SCULTURE PER IPAZIA XIII – Giornata del Contemporaneo

Anna e Silvia raccontano…

Sabato 14 ottobre ore 15,30, nel Giardino intitolato ad Ipazia di Alessandria, temperatura intorno ai 30 gradi, il COMITATO IPAZIA PER LA LIBERTA’ DI PENSIERO (nato l’8 marzo 2017 dall’incontro tra nove realtà associative della Capitale) ha festeggiato la Giornata del Contemporaneo in cui A.M.A.C.I.(Associazione dei Musei di Arte Contemporanea Italiani) inaugura ufficialmente la stagione d’arte in Italia.Una collettiva di sculture allestita nel giardino a Tor Sapienza è stato il nostro omaggio di bellezza, arte e cultura alla scienziata alessandrina.

L’incontro è stato aperto da una breve introduzione dello scrittore e saggista Adriano Petta che, partendo dalla sua appassionata ricerca sulla scienziata alessandrina, ha sottolineato l’importanza di dare il rilievo che meritano a tante donne, scienziate, filosofe, artiste, trascurate dalla storia ufficiale.

Come mancare questo appuntamento quali partner del Comitato? Ebbene, oltre le belle sculture esposte dagli artisti: Paolo Camiz, Alessandro Carlevaro, Maurizio Gaudenzi, Roberto Marino, Enzo Sartori, Antonio Taschini, noi Persone Libro siamo state ben felici di donare brani dedicati ad Ipazia e tratti
da: “Libro di Ipazia” di Mario Luzi e da “Ipazia, la vera storia” di Silvia Ronchey.

 

 

Eravamo Silvia ed io a dire questi brani e, con noi, anche Lina che, da super esperta e dedita alla storia ed alle scoperte scientifiche di Ipazia, ci ha regalato una bella bibliografia sulla filosofa alessandrina.
Le canzoni interpretate poi dal sempre presente e simpaticissimo “Quadracoro” , realtà del territorio che svolge una pregevole opera di sostegno culturale in quella parte di Roma, ha concluso un pomeriggio di festa, di incontri, di amicizia.

 

Arrivederci a presto caro Comitato, siamo sempre felici di esserci: stiamo camminando sulla stessa via, nel bel giardino che siamo riusciti a far intitolare ad Ipazia. Proprio come lei, anche noi, tutti insieme, ognuno nella propria specificità, riesce a portare un soffio di cultura.

Diceva Ipazia: “ Insegnare è stata la cosa più bella della mia vita, mi sembrava un modo per rendere vivi gli argomenti che avevo imparato. Amavo insegnare per strada, alle persone qualsiasi, a chiunque incontrassi e volesse sapere qualcosa sui filosofi del passato, sulle loro idee. Indossavo il mio mantello e uscivo per le vie d’Alessandria. Ecco quello che più mi manca della vita…” (da “Ipazia e la musica dei pianeti” di Roberta Torre).

Anna e Silvia

Annunci

Dopo Portogruaro… grazie e arrivederci!

Portogruaro, 7 e 8 Ottobre 2017: incontro dei referenti delle cellule e coperta-aperta alla Libreria Todaro

 

Care/i referenti,
appena rientrata sento la necessità di rivolgervi un pensiero riconoscente per le belle ore trascorse insieme, per la gioia scaturita dalla grande condivisione di questo incontro che ha visto “protagonista” non le singole persone ma l’entusiasmo per l’attività, la voglia progettuale delle cellule, il meraviglioso racconto del loro “fare”…. che si è concretizzato nell’atmosfera magica della coperta dove le voci sono diventate un’unica voce…. che davvero ha trovato difficoltà a spengersi!
Lo sapete, non sono donna di parole ma di azione e quindi vi ringrazio perchè mi sono sentita davvero strumento di un meraviglioso progetto, che sta camminando alla grande proprio perchè ognuno sta portando il suo contributo, diverso e ugualmente importante e poi, mie/i care/i, che dire della meravigliosa accoglienza della cellula veneta, dell’impeccabile organizzazione?
Le mie braccia diventano grandi grandi, lunghe lunghe per accogliervi tutte/i
buonanotte
Anna

Carissime/i,mi associo alla mail di Anna. Ci sono momenti che fissano emozioni, convivialità, entusiasmo, risate, parole da portare con se in uno scambio dono reciproco.
Portogruaro è stato questo, ma non solo.
Un saluto speciale a chi ci ha accolto e grazie.
Rosa

Salve Donne meravigliose con cui abbiamo (io e Roberta) condiviso momenti gioiosi e ricchi sotto ogni punto di vista. Un grazie a tutt* e, in particolare, alle/ai venet* per la genuina e calorosa ospitalità e per averci dato l’opportunità di conoscere una zona bellissima ed interessante che non conoscevo ( a parte Venezia, che ho rivisto per due giorni consecutivi!).
Un grande abbraccio in attesa di rivedervi, speriamo presto!
Maria

