Di pietre nere e luci dentro

“Leggere è un’arte dell’interpretazione che non si limita all’oggetto libro e ai suoi contenuti (lettura libraria) ma si esercita continuamente sulla vastità stessa del mondo naturale e del mondo culturale, dei suoi segni e dei suoi simboli.
Leggere è un processo complesso che costruisce competenze.
Si possono leggere le stelle come le nuvole: imparare a orientarsi, a riconoscere le variazioni meteorologiche, a riprodurre artisticamente l’universo.
Si possono leggere le orme sul terreno, i comportamenti e le emozioni: scoprire le analogie tra gli esseri che abitano il pianeta.
Si può leggere la disposizione nello spazio e l’ordine delle cose: inventare nomenclature immense che rendano conto della pluralità dei punti di vista.
Si può leggere un cartello stradale e la tonalità distintiva di un colore: usare segni e simboli per abitare legami sociali.
Si può leggere la musica e le relazioni chimiche della materia: imparare a costruire e a smontare se stessi e il mondo”.

(dalla Carta dei Diritti della lettura – Premessa)

L’Accademia della lettura ha un compito preciso: rendere vere queste parole, e c’è solo un modo: trasformarle in azioni.
L’azione è l’evento che non è mai spettacolo ma una precisa forma di esistenza, “necessaria e contingente” di un’idea.
Ieri era “La forza della voce“, la potenza espressiva del respiro nel canto e nel dire, oggi è stata “S’i’ fosse petra“: materia che la Natura compone in mille forme, e materiale che l’essere umano lavora per esprimere la propria visione del mondo, per dire: io sono… qui.

La forza di un evento sta nel costruire un discorso o più precisamente una metanarrazione di tutte le narrazioni possibili: una pietra lavica contiene al suo interno la storia delle sue origini; la perfezione del cristallo di un’acquamarina permane a ogni dimensione come se atomi e molecole sapessero sempre dove posizionarsi con esattezza, cosa costruire.
Pareti di roccia, lastre di selce, palchi di renna, conchiglie, osso, avorio...” materiali che resistono al tempo diventano il supporto per narrare e le narrazioni che lo scultore antico compone sono storie che nascono per essere imperiture e trasmissibili, un’eredità capace di sostenere il peso di milioni di anni da una Cultura all’altra, dal mondo neolitico all’universo greco, dalla civiltà romana fino ad oggi.

Il paesaggio funerario, le vicende della colonna traiana, l’ammazonomachia che insiste su un conflitto tra maschile (greco) e femminile (mitico) accanto al paesaggio lavico, alla varietà incredibile delle sue forme di superficie che nascondono e conservano all’interno altre forme ancora e, su tutte, la magistrale opera artistica dell’Oceano senza il quale la vita stessa non esisterebbe.

Discorsi che sono narrazioni dal punto di vista dell’archeologa, che s’infiamma e infiamma davanti alla bellezza della scena scolpita al basamento della colonna traiana (la riva, le onde silenti, i fortini, quella soglia del notturno che precede ogni battaglia all’alba) o che canta quasi la forza maschile che strattona con violenza la chioma selvatica dell’amazzone sconfitta, nella sua veste succinta, il corpo flesso all’indietro, atletico e possente con quell’ascia bipenne caduta in un angolo che rimanda a una visione feroce della guerra rispetto al galateo cortese del combattimento con le spade perché lì in quel dettaglio c’è il senso devastante dell’annientamento dei corpi, la guerra incisa nella carne per sempre.

Perché questo scontro è stato così tanto narrato, ripetuto, invocato come un’ossessione? – lei chiede.
Quante volte il mondo maschile greco doveva ribadire la sua vittoria contro un femminile bellico che forse non è esistito se non nella fantasia dei cantori? – lei chiede.

Discorsi che diventano narrazione dal punto di vista del geologo che con delicatezza soppesa ogni pietra: ecco la pirite, l’ematite, l’acquamarina, l’ossidiana… ciascuna un luogo, un sito, un Nome di origine e per tutte una matrice comune: quella lava-contenitore che esprime se stessa in mille forme diverse e che ha sorgenti maestose nella fontana vulcanica, che vive l’oximoro di raffreddarsi a temperature altissime, “necessaria”, appunto, e “contingente” come lui ripete fondando la filosofia stessa dell’anima.

E poi l’altro Lui, prolettici colpi al di là del paravento. Lui che aspetta che termini il viaggio dal mondo neolitico al greco, dalle pietre viventi alle immagini di un’Italia lavica per aprire, poi, nella luce bianca improvvisa, la sua officina, novello Vulcano, agli occhi della gente che si stropiccia gli occhi perché emerge dalla penombra.
Lui batte contro la pietra per rivelarne le forme. Lui è il Michelangelo davanti ai suoi Prigioni che smette di proiettare figure e aspetta, paziente, che la pietra nera riveli i suoi di-segni che lo strumento poi farà emergere in forme, incompiute, perché è in questa non finitezza che la natura resta nell’opera dell’uomo come divenire.
E in quella punta di lancia replicata dallo scultore a imitazione della punta antica, gigantesca e sola, tutta la storia del neolitico, dell’uomo antico deposto per sempre nella teca di vetro con i suoi oggetti, qui, al Drugstore Gallery Portuense, esplode nell’opera moderna, cancella il tempo come distanza perché questa è la volontà dell’Arte: il suo essere nostalgicamente eterna.

Un azzardo. Ecco cos’è l’Accademia.
Un allenamento all’ascolto. Un modo per riconoscere la bellezza “di un’opera d’arte come del quartiere in cui si abita”. Perché la bellezza è un luogo da abitare.

Grazie all’associazione AttivArt: a Giorgia e a Paola, a Federico Lucci (geologo), a Luca Baldassarra (scultore), a Maria Rosaria Ambrogio (archeologa), alla Sovrintendenza e, in particolare, a Laura Cianfriglia e Carmela Ariosto che ancora una volta hanno permesso alla necropoli di essere una città dei viventi. Grazie alle voci, intime, delle persone libro che hanno dato peso e forma alle parole – e non erano “facili” quelle parole.
E grazie a tutte le persone, tante, che hanno accolto la sfida.

Ma.
C’è un ma importante che non è avversativo piuttosto l’inaugurazione di un inciso.
L’Accademia è una macchina collettiva dell’immaginazione in cui le idee di qualcuno diventano una rete con le idee di altri e quindi una condivisione di competenze e un’alleanza tra associazioni che spesso diventa un’amicizia tra persone.
L’Accademia è un lavoro della conoscenza sulla conoscenza in cui manodopera e capi cantiere, attori e comparse attaccano con lo scotch le foto, fanno fotocopie, puliscono tappeti, allestiscono lenzuola e video, inventano locandine, posizionano luci, suonano campanelli o agitano torce elettriche, montano video, sorridono alle persone, fanno tessere, raccolgono firme per la Carta, mangiano a mezzanotte…distrutti/e.
E sempre, chiudendosi dietro finalmente la porta allarmata, risalgono dal buio a riveder le stelle.

Foto di Maria Rita Guarini

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Roberta Verrecchia ha detto:

    Grazie a tutti voi per il viaggio 🙂 L’ultima scultura, la “Punta di lancia”, sembrava una scheggia di universo, con galassie che galleggiavano nel vuoto, e il cristallo rosso una solitaria gigante rossa morente. Grazie!

    Mi piace

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