Il cuore di Ddc è l’immaginazione

Donne di carta, nel lontano 2008, era una realtà soprattutto di editori indipendenti (11) che tramite lo snodo di una libreria (Libermente) cervavano di promuovere la lettura tutelando quella Bibliodiversità di cui erano di fatto portatori.

La libreria… com’era

Le 4 donne fondatrici – da cui il Nome dell’Associazione come rivendicazione di maternità – erano ciascuna una professionista della filiera editoriale e l’intento comune consisteva nel superare le barriere di casta e gli interessi privati a cui le logiche mercantili costringevano penosamente. Penosamente per chi ancora era certo, come noi, che fare editoria fosse un lavoro della conoscenza e non una mera attività commerciale.

I libri come beni culturali e non beni di consumo deperibili. I libri come beni sempreverdi, come promesse a lungo termine.

Nel nostro glossario filosofico il concetto di Novità libraria non esisteva: il destino di un libro è disegnato dal suo lettore e finché non ha raggiunto quel lettore il libro (tutti i libri) continua a vivere. Questione di eternità della lettura: la possibilità di rileggere, di tornare indietro, di non finire…

Di acqua sotto i ponti da quel lontano 2008 ne è passata: a volte fiumi in piena che hanno stravolto gli argini e fatto crollare ponti. A volte calmo e lento fluire che ha permesso lunghe riflessioni.

I primi soci di Donne di carta

Dal 2009, anno in cui la nostra strada si è incrociata con il Proyecto Fahrenheit 451 – las personas libro, la visione di Donne di carta si è arricchita di una forza trainante che ha visto soprattutto i lettori (e non gli editori) farsi portatori volontari del progetto di promozione della lettura: le persone libro. Per molti Donne di carta e le persone libro sono la medesima cosa,  ma non è così anche se l’interpretazione mediatica che ne è stata fatta ha rinforzato questa convinzione.

Senza Donne di carta le persone libro, semplicemente, non esisterebbero.

Quando Antonio Rodriguez Menendez entrò nella libreria Libermente, Stefania Molajoni (la libraia), Sandra Giuliani (l’editora), Monica Maggi (la giornalista-poeta) e Rosanna Romano (l’agente di servizi editoriali) erano pronte ad accogliere il suo progetto perché avevano già impostato il lavoro culturale su un’idea di lettura che ridava forza al lettore come ricreatore di senso e all’oralità come forma narrativa di trasmissione del sapere.

Avevamo già trasformato la libreria in una palestra dell’immaginazione:  i libri erano pretesti per costruire relazioni, per sperimentare percezioni sensoriali estreme, per inventare corsi di educazione alla lettura, per confrontarsi corpo a corpo con il bondage, per giocare a stravolgere le parole dette, lette e registrate, per giocare a fare finta di essere su un aereo che sorvola l’arcipelago della poesia mentre dal soffitto piovono opere d’arte.

Libreria Libermente- Polifonie

Siamo entrati in un bistrot. Abbiamo inventato sfilate di moda ispirate ai colori di un mazzo di tarocchi: abiti in canapa, dai tagli originalissimi di Sophie Wendt, indossati da donne comuni, di tutte le età e di tutte le forme; abbiamo drammatizzato un racconto giallo di Maigret come una sorta di Cuedo vivente e celebrato con letture a voce alta, candele e divinazioni la notte celtica di Shaman.

L’Archeologia – Il cuore di Donne di carta

Abbiamo costruito 9 settimane e mezzo di spettacolarizzazione della lettura sui palchi di Invito alla lettura a Castel Sant’Angelo con gli 11 editori e con le primissime persone libro che tentennavano, dimenticavano le parole e ridevano di cuore: abbiamo fatto con i libri serate rock e punk.

Castel Sant’Angelo – Sporche storie di rock’n roll di Olga Campofreda

E siamo andate oltre: noi 4 fondatrici. Abbiamo progettato un modello di funzionamento etico e di mutuo sostegno tra librerie indipendenti e piccola editoria che abbiamo chiamato “centro stella” e che purtroppo non siamo riuscite a portare avanti. Purtroppo, perché l’idea di Rosanna di albergare il suo progetto di “Libri senza casa” a Libermente era un’anteprima del valore da restituire alla lettura fuori e oltre al libro come prodotto finale; purtroppo, perché l’idea di salvarci insieme come attori della filiera editoriale restando liberi, indipendenti e non schiavi del mercato non ha funzionato.