Care amiche e cari amici d’ avventure,
perché avventura della mente e dell’ anima si chiama la nostra militanza ( come mi garba ‘sto nome!. .) in Donne di Carta, vero?
Se l’ avventura è un esperienza entusiasmante e inusuale, frizzante e stimolante, che esalta il piccantino delle azioni, che rinnova l’ entusiasmo e la volontà nel cammino verso le mete, senza perdere il gusto del percorso e della scoperta….allora l’ avventura caratterizza l’ Associazione, care/i mie!
A Portogruaro abbiamo vissuto la presenza nell’accoglienza e nella gentilezza , dentro un’ organizzazione impeccabile ma lieve, che tiene e che libera. Grazie.
A Portogruaro ci siamo rivelate nella crescita, nell’ entusiasmo e nella realizzazione di noi e di altre/i, atti che prendono corpo nelle realtà dei nostri territori, attingendo alle mille forme di creatività, di relazione, di conoscenza e intenzione e che sappiamo far nascere intercettare e promuovere. Grazie.
A Portogruaro le gru- cicogne, simbolo delle nascite e della creazione vitale femminile, alte nello stemma della città quanto il campanile, e anzi con le zampe sopra di esso a volerlo ….trattenere e sottomettere, per niente in soggezione dunque, di fronte ai simboli di una legge (e che legge!) a loro estranea, mi hanno fatto riflettere, con allegria, sui debiti che ho con voi, care donne e in più di carta!
Con voi mi (ci!) identifico, mi leggo e “mi dico” senza nessuna identità assegnata né simbologia che non mi appartenga, insomma come dice Adriana Cavarero mi sento valorizzata nel “di più conosciuto di voi altre ” attraverso una relazione tra donne (vedi Teresa che non tutto è perduto!) che prevede la disparità e il debito, ovvero il porsi con le altre in una rete mobile di dipendenze e ri-conoscenze.
Relazioni nutrienti, spesse, vitali, seducenti.
Perciò vi bacio.
Daniela

No, niente è perduto, Daniela.
Niente si può perdere quando cresce nella relazione, nell’ascolto, nelle parole dedicate. Niente si può perdere quando nasce dal desiderio, come il nostro progetto e come la nostra militanza. Come la voglia di stare insieme e camminare verso possibilità ancora da scoprire.
Grazie, a tutte e tutti per l’autenticità che ogni volta riempie il cuore.
E ora, in marcia verso Siena…
Vi abbraccio,
Ter

Carissime e carissimi,
vi ringrazio per questo weekend ricco di emozioni, condivisione e amicizia. Sono stata benissimo e Portogruaro è stupenda!
Non vedo l’ora di rivedervi.
Un abbraccio a tutte e tutti voi,
Vanessa

Mi accodo nell’esprimere gratitudine per l’accoglienza ricevuta e per il tempo bello passato insieme!!
Stefi

Da Napoli, da parte mia e di Teresa, un abbraccio circolare a tutt*, grazie alle amiche e agli amici della cellula del Veneto Orientale per la loro precisione, per l’accoglienza, l’affettuosa cura che hanno avuto di noi.
Grazie a tutt*, emozionante banda di persone ricche di emozioni, e allegria, e voglia di tutto. Insomma, ci siamo proprio divertite, siamo state bene, ci siamo arricchite! (sto parlando a nome di Teresa e mio) e allora, in marcia per il palio dei libri il prossimo anno. .
Alle amiche senesi, dico che se serve aiuto, anche da Napoli, noi ci siamo. Perché noi-come Le/i soci del Veneto orientale, sappiamo bene che è assai faticoso. Teresa Lucente e Roma, e chi altro può, inviateci le schede dei progetti con bimb* e ragazz*. Vi amiamo tutt*.
E anche senza mozzarella e pastiera, il Veneto ha un suo fascino. E Portogruaro è bellissima.
Baci
Giovanna

Devo dire ancora una volta bello, ora come prima.
Un abbraccio a tutte/i e ad un prossimo incontro, spero a breve.
Paola da Arezzo

Grazie a tutt* voi per aver portato, insieme al sole, il calore e la passione per il progetto e il contagioso piacere della schietta, costruttiva, condivisione e dello stare assieme. La nostra comune passione si declina in amicizia e questa ci dà nuova forza ed energia. Grazie.

Ornella

Mi associo ad Anna e saluto tutta la compagnia.
Un ulteriore grazie ai compagni/e d’avventura di Portogruaro.
Marilena

Grazie Anna delle belle parole che condivido pienamente.
Grazie Ornella, Grazie Paola, Grazie Maurizio, Grazie Pier e insomma grazie a proprio tutti voi comprese le libraie della libreria Todaro (che bell’ambientino vi siete scelto per le coperte!). Sono stati due giorni non solo di incontro ma anche di fotografie, di visite guidate nella vostra bella Portogruaro, di risate, di abbracci e di tanta nostalgia nel lasciarvi.
Arrivederci…vediamoci più spesso….
Anna Delfini

Dormivo stanotte, sì, ma ero quasi sveglia, ancora presa dalle tante voci di questi due giorni.
Per me è stata la prima esperienza corale con le PL. Nutrientissima.
Grazie
Rosa Maria

Vorrei dirvi che una parte di me è ancora nell’intimità splendida “sottocoperta” di Portogruaro…
Che respiro ancora la cura delle Persone tutte che ci hanno accolto a Portogruaro.
Che una riunione di un pomeriggio non basta…ma le osservazioni di tutt* hanno valore.
Che il confronto troverà strade, percorsi e soluzioni condivise. Sempre.
Che in ogni parte d’Italia io mi trovi…siete tutt* presenti.
In ogni parola e ogni passo che muovo grazie a “Donne di Carta”.
Vi abbraccio, forte.
Maria Rosaria

Mi unisco anch’io. Le parole sono importanti, ed è bello stare in compagnia di chi lo pensa, e prova piacere a condividerle.
Grazie a tutte ed a tutti voi per avermi fatto sentire così bene. Ed alle Persone Libro del Veneto per la calorosa e meticolosa accoglienza.
Aspettando la prossima …
Un caloroso saluto
Mario

Cara Anna,
è stata un bella occasione per condividere e per conoscerci un po’ meglio. Un grazie particolare e affettuoso agli amici di Portogruaro che non hanno lasciato al caso nessun dettaglio, e a te per la macchina organizzativa che hai messo in azione e per la sua conduzione.
Un abbraccio affettuoso e… Ci si vedeee!
AleMaggi


La prima volta in Campania

Sant’Antimo (NA) – Liceo Scientifico Laura Bassi
22 novembre 2016

La prima volta di noi Donne di Carta della Campania: un liceo, ragazzi fra i 16 e 17 anni, adolescenti pieni insomma. Diamine, si comincia subito dal difficile.

