La prima volta in Campania

Sant’Antimo (NA) – Liceo Scientifico Laura Bassi
22 novembre 2016

La prima volta di noi Donne di Carta della Campania: un liceo, ragazzi fra i 16 e 17 anni, adolescenti pieni insomma. Diamine, si comincia subito dal difficile.

Ci hanno chiamato le due professoresse che hanno partecipato all’incontro nel Piccolo Refettorio di San Domenico durante il Raduno Nazionale delle Persone Libro, Angela e Luisa. Il fascino delle Persone Libro ha colpito ancora, e ora tocca a noi – Angela e io – andare e “diffondere il verbo”… e pure qualche aggettivo.

Contro di noi: la nostra prima volta, forse non la prima volta che parliamo in pubblico o che ci rapportiamo con un gruppo, ma la prima volta che andiamo a rappresentare l’Associazione; un plotone di ragazzi dei quali non conosciamo la disponibilità nei nostri confronti, nell’età più difficile, l’età della sfida, e parlare loro di leggere, del diritto alla lettura, sappiamo già che sarà come convincere degli esquimesi che non possono vivere senza ventilatore.

A nostro favore: l’idea che siamo parte di un gruppo di persone speciali (per osmosi, un po’ speciali lo siamo anche noi); la convinzione che parlare di lettura, della Carta dei Diritti, del progetto Fahrenheit 451 sia importante; sapere che Luisa e Angela, le loro prof., hanno già annunciato la nostra presenza e quindi siamo già state presentate.

Enorme responsabilità, quindi, nei confronti delle professoresse che ci hanno invitato, nei confronti dell’associazione che verrà conosciuta e apprezzata o rifiutata tramite noi, e la più importante: quella nei confronti dei ragazzi.

Il primo impatto ci restituisce l’impressione di un gruppo numeroso di ragazzi non rassicurante, ma di straordinaria educazione. Chiediamo di spostare i banchi, per poter stare seduti in circolo togliendo quel clima da lezione scolastica che metterebbe distanza e diffidenza: lo facciamo insieme, e già notiamo come siano disponibili e tranquilli. Siamo stretti, nel circolo, l’aula è piccola e loro sono tanti; e l’orario – sono le 15.00 – non è dei migliori. Dopo tante ore di lezione, e magari pure con un panino al volo sullo stomaco, stare fermi non si può.

Ci presentano, ci presentiamo e presentiamo Donne di Carta, brevemente, e mi lancio proponendo una esperienza fisica. Chiedo loro se ne hanno voglia, ovviamente, mentre continuo a ripetere quasi ossessivamente che – chiusa la porta e fatto il circolo – abbiamo lasciato fuori giudizi e valutazioni scolastiche, che le professoresse sono nel cerchio come noi, tutti in gioco. Non penso minimamente che si fidino delle mie parole, ma a forza di ripeterlo magari possono pensare che lo credo veramente.

Trucco derivato dalle mie conoscenze di bioenergetica: li faccio camminare per la stanza, chiedendo di concentrarsi sui piedi, sul pavimento, di registrare che sensazione ne hanno. Poi, cambio registro: ora state camminando su una lastra di ghiaccio, della quale non sapete lo spessore e la consistenza, la capacità di reggere il vostro peso.
I loro movimenti si fanno improvvisamente più lenti, cauti, sembrano spiazzati e impacciati. Ci rimettiamo seduti e chiedo se hanno sentito una differenza, cosa hanno provato quando ho suggerito che stavano camminando sul ghiaccio. Paura di scivolare, insicurezza… quasi tutti sono concordi. Ma: quanti di voi hanno mai davvero fatto l’esperienza di camminare sul ghiaccio, chiedo io. Ridacchiano, al massimo sono andati sulla pista di ghiaccio del Centro Commerciale, sui pattini. Forse qualcuno è andato a sciare, ma camminare su una lastra di ghiaccio non è davvero un’esperienza che abbiano vissuto.
Allora, incalzo, come avete potuto provare quello che avete raccontato: insicurezza, paura, sensazione di perdere l’equilibrio. E davanti agli occhi un po’ stupiti e con il retro pensiero “ma-questa-dove-vuole-andare-a-parare”, dico: l’avete LETTO. Forse non su un libro, ma nel racconto di qualcuno, in qualche film o serie tv, in un video, o in un fumetto.
Continuo: e l’informazione che avete avuto (letto), non la ricordate a livello cosciente, con la testa, ma come EMOZIONE.
Ecco cosa è la lettura, è emozione. E le emozioni sono quello che ci permette di stare al mondo, di sopravvivere, di salvarci la vita anche. Per questo Leggere è necessario, ed è un diritto vitale, perché ci da la capacità di stare nel mondo e di interagire con l’esterno.
Una ragazza mi guarda sbarrando gli occhi e mi dice un po’ sconcertata: “ma non starà dando un po’ troppa importanza alle emozioni?”. Le rispondo che se usiamo solo la testa rimaniamo dentro di noi, mentre le emozioni ci mettono in relazione con l’esterno, ci danno la possibilità di trasformare gli impulsi elettrici, che il cervello elabora in informazioni, in movimento e di vivere quello che abbiamo dentro portandolo fuori. E’ troppo grande e troppo giovane per aver visto il film “Inside Out”.

Forse ho esagerato, ma almeno li ho un po’ incuriositi, spostando il tiro da quel che loro pensavano o sapevano di trovarsi davanti. Certamente non si aspettavano di sentirsi dire che leggere è una esperienza fisica, e non solo mentale.

Tocca ad Angela ora, presentare la Carta dei diritti della lettura. E’ molto emozionata, ma tanto convinta di quello che dice da riuscire a trasmettere la sua passione e il contenuto degli articoli ai ragazzi con grande espressività.

Durante il doveroso break, che chiamiamo anche per raccogliere un po’ le reazioni, i ragazzi fanno domande, chiedono soprattutto di lei. Forse io li ho un po’ intimoriti.
Mi avvicino io, ad un ragazzo che sembra un po’ più diffidente degli altri, ma sempre molto attento. Mi dice con tono vagamente di sfida: “parlate solo di libri, ci sono anche la TV, il computer, altri strumenti….”. Gli do pienamente ragione, e gli ricordo che abbiamo appunto detto che tutto è oggetto di lettura, che leggere è solo trasformare dei segni in informazioni, e i segni sono tanti, o meglio, tutto è segno e ci porta informazioni che possiamo leggere e utilizzare. Ma… perché un ma c’è sempre: spesso le informazioni che raccogliamo dagli altri mezzi sono più “volatili”, e diventano datate, invecchiano: mentre le parole dei libri riescono ad attraversare il tempo. Faccio l’esempio di Fahrenheit 451 (ne parlerò dopo poco): il libro, dopo più di 60 anni, è ancora un libro di fantascienza, il bellissimo film di Truffaut appare quasi ingenuo nel rappresentare un futuro che per noi è ormai preistoria. Non è convinto, ma mi sembra possibilista. Almeno, lo spero.

