme per la Carta, mangiano a mezzanotte…distrutti/e.
E sempre, chiudendosi dietro finalmente la porta allarmata, risalgono dal buio a riveder le stelle.

Foto di Maria Rita Guarini

Piano e forte

Questa galleria contiene 50 immagini.

25 maggio, “La Forza della voce”, Drugstore Gallery Portuense (Roma) – Concerto lirico e persone libro  (di L’Aquila e di Roma). A cura dell’Accademia della Lettura con il Patrocinio della Soprintendenza Speciale Per i Beni Archeologici di Roma e in collaborazione con l’Associazione Internazionale Musicale Accademia di Roma e il Maestro Silvano Corsi. Tutto quello che […]

La forza della voce: da Mozart a Puccini passando per… Dostoevskij

Sabato 25 maggio 2013 ore 18.00 – Drugstore Gallery- via Portuense 317- Roma.

 

L’unico gioco d’azzardo che fa bene è la Cultura, soprattutto quando gli attori sono le persone. Consente una vincita sicura: crescere.
L’unico bene comune inalienabile è fare cultura in prima persona in un’economia di scambio di competenze, e passioni, e desideri.
Consente di esercitare la libertà.
I tagli alla Cultura sono un reato contro la libertà di ogni persona di crescere.

Noi non siamo divulgatori perché non consideriamo la gente un volgo: siamo abituate nell’esercizio pratico, come persone libro, a guardare in faccia le persone, una dopo l’altra, in un gesto che è il riconoscimento di un valore: tu esisti. E se tu esisti, il mio essere qui, il mio dire acquista un senso, una direzione, un’eticità.
Molti, oggi, parlano dell’importanza di ricostruire le relazioni sociali, con “molti” identifico i diversi soggetti del volontariato culturale – quei movimenti dal basso – che si danno da fare in diversi contesti per recuperare, in fin dei conti, una sorta di umanesimo che questo mondo mercantile ha sfaldato e svuotato.
Conoscenza diretta non mediata… un alfabeto sempre più sentito di democrazia partecipata.

È un pensiero della resistenza. Ci siamo dentro da sempre.

Far conoscere allora diventa consentire l’immersione diretta in un’esperienza. Noi questa volta abbiamo scelto come campo d’indagine la voce, il fiato, il respiro… (qualcuno direbbe “il soffio stesso della vita”); questo strumento incomparabile dell’espressione vitale: la voce che dice e la voce che canta. Tutte le cose che vivono hanno una voce.

L’azzardo è accostare la timbrica spontanea, ingenua delle persone libro con la timbrica costruita ad arte del canto lirico. Far risuonare le pagine dei Classici letterari accanto alle vibrazioni delle Arie del Melodramma. Da Mozart a Puccini passando per Dostoevskij, Goethe e Tolstoj. Soffermandoci un poco sulle pagine-testimonianza di una grande interprete della voce: Maria Callas.

Maria Callas

Maria Callas

Ingenuità e maestria sono due facce della medesima passione. Sono dediche. Sono costruzioni.
I cantanti lirici servono una Musa con una dedizione assoluta che deve fare i conti con la vita quotidiana per essere salvata, protetta. Chi canta fa di un sogno una realtà possibile.
Le persone libro servono un’idea della lettura come servizio, come dedica, come condivisione e lo fanno inventandosi del tempo da strappare a tutti gli impegni della vita.

Melodramma e Grande Letteratura. Una tecnica comune: la narrazione. Una vocazione comune: la pretesa all’universalità. Un contenuto in comune: l’amore, in tutte le sue forme e palpitazioni storiche. L’amore come miseria e nobiltà. E ascoltare può essere davvero l’occasione per riflettere su ciò che dobbiamo salvare dell’amore ( e dell’universalità).

Per fare Cultura noi ci poniamo e poniamo domande: la musica è un linguaggio universale? Qual è il potere seduttivo del canto e dell’oralità? E il Melodramma – nella sua vocazione di narrazione popolare – può ancora incantarci? E aggiungerei: è vero che definiamo “Classici” le opere che continuano nel tempo a parlarci? E di quale mondo ci parlano?
Le risposte sono affidate all’ascolto personale. Non c’è alcuna mediazione. La figura del Maestro Silvano Corsi è quella del direttore artistico che con il gesto e con la parola disegna un percorso interpretativo: dove poggia il respiro, dove la parola è suono che si fa senso, dove una lingua appresa diventa un abito da indossare.