Ci hanno chiamato le due professoresse che hanno partecipato all’incontro nel Piccolo Refettorio di San Domenico durante il Raduno Nazionale delle Persone Libro, Angela e Luisa. Il fascino delle Persone Libro ha colpito ancora, e ora tocca a noi – Angela e io – andare e “diffondere il verbo”… e pure qualche aggettivo.

Contro di noi: la nostra prima volta, forse non la prima volta che parliamo in pubblico o che ci rapportiamo con un gruppo, ma la prima volta che andiamo a rappresentare l’Associazione; un plotone di ragazzi dei quali non conosciamo la disponibilità nei nostri confronti, nell’età più difficile, l’età della sfida, e parlare loro di leggere, del diritto alla lettura, sappiamo già che sarà come convincere degli esquimesi che non possono vivere senza ventilatore.

A nostro favore: l’idea che siamo parte di un gruppo di persone speciali (per osmosi, un po’ speciali lo siamo anche noi); la convinzione che parlare di lettura, della Carta dei Diritti, del progetto Fahrenheit 451 sia importante; sapere che Luisa e Angela, le loro prof., hanno già annunciato la nostra presenza e quindi siamo già state presentate.

Enorme responsabilità, quindi, nei confronti delle professoresse che ci hanno invitato, nei confronti dell’associazione che verrà conosciuta e apprezzata o rifiutata tramite noi, e la più importante: quella nei confronti dei ragazzi.

Il primo impatto ci restituisce l’impressione di un gruppo numeroso di ragazzi non rassicurante, ma di straordinaria educazione. Chiediamo di spostare i banchi, per poter stare seduti in circolo togliendo quel clima da lezione scolastica che metterebbe distanza e diffidenza: lo facciamo insieme, e già notiamo come siano disponibili e tranquilli. Siamo stretti, nel circolo, l’aula è piccola e loro sono tanti; e l’orario – sono le 15.00 – non è dei migliori. Dopo tante ore di lezione, e magari pure con un panino al volo sullo stomaco, stare fermi non si può.

Ci presentano, ci presentiamo e presentiamo Donne di Carta, brevemente, e mi lancio proponendo una esperienza fisica. Chiedo loro se ne hanno voglia, ovviamente, mentre continuo a ripetere quasi ossessivamente che – chiusa la porta e fatto il circolo – abbiamo lasciato fuori giudizi e valutazioni scolastiche, che le professoresse sono nel cerchio come noi, tutti in gioco. Non penso minimamente che si fidino delle mie parole, ma a forza di ripeterlo magari possono pensare che lo credo veramente.

Trucco derivato dalle mie conoscenze di bioenergetica: li faccio camminare per la stanza, chiedendo di concentrarsi sui piedi, sul pavimento, di registrare che sensazione ne hanno. Poi, cambio registro: ora state camminando su una lastra di ghiaccio, della quale non sapete lo spessore e la consistenza, la capacità di reggere il vostro peso.
I loro movimenti si fanno improvvisamente più lenti, cauti, sembrano spiazzati e impacciati. Ci rimettiamo seduti e chiedo se hanno sentito una differenza, cosa hanno provato quando ho suggerito che stavano camminando sul ghiaccio. Paura di scivolare, insicurezza… quasi tutti sono concordi. Ma: quanti di voi hanno mai davvero fatto l’esperienza di camminare sul ghiaccio, chiedo io. Ridacchiano, al massimo sono andati sulla pista di ghiaccio del Centro Commerciale, sui pattini. Forse qualcuno è andato a sciare, ma camminare su una lastra di ghiaccio non è davvero un’esperienza che abbiano vissuto.
Allora, incalzo, come avete potuto provare quello che avete raccontato: insicurezza, paura, sensazione di perdere l’equilibrio. E davanti agli occhi un po’ stupiti e con il retro pensiero “ma-questa-dove-vuole-andare-a-parare”, dico: l’avete LETTO. Forse non su un libro, ma nel racconto di qualcuno, in qualche film o serie tv, in un video, o in un fumetto.
Continuo: e l’informazione che avete avuto (letto), non la ricordate a livello cosciente, con la testa, ma come EMOZIONE.
Ecco cosa è la lettura, è emozione. E le emozioni sono quello che ci permette di stare al mondo, di sopravvivere, di salvarci la vita anche. Per questo Leggere è necessario, ed è un diritto vitale, perché ci da la capacità di stare nel mondo e di interagire con l’esterno.
Una ragazza mi guarda sbarrando gli occhi e mi dice un po’ sconcertata: “ma non starà dando un po’ troppa importanza alle emozioni?”. Le rispondo che se usiamo solo la testa rimaniamo dentro di noi, mentre le emozioni ci mettono in relazione con l’esterno, ci danno la possibilità di trasformare gli impulsi elettrici, che il cervello elabora in informazioni, in movimento e di vivere quello che abbiamo dentro portandolo fuori. E’ troppo grande e troppo giovane per aver visto il film “Inside Out”.

Forse ho esagerato, ma almeno li ho un po’ incuriositi, spostando il tiro da quel che loro pensavano o sapevano di trovarsi davanti. Certamente non si aspettavano di sentirsi dire che leggere è una esperienza fisica, e non solo mentale.