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Arriviamo al clou: le Persone Libro e Fahrenheit 451.
C’è persino un ragazzo che sa cosa è “Fahrenheit 451”: incredibile! Il progetto, le “regole”, il metodo, e proponiamo di andare “sotto la coperta”. Accettano senza battere ciglio, e non c’è neanche una risatina di imbarazzo mentre facciamo il gesto rituale di afferrare i lembi della nostra coperta virtuale, di sollevarla, di radunarci sotto di questa. “Trasmetteremo i libri ai nostri figli…” inizio. Poi Angela è una poesia di Joyce. Pause di silenzio, e con un po’ di imbarazzo si lancia anche l’altra Angela, la professoressa che è ormai pienamente una persona libro. Qualche esitazione, e una ragazza dice. Le chiedo se vuole provare a ripetere, cercando di respirare e lei si presta. Alzo il tiro, e chiedo ad uno dei ragazzi come gli è sembrato, se ha notato una differenza. E poi un’altra: e un compagno rende la sua percezione, suggerisce. Ancora un paio di loro, e Luisa, l’altra professoressa. Quando chiedo ai ragazzi di dare la loro “critica”, non si tirano indietro, ma non sembrano neanche animati da spirito di rivalsa. Andiamo avanti per un po’ ancora. Qualche domanda, qualche impressione, qualche altra ragazza che dice una frase o due. Veniamo fuori dalla coperta. E salutiamo.

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Quasi due ore. Molte. Ci chiediamo silenziosamente come è andata. Le nostre amiche professoresse ci accompagnano a conoscere il Dirigente, e poi ci salutano. Sembrano soddisfatte.

Ci dicono che Laura Bassi, alla quale è intitolata la scuola, è una delle prime donne scienziate, una bolognese del ‘700 che non potendo avere cariche accademiche si inventò una scuola privata, personale. E questa ci sembra la scuola giusta per iniziare.

Già dal giorno dopo, pubblicate le foto su FB, sappiamo che è andata bene: molti mi piace, anche dei ragazzi, una si scusa per non esserci stata e ci chiede quando torniamo. E la telefonata della professoressa Angela: quando tornate? I ragazzi vogliono vedere il film Fahrenheit 451, sono stati contenti. “Ipnotizzati da voi”, addirittura.

Siamo partiti! Migliorare: si può. Andare avanti: si deve.

Emozione e Commozione: andiamo fuori, andiamo con.

Giovanna Marrone

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Ti ho amata per la tua voce (backstage)

Perdonatemi. Di solito uso il nostro Blog per condividere nel racconto un evento che si è svolto, mai ho sentito la necessità di un’anteprima anzi, di una brevissima anticipazione. Sarà il titolo, che insiste su quelle corde del cuore che ci trovano unite in questo progetto bislacco dell’imparare a memoria e del dire usando la propria voce o sarà perché è un evento che fa accadere cose… come, per esempio questa: il creare insieme.

Debito d’onore, sempre, dire i Nomi Propri, per statuto di esistenza e per noi donne, spesso, di r-esistenza.

L’idea, dunque, parte da Maria Rosaria, socia romana, che è in realtà l’ideatrice di tutta la battaglia navale di “NarrAzioni”, di cui questo evento è parte, ma mentre gli altri appuntamenti sono anche occasioni di conoscenza dell’altrui “arte”  (il teatro di Aida Talliente, di Ambra Viglione, di Amaterasu… ) e/o di altre formule di condivisione della cultura letteraria (l’associazione l’Altra P…Arte, le case editrici Kogoi e Haiku, la pittura di MariaRosaria Stigliano e le parole stupende della scrittrice Marisa Fasanella) che incontreremo presto, “Ti ho amata per la tua voce” nasce e vive “in casa”, chiama a raccolta  Donne di carta tutta: il suo saper fare e il suo voler dire.

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Locandina di NarrAzioni

Maria Rosaria è presuntuosamente convinta che questa “casa” sarà in grado di accogliere l’azzardo di raccontare il legame d’amore tra artiste di oggi e “personagge” di ieri (termine che rubo da Anna Maria Crispino perché “esatto” per indicare queste “compagne dei secoli passati”). Un legame che spesso è doloroso: “solo se tu mi racconti io r-esisto“.  Costrette entrambe, chi dice e chi è detta, ad attraversare la non memoria dei secoli e dei luoghi. Minori sempre, noi, ai margini del silenzio.

Dare voce, dunque. In fin dei conti dare voce a chi una voce l’ha avuta e con questa voce ha fatto innamorare, perché Giovanna D’Arco, Ildegarda, Artemisia hanno segnato con fiato e con opere il loro passaggio su questa terra… chi con la spada, chi con la luce e chi con il pennello, e, tra loro, forse l’unica mutola è quella Pia che porta in sé la consegna amara di quell’esser “murata” che ancora e ancora uccide ogni donna se l’amore dell’uomo non ne è all’altezza.

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Le compagne dei secoli scorsi e le loro cantastorie

Voce restituita e raddoppiata dalla poesia, dall’immagine filmica, dall’opera in musica, dalla scrittura: ecco che avanzano nell’ordine Maria Luisa Spaziani, Margarethe Von Trotta, Gianna Nannini e Anna Banti. Nomi di Donna, per un “femminile plurale” come dice, appunto, Maria Rosaria.

E questo femminile moltiplica la sua pluralità negli accenti regionali con i quali le persone libro rispondono all’appello  “solo se tu mi racconti io r-esisto”; una vera e propria “chiamata”: da Bari, da Cagliari, da Firenze, da Siena, da Valdarno… voci per un coro che trova qui risposta nelle persone libro di Roma.

Bello, certo, e fin qui sarebbe una splendida occasione di quasi raduno “nazionale” –  ma il plurale, una volta lanciato, fa come i cerchi nell’acqua: dilaga e non sai mai cosa s’impigli nell’onda.

L’onda è Patrizia, carica di casse e microfoni, che inventa un video mozzafiato su Giovanna sul quale monta una sua opera in musica, spinta dalla voglia comune di ridare vita alle cose. E questo sì che mi commuove, anche per un brano di vita che ritorna come un tocco sulla spalla: “ehi, tu… ricordi?”.
L’onda è Antonella che dopo i Megalibri dell’evento precedente ormai dipinge, ritaglia, incolla… ispirata, e si fa nascere dalle mani le sagome d’una Giovanna perplessa e d’un’altera Ildegarda quasi ad altezza media del genere femminile (almeno la mia).

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Giovanna D’Arco

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Ildegarda Di Bingen

L’onda è Nicoletta che connette cavi e video, e smadonna, e sposta e risposta il mondo alla ricerca della quadratura: l’efficienza tecnica di ciò che abbiamo (poco) e le esigenze (molte) della regia.
L’onda è Alessandra che porta su e giù i suoi computer e i suoi Bose, avanti e indietro, e poi una sera, finalmente in quiete, inventa una locandina morbida come un tessuto.

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L’onda sono le archeologhe del Drugstore: Laura, Sara, Vanessa, che si preparano i testi su tombe e mosaici, ossa e scavi come se finalmente il museo tornasse un luogo da scoprire, di letture e riletture e non di assuefatta conservazione (e la vedo da qui, Carmela, che senza dir nulla riattiva circuiti dismessi e recupera filmati anche lei preda di questo comune riportare in vita).

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Dettaglio del ritrovamento di un corpo conservato al Drugstore

L’onda sono le persone libro che si distribuiscono le “parti” ognuna a casa propria e ripetono ripetono quelle parole che non avranno più silenzio.

Angela di Bari
Roberta di Cagliari
Maria di Cagliari
Anna di Firenze
Rosamaria di Firenze
Alessandra di Roma
Luciana di Roma
Antonia di Siena
Daniela di Siena
Carla di Siena
Donatella di Siena
Giulia di Valdarno
Daniela di Valdarno

L’onda sono Giovanna e Mariateresa pronte a fare da supporto a ogni gesto, e luce, e cavo e ripresa, e catastrofe temuta.