Una “Lectio magistralis sulla voce”.

Ma l’altro azzardo è fare intercultura mettendo in scena persone portatrici di lingue e culture diverse: i cantanti lirici dell’Accademia di Roma sono coreani. Un altro mondo di gesti, di pose, di suoni. Un mondo che deve entrare nel mondo musicale del Melodramma e farlo proprio.
Questione di consonanti (le erre) che vanno inventate come sonorità; questione di posture corporali che vanno scosse dalla ieraticità formale di un altro modo di muoversi.

Una “Lectio magistralis sulla varietà delle culture”.

Sullo sfondo il silenzio. Quello “buono” che precede l’intimità di ogni ascolto – e si fa attenzione, lentezza, concentrazione ma anche attesa – e inaugura ogni discorso, sia esso suono o parola detta.

Reggerà il Melodramma all’ascolto di chi è abituato ai teleromanzi o li disdegna altezzoso?
Sapranno dirci ancora qualcosa le parole-pensiero di Maria Callas, di Goethe, Dostoevskij, Tolstoj?

Ho avuto l’onore di ascoltare in anteprima le prove dei cantanti e di vedere comporsi nel gesto del Maestro ogni partitura vocale come una scrittura disegnata nell’aria, e mi sono commossa. Per l’umiltà di ognuno di loro di fronte all’imperativo della musica, in nome della musica.
La medesima commozione mi prende quando attendo che una persona libro faccia il suo ingresso nella parola che dirà, nel Nome dell’autore.
È il medesimo silenzio da cui emerge ogni esposizione umana: tanta paura e tanto desiderio. Di esistere.

“Attenti all’attacco: è lì che nasce il mondo”. Una forza immensa.

Grazie alle persone libro di L’Aquila e di Roma, ai soci infaticabili: Maria Rosaria Ambrogio, Anna Delfini, Antonella Fortunati, Nicoletta Montemaggiori, Alda Morace; ai cantanti coreani Jeong Hwansoo, Shin Sunghee, Park Bin e alla pianista Jang Eunhye dell’Accademia di Roma, alla sua presidente Jinny Jo; al dono di bellezza offertoci dal “Giardino Parioli- Fiori e libri”; a Laura Cianfriglia e Carmela Ariosto del Drugstore Gallery Portuense.
Ma soprattutto grazie a questo meraviglioso poeta, che è Silvano Corsi.

Paura? Noi no

Le premesse: creare un’occasione per affrontare il problema della violenza narrando le nostre storie, condividendo la competenza e l’esperienza, e partendo soprattutto dal dare voce alla paura. Paura della debolezza. Paura di non essere mai all’altezza. Di essere giudicate, sempre sotto esame. Di essere ingannate o non credute. Di essere sole (queste alcune delle risposte nel questionario).

Antonio Trimarco apre la mattinata e dal tono delle sue parole so che siamo nel posto giusto, al momento giusto, con le persone giuste: troppe donne ovvio, come al solito, qualche uomo: due, forse tre o quattro. Non c’è “media” sulle 40 presenze.

Racconta di sè, di un episodio di violenza subito, di come l’esperienza di karate gli abbia consegnato almeno la tranquillità nel vivere la situazione senza perdere la testa, e poi continua sull’importanza di eventi come questo che sono il segnale di una reazione contro la violenza che dilaga, cita gli ultimi casi, il suo orrore per la donna acidificata, l’averne parlato a cuore aperto, più volte, con sua moglie, inorridito.
Lo ascolto. Non è un discorso di convenienza, ha scelto il tono di chi si mette in gioco, e quel semplice atto di citare più volte la moglie, è un segnale di autenticità. Penso: forse ce la facciamo, forse è possibile costruire una complicità o un dialogo.

Poi tocca a loro. Gli allievi del maestro Angelo Cialente (Obiettivo Karate Roma).