Tocca ad Angela ora, presentare la Carta dei diritti della lettura. E’ molto emozionata, ma tanto convinta di quello che dice da riuscire a trasmettere la sua passione e il contenuto degli articoli ai ragazzi con grande espressività.

Durante il doveroso break, che chiamiamo anche per raccogliere un po’ le reazioni, i ragazzi fanno domande, chiedono soprattutto di lei. Forse io li ho un po’ intimoriti.
Mi avvicino io, ad un ragazzo che sembra un po’ più diffidente degli altri, ma sempre molto attento. Mi dice con tono vagamente di sfida: “parlate solo di libri, ci sono anche la TV, il computer, altri strumenti….”. Gli do pienamente ragione, e gli ricordo che abbiamo appunto detto che tutto è oggetto di lettura, che leggere è solo trasformare dei segni in informazioni, e i segni sono tanti, o meglio, tutto è segno e ci porta informazioni che possiamo leggere e utilizzare. Ma… perché un ma c’è sempre: spesso le informazioni che raccogliamo dagli altri mezzi sono più “volatili”, e diventano datate, invecchiano: mentre le parole dei libri riescono ad attraversare il tempo. Faccio l’esempio di Fahrenheit 451 (ne parlerò dopo poco): il libro, dopo più di 60 anni, è ancora un libro di fantascienza, il bellissimo film di Truffaut appare quasi ingenuo nel rappresentare un futuro che per noi è ormai preistoria. Non è convinto, ma mi sembra possibilista. Almeno, lo spero.

dscn3022pix

Arriviamo al clou: le Persone Libro e Fahrenheit 451.
C’è persino un ragazzo che sa cosa è “Fahrenheit 451”: incredibile! Il progetto, le “regole”, il metodo, e proponiamo di andare “sotto la coperta”. Accettano senza battere ciglio, e non c’è neanche una risatina di imbarazzo mentre facciamo il gesto rituale di afferrare i lembi della nostra coperta virtuale, di sollevarla, di radunarci sotto di questa. “Trasmetteremo i libri ai nostri figli…” inizio. Poi Angela è una poesia di Joyce. Pause di silenzio, e con un po’ di imbarazzo si lancia anche l’altra Angela, la professoressa che è ormai pienamente una persona libro. Qualche esitazione, e una ragazza dice. Le chiedo se vuole provare a ripetere, cercando di respirare e lei si presta. Alzo il tiro, e chiedo ad uno dei ragazzi come gli è sembrato, se ha notato una differenza. E poi un’altra: e un compagno rende la sua percezione, suggerisce. Ancora un paio di loro, e Luisa, l’altra professoressa. Quando chiedo ai ragazzi di dare la loro “critica”, non si tirano indietro, ma non sembrano neanche animati da spirito di rivalsa. Andiamo avanti per un po’ ancora. Qualche domanda, qualche impressione, qualche altra ragazza che dice una frase o due. Veniamo fuori dalla coperta. E salutiamo.

dscn3020pix

Quasi due ore. Molte. Ci chiediamo silenziosamente come è andata. Le nostre amiche professoresse ci accompagnano a conoscere il Dirigente, e poi ci salutano. Sembrano soddisfatte.

Ci dicono che Laura Bassi, alla quale è intitolata la scuola, è una delle prime donne scienziate, una bolognese del ‘700 che non potendo avere cariche accademiche si inventò una scuola privata, personale. E questa ci sembra la scuola giusta per iniziare.

Già dal giorno dopo, pubblicate le foto su FB, sappiamo che è andata bene: molti mi piace, anche dei ragazzi, una si scusa per non esserci stata e ci chiede quando torniamo. E la telefonata della professoressa Angela: quando tornate? I ragazzi vogliono vedere il film Fahrenheit 451, sono stati contenti. “Ipnotizzati da voi”, addirittura.

Siamo partiti! Migliorare: si può. Andare avanti: si deve.

Emozione e Commozione: andiamo fuori, andiamo con.

Giovanna Marrone

dscn3023

Continua a leggere

Ti ho amata per la tua voce (backstage)

Perdonatemi. Di solito uso il nostro Blog per condividere nel racconto un evento che si è svolto, mai ho sentito la necessità di un’anteprima anzi, di una brevissima anticipazione. Sarà il titolo, che insiste su quelle corde del cuore che ci trovano unite in questo progetto bislacco dell’imparare a memoria e del dire usando la propria voce o sarà perché è un evento che fa accadere cose… come, per esempio questa: il creare insieme.

Debito d’onore, sempre, dire i Nomi Propri, per statuto di esistenza e per noi donne, spesso, di r-esistenza.

L’idea, dunque, parte da Maria Rosaria, socia romana, che è in realtà l’ideatrice di tutta la battaglia navale di “NarrAzioni”, di cui questo evento è parte, ma mentre gli altri appuntamenti sono anche occasioni di conoscenza dell’altrui “arte”  (il teatro di Aida Talliente, di Ambra Viglione, di Amaterasu… ) e/o di altre formule di condivisione della cultura letteraria (l’associazione l’Altra P…Arte, le case editrici Kogoi e Haiku, la pittura di MariaRosaria Stigliano e le parole stupende della scrittrice Marisa Fasanella) che incontreremo presto, “Ti ho amata per la tua voce” nasce e vive “in casa”, chiama a raccolta  Donne di carta tutta: il suo saper fare e il suo voler dire.

Narrazioni.def

Locandina di NarrAzioni

Maria Rosaria è presuntuosamente convinta che questa “casa” sarà in grado di accogliere l’azzardo di raccontare il legame d’amore tra artiste di oggi e “personagge” di ieri (termine che rubo da Anna Maria Crispino perché “esatto” per indicare queste “compagne dei secoli passati”). Un legame che spesso è doloroso: “solo se tu mi racconti io r-esisto“.  Costrette entrambe, chi dice e chi è detta, ad attraversare la non memoria dei secoli e dei luoghi. Minori sempre, noi, ai margini del silenzio.