L’onda è lo staff del desk: Emanuela, Luisa, Anna, Letizia tra le quali mi aspetto piombare giù Bruna dalle sue terre aquilane a dar manforte e regia e Ginevra accorrere con il suo foulard sventolante.

E l’onda, chissà se anomala, siamo noi 4 nei panni delle “guide”: io per Giovanna, Teresa nelle sue vesti di antropologa per “Ilde”, Maria Rosaria stessa a sfogo della sua passione per Banti e infine, il dono-presenza di Luciana Biondi, la mitica conduttrice radiofonica che molte di noi hanno amato come virgiliana guida nell’universo della musica rock, pop, rap di ogni tempo e luogo, e che ci condurrà nell’opera di Gianna Nannini-De’ Tolomei.

“Facciamo finta che…”: ed è un bel gioco. Nel reame del possibile ogni storia fonda la sua esistenza ma il patto vero è che la storia detta sia ridetta ancora, e circoli, e viaggi. Perché ogni tempo remoto sia sempre tempo del “qui e ora”. Perché narrare è far accadere di nuovo. E se c’è un silenzio che uccide, c’è un altro silenzio che prepara la vita.

[Grata a questo fare plurale. Il nostro crowfunding non ha funzionato, sappiatelo!… ma è arrivato comunque un carico di… bellezza].

 

Ma solo per amore?

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5 maggio (compleanno della nostra tesoriera)

 

Fare cultura è (anche):

    un sistema audio che non si spenga e renda il suono per come è stato registrato…

Fare cultura è (anche) un problema economico.

Niente di più facile, quindi, avere come esempio immediato della necessità di un crowfunding, quei minuti d’attesa, trepidanti, che rischiavano di farci dire alla gente intervenuta: “scusate, signori e signore, ma mimeremo il video per non recar dispiacere a chi quel video l’ha prodotto per non essere assente”.
Credo fermamente, ci credo, a una Dea ex machina delle Donne di carta, e la bene-dico.

Come da rituale, l’evento dedicato alla Collana Ex libris di Kogoi edizioni viene subito dopo la visita guidata alla necropoli che ogni volta raccoglie adesioni numerose.
La gente che si siede in sala, dopo, ha quello sguardo e quella rilassatezza di chi ha provato stupore e lo trattiene (brava anche Maria Rosaria Ambrogio, archeologa).
E forse è proprio quella rilassatezza che crea accoglienza e dà il giusto “la” a tutto l’evento che si snoda in modi e tempi naturali, lenti (forse un tantino troppo, mi scuso per qualche sbavatura) conservando una sorta di intimità che le voci delle persone libro hanno saputo regalare in quella penombra.
Voci leggere e calde, mai ostentate, accanto ai Libri Giganti che Antonella Fortunati ha costruito per ricordare a tutti che siamo sempre in quell’ombra anche quando diventiamo luce.

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I Classici: quelli che tutti dicono di avere letto, e non è vero. Quelli di cui tutti conoscono le trame e i personaggi senza averne mai sfogliato le pagine. E non è questione di lettori forti, deboli o non lettori, anche tra noi che amiamo leggere ci sono pagine che non siamo riuscite – pigrizia, mala-educazione? – ad affrontare.

Quei Giganti in scena non sono minacciosi, sembrano piuttosto dei balconi sui quali le persone libro appoggiano la loro voce fidandosi di una memoria costata tempo e dedica, restituendo all’oralità quel senso dell’aria come veicolo naturale di storie.
Resta vuoto eppure presente il leggìo di ferro in mezzo alla scena.
Le voci sono sguardo. E la gente in sala le guarda.

Dietro a ogni voce un breve sunto di immagini filmiche a omaggio raddoppiato alla trama, al personaggio, al tempo di durata e di successo del libro e dell’autore.
Apre La Storia, e il filmato racchiude tra le scene storiche anche quelle domestiche e private della lettrice che ha composto il suo librino su quel Gigante: il nonno tra le macerie di San Lorenzo, lei stessa bambina, perché di guerra e di bambini quel libro narra.
Seguono Madame Bovary, Moby Dick, Tre uomini in barca, Artemisia e poi il circolo magico si chiude con le parole trovate da Calvino per ricordarci che ogni rilettura è un atto di ricreazione del mondo e di noi stessi/e.

Non necessariamente un classico ci insegna qualcosa che non sapevamo: alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo o creduto di sapere ma non sapevamo che l’aveva detto lui per primo. E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta di una origine, di una relazione, di una appartenenza. Naturalmente questo avviene quando un classico funziona come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore.

Sfila via la parte emotiva ed emozionale della serata: anche l’applauso è “raccolto” come se nell’aria qualcuno avesse disegnato una linea da non superare, perché “oltre” le parole diventano rumore e chiacchiera.

E resta quindi nei toni amichevoli anche la conversazione con quei tre autori presenti, due donne e un uomo, che hanno accolto la sfida di navigare nelle pagine amate raccontando le ragioni personalissime di un legame.

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Da sx, Zacchini, Pisciottani, Ambrogio  in video: Finocchi, Pontuale

Sono ragioni sempre legate al tempo, quello della lettura: la prima, da giovani; la seconda, da adulti; quello della crescita, e nella misura di quella distanza per ognuno/a di loro il libro resiste, rivela, conferma e consola: specchio al volto svanito di ieri, profezia del volto che sarà.

Domande dal pubblico poste dalle stesse persone libro ai sedicenti lettori/autori: la voce de La Storia che interroga Simona Zacchini; la voce di Moby Dick che provoca Marco Pisciottani, e infine la voce, dall’inconfondibile accento toscano, di Artemisia che sollecita Maria Rosaria Ambrogio, questa volta di altri “panni” vestita.

Persone libro e persone – come dice Dario Pontuale, co-curatore della Collana e autore di un Ex libris su Madame Bovary, dall’alto dello schermo nella sua presenza virtuale – che si sono resi autorevoli perché hanno in mano la patente di lettori.

Voci di fiato e voci di pagina. Non a confronto, anche se accade che chi scriva su un libro amato tenda a imitarne lo stile. Lineare lo scritto su La Storia; impegnativo e filosofico quello su Moby Dick; lirico e dialogico quello su Artemisia.
Anche lo stile di Vanda Finocchi imita l’ironia garbata e sottile del suo amato Tre uomini in barca, e in lei che ride in quel video, seduta accanto a Flaubert-PontualeMadame Bovary, c’è tutta la felicità dell’occasione avuta di dar voce a “uno di famiglia”, perché così sono i libri che ci accompagnano.

Poi sarebbe il tempo di Lessico famigliare e anche qui diventa un tempo differito: l’audiovideo in cui la voce di Cecilia Martino, accompagnandoci per il quartiere di San Salvario, restituisce la genesi di una magia che quel testo di Natalia Ginzburg ha creato e che si riassume proprio nel titolo del librino che quella magia racconta Inseguendo un libro s’incontrano le persone.
Le persone sono state Rosalba Durante a cui il Lessico ha salvato la vita quando era in cassa integrazione, Maria Pflug traduttrice tedesca e autrice di una meravigliosa e fuori catalogo biografia su Ginzburg, e la stessa Cecilia, da poco trasferitasi proprio a Torino.
E in questo Ex libris ci sono anch’io, sorpresa ancora di come dai libri a volte prenda vita… la vita. Ma avrei dovuto saperlo, e la persona libro, che dice a memoria la dedica posta a Lessico da Natalia, chiude il cerchio: “nomi veri, persone reali… non finzione… e se a qualcuno dispiacerà… pazienza”.