Volevamo servire non essere servitori di un’industria dei contenuti che dimentica l’umanesimo dell’editoria.

Tutta questa forza immaginativa finché c’è stata la libreria, aperta e attiva, ha avuto qui il suo centro propulsore e quel polo di accoglienza che ha permesso al circolo magico delle persone libro romane di crescere avendo il coraggio poi di proiettarsi all’esterno e di inventarsi un cammino per le città d’Italia. Un cammino di cui lo stesso fondatore del Proyecto Fahrenheit 451 ancora si stupisce.

Le persone libro sono una parte (la più famosa certo) di una visione della lettura che Donne di carta ha a cuore. E sono lo strumento prezioso, militante, originale che può portare avanti questa visione  mentre porta avanti il progetto specifico dell’essere una persona libro secondo la fantasia non di Bradbury ma di Antonio Rodriguez Menendez.

“Lettura” non libri, già.  La nostra Carta dei Diritti della lettura lo dichiara fermamente: esistono tanti oggetti di lettura, il mondo intero, la natura, tutto ciò che è Cultura, segno, lingua, simbolo sono cose da leggere. Persone, animali, oggetti, sogni e credenze.

Ecco chi siamo: il sogno di una città ideale (quella dei discorsi utopici) in cui linguaggi diversi si intrecciano per costruire un’abitudine alla lettura del mondo, in cui trovano spazio di convivenza  discorsi scientifici e discorsi letterari, la parola detta accanto al gesto della danza, il colore sulla tela accanto alla venatura silenziosa della foglia.

Uno dei luoghi fisici a Roma, dove ci piace creare, ispirati anche dalla bellezza della necropoli romana, è il Drugstore Gallery (un Museo archeologico della Soprintendenza): scenario privilegiato per sperimentare un discorso di continuità tra passato e presente in un’idea nuova di città abitabile”. La Storia e le storie. In questa Città dell’immaginazione a tratti riusciamo ad abitare e a proporre la Cultura per quello che è: un bene comune e non un esercizio di proprietà privata o una forma di svago… In quei momenti tutto quello che costruiamo è soprattutto una “rete” di desideri, di saper fare e di sapere.

In questa Città dell’immaginazione l’incrocio di forme diverse dell’espressione, delle scienze, delle arti e delle professioni è la finalità pop. Se c’è qualcosa che ti piace… facciamola durare, insieme. Per tutto questo (e molto altro ancora) tanti eventi  hanno trovato qui, nel Drugstore, nella Città dei morti, il luogo ideale per costruire la continuità con la Città dei vivi.

I luoghi sanno di abissi e di incanti e, a differenza delle persone, non dimenticano, ma bisogna saperli attraversare con rispetto. 

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimase silenzioso, riflettendo. Poi soggiunse: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco. [Le città invisibili di Calvino]

L’obiettivo sempre più centrato è costruire un’educazione permanente alla lettura senza fratture tra discipline e arti, tra saperi specialistici e saperi comuni nell’ottica che ogni sapere possa diventare attraverso la narrazione una conoscenza per tutti.

Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un’inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili. [Le città invisibili di Calvino]

Un Universo della Lettura è anche un Universo delle Memorie, personali e collettive, storiche e linguistiche, in cui lo scritto e il detto, il visto e l’ascoltato sono solo discorsi sulla realtà, che non è mai, per nessuno, una cosa sola.

“Perché leggere è costruire la realtà: da quella psichica a quella fisica, da quella sociale a quella culturale e quindi fornisce uno strumento di orientamento da cui far dipendere il nostro senso di appartenenza (inclusione) e/o di diversità (esclusione). Leggere abitua a riconoscere che ogni realtà è una costruzione possibile, non l’unica e non assoluta”. [Carta dei Diritti della Lettura]

Ecco, cosa significa per Donne di carta esercitare l’immaginazione… non esiste parola o gesto che non fondi nella nostra mente un’immagine e non inneschi la scintilla di un pensiero narrativo.

“Il contrario della parola – come dice il nostro amico antropologo Massimo Squillacciotti – non è il silenzio ma il colore nero”.

 

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