Dare voce, dunque. In fin dei conti dare voce a chi una voce l’ha avuta e con questa voce ha fatto innamorare, perché Giovanna D’Arco, Ildegarda, Artemisia hanno segnato con fiato e con opere il loro passaggio su questa terra… chi con la spada, chi con la luce e chi con il pennello, e, tra loro, forse l’unica mutola è quella Pia che porta in sé la consegna amara di quell’esser “murata” che ancora e ancora uccide ogni donna se l’amore dell’uomo non ne è all’altezza.

20160522_210153

Le compagne dei secoli scorsi e le loro cantastorie

Voce restituita e raddoppiata dalla poesia, dall’immagine filmica, dall’opera in musica, dalla scrittura: ecco che avanzano nell’ordine Maria Luisa Spaziani, Margarethe Von Trotta, Gianna Nannini e Anna Banti. Nomi di Donna, per un “femminile plurale” come dice, appunto, Maria Rosaria.

E questo femminile moltiplica la sua pluralità negli accenti regionali con i quali le persone libro rispondono all’appello  “solo se tu mi racconti io r-esisto”; una vera e propria “chiamata”: da Bari, da Cagliari, da Firenze, da Siena, da Valdarno… voci per un coro che trova qui risposta nelle persone libro di Roma.

Bello, certo, e fin qui sarebbe una splendida occasione di quasi raduno “nazionale” –  ma il plurale, una volta lanciato, fa come i cerchi nell’acqua: dilaga e non sai mai cosa s’impigli nell’onda.

L’onda è Patrizia, carica di casse e microfoni, che inventa un video mozzafiato su Giovanna sul quale monta una sua opera in musica, spinta dalla voglia comune di ridare vita alle cose. E questo sì che mi commuove, anche per un brano di vita che ritorna come un tocco sulla spalla: “ehi, tu… ricordi?”.
L’onda è Antonella che dopo i Megalibri dell’evento precedente ormai dipinge, ritaglia, incolla… ispirata, e si fa nascere dalle mani le sagome d’una Giovanna perplessa e d’un’altera Ildegarda quasi ad altezza media del genere femminile (almeno la mia).

IMG-20160602-WA0009

Giovanna D’Arco

IMG-20160605-WA0001

Ildegarda Di Bingen

L’onda è Nicoletta che connette cavi e video, e smadonna, e sposta e risposta il mondo alla ricerca della quadratura: l’efficienza tecnica di ciò che abbiamo (poco) e le esigenze (molte) della regia.
L’onda è Alessandra che porta su e giù i suoi computer e i suoi Bose, avanti e indietro, e poi una sera, finalmente in quiete, inventa una locandina morbida come un tessuto.

12giugno

L’onda sono le archeologhe del Drugstore: Laura, Sara, Vanessa, che si preparano i testi su tombe e mosaici, ossa e scavi come se finalmente il museo tornasse un luogo da scoprire, di letture e riletture e non di assuefatta conservazione (e la vedo da qui, Carmela, che senza dir nulla riattiva circuiti dismessi e recupera filmati anche lei preda di questo comune riportare in vita).

20160522_205851

Dettaglio del ritrovamento di un corpo conservato al Drugstore

L’onda sono le persone libro che si distribuiscono le “parti” ognuna a casa propria e ripetono ripetono quelle parole che non avranno più silenzio.

Angela di Bari
Roberta di Cagliari
Maria di Cagliari
Anna di Firenze
Rosamaria di Firenze
Alessandra di Roma
Luciana di Roma
Antonia di Siena
Daniela di Siena
Carla di Siena
Donatella di Siena
Giulia di Valdarno
Daniela di Valdarno

L’onda sono Giovanna e Mariateresa pronte a fare da supporto a ogni gesto, e luce, e cavo e ripresa, e catastrofe temuta.

L’onda è lo staff del desk: Emanuela, Luisa, Anna, Letizia tra le quali mi aspetto piombare giù Bruna dalle sue terre aquilane a dar manforte e regia e Ginevra accorrere con il suo foulard sventolante.

E l’onda, chissà se anomala, siamo noi 4 nei panni delle “guide”: io per Giovanna, Teresa nelle sue vesti di antropologa per “Ilde”, Maria Rosaria stessa a sfogo della sua passione per Banti e infine, il dono-presenza di Luciana Biondi, la mitica conduttrice radiofonica che molte di noi hanno amato come virgiliana guida nell’universo della musica rock, pop, rap di ogni tempo e luogo, e che ci condurrà nell’opera di Gianna Nannini-De’ Tolomei.

“Facciamo finta che…”: ed è un bel gioco. Nel reame del possibile ogni storia fonda la sua esistenza ma il patto vero è che la storia detta sia ridetta ancora, e circoli, e viaggi. Perché ogni tempo remoto sia sempre tempo del “qui e ora”. Perché narrare è far accadere di nuovo. E se c’è un silenzio che uccide, c’è un altro silenzio che prepara la vita.

[Grata a questo fare plurale. Il nostro crowfunding non ha funzionato, sappiatelo!… ma è arrivato comunque un carico di… bellezza].

 

Ma solo per amore?

5 maggio (compleanno della nostra tesoriera)

 

Fare cultura è (anche):

    un sistema audio che non si spenga e renda il suono per come è stato registrato…

Fare cultura è (anche) un problema economico.

