Sarà una festa, forse un sogno, una visione, un abbraccio.

Sai che succede quando hai intorno persone che condividono il tuo stesso sentire? Succede semplicemente che sei felice.
E sai che succede quando leggi pagine di cui ti innamori? Succede che non vorresti ti abbandonassero mai.
Ora fai un respiro e ricorda tutte le pagine che hai amato, tutti i libri che hai sognato e ti hanno abitato.
Quei libri, sia nei momenti di luce che di buio, spesso, sono stati la tua ancora. Non è vero?
Ora immagina ancora e prova a considerare la sensazione che puoi ricevere se a quei libri meravigliosi, complici e amanti, guide sciamaniche luminose che ti hanno mostrato la strada, tu potessi aggiungere un volto, il volto di persone che nel tempo hanno condiviso con te il viaggio, le letture, la passione per delle pagine care. Ci sei? Riesci a vederlo questo mosaico perfetto?
Sì, lo so, è….magico! Appoggia ora le tue pagine amate sulle labbra delle persone che insieme a te nel tempo hanno condiviso quel comune sentire che vi ha fatti incontrare. Guardale, guardale negli occhi mentre dicono quelle pagine a memoria, mentre te le dedicano e le regalano al mondo esattamente come stai facendo tu mentre ci pensi. Che sensazione hai? Beh, se non avevi finora ancora mai pensato ad una tale miscela esplosiva di belle emozioni, sappi che qualcuno l’ha fatto e da questa idea è nato un vero e proprio progetto, che cresce e cammina: le Persone Libro.
Ieri abbiamo fatto una festa su questa storia qui, io c’ero, forse anche tu, tu che mi leggi e che hai partecipato. Anche voi amiche di Roma e Firenze c’eravate e tutto il nostro bellissimo gruppo di Persone Libro di Bari. Eravamo tutti lì, con i cuori scalpitanti e le pagine che chiedevano di esser dette.
Bene, torno alla domanda iniziale. Sai che succede a me in situazioni del genere, quando sono proprio felice felice? Ti interessa saperlo? Io te lo voglio dire, affinché tu possa respirare la stessa sensazione di benessere e appagamento. A me succede che, quando sono pazzamente felice, tutta la realtà intorno diventa un peso piuma dai contorni vellutati come petali. Io, catapultata al centro di una corolla di sguardi beati che si intersecano, annego in un sorriso smagliante da marziano sulla luna. Poi tutto il resto è gioia è gioia è gioia è gioia….

 

festa 9 gennaio PL 2016

 

 

Non è solo una questione di memoria

Copia di megacopertaUna coperta che pesa e ti soffoca, come il piumino doppio che hai comprato all’Ikea, convinto che “il freddo, quest’inverno mi rimbalza!”

O come una soffice e morbida copertina di cachemire (ma si, fatemi fare un po’ la snob!) che riesce a scaldarti anche se a malapena ci copri solo i piedi?

Sicuramente una coperta allargata, (e un po’ anche allagata!) ma allegra e aperta a volti e voci nuove… anche meno attempate, speranza per il futuro. Aperta a chi ricorda e chi no; a chi ricorda ma vuole solo ascoltare; a chi preferisce il secondo, il quinto o l’ultimo – brano imparato piuttosto che quello di “esordio”; quello ascoltato e imparato senza volerlo, quello che vorrebbe strapparti le corde vocali… ma stavolta non ci è riuscito.

Una coperta, forse, non proprio “intima”… il cerchio ha superato ogni aspettativa, ma l’intimità è quello che riusciamo a creare e percepire dallo scambio di sguardi nonostante il diametro del cerchio stesso; una coperta che ci ha riscaldato con il suono di voci perdute e ritrovate.

Aspettando un bis un po’ meno umido.

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Momenti d’essere: fuori, dentro e sottocoperta

Io non so voi ma a me capita, dopo aver sostenuto occasioni di incontro diverse, di sentirmi un tantino squilibrata.

Siamo andate in una scuola, l’Istituto Kant Torpignattara (grazie a Patrizia Sentinelli), e per magia la ninna nanna somala cantata da una donna, Cristina Ali Farah, ha scatenato le parole in lingua dei ragazzi di etnie diverse presenti in aula, scardinando anche i nostri ricordi di nenie e filastrocche. Un’intercultura dell’infanzia. Le parole ascoltate davvero e mai viste scritte. Le parole dei nostri personalissimi c’era una volta e c’erano luoghi diversi.

