La prima volta in Campania

Sant’Antimo (NA) – Liceo Scientifico Laura Bassi
22 novembre 2016

La prima volta di noi Donne di Carta della Campania: un liceo, ragazzi fra i 16 e 17 anni, adolescenti pieni insomma. Diamine, si comincia subito dal difficile.

Ci hanno chiamato le due professoresse che hanno partecipato all’incontro nel Piccolo Refettorio di San Domenico durante il Raduno Nazionale delle Persone Libro, Angela e Luisa. Il fascino delle Persone Libro ha colpito ancora, e ora tocca a noi – Angela e io – andare e “diffondere il verbo”… e pure qualche aggettivo.

Contro di noi: la nostra prima volta, forse non la prima volta che parliamo in pubblico o che ci rapportiamo con un gruppo, ma la prima volta che andiamo a rappresentare l’Associazione; un plotone di ragazzi dei quali non conosciamo la disponibilità nei nostri confronti, nell’età più difficile, l’età della sfida, e parlare loro di leggere, del diritto alla lettura, sappiamo già che sarà come convincere degli esquimesi che non possono vivere senza ventilatore.

A nostro favore: l’idea che siamo parte di un gruppo di persone speciali (per osmosi, un po’ speciali lo siamo anche noi); la convinzione che parlare di lettura, della Carta dei Diritti, del progetto Fahrenheit 451 sia importante; sapere che Luisa e Angela, le loro prof., hanno già annunciato la nostra presenza e quindi siamo già state presentate.

Enorme responsabilità, quindi, nei confronti delle professoresse che ci hanno invitato, nei confronti dell’associazione che verrà conosciuta e apprezzata o rifiutata tramite noi, e la più importante: quella nei confronti dei ragazzi.

Il primo impatto ci restituisce l’impressione di un gruppo numeroso di ragazzi non rassicurante, ma di straordinaria educazione. Chiediamo di spostare i banchi, per poter stare seduti in circolo togliendo quel clima da lezione scolastica che metterebbe distanza e diffidenza: lo facciamo insieme, e già notiamo come siano disponibili e tranquilli. Siamo stretti, nel circolo, l’aula è piccola e loro sono tanti; e l’orario – sono le 15.00 – non è dei migliori. Dopo tante ore di lezione, e magari pure con un panino al volo sullo stomaco, stare fermi non si può.

Ci presentano, ci presentiamo e presentiamo Donne di Carta, brevemente, e mi lancio proponendo una esperienza fisica. Chiedo loro se ne hanno voglia, ovviamente, mentre continuo a ripetere quasi ossessivamente che – chiusa la porta e fatto il circolo – abbiamo lasciato fuori giudizi e valutazioni scolastiche, che le professoresse sono nel cerchio come noi, tutti in gioco. Non penso minimamente che si fidino delle mie parole, ma a forza di ripeterlo magari possono pensare che lo credo veramente.

