La prima volta in Campania

Sant’Antimo (NA) – Liceo Scientifico Laura Bassi
22 novembre 2016

La prima volta di noi Donne di Carta della Campania: un liceo, ragazzi fra i 16 e 17 anni, adolescenti pieni insomma. Diamine, si comincia subito dal difficile.

Ci hanno chiamato le due professoresse che hanno partecipato all’incontro nel Piccolo Refettorio di San Domenico durante il Raduno Nazionale delle Persone Libro, Angela e Luisa. Il fascino delle Persone Libro ha colpito ancora, e ora tocca a noi – Angela e io – andare e “diffondere il verbo”… e pure qualche aggettivo.

Contro di noi: la nostra prima volta, forse non la prima volta che parliamo in pubblico o che ci rapportiamo con un gruppo, ma la prima volta che andiamo a rappresentare l’Associazione; un plotone di ragazzi dei quali non conosciamo la disponibilità nei nostri confronti, nell’età più difficile, l’età della sfida, e parlare loro di leggere, del diritto alla lettura, sappiamo già che sarà come convincere degli esquimesi che non possono vivere senza ventilatore.

A nostro favore: l’idea che siamo parte di un gruppo di persone speciali (per osmosi, un po’ speciali lo siamo anche noi); la convinzione che parlare di lettura, della Carta dei Diritti, del progetto Fahrenheit 451 sia importante; sapere che Luisa e Angela, le loro prof., hanno già annunciato la nostra presenza e quindi siamo già state presentate.

Enorme responsabilità, quindi, nei confronti delle professoresse che ci hanno invitato, nei confronti dell’associazione che verrà conosciuta e apprezzata o rifiutata tramite noi, e la più importante: quella nei confronti dei ragazzi.

Il primo impatto ci restituisce l’impressione di un gruppo numeroso di ragazzi non rassicurante, ma di straordinaria educazione. Chiediamo di spostare i banchi, per poter stare seduti in circolo togliendo quel clima da lezione scolastica che metterebbe distanza e diffidenza: lo facciamo insieme, e già notiamo come siano disponibili e tranquilli. Siamo stretti, nel circolo, l’aula è piccola e loro sono tanti; e l’orario – sono le 15.00 – non è dei migliori. Dopo tante ore di lezione, e magari pure con un panino al volo sullo stomaco, stare fermi non si può.

Ci presentano, ci presentiamo e presentiamo Donne di Carta, brevemente, e mi lancio proponendo una esperienza fisica. Chiedo loro se ne hanno voglia, ovviamente, mentre continuo a ripetere quasi ossessivamente che – chiusa la porta e fatto il circolo – abbiamo lasciato fuori giudizi e valutazioni scolastiche, che le professoresse sono nel cerchio come noi, tutti in gioco. Non penso minimamente che si fidino delle mie parole, ma a forza di ripeterlo magari possono pensare che lo credo veramente.

Trucco derivato dalle mie conoscenze di bioenergetica: li faccio camminare per la stanza, chiedendo di concentrarsi sui piedi, sul pavimento, di registrare che sensazione ne hanno. Poi, cambio registro: ora state camminando su una lastra di ghiaccio, della quale non sapete lo spessore e la consistenza, la capacità di reggere il vostro peso.
I loro movimenti si fanno improvvisamente più lenti, cauti, sembrano spiazzati e impacciati. Ci rimettiamo seduti e chiedo se hanno sentito una differenza, cosa hanno provato quando ho suggerito che stavano camminando sul ghiaccio. Paura di scivolare, insicurezza… quasi tutti sono concordi. Ma: quanti di voi hanno mai davvero fatto l’esperienza di camminare sul ghiaccio, chiedo io. Ridacchiano, al massimo sono andati sulla pista di ghiaccio del Centro Commerciale, sui pattini. Forse qualcuno è andato a sciare, ma camminare su una lastra di ghiaccio non è davvero un’esperienza che abbiano vissuto.
Allora, incalzo, come avete potuto provare quello che avete raccontato: insicurezza, paura, sensazione di perdere l’equilibrio. E davanti agli occhi un po’ stupiti e con il retro pensiero “ma-questa-dove-vuole-andare-a-parare”, dico: l’avete LETTO. Forse non su un libro, ma nel racconto di qualcuno, in qualche film o serie tv, in un video, o in un fumetto.
Continuo: e l’informazione che avete avuto (letto), non la ricordate a livello cosciente, con la testa, ma come EMOZIONE.
Ecco cosa è la lettura, è emozione. E le emozioni sono quello che ci permette di stare al mondo, di sopravvivere, di salvarci la vita anche. Per questo Leggere è necessario, ed è un diritto vitale, perché ci da la capacità di stare nel mondo e di interagire con l’esterno.
Una ragazza mi guarda sbarrando gli occhi e mi dice un po’ sconcertata: “ma non starà dando un po’ troppa importanza alle emozioni?”. Le rispondo che se usiamo solo la testa rimaniamo dentro di noi, mentre le emozioni ci mettono in relazione con l’esterno, ci danno la possibilità di trasformare gli impulsi elettrici, che il cervello elabora in informazioni, in movimento e di vivere quello che abbiamo dentro portandolo fuori. E’ troppo grande e troppo giovane per aver visto il film “Inside Out”.