Difficile restituire in una cronaca di parole un evento fatto di penombra, di voci basse, colloquiali, leggere nel tono e profonde nei contenuti. Se la fedeltà di memoria delle persone libro è un eterno atto di gratitudine, chi scrive un Ex libris espone nel libro che ama sempre un po’ di se stesso/a.

Fare cultura è esserci. In prima persona.

La Dea ex machina ci ha permesso di superare gli ostacoli tecnici.
L’amore per la lettura ha vinto.
Promuovere questo amore è un compito serissimo, e faticoso: ieri tutti e tutte lo abbiamo condiviso anche nel ricordare che il giorno prima una libreria storica di Roma “Invito alla lettura”, la libreria della famiglia messa su dalla dottoressa Vano, ha chiuso. Venticinque anni di vita.
Non sono riuscita a portare via nessun libro – la festa di chiusura offriva a tutti l’occasione di prendere qualsiasi cosa a prezzi stracciati – e mi sono anche chiesta le ragioni oscure che ci spingono ad acchiappare tanti libri solo quando un posto chiude… o quando qualcuno ce li regala… è solo questione di soldi?
Ho catturato un buffo cappello viola (e due soldatini per la mia collezione di divise d’epoca), e il buffo cappello è stato lì con me, in questo evento che omaggia i libri, perché se una libreria muore la responsabilità è collettiva.

Fare cultura è non dimenticare.

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Il cappello della Libreria “Incontro alla lettura”

Sappiamo da ieri sera che il prossimo Ex libris avrà il piglio di Giuseppina Pieragostini che ha lanciato dalla sala una difesa strenua della sua vita immedesimata fin da bambina nella vita di Cime tempestose: e poi una promessa, fatta a fine serata, di una Goliarda Sapienza che sarà celebrata nelle pagine de L’arte della gioia.
Due scrittrici per due lettrici. O viceversa.
È questa la magia vera andata in scena: la reciprocità di un dono.

 

(Grazie ancora a Nicoletta Montemaggiori che, oltre a fare la persona libro, si è difesa con i denti e bene contro le macchine ribelli.
Grazie ancora ad Antonella Fortunati, che ha reso visibile la grandezza di cui sono fatti i Classici.
Grazie a Anna Delfini, Anna Gennai, Letizia Grossi, Alessandra Maggi, Marina Pierri, Luciana Scarcia, persone libro di Roma e di Firenze… semplicemente incantevoli.

Peccato che oltre alla mia cronaca non ci siano anche questa volta le parole di Claudio Fiorentini: ci sei mancato).

Foto di scena di A. Maggi
Foto rubate fuori scena di A. Fortunati.

 

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Così è… il teatro

Che il Teatro di Aida Talliente fosse “teatro della parola” che s’incarna nel fiato e nel corpo di lei, drammaturga e attrice, lo sapevamo; come io stessa ho detto nella presentazione della seconda serata di NarrAzioni: ogni partner di questa cordata, così multiforme, ci assomiglia nell’impegno e nel valore che diamo alle parole come portatrici di senso, capaci di costruire mondi possibili senza dimenticare la realtà in cui viviamo.

Ma quello che fa male, e tanto, di questo teatro di Aida è la semplicità, o la leggerezza calviniana, con la quale restituisce la bellezza struggente di una vita, una qualunque eppure eccezionale, raccontata come fanno i vecchi, che balbettano i ricordi, li frantumano in immagini sbiadite, diseguali senza mai completarne uno fino in fondo, presi nel filo invisibile di emozioni private in cui restano gelosamente incatenati eppure estroversi e magici affabulatori nella voglia di esistere ancora un po’ almeno in un racconto per non essere trattati via distrattamente, sul punto di andarsene, sul punto… “ma andarsene dove… chissà”, con la sensazione precisa che possa accadere, e accade, da un momento all’altro.

Perché il tempo dei vecchi è lungo dietro, un soffio davanti.

Rosa stessa scrive:

“…Qualcosa si sveglia nel cuore/ Alc al si svèe ‘tal cur
e ti riporta indietro/ e ti puarte indaur
da piccola in poi…/ da picinine in su…
Vengono anche i pensieri/ Vègnin ancie i pinsirs
di tanti, morti e vivi/ di tànç e muars e vis
compagni di quelle azioni/compàins di ches azions
di lotte e passioni/ di lottis e passions
per far sì che il Mondo sia migliore/ par fa chè il Mond sei mìor
Dolori dunque e allegrie,/Dolors duncie e ligris
speranze, malinconie, /speranze, malinconis
battaglie vinte e no, /battais vintis e nò
così è la tua vita, /cussi ‘è la vite tò
che il tempo porta via/ che il timp al puarte vie”.

Rosa Cantoni è Aida, un’Aida improvvisamente vecchia, ingobbita, piena di scatole e di foto, che racconta di sé e di quel mondo in cui ha visto passare il trionfalismo delle aquile romane, le fabbriche di guerra, i sogni del mestiere (“sarta non donna di pulizie!”), la vocazione alla Resistenza e alla tenacia quotidiana nonostante il malaugurio di un Nome proprio che si porta dentro un destino tragico – il nome della nonna morta per una caduta – Rosa, che diventa Giulia (“anche se il Nome non le piace”)  ma le piace andare in bicicletta e fare la portaordini, la staffetta (“anche se scopre che è pericoloso), anche se saranno quel Nome e quella bicicletta a condannarla (spia maledetta!) su quel treno in un viaggio così lungo che sembra “esserci nati in un treno” e che la porterà a Ravensbruk, al campo di concentramento, a quella città dolente, all’inferno della perduta gente e dell’eterno dolore.

Ed è in questo passaggio – dall’allegria scomposta di una vita, ardita per passione, precipitata e travolta in un incubo – che Aida/Rosa, improvvisamente, ferisce l’anima. Piange lei in scena, piango io lacrime vere in prima fila. Piangono le persone che ho accanto. Tutto il dolore del mondo in un gesto, nella sospensione incredula della voce. La parola manca. Perché non c’è parola: indicibile, insensato l’orrore.
Ma Rosa non si ferma, racconta ancora e ride Rosa; e così fa Aida: la segue, leggera, finché l’anima di Rosa/Aida diventa un soffio che vola via sulle nostre teste.

E come si dice metaforicamente in questi casi: “viene giù il teatro” per gli applausi.

24 aprile 2016. Non poteva esserci data migliore, vigilia di quel 25 aprile che a Udine (terra madre di Aida/Rosa), terra di partigiani e di frontiera, è ancora una Festa collettiva, una Memoria che non dimentica. Ma anche se Roma non è – e non lo è – Udine, non poteva esserci pubblico migliore, ieri sera. Giovane e non giovane. Poche facce note, molti non del quartiere, che hanno scoperto la ricchezza senza eguali che Roma città possiede fin nelle sue periferie e che questa necropoli stupenda del Drugstore Gallery ci racconta ancora.

Lascio al Blog di Aida Talliente la storia di questo spettacolo dedicato a Rosa Cantoni, partigiana. Con l’augurio che possa ancora camminare per tanti luoghi di questo Paese che ha assoluto urgente bisogno di ascoltare storie così.
Una nota. Non a margine: la fisarmonica di David Cej è una persona non uno strumento, e le luci di Luigi Biondi scrivono poesie nell’aria.

Do la parola a Claudio Fiorentini per il suo commento a caldo, appena poche ore dopo lo spettacolo.