Foto di Luisa Fabriziani

Foto di Luisa Fabriziani – La coperta all’Istituto Kant (Roma)

Siamo andate in carcere, noi romane, per la prima volta: Rebibbia, grazie a Fabio De Grossi responsabile della Biblioteca. E ci siamo trovate con parole che dette dentro cambiano l’effetto che farebbero fuori. Ci siamo trovate con una donna detenuta che, per partecipare, ha scritto una poesia all’istante su quell’ora e qui che eravamo “dentro” con lei,e con un’altra, di Sarajevo, che per guardare tutte le persone in circolo, come le avevamo suggerito, ripeteva le parole di una storia che aveva inventato per noi: ogni persona guardata era una parola ripetuta e così la farfalla del suo racconto volava su tutte le nostre spalle.

Siamo andate con le toscane e le baresi ad avviare le cellule campane: a Napoli, nella libreria di tutti Io ci sto e a Nola nella libreria Biblos: una pioggia dentro e fuori,  colorata di frasi, di parole, di accenti e di desideri. Quel prima che dà vita, dopo, alle cellule. Ma anche con l’emozione privata di chi tornava a casa, nella sua terra, e ricuciva il legame con una lingua dimenticata fuori ma che resta intatta dentro (si può essere esuli in patria, accidenti!). E l’emozione che diventa pubblica di chi, come Giovanna Marrone, ha rincorso dal 2010 questo sogno e lo vede realizzarsi.

La coperta alla libreria Biblos (Nola)

La coperta alla libreria Biblos (Nola) – Foto di Mariateresa Napolitano (a seguire)

La coperta alla Libreria Io ci sto, Napoli

La coperta alla Libreria Io ci sto (Napoli)

Io non so a voi ma a me capita …

Che senso hanno le tracce che lasciamo: restano impresse al punto da permettere ad altri di vederle e poi seguirle incuriositi? Scompaiono appena stampigliate?
Cosa accade quando stiamo lì dentro le parole che portiamo in dono in luoghi che non conoscevamo prima? Cosa accade in noi e in chi ci ascolta?

Esistono due tempi di durata: quella dell’istante in cui si consuma il rito, che emoziona per il solo fatto di partecipare e perché il castello costruito sulla sabbia insieme è davvero incantevole.
E una durata più lunga, apparentemente un tempo invisibile: è il dopo, quando si innesta una strana euforia e ci si dà appuntamento, ci si ritrova in due tre e si comincia a fabbricare il proprio castello, a testa bassa per il pudore e ridendo sottovoce.

Ad ogni cellula di persone libro appartiene l’esperienza di queste durate.
Non sono nemmeno comparabili, producono sensi diversi: “siamo stati qui” – dice la prima durata che manda una fiammata e si spegne come una candela su cui soffi sopra con forza; “possiamo camminare insieme” – suggerisce la seconda che srotola da sé altro tempo come fosse un papiro.

La responsabilità di abitare le parole rende abitabili anche i luoghi perché il “qui e ora” diventa assoluto, “sciolto”, dal prima e anche dal dopo se poi non ha… futuro. Oppure diventa la prima zattera-veliero per prendere il largo con grande incoscienza. E così il futuro s’inventa. Anche il mondo.

Io leggo per te” non significa che leggo al posto tuo ma che ti sto costruendo un posto. “Per te” è una dedica. Come il mio sguardo.

Ascoltare precede il silenzio di chi dirà ma c’è anche il silenzio che segue le parole che si spengono. Tra i due silenzi si costruisce a poco a poco il recipiente che siamo, la nostra capacità di contenere. Di comprendere.

Il patto è: se io dico “cric” voi mi rispondete “crac” e facciamo cadere insieme i pregiudizi: sulla lettura (si legge da soli, in silenzio), sulla memoria (non ce l’ho, non l’ho mai avuta, ne ho pochina pochina), sul dire e sul recitare (se non c’è interpretazione che senso ha?); sul tempo da dedicare (e chi ce l’ha?).
Ce la facciamo?

Valeria, persona libro del Veneto Orientale ha scritto: «Proprio perché il tempo è limitato e prezioso credevo ne venisse richiesto un poco a tutti e non molto a tanti».

Stava parlando delle cellule, del modo di partecipare, del tempo da dedicare a chi salta gli incontri o a chi non fa parte della propria comunità ma forse amerebbe sapere cosa accade e cosa fanno gli altri.
Un poco a tutti e non molto a tanti. Dice. E mi scatena un incendio.
Mi sento vecchia quando una giovane donna dice la verità. Sta qui il sorpasso, inutile che mi affanno.