Forse ho esagerato, ma almeno li ho un po’ incuriositi, spostando il tiro da quel che loro pensavano o sapevano di trovarsi davanti. Certamente non si aspettavano di sentirsi dire che leggere è una esperienza fisica, e non solo mentale.

Tocca ad Angela ora, presentare la Carta dei diritti della lettura. E’ molto emozionata, ma tanto convinta di quello che dice da riuscire a trasmettere la sua passione e il contenuto degli articoli ai ragazzi con grande espressività.

Durante il doveroso break, che chiamiamo anche per raccogliere un po’ le reazioni, i ragazzi fanno domande, chiedono soprattutto di lei. Forse io li ho un po’ intimoriti.
Mi avvicino io, ad un ragazzo che sembra un po’ più diffidente degli altri, ma sempre molto attento. Mi dice con tono vagamente di sfida: “parlate solo di libri, ci sono anche la TV, il computer, altri strumenti….”. Gli do pienamente ragione, e gli ricordo che abbiamo appunto detto che tutto è oggetto di lettura, che leggere è solo trasformare dei segni in informazioni, e i segni sono tanti, o meglio, tutto è segno e ci porta informazioni che possiamo leggere e utilizzare. Ma… perché un ma c’è sempre: spesso le informazioni che raccogliamo dagli altri mezzi sono più “volatili”, e diventano datate, invecchiano: mentre le parole dei libri riescono ad attraversare il tempo. Faccio l’esempio di Fahrenheit 451 (ne parlerò dopo poco): il libro, dopo più di 60 anni, è ancora un libro di fantascienza, il bellissimo film di Truffaut appare quasi ingenuo nel rappresentare un futuro che per noi è ormai preistoria. Non è convinto, ma mi sembra possibilista. Almeno, lo spero.

dscn3022pix

Arriviamo al clou: le Persone Libro e Fahrenheit 451.
C’è persino un ragazzo che sa cosa è “Fahrenheit 451”: incredibile! Il progetto, le “regole”, il metodo, e proponiamo di andare “sotto la coperta”. Accettano senza battere ciglio, e non c’è neanche una risatina di imbarazzo mentre facciamo il gesto rituale di afferrare i lembi della nostra coperta virtuale, di sollevarla, di radunarci sotto di questa. “Trasmetteremo i libri ai nostri figli…” inizio. Poi Angela è una poesia di Joyce. Pause di silenzio, e con un po’ di imbarazzo si lancia anche l’altra Angela, la professoressa che è ormai pienamente una persona libro. Qualche esitazione, e una ragazza dice. Le chiedo se vuole provare a ripetere, cercando di respirare e lei si presta. Alzo il tiro, e chiedo ad uno dei ragazzi come gli è sembrato, se ha notato una differenza. E poi un’altra: e un compagno rende la sua percezione, suggerisce. Ancora un paio di loro, e Luisa, l’altra professoressa. Quando chiedo ai ragazzi di dare la loro “critica”, non si tirano indietro, ma non sembrano neanche animati da spirito di rivalsa. Andiamo avanti per un po’ ancora. Qualche domanda, qualche impressione, qualche altra ragazza che dice una frase o due. Veniamo fuori dalla coperta. E salutiamo.

dscn3020pix

Quasi due ore. Molte. Ci chiediamo silenziosamente come è andata. Le nostre amiche professoresse ci accompagnano a conoscere il Dirigente, e poi ci salutano. Sembrano soddisfatte.