Trucco derivato dalle mie conoscenze di bioenergetica: li faccio camminare per la stanza, chiedendo di concentrarsi sui piedi, sul pavimento, di registrare che sensazione ne hanno. Poi, cambio registro: ora state camminando su una lastra di ghiaccio, della quale non sapete lo spessore e la consistenza, la capacità di reggere il vostro peso.
I loro movimenti si fanno improvvisamente più lenti, cauti, sembrano spiazzati e impacciati. Ci rimettiamo seduti e chiedo se hanno sentito una differenza, cosa hanno provato quando ho suggerito che stavano camminando sul ghiaccio. Paura di scivolare, insicurezza… quasi tutti sono concordi. Ma: quanti di voi hanno mai davvero fatto l’esperienza di camminare sul ghiaccio, chiedo io. Ridacchiano, al massimo sono andati sulla pista di ghiaccio del Centro Commerciale, sui pattini. Forse qualcuno è andato a sciare, ma camminare su una lastra di ghiaccio non è davvero un’esperienza che abbiano vissuto.
Allora, incalzo, come avete potuto provare quello che avete raccontato: insicurezza, paura, sensazione di perdere l’equilibrio. E davanti agli occhi un po’ stupiti e con il retro pensiero “ma-questa-dove-vuole-andare-a-parare”, dico: l’avete LETTO. Forse non su un libro, ma nel racconto di qualcuno, in qualche film o serie tv, in un video, o in un fumetto.
Continuo: e l’informazione che avete avuto (letto), non la ricordate a livello cosciente, con la testa, ma come EMOZIONE.
Ecco cosa è la lettura, è emozione. E le emozioni sono quello che ci permette di stare al mondo, di sopravvivere, di salvarci la vita anche. Per questo Leggere è necessario, ed è un diritto vitale, perché ci da la capacità di stare nel mondo e di interagire con l’esterno.
Una ragazza mi guarda sbarrando gli occhi e mi dice un po’ sconcertata: “ma non starà dando un po’ troppa importanza alle emozioni?”. Le rispondo che se usiamo solo la testa rimaniamo dentro di noi, mentre le emozioni ci mettono in relazione con l’esterno, ci danno la possibilità di trasformare gli impulsi elettrici, che il cervello elabora in informazioni, in movimento e di vivere quello che abbiamo dentro portandolo fuori. E’ troppo grande e troppo giovane per aver visto il film “Inside Out”.

Forse ho esagerato, ma almeno li ho un po’ incuriositi, spostando il tiro da quel che loro pensavano o sapevano di trovarsi davanti. Certamente non si aspettavano di sentirsi dire che leggere è una esperienza fisica, e non solo mentale.

Tocca ad Angela ora, presentare la Carta dei diritti della lettura. E’ molto emozionata, ma tanto convinta di quello che dice da riuscire a trasmettere la sua passione e il contenuto degli articoli ai ragazzi con grande espressività.

Durante il doveroso break, che chiamiamo anche per raccogliere un po’ le reazioni, i ragazzi fanno domande, chiedono soprattutto di lei. Forse io li ho un po’ intimoriti.
Mi avvicino io, ad un ragazzo che sembra un po’ più diffidente degli altri, ma sempre molto attento. Mi dice con tono vagamente di sfida: “parlate solo di libri, ci sono anche la TV, il computer, altri strumenti….”. Gli do pienamente ragione, e gli ricordo che abbiamo appunto detto che tutto è oggetto di lettura, che leggere è solo trasformare dei segni in informazioni, e i segni sono tanti, o meglio, tutto è segno e ci porta informazioni che possiamo leggere e utilizzare. Ma… perché un ma c’è sempre: spesso le informazioni che raccogliamo dagli altri mezzi sono più “volatili”, e diventano datate, invecchiano: mentre le parole dei libri riescono ad attraversare il tempo. Faccio l’esempio di Fahrenheit 451 (ne parlerò dopo poco): il libro, dopo più di 60 anni, è ancora un libro di fantascienza, il bellissimo film di Truffaut appare quasi ingenuo nel rappresentare un futuro che per noi è ormai preistoria. Non è convinto, ma mi sembra possibilista. Almeno, lo spero.

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Arriviamo al clou: le Persone Libro e Fahrenheit 451.
C’è persino un ragazzo che sa cosa è “Fahrenheit 451”: incredibile! Il progetto, le “regole”, il metodo, e proponiamo di andare “sotto la coperta”. Accettano senza battere ciglio, e non c’è neanche una risatina di imbarazzo mentre facciamo il gesto rituale di afferrare i lembi della nostra coperta virtuale, di sollevarla, di radunarci sotto di questa. “Trasmetteremo i libri ai nostri figli…” inizio. Poi Angela è una poesia di Joyce. Pause di silenzio, e con un po’ di imbarazzo si lancia anche l’altra Angela, la professoressa che è ormai pienamente una persona libro. Qualche esitazione, e una ragazza dice. Le chiedo se vuole provare a ripetere, cercando di respirare e lei si presta. Alzo il tiro, e chiedo ad uno dei ragazzi come gli è sembrato, se ha notato una differenza. E poi un’altra: e un compagno rende la sua percezione, suggerisce. Ancora un paio di loro, e Luisa, l’altra professoressa. Quando chiedo ai ragazzi di dare la loro “critica”, non si tirano indietro, ma non sembrano neanche animati da spirito di rivalsa. Andiamo avanti per un po’ ancora. Qualche domanda, qualche impressione, qualche altra ragazza che dice una frase o due. Veniamo fuori dalla coperta. E salutiamo.