Niente di più facile, quindi, avere come esempio immediato della necessità di un crowfunding, quei minuti d’attesa, trepidanti, che rischiavano di farci dire alla gente intervenuta: “scusate, signori e signore, ma mimeremo il video per non recar dispiacere a chi quel video l’ha prodotto per non essere assente”.
Credo fermamente, ci credo, a una Dea ex machina delle Donne di carta, e la bene-dico.

Come da rituale, l’evento dedicato alla Collana Ex libris di Kogoi edizioni viene subito dopo la visita guidata alla necropoli che ogni volta raccoglie adesioni numerose.
La gente che si siede in sala, dopo, ha quello sguardo e quella rilassatezza di chi ha provato stupore e lo trattiene (brava anche Maria Rosaria Ambrogio, archeologa).
E forse è proprio quella rilassatezza che crea accoglienza e dà il giusto “la” a tutto l’evento che si snoda in modi e tempi naturali, lenti (forse un tantino troppo, mi scuso per qualche sbavatura) conservando una sorta di intimità che le voci delle persone libro hanno saputo regalare in quella penombra.
Voci leggere e calde, mai ostentate, accanto ai Libri Giganti che Antonella Fortunati ha costruito per ricordare a tutti che siamo sempre in quell’ombra anche quando diventiamo luce.

libri

I Classici: quelli che tutti dicono di avere letto, e non è vero. Quelli di cui tutti conoscono le trame e i personaggi senza averne mai sfogliato le pagine. E non è questione di lettori forti, deboli o non lettori, anche tra noi che amiamo leggere ci sono pagine che non siamo riuscite – pigrizia, mala-educazione? – ad affrontare.

Quei Giganti in scena non sono minacciosi, sembrano piuttosto dei balconi sui quali le persone libro appoggiano la loro voce fidandosi di una memoria costata tempo e dedica, restituendo all’oralità quel senso dell’aria come veicolo naturale di storie.
Resta vuoto eppure presente il leggìo di ferro in mezzo alla scena.
Le voci sono sguardo. E la gente in sala le guarda.

Dietro a ogni voce un breve sunto di immagini filmiche a omaggio raddoppiato alla trama, al personaggio, al tempo di durata e di successo del libro e dell’autore.
Apre La Storia, e il filmato racchiude tra le scene storiche anche quelle domestiche e private della lettrice che ha composto il suo librino su quel Gigante: il nonno tra le macerie di San Lorenzo, lei stessa bambina, perché di guerra e di bambini quel libro narra.
Seguono Madame Bovary, Moby Dick, Tre uomini in barca, Artemisia e poi il circolo magico si chiude con le parole trovate da Calvino per ricordarci che ogni rilettura è un atto di ricreazione del mondo e di noi stessi/e.

Non necessariamente un classico ci insegna qualcosa che non sapevamo: alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo o creduto di sapere ma non sapevamo che l’aveva detto lui per primo. E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta di una origine, di una relazione, di una appartenenza. Naturalmente questo avviene quando un classico funziona come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore.

Sfila via la parte emotiva ed emozionale della serata: anche l’applauso è “raccolto” come se nell’aria qualcuno avesse disegnato una linea da non superare, perché “oltre” le parole diventano rumore e chiacchiera.

E resta quindi nei toni amichevoli anche la conversazione con quei tre autori presenti, due donne e un uomo, che hanno accolto la sfida di navigare nelle pagine amate raccontando le ragioni personalissime di un legame.

inscena-autori

Da sx, Zacchini, Pisciottani, Ambrogio  in video: Finocchi, Pontuale

Sono ragioni sempre legate al tempo, quello della lettura: la prima, da giovani; la seconda, da adulti; quello della crescita, e nella misura di quella distanza per ognuno/a di loro il libro resiste, rivela, conferma e consola: specchio al volto svanito di ieri, profezia del volto che sarà.

Domande dal pubblico poste dalle stesse persone libro ai sedicenti lettori/autori: la voce de La Storia che interroga Simona Zacchini; la voce di Moby Dick che provoca Marco Pisciottani, e infine la voce, dall’inconfondibile accento toscano, di Artemisia che sollecita Maria Rosaria Ambrogio, questa volta di altri “panni” vestita.

Persone libro e persone – come dice Dario Pontuale, co-curatore della Collana e autore di un Ex libris su Madame Bovary, dall’alto dello schermo nella sua presenza virtuale – che si sono resi autorevoli perché hanno in mano la patente di lettori.

Voci di fiato e voci di pagina. Non a confronto, anche se accade che chi scriva su un libro amato tenda a imitarne lo stile. Lineare lo scritto su La Storia; impegnativo e filosofico quello su Moby Dick; lirico e dialogico quello su Artemisia.
Anche lo stile di Vanda Finocchi imita l’ironia garbata e sottile del suo amato Tre uomini in barca, e in lei che ride in quel video, seduta accanto a Flaubert-PontualeMadame Bovary, c’è tutta la felicità dell’occasione avuta di dar voce a “uno di famiglia”, perché così sono i libri che ci accompagnano.

Poi sarebbe il tempo di Lessico famigliare e anche qui diventa un tempo differito: l’audiovideo in cui la voce di Cecilia Martino, accompagnandoci per il quartiere di San Salvario, restituisce la genesi di una magia che quel testo di Natalia Ginzburg ha creato e che si riassume proprio nel titolo del librino che quella magia racconta Inseguendo un libro s’incontrano le persone.
Le persone sono state Rosalba Durante a cui il Lessico ha salvato la vita quando era in cassa integrazione, Maria Pflug traduttrice tedesca e autrice di una meravigliosa e fuori catalogo biografia su Ginzburg, e la stessa Cecilia, da poco trasferitasi proprio a Torino.
E in questo Ex libris ci sono anch’io, sorpresa ancora di come dai libri a volte prenda vita… la vita. Ma avrei dovuto saperlo, e la persona libro, che dice a memoria la dedica posta a Lessico da Natalia, chiude il cerchio: “nomi veri, persone reali… non finzione… e se a qualcuno dispiacerà… pazienza”.