Ci dicono che Laura Bassi, alla quale è intitolata la scuola, è una delle prime donne scienziate, una bolognese del ‘700 che non potendo avere cariche accademiche si inventò una scuola privata, personale. E questa ci sembra la scuola giusta per iniziare.

Già dal giorno dopo, pubblicate le foto su FB, sappiamo che è andata bene: molti mi piace, anche dei ragazzi, una si scusa per non esserci stata e ci chiede quando torniamo. E la telefonata della professoressa Angela: quando tornate? I ragazzi vogliono vedere il film Fahrenheit 451, sono stati contenti. “Ipnotizzati da voi”, addirittura.

Siamo partiti! Migliorare: si può. Andare avanti: si deve.

Emozione e Commozione: andiamo fuori, andiamo con.

Giovanna Marrone

dscn3023

Continua a leggere

Per fortuna… c’è (anche) un cane

Sala Terzani (e già questo dice molto), Biblioteca San Giorgio (un luogo d’eccellenza sotto la guida di un management femminile), Pistoia, una cittadina toscana di cui ancora conosco solo la stazione (mia colpa).

11 marzo: incontro sulla lettura e sulla Carta dei diritti della lettura (art.6 in particolare) con i ragazzi e le ragazze (in maggioranza) di alcuni Licei coinvolti nell’operazione “persone libro” a cura del gruppo di Donne di carta pistoiese/fiorentino e con la complicità delle insegnanti (stupende) e di una mitica libraia (grazie!).

Io non so parlare solo di libri quando parlo di lettura, mi spiace. Tra tutte le cose da leggere, i libri non hanno per me un posto dominante. Io ho imparato a leggere grazie alla voce di una madre: ero piccola, in braccio a lei appoggiata alla sua spalla destra; camminava con me, appesantita, e indicava uno ad uno gli oggetti dentro la casa, poi le cose fuori, poi la mia faccia, la sua, e dava a tutto un nome.
Quella voce che nomina il mondo, e attraverso i nomi lo inventa, mi ha insegnato a leggere. E ho imparato, così, che quello che ci rende liberi/e non è credere in qualcosa o essere portatori di una verità comune, quello che ci rende liberi/e davvero è l’immaginazione.

E’ una pianta, l’immaginazione: va nutrita, va curata, perché cresca più alta della nostra statura.
Non basta dire nella stessa lingua “la luna è alta sul colle” per vedere tutti/e la medesima luna: è piena, una falce, bianca o sanguigna, di giorno o di notte… Non è un difetto della luna essere tante cose diverse o un’imprecisione della frase: più povero è il nostro vissuto, meno parole abbiamo per descriverla e meno varietà di lune vedremo. (A volte pensare tutti/e la stessa cosa non è segno di verità).

Ogni lingua ritaglia una sua visione del mondo: la parola che ci dici, ora, ragazzo timido in moldavo, ragazza ancora più timida in arabo, per noi che ascoltiamo, è soprattutto suono: ed è meraviglia la varietà delle forme con cui cerchiamo di uscire dal silenzio.
Il significato delle parole viene dopo, se ci racconti quello che hai detto (tu in moldavo, lei in arabo) ma il senso è chiaro, perfetto, fin dall’inizio: perché è la traiettoria della relazione inventata, desiderata, cercata, ottenuta tra chi dice e chi ascolta.
Ha il medesimo peso se tu, ragazza, usi suoni italiani – con accento toscano – perché prima di ogni significato quello che ci arriva è il respiro.
C’è una differenza tra il respiro di una parola detta a memoria e una parola detta leggendo: chi dice a memoria conserva sempre il silenzio dentro i suoni.
E il silenzio respira.

Avrei potuto cercare storie incredibili per raccontare che ogni parola nella sua vocazione vera all’ascolto è il mattone del rispetto ma basta quella ragazza, costretta a movimenti limitati sulla sua sedia a rotelle, che chiede di essere spostata e rivolta verso tutta la sala perché quello che ha da dire non è una risposta solo a me: è per tutti/e.
Ecco, il rispetto è muoversi fuori da se stessi.