Trasmetteremo i libri ai nostri figli, oralmente, e lasceremo ai nostri figli il compito di fare altrettanto con i loro discendenti…

Che sia chiaro una volta per tutte (presunzione), accade come per i libri: le parole vanno interpretate da chi ascolta non da chi le dice; chi le dice le ha scelte; chi le dice ha dedicato tempo e memoria; chi le dice mentre le dice le sente e rinnova dentro il desiderio di condividerle. Chi le dice è quelle parole: cosa vuoi di più?
È infinito il viaggio che dovrà fare per non tradirle mai, per scoprire che non hanno sempre il medesimo tono e la stessa sonorità di senso. Fortunatamente.

L’acqua del fiume dove scende Eraclito cambia e cambia anche Eraclito ogni volta.

Leggere a voce alta. Imparare a memoria. Dire per donare. Respirare le parole. Guardare gli altri. Sono fasi di un’esperienza. Ciascuna fase è un’esperienza. Possiamo parlarne per ore. Non serve.

Dire in casa d’altri (libreria, scuola, piazza, biblioteca, carcere, parcheggio) è sempre sotto il segno dell’ospitalità: posso entrare? Ho una torta di parole che vorrei mangiare con te; hai da dedicarmi in tutto il tuo tempo un breve insieme?

O hai paura e mi chiudi la porta in faccia o se mi fai entrare vuol dire che mi aspettavi. Punto.

Io ho scritto di oralità, fiato, voce, recupero del desiderio e della relazione anni prima di conoscere Antonio Rodriguez Menendez e il Progetto Fahrenheit. Ero pronta. Ero in attesa. Anche così si partorisce.

Dove si annida il fallimento di una relazione? Nel non averla saputa creare, certo. Ma è sempre una responsabilità reciproca.
Basta un grano: ho detto un testo troppo lungo non tenendo conto della durata dell’attenzione. Come ho imparato ad avere più fiato nel tempo così devo lasciare il tempo a chi ascolta di imparare ad avere concentrazione. Viviamo in un mondo di mordi e fuggi, di parole-frammenti, di narrative a singhiozzi. Perché pretendiamo che qualcuno ascolti più di 2 minuti parole che hanno peso, colore, senso… e che quindi pesano?

Basta un grano: non ho lasciato fuori della coperta il pregiudizio e non riesco a lasciarmi andare all’ascolto, succede. Sono abituata al teatro, all’enfasi, all’innesco della commozione e quindi ascolto ma non sento le parole per quello che sono… è come se mi aspettassi un di più. Ma tutte le parole sono importanti e se ce n’è una che pesa di più è perché chi ascolta la riconosce e la fa sua.

Quello che è possibile per tutti, al di là delle grandi emozioni da condividere, è costruire attraverso la lettura una relazione. Questo sì. Questo è un obiettivo.
Questa è la rivoluzione del fare la persona libro: far uscire la lettura dal silenzio, dal privato, dalla gelosia. Imparare ad ascoltare, non a dire.
E scardina il modo di leggere un testo: si diventa sensibili alle foglie. A volte eccessivamente al punto che ciò che fa rumore non si sopporta più.

Non è obbligatorio ascoltare ma anche dire non è un’imposizione di parole.
Il tempo dedicato è una scelta, è una coperta i cui lembi, tutti, devono essere sostenuti da tutti: non puoi starne fuori e stare a guardare.
Il lavoro è ancora una volta stare dentro: inventare il silenzio della reciproca accoglienza. Per questo giochiamo a stare sotto una coperta. Il mondo là fuori cessa di esistere. E noi qui sotto non giudichiamo nessuno/a.

Dimmi un’altra occasione dove tutto questo sia possibile: ascoltare pagine di letteratura: poesia, saggistica, diari, lettere, testi di canzoni, parole che hai scritto tu; mischiare accenti regionali diversi ma anche idiomi, lingue straniere; guardarsi negli occhi per far esistere tutti, per dare a ognuno la medesima importanza; mettersi in gioco cercando dentro la propria memoria parole sepolte, cercando dentro la voce che non le butta fuori ma le consegna, che non dice e poi scappa ma impara a restare, impara a respirare una “e” congiunzione e un “sostantivo maschile”, impara a sostenere gli sguardi.