Siamo prima seduti ad ascoltare poi tutto quel parlare di corpi fa effetto: ci alziamo, occupiamo lo spazio liberato dai tavoli all’interno della Biblioteca trasformata in una palestra. Loro ci mostrano alcune mosse di difesa, del tipo: reagisci per creare una via di fuga.
Reagisci? Penso: io sarei capace, se gli mollo un pugno, di fermarmi a chiedergli se gli ho fatto male… Reagisci?

Partiamo da qui, dal fatto semplice che se ti aggrediscono non devi opporti ma seguire il movimento – su seguilo, ti trascina? Seguilo…, non allontanarti, avvicinati docilmente. Cerca il contatto, mantenendo una posizione di sbieco mai frontale – devi vedere la tua via di fuga, lo spazio d’uscita – se lui è davanti, se ti tira verso di sè non opporti. È nella vicinanza che puoi usare improvvisamente polso o braccio come leva e liberarti dalla stretta, piegarlo a terra, avendo quello spazio necessario per assestargli un calcio o un pugno o una testata, forte, perché una leva provoca dolore, i ruoli s’invertono: sei tu che controlli per ora, tu che hai tempo di lanciare quel calcio, se hai i tacchi usali con tutto il peso del corpo o la parte anteriore del piede mai la punta: il calcio sulla rotula fa cadere, il calcio sulle palle fa male ma anche una testata sul naso è dolore. Poi scappa, urla, e scappa. Il tempo dei ruoli invertiti è minimo.

Pochi movimenti e molte parole.

Parole che parlano di equilibrio fisico, e mentale: non avere paura, stai calma, respira. Una gamba sempre più avanti dell’altra, appoggia il peso. Piega le ginocchia. Sii solida. Puoi farcela. Anche un braccio lanciato con tutta la forza fa male: una frusta. Ma soprattutto gioca sulla sorpresa: lui non s’aspetta che una preda reagisca. Lui non s’aspetta che tu non abbia paura.
È possibile?

Siamo in 40 a provare, ridendo. Vedo gambe lanciate in aria in modo scomposto. I due istruttori passano attraverso i nostri corpi che giocano: aggiustano una postura, consigliano un movimento, correggono un’interpretazione. Io so solo che non so nemmeno stare in equilibrio sulle mie gambe divaricate all’altezza delle spalle (dove finiscono le spalle?), non so piegare lievemente le ginocchia senza perdere l’equilibrio (ma sono sempre così rigida?), non riesco nemmeno a coordinare gamba per il calcio e braccio per la leva, quale leva? ci metto una vita a mettere il pollice e il medio al posto giusto sulla mano dell’altra (dovrei chiedergli: scusa, aggressore, aspetta un attimo… devo fare la presa). Accanto a me una donna si esibisce in un lancio di gamba da spaccata, quella di dietro afferra con convinzione il polso dell’altra, la spalla e la costringe a chinarsi su se stessa portandola in giro come al guinzaglio.
Meno male, almeno so che funziona. Sono io che devo ricominciare tutto daccapo: ho un corpo, capito Sandra? Hai un corpo.

Quando scoccano le 10.30 arriva la vigile della polizia municipale Rosalba Pucciariello; ha poco tempo per stare con noi, deve scappare… blocchiamo la sessione per sistemarci con le sedie in un circolo. È solo allora che mi accorgo che è arrivato anche Paris, il presidente del Municipio, che nella commozione del momento chiamo Renzo. Non me l’aspettavo. Non mi aspettavo la sua lettera aperta, ieri, in cui comunicava al territorio il nostro evento sottolineandone l’importanza, segnalando la continuità con la “Giornata particolare” che il municipio aveva voluto dedicare al Femminicidio. Nel presentarlo, Antonio dichiara che sono commossa, e lo sono sul serio: sbaglio il suo Nome, lo ringrazio e sto zitta.

Rosalba prende la parola. Il Presidente del Municipio è accanto a lei e ascolta, come tutti, ascolta la storia di Rosalba, la vigile aggredita nel suo posto di lavoro quasi sicuramente da un collega probabilmente sorpreso mentre stava rubando qualcosa dagli armadietti, un’aggressione vigliacca (ma quale aggressione non lo è?), di spalle, che l’ha segnata come violenza due volte, nel corpo per il danno ricevuto e nella non giustizia perché il suo Comando ha fatto cadere l’indagine. È così che una donna abbandona il suo posto di lavoro, va altrove. Per non grazia ricevuta.