 

 

Grazie all’Associazione Donne di carta, ho assistito oggi a Roma ad uno spettacolo a dir poco bellissimo! Si tratta di Sospiro d’anima, (la storia di Rosa), di Aida Talliente. La cornice era il Drugstore Gallery, di Via Portuense 137… ho già avuto modo di parlarne, è un polo museale di grande interesse che può essere visitato grazie proprio agli eventi che l’associazione organizza in quello spazio, e come la volta scorsa, prima dell’evento, abbiamo avuto una visita guidata agli scavi e al museo (già questo è da non perdere), ma quando alle 20,30 circa ci siamo seduti e si sono spente le luci, è iniziato qualcosa di magico: Aida Talliente è entrata in scena tenendo in mano un lumino, accompagnata da David Cej… nulla di strano, fin lì… ma poi, Aida, da giovane e bella, si è ingobbita, incartapecorita, invecchiata… senza un filo di trucco, ed è diventata Rosa, una vecchietta arzilla e sorridente che non smetteva mai di parlare trasmettendo serenità.

Sì, Aida era una vecchietta, la sua capacità di trasformarsi è stata a dir poco impressionante. Ma non solo. Infatti, durante il monologo, Aida passa da giovane a vecchia, da uomo a donna, da partigiana a sarta, e con una mimica ben dosata è riuscita ad evocare situazioni che avvolgono e coinvolgono il pubblico che altro non può fare se non cedere al fascino di Rosa (e di Aida), e riviviamo con lei la scoperta della poesia (Rosa è stata poetessa), il fascismo, la ribellione, la guerra, le fatiche in bicicletta della staffetta partigiana, la prigionia, il lager, la liberazione, il dopo guerra… tutto condito con il sorriso travolgente di Rosa, che è rivissuto grazie ad Aida, meravigliosa interprete che applaudiremo a ragione, commossi, volendo che la sua Rosa continui ad essere con noi ancora un po’, e un po’ di più. David, con la sua fisarmonica e con la sua presenza, arricchisce lo spettacolo dandogli un equilibrio quasi rotondo, la sua presenza è necessaria non solo per i commenti musicali (merita un encomio speciale la scena delle finestre aperte e chiuse, con la musica che aumenta o diminuisce, in perfetto sincronismo con i movimenti di Rosa/Aida), ma anche perché rappresenta l’ambiente fuori, lo accenna con note, ritmi ed espressioni che cambiano (appena appena, le noti solo se stai attento) secondo necessità.

Lo spettacolo, che dura poco più di un’ora, è una gioia per lo spettatore che esce dal “teatro”, rasserenato e divertito, amando Rosa, immaginandola sempre sorridente, con la battuta pronta, e viene voglia di abbracciare la prima vecchietta che si incontra per strada volendo scoprire le storie che nascondono le sue rughe, il suo sguardo, e si prova una profonda ammirazione per la vita che ha scolpito quelle espressioni senza distruggere l’anima, che si vorrebbe vedere.

Concludo con un commento appassionato su quello che gli operatori culturali di questa città offrono a noi cittadini, senza chiedere nulla in cambio: ditemi, cari amici, in quale altro posto del mondo può capitarvi di vedere uno spettacolo teatrale di altissima qualità immersi nella storia di Roma… senza pagare biglietto?

Grazie Donne di carta, e grazie Aida Talliente (autrice e attrice), David Cej (fisarmonica), Luigi Biondi (disegno luci) e Massimo Staich (elementi scenici), grazie Drugstore Gallery… e grazie Roma per il tuo fermento!

Fantastica

-Manca un microfono!… –hai portato il leggio?ehi signore, scusi! ma lei ha la tessera? – E lei?! ma dove crede di andare?! ha prenotato?… Il Coro Doremilady intona:

e tu roma mia senza nostalgia
segui la modernità
fai la progressista
l’universalista
dici okay i love thank you ja ja

Antonella alza e abbassa il leggio; Luca fa le prove luci; al desk sono in quattro con i capelli dritti in testa ad accogliere la gente che arriva in anticipo preoccupata di non riuscire a vedere la necropoli: – ma c’è posto per tutti, non si preoccupi! siete solo tanti e quindi faremo due turni!  – ma io non voglio far parte del secondo perché poi la guida andrà di corsa!!! protesta una signora nel foyer, ma la signora non sa che Maria Rosaria Ambrogio, l’archeologa-guida, è esistenzialmente agli antipodi di tutto ciò che “va di fretta”.

E come sempre accade, dopo la tempesta arriva la quiete. Il primo gruppo dei visitatori supera il cordone rosso; arriva tranquilla la voce narrante di Maria Rosaria e arriva anche il silenzio intorno di chi ascolta rapito; il secondo gruppo si sposta nel ristorante affianco a mangiare, a bere, a ingannare l’attesa. Dietro il bancone conteggiano i soci entrati, raccolgono in ordine alfabetico i moduli, preparano le spille che saranno date in dono.

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Io fumo, anche se ho smesso di fumare. Mi godo l’attimo (l’ultimo) dell’inedia, poi orologio alla mano andrò lì dentro a fare smorfie discrete (forse) a Maria Rosaria per ricordarle che non ha tutto il tempo del mondo per raccontare la bellezza commovente di questa necropoli.

Gli “attori e le attrici” dell’associazione L’Altra P… Arte sono scomparsi: il ritiro dovuto a chi sarà protagonista della serata; anche il coro, tutto femminile, si è dileguato da qualche parte. Che pace.

Il foyer del Drugstore Gallery

Il foyer del Drugstore Gallery

La necropoli è in ombra, le luci sceneggiano mobili le tombe, il reticolo murario, la massa tufacea, le vetrine con i reperti. Nessuno fiata. La gente composta, assorta, assorbita dalla narrazione di una città dei morti che rivive d’incanto.

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Dettagli del Drugstore Gallery

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La Roma che non c’è più, più vecchia di quella vecchia Roma a cui la serata sarà dedicata: dal 1948 (Ladri di biciclette) ai mitici anni Sessanta della Dolce Vita felliniana, di via veneto, del divismo e dell’intellighenzia artistica romana passando attraverso le borgate e i borghetti, la fatiscenza e il disagio della poesia pasoliniana.

Primo gruppo (qualcuno lascia un commento sul quaderno aperto sul bancone), secondo gruppo. Ormai il silenzio è commozione diffusa.

Si inizia.

Locandina

Locandina

Luca, il regista, fa un cenno. Partono le luci, il primo coro:

Vecchia Roma
sotto la luna
nun canti più
li stornelli,
le serenate de gioventù.

Er progresso
t’ha fatta grande
ma sta città,
nun è quella
‘ndo se viveva tant’anni fa…

E in sequenza perfetta si avvicendano le narrazioni: il punto di vista cinematografico raccontato da una splendida Valentina Innocenti, tutta ritmo e intensità; la visuale storico-sociale artistica dal timbro profondo e colto di Stefano Marcelli; l’angolo letterario, struggente e partecipato, di un Dario Pontuale con la sciarpa al collo e i passi letti a commento da Antonella Costa. Garbata e nostalgica, a punteggiatura, la melodia del coro.

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Valentina Innocenti

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Stefano Marcelli

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Antonella Costa

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Dario Pontuale

Il Coro Doremilady

Il Coro Doremilady

Ed è davvero fantastica la Roma che emerge stasera: nota e inedita, segreta e mondana. Strafottente e pagana nel suo misticismo irriverente. Documenti che strappano una risata, il mitico Totò de I soliti ignoti; altri che stupiscono per l’analogia drammatica con i fatti odierni: la scelleratezza quotidiana delle periferie; o pungono l’anima di chi quei volti o quelle parole le ricorda come fosse ieri.