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Quasi due ore. Molte. Ci chiediamo silenziosamente come è andata. Le nostre amiche professoresse ci accompagnano a conoscere il Dirigente, e poi ci salutano. Sembrano soddisfatte.

Ci dicono che Laura Bassi, alla quale è intitolata la scuola, è una delle prime donne scienziate, una bolognese del ‘700 che non potendo avere cariche accademiche si inventò una scuola privata, personale. E questa ci sembra la scuola giusta per iniziare.

Già dal giorno dopo, pubblicate le foto su FB, sappiamo che è andata bene: molti mi piace, anche dei ragazzi, una si scusa per non esserci stata e ci chiede quando torniamo. E la telefonata della professoressa Angela: quando tornate? I ragazzi vogliono vedere il film Fahrenheit 451, sono stati contenti. “Ipnotizzati da voi”, addirittura.

Siamo partiti! Migliorare: si può. Andare avanti: si deve.

Emozione e Commozione: andiamo fuori, andiamo con.

Giovanna Marrone

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Continua a leggere

Per fortuna… c’è (anche) un cane

Sala Terzani (e già questo dice molto), Biblioteca San Giorgio (un luogo d’eccellenza sotto la guida di un management femminile), Pistoia, una cittadina toscana di cui ancora conosco solo la stazione (mia colpa).

11 marzo: incontro sulla lettura e sulla Carta dei diritti della lettura (art.6 in particolare) con i ragazzi e le ragazze (in maggioranza) di alcuni Licei coinvolti nell’operazione “persone libro” a cura del gruppo di Donne di carta pistoiese/fiorentino e con la complicità delle insegnanti (stupende) e di una mitica libraia (grazie!).

Io non so parlare solo di libri quando parlo di lettura, mi spiace. Tra tutte le cose da leggere, i libri non hanno per me un posto dominante. Io ho imparato a leggere grazie alla voce di una madre: ero piccola, in braccio a lei appoggiata alla sua spalla destra; camminava con me, appesantita, e indicava uno ad uno gli oggetti dentro la casa, poi le cose fuori, poi la mia faccia, la sua, e dava a tutto un nome.
Quella voce che nomina il mondo, e attraverso i nomi lo inventa, mi ha insegnato a leggere. E ho imparato, così, che quello che ci rende liberi/e non è credere in qualcosa o essere portatori di una verità comune, quello che ci rende liberi/e davvero è l’immaginazione.

E’ una pianta, l’immaginazione: va nutrita, va curata, perché cresca più alta della nostra statura.
Non basta dire nella stessa lingua “la luna è alta sul colle” per vedere tutti/e la medesima luna: è piena, una falce, bianca o sanguigna, di giorno o di notte… Non è un difetto della luna essere tante cose diverse o un’imprecisione della frase: più povero è il nostro vissuto, meno parole abbiamo per descriverla e meno varietà di lune vedremo. (A volte pensare tutti/e la stessa cosa non è segno di verità).

Ogni lingua ritaglia una sua visione del mondo: la parola che ci dici, ora, ragazzo timido in moldavo, ragazza ancora più timida in arabo, per noi che ascoltiamo, è soprattutto suono: ed è meraviglia la varietà delle forme con cui cerchiamo di uscire dal silenzio.
Il significato delle parole viene dopo, se ci racconti quello che hai detto (tu in moldavo, lei in arabo) ma il senso è chiaro, perfetto, fin dall’inizio: perché è la traiettoria della relazione inventata, desiderata, cercata, ottenuta tra chi dice e chi ascolta.
Ha il medesimo peso se tu, ragazza, usi suoni italiani – con accento toscano – perché prima di ogni significato quello che ci arriva è il respiro.
C’è una differenza tra il respiro di una parola detta a memoria e una parola detta leggendo: chi dice a memoria conserva sempre il silenzio dentro i suoni.
E il silenzio respira.