In carcere, a Rebibbia, una donna, sotto coperta, ha detto:

«Prima io leggevo per capire il mondo, per conoscere, per avere strumenti, ed ero molto selettiva ora leggo per evadere e quindi leggo tutto».

Prima (fuori), ora (dentro).

Quello che io spero tanto per lei, ma anche per me, è che fare la persona libro sia un percorso di uscita dal Sé.
Si fa cultura (passi, cammini, viaggi, parole) per restuire senso al bisogno immateriale di Cultura.
Abbiamo bisogno di qualcosa che ci aiuti a cambiare. Cambiare anche le domande.
Solo così serve leggere. Anche se là fuori l’onda è devastante.

Prima (fuori), ora (dentro).
Un alfabeto morse per chiedere aiuto.

 

Una parte della pattuglia interregionale toscoromanabarese. (Stazione di Napoli)

Una parte della pattuglia interregionale toscoromanabarese. (Stazione di Napoli)

 

 

Ps. Non abbiamo in italiano tante parole quante sono i silenzi, dice Elena Loewenthal e io credo che questi due silenzi, di cui parla, noi … li conosciamo bene.

Dom […] è un silenzio abissale. Fa paura, come l’ignoto. È lo stato del mondo prima che Dio lo spezzasse parlando: nella Bibbia la creazione è dire le cose. […] Dom è onomatopeico: è un rintocco sordo di campana, un’eco profonda – di silenzio. Chiude il futuro, tronca la voce con il nulla.
Da questo silenzio cosmico ne deriva un altro, che è come una versione più conciliante, più afferrabile. Non a caso porta la desinenza femminile, che nell’ebraico si usa per dare una sfumatura di grazia alle parole maschili, o per indicare l’astrazione. Demamah è una parola bellissima, secondo me. Sottile, discreta, accattivante. Indica il silenzio in cui il profeta Elia trova Dio: […] una voce di silenzio sottile. […] È una parola leggera, chiusa in se stessa eppure aperta al futuro. È un silenzio meraviglioso, difficilissimo da tradurre. È un po’ che ci provo, invano. Forse la cosa che le va più vicino, in italiano, sono i due punti: una pausa nelle parole, una promessa di quel che verrà dopo.

(http://www.lua.it/accademiasilenzio/attivita-residenziali/simposio-ads/elena-loewenthal-le-parole-del-silenzio/)

INVITO (PERMANENTE) alla nostra festa e ai nostri incontri di Persone Libro

fiori di cartaE perché no?
Concediti un pomeriggio diverso
ricamato intorno a un coro di voci
dove l’essenziale ancora ti festeggia
con il pane e con il vento
con il dire e con l’incanto.
Con la magica complicità
di uno sguardo premuroso
che non chiede e solo rende
un momento di libertà.

Raccogli la corolla sospesa di libri
sistemata a ghirlanda per te.
Guarda tutti i volti che avrai davanti
potrai sentirne il respiro e la forza.
Trovati una sedia o un angolino
mettiti comodo e rilassati
con gli occhi rivolti al presente.
Sarebbe un errore non darsi
e rimanere rigidi o estranei pure nel calarsi.

Porta con te chi vuoi, le persone a cui tieni.
Vieni a goderti una carezza soffice e dedicata
e se qualcuno parla, ascoltalo con affetto
perché il suo cuore sta cercando di comunicare col tuo.
Tieni la mente aperta
passaci dentro e fai pulizia
poi come un boomerang ritorna a te stesso.
Non distrarti, non avere fretta di andare:
chiediti semplicemente
che cosa in fondo oggi
potresti dover rischiare.

Il tuo respiro misuralo in granelli
lascialo scorrere libero
in una clessidra dorata che ti trattenga
dall’ ansia e dall’ attesa.
Ti sia compagno il sole
che tramonta in silenzio.
Ti sia complice quell’ anelito di affetto
che ti verrà rivolto.
Tra le Persone Libro
ascolta con clemenza e cimentati
-se vuoi- a tua volta
senza giudicare o sentirti giudicato.

Prendi ciò che ti serve o scegli di non prender niente, o tutto
ma per tornare a casa aspetta che sia sera.
Usa il buio come un fiocco
che chiude la giornata
e fanne regalo a chi ti vuole bene.
Sorridi infine
di questa umanità
che ancora nel dono
fortemente crede.

(Scritto in occasione del nostro 5. festeggiamento a Bari…Ottobre 2014.Vi aspettiamo!)

2013 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Sydney Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 21,000 times in 2013. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 8 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.