Scommessa riuscita? fare rete con chi è simile a noi per timbro narrativo del Sapere, perché non servono toni declamatori o ipse dixit famosi per far circolare conoscenza; fare rete per amore di certezza che la Cultura sia questa condivisione di una lettura del mondo, possibilmente a più voci e più punti di vista, meglio se raccontata come una storia quotidiana dove ciò che era ieri si intreccia con ciò che c’è oggi e si trasforma in una relazione possibile qui, ora, perché dopo, quando uscirai, ti porterai via qualcosa magari sul bar Rosati o su via Margutta, e ti sembrerà di conoscerla meglio questa città abitata da cento ladri che si chiamano tutti Mario…

Primo Atto di NarrAzioni. Aperto alla grande con i protagonisti dell’Associazione L’Altra P… Arte e il Coro Doremilady: bravi/e. All’ombra protettiva e augurale del MiBACT e della Soprintendenza. E infinitamente grazie alla cura delle socie di Donne di carta: archeologa e “desk scapigliato” inclusi.

Scommessa riuscita? qualcuno ci ha regalato un lungo commento/recensione, che potrete leggere qui sotto, ma l’opinione più vicina all’obiettivo che ci stiamo ponendo l’ha espressa una donna sulla mia pagina Facebook:

Ho imparato anche senza leggere. Bravi tutti.

Ciao Emilio, a domenica 24… 

Emilio, il nostro custode

Emilio, il nostro custode

 

 

Dal neorealismo alla dolce vita

Un omaggio alla storia recente di una città meravigliosa, una dichiarazione d’amore senza pari, ecco cos’è stato per me lo spettacolo a cui ho assistito ieri, nel polo museale di Via Portuense 137, portato in scena dall’associazione “L’Altra P…arte”, in collaborazione con l’associazione “Donne di Carta”, il Coro “Doremilady” e la “Novadelphi Libri”.
La serata è iniziata con una visita agli scavi, altrimenti non visibili, che hanno portato alla luce preziosi reperti della Roma antica. Un luogo magico e pieno di suggestioni, stranamente sopravvissuto alle colate di cemento, che merita, senza ombra di dubbio, di essere annoverato tra i musei degni di essere visitati.
Grazie all’Associazione “Donne di carta”, per averci permesso di entrare in quel luogo prezioso.

Dopo la visita inizia lo spettacolo. L’avevo già visto in teatro, ma in quel posto acquista una valenza diversa. Quindi la sigla, tanto per entrare nello spirito della serata, “Vecchia Roma” cantata dal coro Doremilady. Da lì siamo partiti per un viaggio che ha esplorato la nostra storia recente, dal ’46 al ’60, attraverso filmati, immagini, frammenti di film, letture, racconti storici e altre canzoni.
Dalla voce di Valentina Innocenti, abbiamo ascoltato la versione di De Sica, di Monicelli e di Fellini, che pur essendo a rischio censura, pur confrontandosi con un’Italia bigotta e perbenista, hanno descritto verità ben lontane da quelle delle copertine delle riviste.
Gli interventi di Dario Pontuale hanno fotografato la produzione letteraria dell’epoca attraverso autori come Carlo Levi, Pier Paolo Pasolini e Ennio Flaiano, romani di adozione, che hanno avuto la capacità di riprodurre i moti e le sensazioni che solo la grande letteratura può ritrarre.

Stefano Marcelli ci ha invece guidati in un percorso artistico che, con forme e colori immersi nell’astrattismo, disubbidiva (e ancora disubbidisce) a ogni regola mentre la prepotenza del figurativo si faceva sempre più pressante, anche per i voleri della classe dirigente.
Antonella Costa ci ha accompagnati nelle letture mentre Luca Scaramuzzo ha curato la regia, facendo di questo spettacolo un variegato percorso nel labirinto di quello che noi, uomini dalla corta memoria, diamo per scontato.
Così scopriamo la nostra storia recente farsi avanti nel contrapporsi continuo di ipocrisia di comodo e di coraggio irriverente. Le regole esistono, ma non sono quelle che detta il “potere”, per scoprirle basta osare, ne troveremo sempre di nuove. Questo sembra che sia il messaggio dei nostri artisti. Scopriamo, quindi, che la verità non è quella che raccontavano i giornali o i libri dell’epoca, ma quella che si è fatta prepotentemente strada nel cinema, nella letteratura, nell’arte visiva, nel coraggio di chi ha saputo difendere la dignità delle disgrazie e il valore della vita semplice.

Fortunatamente la storia ha reso giustizia ad artisti come Burri e Rotella, De Sica e Pasolini, Flaiano e Fellini, e come loro tanti altri artisti che hanno osato varcare la soglia della correttezza per esplorare nuove strade. Se oggi noi ci conosciamo meglio, lo dobbiamo anche ai registi, agli scrittori, ai poeti, ai pittori, agli artisti in generale, che ci dimostrano quanto l’arte e la creatività abbiano un ruolo importante nella nostra vita. Il loro esempio ci serva da monito, loro non si sono piegati alla censura o ai voleri di produttori, galleristi o editori danarosi. Loro, dando vita a un fermento di idee e di creatività ineguagliabile, sono andati incontro al rischio del fallimento perché credevano nelle loro idee e le hanno difese fino alla morte. Il risultato? Le loro opere sono immortali e raccontano la nostra storia recente meglio di qualsiasi testo.

Insomma, ieri abbiamo assistito a uno spettacolo bellissimo, denso di significati, e importante per chi ama Roma e crede che, anche grazie alla sua storia, abbia ancora molto di dare all’umanità.
Claudio Fiorentini

NarrAzioni: un progetto sostenibile

Al valore della comunicazione, all’importanza dell’oralità che restituisce parità e uguale considerazione per chi parla e per chi ascolta, alla straordinaria varietà che caratterizza ogni scelta di espressione e di comunicazione, è dedicata l’ Impresa del 2016:

http://www.produzionidalbasso.com/projects/10339/widget

Requisiti minimi

  • Prenotarsi (obbligo dovuto ai posti limitati): info@donnedicarta.org – cell:+39.348.090.1730
  • Associarsi a Donne di carta (obbligo dovuto alla natura non profit della nostra associazione): vai alla pagina sul sito Donne di carta
  • Fare una donazione come formula di sostegno [sulla piattaforma Produzionidalbasso]. Grazie!

 

Documentazione da leggere

Programma-Calendario: In dettaglio su ogni evento, scarica!

CS_Narr.pdfIl Comunicato Stampa

 

CALENDARIO

NEOREALISMO (Non solo Reading) 7 aprile ore 19:30 [POSTI ESAURITI: Grazie!]
Un periodo straordinario nella storia di Roma: dalla Dolce vita a Ladri di Biciclette. Fotografie, filmati, letture e musiche. A cura dell’associazione L’Altra P…Arte.

SOSPIRO D’ANIMA (Teatro) 24 aprile ore 20:00 [POSTI LIMITATI!!!!!!]
Con Aida Talliente, l’intensità della vita e il valore dell’eredità di Rosa Cantoni, nome di battaglia “Giulia”, partigiana di Udine e protagonista della Resistenza.

KOGOI EDIZIONI (Ti presento un… libro) 5 maggio ore 19:30
Io leggo “Classico” ovvero la Collana Ex libris: quando chi scrive è il lettore. Con Sandra Giuliani, Dario Pontuale e le persone libro di Roma.