Avrei potuto cercare storie incredibili per raccontare che ogni parola nella sua vocazione vera all’ascolto è il mattone del rispetto ma basta quella ragazza, costretta a movimenti limitati sulla sua sedia a rotelle, che chiede di essere spostata e rivolta verso tutta la sala perché quello che ha da dire non è una risposta solo a me: è per tutti/e.
Ecco, il rispetto è muoversi fuori da se stessi.

Questo è stato il modo bislacco con cui ieri abbiamo indagato le ragioni che hanno fatto nascere la “Carta dei diritti della lettura” di Donne di carta (non so se siano ragioni del cuore o dell’intelligenza, scopritelo voi).
Un manifesto di tutti coloro che vogliono leggere, questo sì. E che cercano complici e compagni di strada.
“Se per voi è importante – ho detto – firmatela, ma scegliete di farlo perché leggere serve esattamente a questo: imparare a scegliere”.

Io non so parlare solo di libri quando parlo di lettura, mi spiace. Quello che so fare è raccontare storie che amo. E avere come ascoltatori dei giovani intorno mi regala più tempo di quello che ho perché è il destino di ogni storia vivere più a lungo di chi la dice.
E una storia consegnata ha una ricchezza in più: tutte le voci diverse che la racconteranno a modo loro.

(Secondo me quella luna, alta sul colle, si sta facendo una grande felice risata perché tra le persone libro toscane finalmente c’è anche un cane).

La semplicità della bellezza

28 ottobre: bella mattinata con i ragazzi e le ragazze dell’ITC di Foiano della Chiana!

Un grazie alla Professoressa Filomena Iannella che ha organizzato l’incontro. Un grazie per l’ospitalità alla Dirigente Scolastica Anna Bernardini.

La nota della nostra Alessandra, che riporto per intero, restituisce il valore e la bellezza dell’esperienza:

“Volevo ringraziare Filomena per la bella esperienza che ci ha regalato stamane. E’ stato molto bello, in entrambe le classi. Vedere quei visi attenti e anche un po’ intimiditi davanti ai nostri sguardi mentre dicevamo, ci ha fatto capire che erano coinvolti, anche se si è trattato per molti di loro di una cosa del tutto nuova. Non intendo la nostra presenza, ma l’ascolto di parole belle.

Mi ha colpito il commento di un ragazzo della seconda che ha detto “Le parole arrivano molto di più che a leggere!”. Un ragazzo di 15 anni!!! Mi ha colpito sentire “Zitti, zitti!”, quando ho aggiunto alla fine di tutto che avevo un brano sulla Bellezza… Poteva starci bene anche un “Oh no! Ancora?!?”. E invece in due secondi c’era di nuovo il clima giusto per l’ascolto.

Mi è piaciuto che anche da chi è lontano dal pensare al libro come a un amico è arrivato un commento positivo: “E’ stato rilassante!”. Un ragazzo di quarta alla fine ha tenuto a precisare un titolo di un libro che si era scordato, pur dicendo che ne aveva letti proprio pochi. Questo vuol dire che hanno comunque capito lo spirito del nostro incontro e, chissà, forse qualche curiosità gli è rimasta.

Ringraziali ancora tutti da parte nostra! Se vuoi proporre un incontro con chi vuole approfondire la cosa, prima di rivederci l’anno prossimo, credo che noi siamo senz’altro disponibili!”
Ale

(persona libro della cellula aretina)

Le parole dei libri non hanno confini

«Oh! Squilla il cellulare! Deve essere Silvia che è già arrivata» dice Anna, dopo che siamo scese da un faticoso parcheggio (il lungomare di Ostia, nelle sere d’estate, è un ostacolo al parcheggio anche per l’invincibile Anna). «Sì Silvia stiamo arrivando, cinque minuti… come piove? No! Non è possibile! Una goccia, sento una goccia!».