Poi i discorsi s’intrecciano. Ci sono diverse persone, donne, nella biblioteca-palestra-agorà che appartengono alla polizia municipale, conoscono la sua storia, aggiungono riflessioni, commenti: sono donne che appartengono alla prima generazione di vigili donna, ognuna ha una storia di non rispetto e di non giustizia alle spalle. Lunga è la vita delle non parità.
Paris s’intreccia a queste prime battute, partecipa, commenta. Poi si congeda ringraziandoci: ha altri impegni, voleva solo dirci come uomo, come istituzione: io ci sono. Lo applaudiamo senza formalismi. Lo applaudiamo mentre si allontana e qualcuna a voce alta lo invita a organizzare altri eventi in cui partecipino gli uomini, è quasi perentoria la richiesta, un tu a tu: Paris, fa’ venire gli uomini.

Vorrei poter fare la cronaca minuto per minuto, parola dopo parola.
La commozione iniziale ha causato la non messa in moto del registratore digitale: attaccato alla presa, pronto ma mai acceso. Ricostruiremo insieme con le altre i dettagli, le linee tematiche, il succo ricevuto che dovremo mettere in bottiglia e portare altrove. Lo faremo insieme. Dopo.

Ogni donna che parla parte da sé, dal lavoro che svolge, come Assia Corsi, psicologa-musicoterapeuta, dalla storia di violenze subite: psicologiche non solo fisiche, pesantezze di disparità, sempre. Con reazioni solitarie, private, grazie agli strumenti posseduti: autostima, cultura, età.
Mi ricordo il modo accorato con cui una donna si è rivolta a Rosalba: ma dove erano i tuoi colleghi? Dov’era la complicità, il sostegno?

Un’altra confida – la voce intima e arrabbiata insieme –: mi sono sempre salvata perché non ho perso la calma, perché ho manipolato l’altro e non ho avuto paura di reagire anche davanti a un branco perché se colpisci uno gli altri si fermano.
Un’altra ancora si lamenta: perché gli uomini oggi non ci sono? A che serve parlare sempre tra di noi? Perché non avete portato i figli maschi e i mariti?
C’è chi il marito lo ha portato. C’è chi ha portato, da insegnante, un allievo. C’è chi da madre ha portato la figlia tredicenne. Noi ci siamo: partiamo da qui. È questo l’incipit.

Si parla di femminismo, che non è una brutta parola, soprattutto perché molte in sala lo hanno vissuto anagraficamente: è una parte della vita. Una giovane donna si rifiuta di usare la parola “autostima”, la sente troppo centrata sull’ego, chiede apertura all’altro, co-costruzione dell’identità attraverso l’altro. È un’insegnante di yoga ma nella forza della sua reazione linguistica c’è anche un rigetto della piega che sta prendendo il discorso sul femminismo… quell’essere sempre sul filo di una lama che questa parola provoca inevitabilmente, a distanza di… età.
Io penso che non abbiamo trovato ancora le parole giuste per raccontare un pezzo della nostra vita.

Autostima, identità, relazione. Mi viene spontaneo rispondere a una storia del Sé con le parole prese in prestito da una canzone d’amore, quelle famose di Modugno “Ma come hai fatto”. Le dico in reazione a un racconto di amore violento, vorrei che dicendole a voce alta tutte e tutti capissero che in quelle parole abbiamo contratto una malattia comune: l’ideale dell’Amore romantico, l’Amore che fa con-fusione, che annienta le singolarità… e trasforma la vita in un filo tra le dita di un altro. Dico il testo ma so che forse l’intenzione resta intenzione: è difficile scollarsi di dosso l’idea che l’amore con la maiuscola sia profondamente sbagliato (Lidia, Lidia Castellani ho paura che non siamo ancora pronte a vaccinare le bambine contro la paura della solitudine per difenderle dall’idiozia del grande amore!).