LE VOCI DI CASSANDRA (Teatro) 22 maggio ore 20:00
A grande richiesta la replica di “Cassandra” di Christa Wolf nell’adattamento di e con Ambra Viglione.

TI HO AMATA PER LA TUA VOCE (Performance con le persone libro di tutta Italia) 12 giugno ore 18:30 e ore 20:30
Maria Luisa Spaziani e Giovanna d’Arco, Margarethe Von Trotta e Ildegarda di Bingen, Gianna Nannini e Pia de’ Tolomei, Anna Banti e Artemisia Gentileschi: quattro in-vincibili legami chiamati “in voce” da quattro “stazioni archeologiche” del Polo Museale. Con le persone libro di tutte le città d’Italia.

AMATERASU VERSION (Teatro) 25 settembre ore 20:00
La leggenda della Dea del Sole in quindici differenti versioni, coinvolgendo lettrici e lettori di tutte le età: “Non esiste mai un solo modo per raccontare una storia”.

FRANCIS SCOTT FITZGERALD (Non solo Reading) 6 ottobre ore 19:30
Gli anni della crisi, quelli che sconvolsero l’America e ferirono l’Europa, raccontati da un grande scrittore americano che scelse Parigi senza mai dimenticare le origini. A cura dell’associazione L’Altra P…Arte.

AYSHA (Teatro) 23 ottobre ore 20:00
La storia vera di una ex-soldato ivoriana, un percorso di “teatro civile”. Con Aida Talliente: danza, parole, domande, canto.

HAIKU (Ti presento un… libro) 10 novembre ore 19:30
Viaggio nell’immaginario dei generi letterari: la Casa Editrice racconta “Fantasy e Fantascienza”. Con l’editore Valerio Carbone e ospiti a sorpresa.

NEL TUO CUORE C’È LA PIOGGIA (Ti presento… loro) 24 novembre ore 19:30
“I quadri narrano? Cosa fanno vedere le parole?” La visionarietà artistica di Maria Rosaria Stigliano, pittrice, e le parole poetiche di “Nina”, il romanzo di Marisa Fasanella. Un viaggio nella creatività fatto di confronti incrociati e “confessioni”. Con “loro”, Sandra Giuliani e le persone libro di Roma.

 

Dettagli del Drugstore

Drugstore Gallery via Portuense 317, Roma

 

COSA

Dieci eventi culturali, appuntamenti teatrali nell’ultima domenica del mese e presentazioni editoriali/narrative il primo giovedì del mese, nella cornice che da anni accoglie e restituisce, amplificando, gli eventi culturali di Donne di Carta a Roma: il Drugstore Gallery Portuense. Più che un museo: uno spazio aperto alla narrazione.

“NarrAzioni” è un’opportunità di tradurre concretamente la curiosità e l’esigenza di vivere e abitare un territorio, le sue possibilità di lettura fruendo degli spazi e del Tempo.
Anno dopo anno, il Drugstore Gallery Portuense amplia la propria recettività, accogliendo – per restituirli alla comunità come patrimonio condiviso – contesti storici e archeologici il cui valore primario è dato da un Passato Umano ri-scoperto, curato, destinato a perdurare: esattamente quel desiderio profondo – tutto umano – di lasciare tracce, segni, parole con cui ci si racconta e ci si affida alle generazioni future.

“NarrAzioni” fruisce dell’occasione data, dalla Soprintendenza Archeologica di Roma a Donne di Carta, nel poter agire e “muovere” una programmazione culturale che corrisponda alla valorizzazione di uno spazio-contenitore denso e ricco come il Drugstore Gallery Portuense.

Dieci appuntamenti, da Aprile a Novembre.
Dieci opportunità di lettura: dieci opportunità di relazione.

 

COME

Tutte le date e gli appuntamenti sono riservati ai Soci e alle Socie di Donne di Carta.
Una programmazione culturale, estesa lungo tutto il 2016, è una possibilità concreta sulla quale basare una campagna tesseramenti, la voce di entrata economica basilare per una non-profit come Donne di Carta.
Non sono previsti ingressi a pagamento nelle 10 date di “NarrAzioni”. Piuttosto, è prevista una mirata campagna di tesseramenti con i quali sostenere e condividere la filosofia culturale di Donne di Carta.

“Sostenere e condividere” significa consentire.
Consentire a Donne di Carta di realizzare concretamente attività culturali centrate sul valore della lettura come diritto dell’essere umano a formarsi e a mettersi in relazione con.
Significa consentire a Donne di Carta un respiro ampio e diversificato nelle proprie proposte culturali, e attraverso il fare rete avvalersi della collaborazione di competenze operanti nei vari ambiti dei Beni Culturali.
Selezionando i soggetti coinvolti per la capacità e la cura nel rielaborare conoscenze e contenuti, riconoscendo valore alle competenze e ai saperi (punti di vista sul mondo perché non esiste mai un solo modo di raccontare una storia), l’Associazione Donne di Carta riconosce verso i soggetti non-soci coinvolti nella programmazione l’impegno etico nel corrispondere le competenze di ciascuna professione: artisti/e, registi/e, musicisti/e, attori/attrici, critici/che letterari/e, storici/che…
Competenze proposte dall’Associazione Donne di Carta che sono un’opportunità di crescita personale e collettiva. Lo stesso valore formativo che può avere un libro. Enciclopedie viaggianti.
Una circolarità e una mobilità di saperi e competenze dove la condivisione è il minimo denominatore comune, perché leggere sia – sempre e per tutte/i – una relazione.

Per tutto questo stiamo sperimentando anche la formula del crowfunding…

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… Permettici una parola su questa scelta: noi da sempre difendiamo la gratuità, convinte che l’economia del dono faccia bene alla Cultura, ma ci siamo accorte che spesso  viene percepita come assenza di lavoro, come non fatica, come un lusso di pochi. La gratuità in questo modo si trasforma in un disvalore.

Rendere accessibile a tutti/e un bene culturale è un’impresa che richiede competenza, tempo, energia. Produrre eventi che diano qualcosa alle persone implica serietà e cura. C’è dietro un lavoro, sempre.

Come soci di Donne di carta, il nostro lavoro fa parte del dono perché è una scelta volontaria ma l’impresa ha necessità: costano le trasferte, costano le professionalità, costano le attrezzature. Nella circolarità delle energie troviamo sempre partner che camminano sul sentiero del dono e questo ci permette di avere location fantastiche, collaborazioni impagabili. Ma un’impresa culturale per rendersi sostenibile ha bisogno di essere anche percepita come un tempo speso, con i suoi costi materiali e immateriali.

L’immateriale è gratuito, il materiale no.

E allora abbiamo scelto, per la prima volta, la formula della donazione: vuoi che tutto questo esista? fa parte dei tuoi desideri/bisogni? vuoi che le persone libro da tutta Italia vengano il 12 giugno con il loro carico di voci? vuoi che il Teatro e l’Editoria indipendente continuino a sperimentare tutti i discorsi possibili?

Se il tuo è un sì, sostienici. Perché ci permetti di restare LIBERE/I.

 

PERCHÉ e COSA

Due filoni proposti, suggeriti e alimentati da due componenti genetiche dell’Associazione Donne di Carta: la varietà dei linguaggi con cui leggere la realtà che ci circonda, e il fare rete.
Realizzare una cooperazione con tutti gli attori della comunicazione culturale: lettori, autori, editori, biblioteche, associazioni culturali, operatori e competenze dei Beni Culturali.