Amalia ed io tentiamo di reggere il passo dell’energica Anna, mentre le gocce (sigh!) paiono aumentare. Piove proprio ora??? Dopo tutto ‘sto caldo??? Noooooo…. Ostia è imprevedibile. Arriviamo allo stand trafelate, dove troviamo la concreta Silvia ad aspettarci con aria interrogativa e preoccupata. La PIOGGIA inizia a cadere… e la gente a scappare. Ma siamo nello stand e riusciamo a ripararci, un pensiero e un’opportunità che colgono anche le persone che giravano lì intorno.

In pochissimi secondi le sedie che le signore delle Biblioteche di Roma tentano di organizzare all’interno vengono repentinamente occupate da delle donne di origine indiana (o comunque medio-orientale) e dai loro (tanti) bambini. Panico! Come spiegare loro che l’Associazione Donne di Carta, che le persone libro… il panico aumenta. Le signore delle Biblioteche ci chiedono di cominciare comunque, ma come?

Lo stupore mi comincia a chiudere la gola, e la logica razionale (il mio segno zodiacale della Vergine prende il sopravvento) mi fa subito pensare: no! I brani non sono adatti per i bambini (stranieri, tra l’altro), no, non parlerò. Anche Amalia, con pensiero istintivo dice: «No, non è possibile dire il mio Shakespeare così!».

Silvia con aria perplessa, mentre la pioggia continua, parla con le signore.
Ma dov’è Anna?

Silenziosamente la magica Anna aveva radunato all’interno dello stand tutti i bambini e, superando qualsiasi barriera linguistica, parlava con loro attirando l’attenzione dei loro occhi. Guardammo allibite e, allibita come noi, la pioggia smette di scendere. Con movimenti repentini le sedie vengono subito collocate all’esterno, sotto il cielo che ora tace e lascia solo qualche brontolio di fulmini in lontananza. Immediatamente le sedie vengono occupate dalle signore indiane e dai loro curiosi bambini, ma anche la gente comincia a tornare.

 

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Sìììììììì! Possiamo cominciare!

La magica Anna (irrefrenabile) inizia a descrivere l’Associazione Donne di Carta e chi sono le persone libro; io non finisco di stupirmi guardando gli occhioni curiosi di quei bimbi stranieri e l’attenzione profonda delle loro mamme, donne il cui viso bellissimo è avvolto in un colorato foulard. Il mare è silenzioso e immobile, il cielo anche lui ascolta…

La sicura Silvia lascia che le parole di Fahrenheit 451 tolgano definitivamente i veli alla nostra identità di persone libro, la gente che ci ascolta comincia a capire chi siamo; poi continuo io con La solitudine dei numeri primi, la mia solitudine interiore che si annulla e si colma tra gli occhi di quelle persone che ci stanno ascoltando.

Poi ecco Amalia con il suo Molto rumore per nulla, ed ecco accendersi i sorrisi sui volti curiosi; poi di nuovo Anna con Infinito viaggiare, e la voglia di riprendere le valigie.

Ci siamo così alternate, aggiungendo altri brani, e la gioia di vedere l’attenzione costantemente catturata delle persone davanti a noi non si è mai placata. Alla fine, quando sono state tolte le sedie e tutto faceva silenzio, una signora ci ha chiesto se volevamo dirle un brano per lei, dato che era arrivata in ritardo; a lei si è aggiunto un signore con il suo cagnolino.