Pescatrici di parole

Lei è già sotto casa con la bici, pronta. Io arranco da subito, già sulla salita, lieve, del garage.
Ha il piglio di chi non si fida, e fa bene: tra me e la bicicletta c’è una questione di equilibrio irrisolta (non ho chiesto io di levarmi le ruotine di appoggio, io non ero pronta).

La strada è lunga e dritta, soprattutto lunga. Lei, dietro di me, mi manovra: attenta a sinistra, fermati, sorpassa, non passare di là…. ma che fai? FRENA!
Mi chiedo se chi è intorno ascolti, e cosa mai possa pensare di una voce che manovra una donna di più di cinquanta – labbra strette tra i denti e le cosce due pezzi di marmo, e non per possanza muscolare.
“Se mangiassi di più ce la faresti” – sa sempre cosa dire di gentile. Poi mi abbandona davanti all’entrata, finalmente esonerata dal suo accompagno di disabile.

Ora che non c’è, io vorrei spiaggiarmi: qui, buttata in terra, senza ritegno (speriamo che non arrivi nessuno).
Sono tutta una caldana – e non è la menopausa.
Penso: ora fumo. Ma resta l’idea di qualcun’altra. A me fanno male anche le dita.

“Ho issato la bandiera. Vieni!” –(ussignur! è tornata).
Mi rimetto in sella con le cosce che fumano – (dio mio fa’ che sia solo un metro!).
Poi la vedo. Non la bandiera. Ma la canna. Una lunga canna da pesca dritta su nel cielo e un fazzolettino ino ino blu, in cima, che si accascia su se stesso.
– Non la vedrà nessuno: è troppo alta” (ma perché ci provo?)
– La vedranno”.
(e l’ultimo chiuda la porta)

La stazione di posta è una quercia, almeno credo. So solo che fa ombra, tanta; che scendere dalla sella e sedersi in terra è l’unico movimento che sarò per ore. Lo giuro a me stessa. E cancello il pensiero che ad ogni andata corrisponda sempre un ritorno (non è vero. Io resterò qui. Per sempre).

Arrivano. Prima in due, poi altre due, poi una, poi l’altra.
L’andamento lento di un sabato mattina, nel Parco; in pieno sole. A luglio.
(Io intanto provo a respirare)

La “vergine”, senza chiedere nulla, si accosta alla canna: – E’ troppo alta – dice con incoscienza (io chiudo gli occhi) – e la bandiera è troppo piccola – insiste, temeraria.
– La prossima volta ve la fate da sole, capito?!! – sembra il ringhio di una tigre, poi lo switch: – abbassala! ancora, ecco… va bene… vieni qua… sennò t’incocci! chi vuole caffè? qui ci sono i cornetti!
– Ma voi siete donne di casa altro che di carta…

Tre C: caffè, cornetto, chiacchiere al sole.
Nessuna fa il gesto di prendere la “coperta”.
– Ma dobbiamo restare qui o andare in giro?
Nessuna risponde.
Mi aspetto che il silenzio sia silenzio ma non è vero. Non esiste il silenzio in un Parco.

– Ma mica verrà da noi quella?
Ci voltiamo insieme impaurite.
Poi arriva un cane, bagnato e contento.
– Ehi bello! Vieni qui, dai!
L’ospitalità è cosa relativa.
Il cane scodinzola curioso ma torna dai suoi umani. L’intrusa prosegue per la sua strada.
Noi siamo qui.
Un uccello minuscolo cade dalla forse quercia come una foglia. Ci voltiamo tutte.
Poi il “toro” inizia.
Sì il “toro”. Il libro semprechiuso, l’ideatrice di questa pesca nel Parco si apre, con lentezza. Muove mani e parole, naturalmente. Parla di cieli con le stelle, di fuochi, di odori di natura… perde il filo, ricomincia e Maria Rosaria, che ascolta, le restituisce l’esattezza di una parola.

– Ma è Deledda!
– Ecco, volevo dirlo anch’io…
Non aveva detto “Io sono”.
E allora inizia questo gioco di dire senza dire prima: parole che esistono per se stesse, ripescaggi dalla memoria, semplicemente. Parole in fila o in risposta.

– Peccato che nessuna di noi sia il testo sul tordo – dico, guardando un altro uccello cadere come foglia.