Nella varietà di linguaggi con cui leggere il mondo (nello spazio e nel tempo) il 2016 si apre anche al Teatro.
Leggere la realtà attraverso pagine e sguardi che prendono fiato, voce, corpo, oggetti.

 

Locandina- Teatro 24 aprile

Primo evento teatrale in programma

 

I quattro progetti teatrali selezionati e promossi dall’Associazione “Donne di Carta” rispondono alla valorizzazione della lettura

  • come strumento di apertura e confronto
  • come luogo di narrazione e partecipazione ad un patrimonio civile e sociale
  • come occasione per spostare il proprio sguardo verso un punto di vista altro.

“Non esiste mai un solo modo per raccontare una storia”

L’altro filone portante incontra gli obiettivi con cui l’Associazione Donne di Carta intende e propone un Evento Culturale.
Cinque date proposte: coinvolgendo scrittrici, artiste, case editrici indipendenti, associazioni culturali. E l’evento di Giugno, a metà calendario, realizzato da “Donne di Carta”.

 

Il Primo evento- Non solo Reading

Non solo Reading- a cura dell’Ass. L’Altra P…arte – Primo evento

 

Sei appuntamenti con cui Donne di Carta elabora o sostiene metodi e progettazioni culturali finalizzati a rendere accessibili tutti gli oggetti e i contesti di lettura, valorizzando la varietà e la specificità dei supporti, degli strumenti, dei canali e dei linguaggi espressivi utilizzati dagli Autori o presenti e caratterizzanti la realtà materica e materiale.

Porre come obiettivo l’accessibilità significa eliminare, nella proposta culturale, qualunque elemento di limitazione. Più precisamente: significa progettare eventi intendendo lo spazio e il tempo come aperti (che è diverso dal dire “fare un evento all’aperto”).
Uno spazio aperto che consenta, nella lettura, l’ampiezza e l’effettiva percorribilità intellegibile di un contesto culturale.
È sull’accessibilità che si verifica la validità di una politica culturale: rendere fruibili tutti gli oggetti di lettura ne valorizza presenza ed esistenza.

Acquisire la consapevolezza che l’intera realtà che ci circonda è a portata dei nostri strumenti di lettura significa che nessun libro scritto nelle Cose potrà rimanere chiuso.
Nessun oggetto di lettura (naturale e/o artificiale) potrà considerarsi deperibile, se oggetto d’interesse di generazioni di lettori passate, presenti e future.

Se è vero che chi partecipa degli eventi dell’Associazione Donne di Carta legge i libri scritti dalla o nella realtà delle Cose, è altrettanto vero che questi testi e ipertesti proposti nell’evento non possono non tener conto delle regole antiche della narrazione.
C’è una parola che sintetizza efficacemente gli intenti di una narrazione e della costruzione di un evento. E’ anche una premessa, un atteggiamento di fronte alle Cose, allo Spazio e al Tempo.
Questa parola è: cura.

 

“Chi legge si mette in gioco, tra immedesimazione e proiezione,
alimentando la naturalità del pensiero narrativo.
Chi legge abita più vite, più spazi e più tempi possibili
relativizzando il proprio essere “qui, ora”.
(Carta dei Diritti della lettura, p. 15)

 

 

Maria Rosaria (Roma)

 

Per fortuna… c’è (anche) un cane

Sala Terzani (e già questo dice molto), Biblioteca San Giorgio (un luogo d’eccellenza sotto la guida di un management femminile), Pistoia, una cittadina toscana di cui ancora conosco solo la stazione (mia colpa).

11 marzo: incontro sulla lettura e sulla Carta dei diritti della lettura (art.6 in particolare) con i ragazzi e le ragazze (in maggioranza) di alcuni Licei coinvolti nell’operazione “persone libro” a cura del gruppo di Donne di carta pistoiese/fiorentino e con la complicità delle insegnanti (stupende) e di una mitica libraia (grazie!).

Io non so parlare solo di libri quando parlo di lettura, mi spiace. Tra tutte le cose da leggere, i libri non hanno per me un posto dominante. Io ho imparato a leggere grazie alla voce di una madre: ero piccola, in braccio a lei appoggiata alla sua spalla destra; camminava con me, appesantita, e indicava uno ad uno gli oggetti dentro la casa, poi le cose fuori, poi la mia faccia, la sua, e dava a tutto un nome.
Quella voce che nomina il mondo, e attraverso i nomi lo inventa, mi ha insegnato a leggere. E ho imparato, così, che quello che ci rende liberi/e non è credere in qualcosa o essere portatori di una verità comune, quello che ci rende liberi/e davvero è l’immaginazione.

E’ una pianta, l’immaginazione: va nutrita, va curata, perché cresca più alta della nostra statura.
Non basta dire nella stessa lingua “la luna è alta sul colle” per vedere tutti/e la medesima luna: è piena, una falce, bianca o sanguigna, di giorno o di notte… Non è un difetto della luna essere tante cose diverse o un’imprecisione della frase: più povero è il nostro vissuto, meno parole abbiamo per descriverla e meno varietà di lune vedremo. (A volte pensare tutti/e la stessa cosa non è segno di verità).

Ogni lingua ritaglia una sua visione del mondo: la parola che ci dici, ora, ragazzo timido in moldavo, ragazza ancora più timida in arabo, per noi che ascoltiamo, è soprattutto suono: ed è meraviglia la varietà delle forme con cui cerchiamo di uscire dal silenzio.
Il significato delle parole viene dopo, se ci racconti quello che hai detto (tu in moldavo, lei in arabo) ma il senso è chiaro, perfetto, fin dall’inizio: perché è la traiettoria della relazione inventata, desiderata, cercata, ottenuta tra chi dice e chi ascolta.
Ha il medesimo peso se tu, ragazza, usi suoni italiani – con accento toscano – perché prima di ogni significato quello che ci arriva è il respiro.
C’è una differenza tra il respiro di una parola detta a memoria e una parola detta leggendo: chi dice a memoria conserva sempre il silenzio dentro i suoni.
E il silenzio respira.

Avrei potuto cercare storie incredibili per raccontare che ogni parola nella sua vocazione vera all’ascolto è il mattone del rispetto ma basta quella ragazza, costretta a movimenti limitati sulla sua sedia a rotelle, che chiede di essere spostata e rivolta verso tutta la sala perché quello che ha da dire non è una risposta solo a me: è per tutti/e.
Ecco, il rispetto è muoversi fuori da se stessi.

Questo è stato il modo bislacco con cui ieri abbiamo indagato le ragioni che hanno fatto nascere la “Carta dei diritti della lettura” di Donne di carta (non so se siano ragioni del cuore o dell’intelligenza, scopritelo voi).
Un manifesto di tutti coloro che vogliono leggere, questo sì. E che cercano complici e compagni di strada.
“Se per voi è importante – ho detto – firmatela, ma scegliete di farlo perché leggere serve esattamente a questo: imparare a scegliere”.

Io non so parlare solo di libri quando parlo di lettura, mi spiace. Quello che so fare è raccontare storie che amo. E avere come ascoltatori dei giovani intorno mi regala più tempo di quello che ho perché è il destino di ogni storia vivere più a lungo di chi la dice.
E una storia consegnata ha una ricchezza in più: tutte le voci diverse che la racconteranno a modo loro.

(Secondo me quella luna, alta sul colle, si sta facendo una grande felice risata perché tra le persone libro toscane finalmente c’è anche un cane).