Abbiamo continuato quasi sussurrando loro i nostri brani… il signore, per ricambiare, ci ha recitato una poesia in romanesco. Lo scambio delle parole, questo sì che è vero dono.
Ho capito, per la prima volta, che le parole dei libri non hanno confini, non hanno limiti di tempo e di spazio. Bambini stranieri, mamme straniere, italiani anziani e giovani, tutti accumunati dalla voglia di ascoltare le parole dei libri. No, non ci sono confini…
E tutto sotto il cielo e con l’abbraccio del mare di Ostia…
Sì, Ostia è anche questo.
Grazie di questa magia.

Letizia (persona libro di Roma)

 

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Fotografie regalate da Paola Pau

“Io sono un Albatros bianco…”

Un’amica ci ha lasciato. Una persona libro scende nel silenzio.

25 agosto 2015
La voce di Stefania Padroni veniva dal mare, dalla Sardegna.
Ciao amica

DA FACEBOOK
8 marzo 2012 alle ore 20:41

Arriviamo puntualissime, il Carcere di Cagliari si affaccia sui giardini, è una vecchia struttura silenziosa, ogni tanto qualcuno viene sotto le gole di lupo e chiama e si parla così con i detenuti. Siamo emozionate abbiamo aspettato tanto questo momento, passare l’8 marzo con le detenute della sezione femminile, portare i “libri” attraverso la nostra voce alle donne.

Non siamo tutte le persone Libro di Cagliari, mancano Laura, Anna, Pina e Roberta, ma le sentiamo comunque con noi, siamo in nove e l’agente addetto al ritiro dei documenti e dei cellulari sembra un po’ seccato. Entriamo, scale, corridoi, sbarre, per la maggior parte di noi è una esperienza nuova, sento un po’ di pudore, da fuori l’istituto sembra quasi vuoto ma dentro pulsa la vita, si sente, i muri lasciano intravedere tutta l’umanità che vi è passata.

Poi ecco le donne, i loro visi gli occhi pieni di tutto, qualche sorriso, qualche ruga di sofferenza, è una immensa ricchezza quella che ci arriva con questi sguardi, un privilegio che conserverò gelosamente nel cuore, un ascolto, quello delle detenute del carcere di Cagliari, davvero speciale, così come è speciale questo 8 marzo. Ma non mi sento di prendermi quei grazie entusiasti delle altre……mi imbarazza, la magia dell’essere Persona Libro è proprio questo sentirsi “niente”, questo essere una voce che dice “emozioni”, non devi essere abile in niente devi solo dire te stessa!

Stefania

Arrivederci Bruxelles

Bruxelles

Bruxelles

Bruxelles meriterebbe una narrazione a più voci. Così come è stata, sotto il segno della varietà e della pluralità.

Ogni persona è approdata qui portandosi dietro la propria città, gli accenti, il modo con cui quotidianamente abita il  progetto associativo, le armonie e gli scazzi del gruppo, i desideri ancora vivi, le incertezze sempre presenti e pur sempre ancora i sogni. Ogni gruppo ha usato treni, aerei, taxi, piedi; rincorso appuntamenti, atteso perduto e ritrovato l’altro.

Bruxelles è Elena che ci aspetta: una delle tante persone che non abita più l’Italia, che non fa più lo stesso lavoro, che parla ora una lingua diversa oltre la propria. Bruxelles è Elena-Donna di carta nel Belgio. Con suo marito che insegna alla scuola materna, ci offre da bere, ci accompagna nella casa che diventerà “nostra”.
E le case saranno diverse per ogni gruppo: zaini da lasciare, trolley da trascinare, sistemazioni notturne e la frutta fresca nel frigorifero offerta come benvenuto da un’ospite invisibile.

Bruxelles è incontrarsi in una piazza piena di giovani seduti in terra ad ascoltare la musica ambulante, e in soli due giorni i concerti saranno diversi, ma sempre si mangia in piazza all’aperto, chi in terra chi appoggiando il piatto di pesce venduto al banco all’angolo della piazza, su tavolini di legno altissimi. E se chi viene dal Mediterraneo storce il naso a quel pesce e preferisce il formaggio del posto, la baguette, il bicchiere di birra belga, c’è chi quella zuppa la gradisce e si mette in fila più volte.