Si parla di modelli femminili che mancano: le donne di potere sono peggio degli uomini- rivanga qualcuna. Si alza una voce in risposta che ci spiega la la “sindrome dell’ape regina”. Mi volto sorpresa, che roba è? Le donne che conquistano il potere non solo devono fare più fatica e valere più degli uomini ma quando sono arrivate non possono mostrare quella complicità che le altre donne vorrebbero, anzi, che si aspettano, che pretendono da donna a donna, perché quel potere non ammette, per mantenerlo, nessuna debolezza, e la complicità lo sarebbe. Accidenti, dovremmo fare una sosta: questo è un discorso da sviscerare, qui c’è il cuore del nostro rapporto di fuga dal potere, la nostra paura “di essere come gli uomini”, paura/invidia/livore per le donne che ce la fanno.

Ma il discorso svia sui modelli: quelli che ci sono, criticati perché eccezionali, quelli che vorremmo inventare. Poi, non so bene quando, è tutto un lungo piano sequenza nella mia memoria: poi, appaiono loro, le attrici della Compagnia “Expresso Teatro”. Prendono il leggio, lo mettono al centro del cerchio e ci regalano – in un silenzio stupefatto e spontaneo – passi del loro lavoro di teatro civile. Sono dati agghiaccianti di morti di donne. Sono una storia crudele e paradossale di una lunga perdita di autonomia, di dignità di una donna prigioniera di un amore fatto di divieti in nome di una felicità che non arriva mai.
Parole senza sentimentalismi. Il sentimento non abita più la realtà?

Io ascolto. Le guardo. Una di loro è donna incinta (sarà femmina). Ha una potenza il suo corpo e una leggerezza che mi trapassa come una scheggia: ogni volta che una donna esprime la sua forza gli uomini non solo ne hanno paura, forse, in realtà la paura è anche invidia – lo penso e mi viene un po’ da ridere.

Un orizzonte, enorme. Si apre, si chiude. Parole: modelli, potere, aspettative. Giudizi.
Una persona libro s’inserisce con il testo su “Artemisia Gentileschi” di Anna Banti: una donna che voleva fare a tutti i costi la pittrice in un mondo di maschi, violata, non sorretta dal padre, sola. La sua vittoria (potere) senza felicità.
Le sue parole arrivano come una sferzata: sono una risposta a chi si lamentava del vuoto che il femminismo ha lasciato, quell’assenza di eredità che ha creato un vuoto generazionale.

Modelli. La forza delle donne, nonostante tutto, arriva. Ma si tratta di donne eccezionali. Di eccezioni. Questo è il punto. Questo è un nodo. Che strangola.
L’importanza di non essere normali – penso, mia cara Beauvoir.
È cambiato il modo, forse, nelle generazioni successive, di pensarsi donne? È per questo che non ci capiamo?

Ed è qui che arriva il miracolo.

Lei è minuta, seduta su un tavolo. È sicura di sé come la sua voce, chiara, forte. Lei è una bambina, tredici anni (o almeno io penso: si è ancora bambine a tredici anni). Lei dice che l’ha trascinata qui sua madre e che lei non voleva venire ma ora è contenta di stare qui, con noi – dice proprio così (no, non si è più bambine a tredici anni), ed è contenta di sentire questi discorsi perché è vero, è questione di modelli ma anche di pregiudizi. Perché a scuola le insegnanti dicono a loro, bambine (questa volta è lei che usa questo termine), di essere forti, che possono fare qualsiasi cosa, che sono uguali ai maschi e poi, invece, se accade qualcosa, qualcosa che non va fatto e di cui loro sono le autrici, quelle stesse insegnanti accusano i maschi come se fosse “naturale” che siano loro i responsabili. E questo è dire una cosa e poi agire in modo diverso. E loro, loro bambine, non protestano perché fa comodo che ci rimettano i maschi ma non è giusto perché è un pregiudizio… è come dire: voi non siete in grado di fare quelle cose… però è inutile protestare… le insegnanti sono quello che sono, ormai hanno quaranta, cinquanta anni e quindi non possono cambiare…
Quaranta, cinquanta anni! (vorrei morire adesso, qui, un colpo!). Mi esce dal cuore, puro istinto di sopravvivenza: la maggior parte di noi, cara, ha questa età. E non è vero che non possiamo cambiare! Si cresce tutta la vita – le dico. Si può cambiare anche alla mia età. Credimi!
Mi guarda. Io ho quasi urlato. Lei no. Sono io che ho paura.