Difficile restituire in una cronaca di parole un evento fatto di penombra, di voci basse, colloquiali, leggere nel tono e profonde nei contenuti. Se la fedeltà di memoria delle persone libro è un eterno atto di gratitudine, chi scrive un Ex libris espone nel libro che ama sempre un po’ di se stesso/a.

Fare cultura è esserci. In prima persona.

La Dea ex machina ci ha permesso di superare gli ostacoli tecnici.
L’amore per la lettura ha vinto.
Promuovere questo amore è un compito serissimo, e faticoso: ieri tutti e tutte lo abbiamo condiviso anche nel ricordare che il giorno prima una libreria storica di Roma “Invito alla lettura”, la libreria della famiglia messa su dalla dottoressa Vano, ha chiuso. Venticinque anni di vita.
Non sono riuscita a portare via nessun libro – la festa di chiusura offriva a tutti l’occasione di prendere qualsiasi cosa a prezzi stracciati – e mi sono anche chiesta le ragioni oscure che ci spingono ad acchiappare tanti libri solo quando un posto chiude… o quando qualcuno ce li regala… è solo questione di soldi?
Ho catturato un buffo cappello viola (e due soldatini per la mia collezione di divise d’epoca), e il buffo cappello è stato lì con me, in questo evento che omaggia i libri, perché se una libreria muore la responsabilità è collettiva.

Fare cultura è non dimenticare.

autori

Il cappello della Libreria “Incontro alla lettura”

Sappiamo da ieri sera che il prossimo Ex libris avrà il piglio di Giuseppina Pieragostini che ha lanciato dalla sala una difesa strenua della sua vita immedesimata fin da bambina nella vita di Cime tempestose: e poi una promessa, fatta a fine serata, di una Goliarda Sapienza che sarà celebrata nelle pagine de L’arte della gioia.
Due scrittrici per due lettrici. O viceversa.
È questa la magia vera andata in scena: la reciprocità di un dono.

 

(Grazie ancora a Nicoletta Montemaggiori che, oltre a fare la persona libro, si è difesa con i denti e bene contro le macchine ribelli.
Grazie ancora ad Antonella Fortunati, che ha reso visibile la grandezza di cui sono fatti i Classici.
Grazie a Anna Delfini, Anna Gennai, Letizia Grossi, Alessandra Maggi, Marina Pierri, Luciana Scarcia, persone libro di Roma e di Firenze… semplicemente incantevoli.

Peccato che oltre alla mia cronaca non ci siano anche questa volta le parole di Claudio Fiorentini: ci sei mancato).

Foto di scena di A. Maggi
Foto rubate fuori scena di A. Fortunati.

 

IMG-20160501-WA0001

 

IMG-20160221-WA0033

 

 









 

Così è… il teatro

Che il Teatro di Aida Talliente fosse “teatro della parola” che s’incarna nel fiato e nel corpo di lei, drammaturga e attrice, lo sapevamo; come io stessa ho detto nella presentazione della seconda serata di NarrAzioni: ogni partner di questa cordata, così multiforme, ci assomiglia nell’impegno e nel valore che diamo alle parole come portatrici di senso, capaci di costruire mondi possibili senza dimenticare la realtà in cui viviamo.

Ma quello che fa male, e tanto, di questo teatro di Aida è la semplicità, o la leggerezza calviniana, con la quale restituisce la bellezza struggente di una vita, una qualunque eppure eccezionale, raccontata come fanno i vecchi, che balbettano i ricordi, li frantumano in immagini sbiadite, diseguali senza mai completarne uno fino in fondo, presi nel filo invisibile di emozioni private in cui restano gelosamente incatenati eppure estroversi e magici affabulatori nella voglia di esistere ancora un po’ almeno in un racconto per non essere trattati via distrattamente, sul punto di andarsene, sul punto… “ma andarsene dove… chissà”, con la sensazione precisa che possa accadere, e accade, da un momento all’altro.

Perché il tempo dei vecchi è lungo dietro, un soffio davanti.

Rosa stessa scrive:

“…Qualcosa si sveglia nel cuore/ Alc al si svèe ‘tal cur
e ti riporta indietro/ e ti puarte indaur
da piccola in poi…/ da picinine in su…
Vengono anche i pensieri/ Vègnin ancie i pinsirs
di tanti, morti e vivi/ di tànç e muars e vis
compagni di quelle azioni/compàins di ches azions
di lotte e passioni/ di lottis e passions
per far sì che il Mondo sia migliore/ par fa chè il Mond sei mìor
Dolori dunque e allegrie,/Dolors duncie e ligris
speranze, malinconie, /speranze, malinconis
battaglie vinte e no, /battais vintis e nò
così è la tua vita, /cussi ‘è la vite tò
che il tempo porta via/ che il timp al puarte vie”.

Rosa Cantoni è Aida, un’Aida improvvisamente vecchia, ingobbita, piena di scatole e di foto, che racconta di sé e di quel mondo in cui ha visto passare il trionfalismo delle aquile romane, le fabbriche di guerra, i sogni del mestiere (“sarta non donna di pulizie!”), la vocazione alla Resistenza e alla tenacia quotidiana nonostante il malaugurio di un Nome proprio che si porta dentro un destino tragico – il nome della nonna morta per una caduta – Rosa, che diventa Giulia (“anche se il Nome non le piace”)  ma le piace andare in bicicletta e fare la portaordini, la staffetta (“anche se scopre che è pericoloso), anche se saranno quel Nome e quella bicicletta a condannarla (spia maledetta!) su quel treno in un viaggio così lungo che sembra “esserci nati in un treno” e che la porterà a Ravensbruk, al campo di concentramento, a quella città dolente, all’inferno della perduta gente e dell’eterno dolore.

