Censura e democrazia “USA e getta”

di Alessandro Portelli*

 * Docente, critico musicale, blogger ed anglista italiano. È stato professore ordinario di letteratura angloamericana all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.
È uno dei principali teorici della storia orale, fondatore e presidente del Circolo Gianni Bosio, collabora con Il Manifesto. Autore di raccolte e saggi su poesie e canzoni popolari statunitensi e sulla letteratura afroamericana.

Nel 2003, si preparava l’invasione dell’Irak, e un trio di musiciste country del Texas era in concerto a Londra. Erano superstar,  fra i gruppi più popolari, più venduti, e più assolutamente innocui: un country pop levigato, temi genericamente sentimentali, persino un nome rassicurante – Dixie, come il Sud della guerra civile, e “chicks”, letteralmente “pollastrelle”, ragazzette.

Dixie Chick
 

Erano carine, ma non erano sceme. Così, una di queste ragazzette del Texas, Natalie Maines, salutò il pubblico dicendo: “Voglio che sappiate che siamo d’accordo con voi. Non vogliamo questa guerra, questa violenza, e ci vergogniamo che il presidente Bush sia del Texas” come loro. 
Non ci fece caso nessuno finché la frase sul presidente Bush non apparve in una recensione del concerto su un giornale inglese. Ripresa dai media americani, in tempi di isteria nazionalistica post-11 settembre, scatenò un’ondata di censura: le innocue ragazzette del Texas diventarono una minaccia alla sicurezza nazionale,  centinaia di stazioni radio misero al bando i loro dischi, in qualche occasione furono addirittura bruciati in piazza (io in compenso me li comprai tutti immediatamente. Non sono indimenticabili ma vanno bene).

Era successo qualcosa di simile una generazione prima, quando i Beatles sbarcarono in America e John Lennon – sconcertato dagli eccessi dei fan e dei media – disse erano “più famosi di Gesù cristo”. Era una critica ironica al business di cui erano diventati parte, ma fu letta come una bestemmia. Ancora un volta, censura delle stazioni radio e il triste rituale dei dischi bruciati.

Né allora, né al tempo delle Dixie Chicks esisteva una censura ufficiale, statale, per legge. Era soprattutto l’autocensura che i media avevano interiorizzato fin dai tempi del maccartismo (che si accanì proprio contro il mondo dello spettacolo e del cinema – ma non dimentichiamo le incursioni dei collaboratori di McCarthy nelle biblioteche americane in Europa per espungere tutti i libri sospetti di sinistrismo). Contava molto anche la paura, da parte di media che si reggono sulla pubblicità, di perdere inserzionisti, a loro volta mossi dallo zelo di dimostrarsi patriottici per non perdere clienti.

Un vero e proprio castello di carte basato sulla presunzione  di un’opinione pubblica ipernazionalista e patriottarda che spaventava i pubblicitari che spaventavano i media che spaventavano i discografici inducendoli a sopprimere un gruppo che pure gli aveva  fruttato un sacco di soldi (senza contare in più di un caso il timore di perdere commesse o sovvenzioni governative di vario genere).

Una presunzione peraltro discutibile: nel 2006 la canzone “Not Ready to Make Nice”, non siamo pronte a chiedere scusa,  delle Dixie Chicks arrivò al numero 1 delle classifiche, segno che il pubblico era meno monolitico di quanto se lo immaginassero. Ma non bastò: sono passati altri 13 anni, fino al 2019, prima che le Dixie Chicks potessero pubblicare un altro disco.

Censura di mercato, dunque, che diventa ancora più preoccupantei in tempi di social media, in cui aziende private che vivono di pubblicità – Instagram, Twitter, Facebook – si spartiscono il dominio della sfera della comunicazione. Per questo è sia promettente, sia preoccupante, il recente scambio fra Twitter e Trump.

QuandoTwitter ha smesso di considerarsi un mero veicolo neutro, non responsabile dei contenuti, e ha aggiunto un commento in cui faceva presente che certi tweet del presidente Trump erano falsi, quest’ultimo ha reagito gridando che era una censura e una violazione del suo diritto di parola. In realtà, Twitter non gli aveva negato questo diritto, perché aveva pubblicato il suo messaggio, ma aveva soltanto esercitato il proprio dicendo che cosa ne pensava. Ma per la mentalità autoritaria, dissenso equivale a censura . Paradossalmente, in nome del proprio diritto di parola, Trump ha annunciato di volersi rifare “regolamentando” duramente, cioè di fatto censurando, i social media che si permettono di criticarlo.

Diceva Italo Calvino tanti anni fa che gli Stati Uniti rischiavano di darsi a una forma di fascismo in nome dei loro stessi ideali democratici – una visione orwelliana, in cui censura è libertà e libertà è censura.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. rosamariamarini ha detto:

    Grazie. Lettura semplice e salutare! Rosa Maria

    "Mi piace"

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