Bruxelles è un mercato coperto che ha dismesso se stesso per inventarsi una “cattedrale di ozio” sorseggiando un caffè, espresso se vuoi l’italiano, e una chiacchiera sommessa adagiati nelle sdraio su un finto prato verde come se da qualche parte in quell’immensa navata ci fosse davvero, dietro un angolo, il mare.

Bruxelles è “La vita è belga”: l’associazione inventata da sette donne per costruire un discorso italiano di tradizioni: danza, musica, libri, per stare insieme, magari, la sera. L’associazione che Elena ha contattato e che ci ha invitato, voluto, chiamato fidandosi del suo entusiasmo e aprendo spazi e sorrisi, la gentilezza impagabile di Romina, la presidente, “Salentina di nascita, romagnola d’adozione…a Bruxelles per amore”, le sedie in circolo -per rispettare il nostro rituale- e poi la cena curata da Andrea Sossi, il grande chef, che si scusa per la fretta con cui ha preparato ogni singolo piatto: arancione e bianco, verde e rosso, per me sola vegano, e che la voce di una donna gentile trasformerà in una narrazione ad ogni portata. Bravo Andrea!

Bruxelles è questo circle time, come dice Angela di Bari, in cui lo spazio, di solito per la danza, si presta a una coreografia di voci: ogni attacco scandito dal passaggio lento del microfono, ogni attacco preceduto da quel silenzio in cui il braccio si tende o il corpo si alza quasi a disegnarne il contorno. E sarà questo silenzio così speciale o l’attenzione incantata degli occhi di chi ascolta a rendere  le voci più belle o forse saranno i testi preparati con cura che si chiamano l’un l’altro, di città in città, in varietà d’accenti, a rendere possibile che chi ascolta diventi a sua volta un fine dicitore di antiche memorie, a volte di scuola, o filastrocche e nenie – perché c’è un bambino -, o racconti in prima persona di cosa si fa in Italia – le storie dei gruppi – le interpretazioni diverse e tutte convergenti che ciascuno di noi porta per dirsi e dire che stiamo bene, sì stiamo bene a fare le persone libro di Donne di carta.

E Bruxelles è la nostra Carta che fa esplodere la lettura oltre i confini stretti di un libro, e Alice che mi sta di fronte e non conosco, Alice veneziana di Bruxelles, sorride pensosa e poi tra mille tentennamenti soffia in latino l’odi et amo di Catullo come chi sa che queste parole saranno sempre un dono di impagabile verità sulla natura dell’amore.

E Bruxelles è una filastrocca, un passo di Dante, una poesia in francese di Baudelaire, a riprova che anche il timbro di una voce e la sonorità delle parole, quando sono intenzionalmente un desiderio di contatto, diventano capaci di costruire ascolto e comprensione al di là della diversità linguistica.
Bruxelles è questa capacità di mettersi in gioco, di ripetere un passo ricordato senza avere paura del giudizio altrui restando ancorati al proprio piacere di cambiare respiro e velocità se lo scopo (il senso?) è raggiungere l’altro.

Per Donne di carta non è la prima volta che la magia della “coperta” (che a qualcuna delle presenti è risultata anche stretta) ha permesso di confondere le voci dei libri con le narrazioni di ogni singolo fare: ogni cellula ha trovato il modo di dirsi regalando al progetto associativo, nella sua globalità, la prospettiva di un vissuto territoriale che di fatto lo arricchisce e che di fatto traduce in realtà la visione di una lettura intesa come comprensione di ciò che ci circonda per dare un senso al bisogno/desiderio/volontà di stare insieme, al pensarsi necessario come parte di un tutto.