Ed è in questo passaggio – dall’allegria scomposta di una vita, ardita per passione, precipitata e travolta in un incubo – che Aida/Rosa, improvvisamente, ferisce l’anima. Piange lei in scena, piango io lacrime vere in prima fila. Piangono le persone che ho accanto. Tutto il dolore del mondo in un gesto, nella sospensione incredula della voce. La parola manca. Perché non c’è parola: indicibile, insensato l’orrore.
Ma Rosa non si ferma, racconta ancora e ride Rosa; e così fa Aida: la segue, leggera, finché l’anima di Rosa/Aida diventa un soffio che vola via sulle nostre teste.

E come si dice metaforicamente in questi casi: “viene giù il teatro” per gli applausi.

24 aprile 2016. Non poteva esserci data migliore, vigilia di quel 25 aprile che a Udine (terra madre di Aida/Rosa), terra di partigiani e di frontiera, è ancora una Festa collettiva, una Memoria che non dimentica. Ma anche se Roma non è – e non lo è – Udine, non poteva esserci pubblico migliore, ieri sera. Giovane e non giovane. Poche facce note, molti non del quartiere, che hanno scoperto la ricchezza senza eguali che Roma città possiede fin nelle sue periferie e che questa necropoli stupenda del Drugstore Gallery ci racconta ancora.

Lascio al Blog di Aida Talliente la storia di questo spettacolo dedicato a Rosa Cantoni, partigiana. Con l’augurio che possa ancora camminare per tanti luoghi di questo Paese che ha assoluto urgente bisogno di ascoltare storie così.
Una nota. Non a margine: la fisarmonica di David Cej è una persona non uno strumento, e le luci di Luigi Biondi scrivono poesie nell’aria.

Do la parola a Claudio Fiorentini per il suo commento a caldo, appena poche ore dopo lo spettacolo.

 

 

Grazie all’Associazione Donne di carta, ho assistito oggi a Roma ad uno spettacolo a dir poco bellissimo! Si tratta di Sospiro d’anima, (la storia di Rosa), di Aida Talliente. La cornice era il Drugstore Gallery, di Via Portuense 137… ho già avuto modo di parlarne, è un polo museale di grande interesse che può essere visitato grazie proprio agli eventi che l’associazione organizza in quello spazio, e come la volta scorsa, prima dell’evento, abbiamo avuto una visita guidata agli scavi e al museo (già questo è da non perdere), ma quando alle 20,30 circa ci siamo seduti e si sono spente le luci, è iniziato qualcosa di magico: Aida Talliente è entrata in scena tenendo in mano un lumino, accompagnata da David Cej… nulla di strano, fin lì… ma poi, Aida, da giovane e bella, si è ingobbita, incartapecorita, invecchiata… senza un filo di trucco, ed è diventata Rosa, una vecchietta arzilla e sorridente che non smetteva mai di parlare trasmettendo serenità.

Sì, Aida era una vecchietta, la sua capacità di trasformarsi è stata a dir poco impressionante. Ma non solo. Infatti, durante il monologo, Aida passa da giovane a vecchia, da uomo a donna, da partigiana a sarta, e con una mimica ben dosata è riuscita ad evocare situazioni che avvolgono e coinvolgono il pubblico che altro non può fare se non cedere al fascino di Rosa (e di Aida), e riviviamo con lei la scoperta della poesia (Rosa è stata poetessa), il fascismo, la ribellione, la guerra, le fatiche in bicicletta della staffetta partigiana, la prigionia, il lager, la liberazione, il dopo guerra… tutto condito con il sorriso travolgente di Rosa, che è rivissuto grazie ad Aida, meravigliosa interprete che applaudiremo a ragione, commossi, volendo che la sua Rosa continui ad essere con noi ancora un po’, e un po’ di più. David, con la sua fisarmonica e con la sua presenza, arricchisce lo spettacolo dandogli un equilibrio quasi rotondo, la sua presenza è necessaria non solo per i commenti musicali (merita un encomio speciale la scena delle finestre aperte e chiuse, con la musica che aumenta o diminuisce, in perfetto sincronismo con i movimenti di Rosa/Aida), ma anche perché rappresenta l’ambiente fuori, lo accenna con note, ritmi ed espressioni che cambiano (appena appena, le noti solo se stai attento) secondo necessità.

Lo spettacolo, che dura poco più di un’ora, è una gioia per lo spettatore che esce dal “teatro”, rasserenato e divertito, amando Rosa, immaginandola sempre sorridente, con la battuta pronta, e viene voglia di abbracciare la prima vecchietta che si incontra per strada volendo scoprire le storie che nascondono le sue rughe, il suo sguardo, e si prova una profonda ammirazione per la vita che ha scolpito quelle espressioni senza distruggere l’anima, che si vorrebbe vedere.

Concludo con un commento appassionato su quello che gli operatori culturali di questa città offrono a noi cittadini, senza chiedere nulla in cambio: ditemi, cari amici, in quale altro posto del mondo può capitarvi di vedere uno spettacolo teatrale di altissima qualità immersi nella storia di Roma… senza pagare biglietto?

Grazie Donne di carta, e grazie Aida Talliente (autrice e attrice), David Cej (fisarmonica), Luigi Biondi (disegno luci) e Massimo Staich (elementi scenici), grazie Drugstore Gallery… e grazie Roma per il tuo fermento!