Non hanno paura, alla fine, nemmeno i due uomini. È difficile per loro stare da soli in mezzo alle donne? Già. Noi passiamo la vita da sole in mezzo agli uomini. Ma questo non conta. Questo è scontato.
Parlano molto: dell’epoca del femminismo, della politica di strada, siamo in molti i coetanei. Della relazione uomo/donna: hanno le mogli presenti. Ed è proprio uno dei due che, a proposito della violenza, dice: quando un uomo diventa violento è perché ha perso, non ha più argomenti, si sente sconfitto e reagisce.

Ed è lo stesso uomo – mi fanno notare dopo, in macchina, ancora cariche di tutte le cose dette e ascoltate – che parla della violenza come qualcosa che viene fatta, che si agisce. Mentre tutte le storie dette dalle donne sono state storie di violenza subita, sopportata. Sarà questa la differenza?
Ripenso ad Antonio, al suo inizio di discorso “mi è capitato di essere aggredito” solo l’esperienza sulla pelle che può far comprendere agli uomini cosa provano le donne in ogni momento della propria vita?

Autostima, pregiudizi, disparità sociale, modelli, solitudine. Femminismo e nuove generazioni.
Tanta carne al fuoco. Necessaria. Siamo agli inizi di una narrazione. Vogliamo dire tutto e il contrario di tutto. Balbettiamo tutte le parole che viviamo ogni giorno. E non abbiamo mai né un luogo né un tempo per dirle.

Avei dovuto far vedere un video che Nicoletta Montemaggiori aveva preparato (ma non è il caso di cambiare luogo, andare di là, accendere il Pc, spostarsi fisicamente…): era un montaggio splendido di spezzoni tratti da diversi filmati di fiction e giornalistici.
Un montaggio di cose di ieri che non cambiano. Fino alla liberazione finale: la danza di tutte le donne del mondo, in piedi, ovunque, con il braccio e il dito puntato in alto. (- sarà per la prossima volta).

È arrivata Ginevra Gigliozzi, la nostra coreografa della Scuola “Pura Vida“, trafelata e sopravvissuta al traffico: le vigili sono corse via per andare al lavoro, siamo restate in una trentina. Ci mettiamo dietro di lei a imitare i suoi gesti. La musica è una melodia tribale, percussiva. I gesti sono tanti: braccia, gambe, petto, piedi.
Perdo la coordinazione, mi dimentico la sequenza. Mi guardo intorno. Ballano tutte. Anche gli uomini.
Una bibliotecaria abbandona il desk della biblioteca e si unisce a noi.
Ci fronteggiamo in due squadre, poi componiamo due circoli che s’intrecciano – si fa per dire, ripetiamo più volte passi e movenze. Si aggiunge un uomo, Piergiorgio, un habitué del Circolo di lettura della biblioteca.
Ripetiamo tutto daccapo. Passi mambo, mani aperte a schiaffeggiare le cosce, frustate con il petto a culo alto. Poi il giro su se stessi, poi il cerchio dentro il cerchio.
Penso: Ginevra è pazza. Ma tutte/i ballano.

Sono le 13.30, la biblioteca deve chiudere. Stop! Basta!
L’applaudiamo.
Ci applaudiamo a lungo, ridendo.

(Abbiamo raccolto tantissimi questionari, altri ne stanno arrivando, anche da una scuola).
La narrazione è solo cominciata.
Siamo pronte al viaggio.

Io non ho paura

Questa galleria contiene 6 immagini.

20 APRILE ore 9.00-13.00 Biblioteca Renato Nicolini ex Corviale- ROMA. via Mazzacurati 75 ore 9.00-10.30 (sessione tecniche di difesa personale) -per imparare a urlare e fuggire; per disimparare ad abitare il proprio corpo come una debolezza. ore 10.40-11.00 antologia a tema delle persone libro – per ascoltare le parole che non sappiamo dire. ore 11.00-13.00 […]