E ha ragione Nicoletta che, in accento calcatamente romano, ribadisce che dietro la bellezza incantatoria delle parole con le quali ci presentiamo poi c’è la fatica vera di un impegno in prima persona, con il proprio tempo e i tanti limiti: “è faticoso? Sì, ma ne vale la pena”.
Così come l’esperienza nelle scuole, con ragazzi di ogni età, raccontata soprattutto dalla cellula senese – con le sue c aspirate e la leggerezza scivolosa delle palatali – restituisce all’associazione tutta il respiro più ampio di una possibile continuità o discendenza o eredità che ci fa immaginare abitanti di ogni tempo.

Ed è bello, qui, sotto coperta, a Bruxelles, avere le due voci maschili della cellula fiorentina ed empolese, a testimonianza che Donne di carta è per tutti e contraddicendo di fatto l’equivoco che fa del suo Nome una presunta quanto errata chiusura al femminile.

La lettura a cui ci alleniamo e ci educhiamo come soci, e che traduciamo poi nella militanza, è la nostra risposta di resistenza, nella sua varietà di forme, di dizioni, di scelte, all’omologazione del pensiero unico e alla artificiosità degli stereotipi.
“Persona che legge” – dice la nostra Carta, e “persone libro”: se rivoluzionario è il nostro progetto di promozione della lettura comincia proprio dalla scelta di queste parole.

A cena, poi, tra un piatto e l’altro, narrato e mangiato, la bellezza delle posate che si fermano d’incanto appena la persona libro dice “Io sono…”, sospendendo le conversazioni e il respiro per accogliere in questo altro nuovo comune silenzio le parole di altri libri, testi che sembrano aggiungere sapore ai sapori, profumo ai profumi e il gusto del dire, del mangiare, del riconoscersi insieme mi fa davvero pensare di sedere alla mensa “dove si mangia il pane degli angeli…”.

Bruxelles è la movida notturna che trasforma la città in un cumulo di rifiuti che all’alba magicamente scompaiono eppure la movida resta nelle strade: al mercato delle pulci, tra casette colorate, tetti d’ardesia e abbaini, un mondo di marzapane e grattacieli improvvisi, invadenti eppure… eppure inclusi, nelle cioccolaterie ingioiellate come fossimo da Tiffany o quel negozio di mobili in cui anche il tavolo da lavoro di un falegname assurge a design, o la poltrona enorme fatta di tanti peluches colorati, o gli strani incomprensibili messaggi sparsi in città un po’ dovunque:

  • il cane disegnato su una mattonella per strada vicino al semaforo (devi lasciarlo qui e non farlo attraversare? o è qui che non deve fare la cacca?),
  • il palo altissimo con il cartello di limitazione della velocità che ha sopra, a guardia, un falso piccione/colomba (devi andare piano perché io attraverso?)
  • la scultura per strada, sempre di un cane, maschio, con la zampa posteriore alzata per fare pipì contro un pilone (onore e omaggio a tutti i cani del mondo?)…

Stravagante Bruxelles…

È bella questa città. Colori e gente. Gente di tanti colori: di pelle, di vestiti, di lingue. Gente che ti sorride da subito. E ti capisce anche quando inventi il francese o nemmeno ci provi e parli italiano come se fossi a casa.

Per Donne di carta è la prima volta che il vagabondare ha superato un check in (e qualcuna ha pure pensato di poter partire con la patente), l’atterraggio a botta dell’aereo di andata sulla pista (ripreso in diretta con il tablet) e le nuvole iceberg impazzite di luce e di ombre che hanno accompagnato il ritorno. Con un nuovo amico, Cocò, che Nicoletta ha vinto per me giocando con quei strani cosi da Luna Park in cui devi muovere una leva – più a destra no ancora… dai prendilo prendilo! Noooo! Riprova, dai sta per scadere il tempo!AHHHH ce l’hai fatta! E l’intero aeroporto che si volta al mio urlo mentre io abbraccio Nico saltando e tenendo in alto il trofeo: un pappagallo di stoffa.

Ciao Siena, Ciao Firenze, ciao Empoli, ciao Bari, ciao Roma… arrivederci Bruxelles.

Arrivederci a voi, donne d’oro: http://www.lavitaebelga.eu/chi-siamo/