Poi passa un altro cane, anzi una cana e allora intono” i cani selvaggi si aggirano per i campi estivi appena fuori città” – e mi fermo: non ho mai fatto una pausa in questo punto ma quello che dico questa volta è qui di fronte, una parola vera, una parola che indica una cosa che c’è.
E questo pensiero credo passi un po’ nella testa di tutte perché ogni testo che poi verrà sulle labbra ha qualcosa di quello che ci circonda, in cui siamo dentro.
Parole in fila o in risposta. Parole in cerchio.

– Ma  questa è Cavalli!
La riconosciamo, e il libro semprechiuso ci cambia ancora la scena.
– Aspetta! anch’io sapevo qualcosa di Cavalli… cos’era?

Lo chiede a noi, Nico, giustamente: siamo noi che ascoltiamo, custodi imperfette del dire dell’altra. Lei pensa, noi pure, e il libro semprechiuso, intanto, ce ne dice un’altra con la medesima ironia con la quale è stata scritta. La “vergine” reagisce a tono: un’altra Cavalli poi arriva Merini poi ci provo io, voglio provarci a dire a voce alta ciò che scrivo, voglio provarci a stare dentro questa naturalezza che mi arriva dalle voci che dicono parole altrui.
Sottrarre se stessi: bisogna farlo due volte se le parole sono le proprie.
– Perché? Tu come l’avresti detta senno’?
– Quando scrivo seguo una musica mentale, una partitura sonora ma se devo comunicare le immagini scelte, se devo fare arrivare le parole di quelle immagini la musica, allora, deve tacere, devo lasciare libere le parole.

Lei mi guarda senza capire veramente, lo so. Ma mi sorride.
Maria Rita trema – il suo ingresso nella parola detta sembra provenire da un silenzio profondo: “Ippolito è morto”, è un richiamo e non una sentenza, un suono preciso e io penso all’uccello-foglia di prima, che è caduto.

Quando la voce si spegne, lei resta come sospesa: e ha la faccia di chi non crede che quella voce sia sua.

E poi e poi e poi. Sono tanti i testi, in pieno sole, in ombra, tra una cicala e l’altra. Un silenzio e una chiacchiera. Ascolto cose che conosco e cose nuove ma per tutte mi sorprende un pensiero: le vedo queste parole, vedo la fatica di essere un fiore, sento in quell’Ippolito un sottotesto con una voce che dice “è solo, solo” e so che è la Yourcenar (“Quoi? L’éternité”) che Maria Rita si porta dentro quando dice cose che ama; sento il canto improvvisato da Maria Rosaria che lega tra loro due parole “bisogno e sogno”, e mi commuovo perché le ho scritte io; la vedo tutta “La solitudine dei numeri primi” di Letizia e penso che se anche una cosa così astratta riesce ad avere un corpo, oggi sta davvero accadendo qualcosa.
Mi guardo intorno e sulla faccia di tutte c’è lo stesso ascolto.

– Posso dirti che qui dovresti legare le frasi?
– E come?
E lei prova, e viene meglio, e se ne accorge, e ricomincia.

– Non so come non far sentire la rima… è tutto in rima qui…
E una suggerisce, e un’altra prova a dirla per dare una mano, e lei ripete fiduciosa e la rima d’incanto si spegne. Per magia collettiva.

Poi c’è chi sbaglia o dimentica.
– Annaaa! non è “spruzzano” ma “schizzano!”, dillo con due toni diversi: ciò che è sbagliato (NO spruzzano) si allontana, ciò che è corretto (SCHIZZANO!) deve cadere qui.

Non esiste il silenzio in un Parco.
Non sono le cicale. Non è il merlo che fruga tra le foglie.
C’è qualcosa di diverso, qui.

E poi Anna fa il grande passo: dire come persona libro un pezzo che porta, invece, a teatro – altra passione. Ed è bella nel suo levare, sottrarre enfasi ai gesti, contenere, ma nemmeno troppo, la mimica facciale; il suo corpo ondeggia tranquillamente ed è solo un modo di guardarci, anche con le mani, che sembrano tenere ogni parola a freno perché non sfugga, perché ci resti accanto.
Il risultato di un lavoro, di una cura.
Sorride, imbarazzata. Ma siamo tutte con-vinte.

Poi iniziano i testi delle canzoni romane. Non so chi abbia dato il “la”, forse un racconto della scoperta di ieri sera, su Facebook – racconti e libri non hanno confini – :
– E’ un Dante in romanesco…
– Ma chi l’ha tradotto?
– Maddalena Capalbi… te la ricordi?
E si ri-inizia, si corregge, si suggerisce:
– Non cantare, segui il senso, ma non sono queste le parole!

E per magia ogni testo-canzone viene fuori da più memorie; un mosaico di voci che si aggiustano l’una sull’altra; si rispondono, strofa a strofa, come se fosse già un accordo. E c’è qualcosa in questo costruire insieme che trasforma i toni delle voci. Rende vero guardarsi.

(C’è una bell’aura qui – che d’è? – l’aura che c’è – com’era il titolo della canzone? – ah, quello! Laura non c’è!)

– Carcere femminile c’hanno scritto/ Sulla facciata de ‘n convento vecchio…
– Perché vai a capo?

E si ricomincia (ripeti!): si entra e si esce da Fileme di Pasolini (ti ricordi che mi hai chiesto che voleva dì?), da Pentesilea di Christa Wolf a due voci, passando per la Finestra di Forugh (abbassi troppo la voce), scendendo con il fiato in gola dalla montagna, passo dopo passo, con Erri De Luca.
La libertà immensa di dire tutto. Anche Grazie a la Vida, in spagnolo.

Sfiancano le cicale, così presenti.
Poi Anto dice: – Tina vuole dire qualcosa,
Tina non è una persona libro ma un’amica di Nico.
E Tina dice, accovacciata sulle gambe perché non vuole sporcarsi i pantaloni.
– Cos’era?
– Un pensiero… che ho fatto prima, quando mi sono allontanata dietro l’albero.. .un pensiero che parla di ombre e di cicale (appunto).
– Ripetilo – chiedo.
E lei lo ripete usando le stesse parole.
– Come ti senti ora che le hai dette?
– Bene, molto bene! era importante perché… perché vi stavo ascoltando e poi ho ascoltato le cicale e camminato nell’ombra… e insomma dovevo dirvelo.

C’è qualcosa di diverso, oggi, qui.
C’è qualcosa d’importante.

Poi Anto si china su Tina, e sussurra e le racconta che per chi non ha mai avuto un vero rapporto di confidenza con i libri, con la lettura: “io… io so’ come te Tina, facevo sega a scuola, andavo a giocare a flipper… anche te no?- Beh no! io ci andavo – Ah allora tu eri secchiona! –  Ma no! ci andavo ma non studiavo tanto…- Beh vabbè comunque noi, noi non siamo come queste no?… ecco, per noi aprire un libro è davvero un passo importante… perché tu oggi hai voluto condividere a parole tue ciò che provavi, ed è bello, ma pensa che in un libro puoi trovare parole più belle di quelle che sai dire tu, e parlano di te, di quello che provi…

E’ tardi. S’è fatta na certa.
Sotto il sole dell’una, mezzogiorno solare.
Noi dobbiamo tornare in bicicletta (lasciatemi morire qui, vi prego).
Il “toro” si alza e smonta la canna da pesca.

– Alla faccia del libro chiuso! – dice qualcuna.
– Grazie – dicono tutte.
Ci salutiamo ma nessuna va via.

– Ma non eravamo venute al Parco per pescare persone?
Ci guardiamo in faccia. Contente.
Ciao Tina.

Foto di Maria Rita Guarini (che siccome fotografava non compare mai)

Questi sono i testi delle mail che ho trovato al rientro a casa…
(grazie a chi si è preoccupata, per cellulare, di sapere se fossi ancora viva).

Da Maria Rosaria

…davvero si riesce a…raccontare?
io dico solo che è stato uno sforzo sovrumano rotolare giù dal letto questo sabato mattina. Se non avessi avuto appuntamento con Maria Rita – lontanissima…villa Pamphilj… – probabilmente starei ancora dormendo…
E avrei perso
…eh…(sospiro)
…quelle famose voci che dicono come “cioccolato fuso”
una polifonia di doni
(respiro)
La quiete del (voler) dire per comunicar-si…

Con un rammarico poi, sì. Le avrei volute tutte, ma proprio tutte in memoria. Le “mie” parole per dirmi ancora e “domandare” e “rispondere” a chi era con me sotto questa bellissima coperta.

Grazie alle cicale, all’aria aperta, all’erba. E a L’aura.
(Grazie a tutti i testi-dono di ciascuna.
Ripasserò, prometto).

Da Letizia

Raccontare… come trovare le parole (eppur di parole noi ne abbiamo imparate tante), come trasformare in righe scritte le colme sensazioni provate e “sentite” con questa “naturale” e, sì, si può dire, meravigliosa coperta? Già… è come tentare di spiegare la trama di un colore.
Eh sì, l’aura si è innalzata ed è stata sorretta dalla forza delle parole donate. Un abbraccio di classici, moderni, coloriti sipari romaneschi, “libri chiusi” che hanno aperto le loro preziose pagine, tutto condito dall’unisono suono delle cicale della Villa.

Ora capisco cos’è il “cioccolato fuso” .
Grazie a tutti i vostri doni che hanno colmato l’anima… ho trovato il “faro” e sono andata via con un sorriso nel cuore.

Da Nico

Di questo avevo bisogno per ritrovare la mia voce in un ascolto attento.
L’intimità dimenticata, il sentirsi “fusa” perdendomi in parole mie e altrui in un gioco di rimando fatto di emozioni che intaccano ancora piacevolmente la voce passando da una finestra, attraversando mari e monti vivendo la storia cantata in romanesco.
Grazie.

Da Anto

La prossima volta la bandiera sarà chiara e grande e la coperta ce la mettiamo sotto il sedere che c’ho la tuta piena di forasacchi…
Il “dono”, misterioso fantasma dei nostri incontri, si è materializzato e non era uno “spirito” maligno che costringe sorrisi e parole a trovare il senso in ciò che facciamo… Egli, anzi ella, era L’Aura della natura amica che ha unito le nostre mani e ci ha “coperto” come il cielo stellato che accompagna il nostro pianeta. Libere abbiamo respirato dei nostri respiri in una grandezza senza più confini…
A cazzaroneeeeeee! Però anche io sono rimasta col “sereno” stampato sulla faccia… Grazie anche all’unico pesce pescato oggi che si è attaccata all’amo con le sue proprie mani 😉 : Tina … è stata una grande conquista visto che generalmente si fa due palle!!!!!
E grazie alla “natura” alberi merli e prati e cicale che ci hanno accompagnato e non credo sia cosa da poco.Questa idea della villa mi è venuta per il ricordo del parco nazionale d’abruzzo. Chi c’era ricorderà l’atmosfera. Quando il mondo intorno a te è così generoso ci si raduna in cerchio per essere migliori e non sfigurare ( a questo ci credo davvero). Grazie di questa larga intimità…

E il mosaico di voci si arricchisce.
Da Anna

Poi finalmente è arrivata anche Laura, ops che dico l’aura…sì è arrivata, proprio come Remo sapete quando di qualcosa da fare si dice: “faRemo questo o faRemo quest’altro…” e Remo si fa attendere, ma poi arriva e qualcuna fa…
…e in auto con Leti (e dietro Maria Rosaria ci seguiva in scooter) a ridire insieme:
Leti: ma quanto mi è piaciuta questa coperta improvvisata, nel parco, anche se non ci ha viste e ascoltato nessuno, anzi pure meglio perchè forse non avremmo avuto quell’intimità, non si sarebbe creata quella magia che ci ha portate tutte a dire tra di noi, senza dire “io sono” senza dire titoli e autori, ma poi a indovinare il libro e lo scrittore,scrittrice,poeta, canzone, cantante. e poi i suggerimenti da ognuna su come dire meglio, sul tono, sulla memoria…
Anna: ma che bello stare comunque sotto la coperta, anche se nessuna aveva proferito la fatidica frase: “uno..due..tre..” e il gesto, ci siamo comunque ritrovare con naturalezza, con spontaneità, a parlare e delle nostre cose, e a dire i nostri brani, a correggerci, a fare battute, è stato davvero “essere una persona libro”. Ricordo che la frase che mi colpì di Antonio fu: “sarebbe bello che la persona libro lo fosse sempre anche nella vita quando parla con gli altri, cioè senza dover per forza urlare per affermare una idea ma dire con ciocolata fundita, essere persona libro può cambiare non solo il modo di parlare ma anche il modo di pensare”.
Sì dobbiamo senz’altro tornare nel parco, ma… CON UNA BANDIERA PIU’ GRANDE!!!(che FAREMO)

Da Maria Rita

E non posso ora, come non ho potuto sabato in mezzo alla Natura e a Voi, restare voce silente.
Era passato più di un anno dalle ultime righe ricordate e dette. Ho riscoperto l’emozione del dire ad alta voce parole amate e temute. Ho ritrovato il tremore, il battito accelerato e il piacere di essere, di far parte.
Grazie per avermi donato l’attimo, il ritmo, la pacatezza per inserirmi nel coro.
Un abbraccio.