Questo è stato il modo bislacco con cui ieri abbiamo indagato le ragioni che hanno fatto nascere la “Carta dei diritti della lettura” di Donne di carta (non so se siano ragioni del cuore o dell’intelligenza, scopritelo voi).
Un manifesto di tutti coloro che vogliono leggere, questo sì. E che cercano complici e compagni di strada.
“Se per voi è importante – ho detto – firmatela, ma scegliete di farlo perché leggere serve esattamente a questo: imparare a scegliere”.

Io non so parlare solo di libri quando parlo di lettura, mi spiace. Quello che so fare è raccontare storie che amo. E avere come ascoltatori dei giovani intorno mi regala più tempo di quello che ho perché è il destino di ogni storia vivere più a lungo di chi la dice.
E una storia consegnata ha una ricchezza in più: tutte le voci diverse che la racconteranno a modo loro.

(Secondo me quella luna, alta sul colle, si sta facendo una grande felice risata perché tra le persone libro toscane finalmente c’è anche un cane).

La semplicità della bellezza

28 ottobre: bella mattinata con i ragazzi e le ragazze dell’ITC di Foiano della Chiana!

Un grazie alla Professoressa Filomena Iannella che ha organizzato l’incontro. Un grazie per l’ospitalità alla Dirigente Scolastica Anna Bernardini.

La nota della nostra Alessandra, che riporto per intero, restituisce il valore e la bellezza dell’esperienza:

“Volevo ringraziare Filomena per la bella esperienza che ci ha regalato stamane. E’ stato molto bello, in entrambe le classi. Vedere quei visi attenti e anche un po’ intimiditi davanti ai nostri sguardi mentre dicevamo, ci ha fatto capire che erano coinvolti, anche se si è trattato per molti di loro di una cosa del tutto nuova. Non intendo la nostra presenza, ma l’ascolto di parole belle.

Mi ha colpito il commento di un ragazzo della seconda che ha detto “Le parole arrivano molto di più che a leggere!”. Un ragazzo di 15 anni!!! Mi ha colpito sentire “Zitti, zitti!”, quando ho aggiunto alla fine di tutto che avevo un brano sulla Bellezza… Poteva starci bene anche un “Oh no! Ancora?!?”. E invece in due secondi c’era di nuovo il clima giusto per l’ascolto.

Mi è piaciuto che anche da chi è lontano dal pensare al libro come a un amico è arrivato un commento positivo: “E’ stato rilassante!”. Un ragazzo di quarta alla fine ha tenuto a precisare un titolo di un libro che si era scordato, pur dicendo che ne aveva letti proprio pochi. Questo vuol dire che hanno comunque capito lo spirito del nostro incontro e, chissà, forse qualche curiosità gli è rimasta.

Ringraziali ancora tutti da parte nostra! Se vuoi proporre un incontro con chi vuole approfondire la cosa, prima di rivederci l’anno prossimo, credo che noi siamo senz’altro disponibili!”
Ale

(persona libro della cellula aretina)

Le parole dei libri non hanno confini

«Oh! Squilla il cellulare! Deve essere Silvia che è già arrivata» dice Anna, dopo che siamo scese da un faticoso parcheggio (il lungomare di Ostia, nelle sere d’estate, è un ostacolo al parcheggio anche per l’invincibile Anna). «Sì Silvia stiamo arrivando, cinque minuti… come piove? No! Non è possibile! Una goccia, sento una goccia!».

Amalia ed io tentiamo di reggere il passo dell’energica Anna, mentre le gocce (sigh!) paiono aumentare. Piove proprio ora??? Dopo tutto ‘sto caldo??? Noooooo…. Ostia è imprevedibile. Arriviamo allo stand trafelate, dove troviamo la concreta Silvia ad aspettarci con aria interrogativa e preoccupata. La PIOGGIA inizia a cadere… e la gente a scappare. Ma siamo nello stand e riusciamo a ripararci, un pensiero e un’opportunità che colgono anche le persone che giravano lì intorno.

In pochissimi secondi le sedie che le signore delle Biblioteche di Roma tentano di organizzare all’interno vengono repentinamente occupate da delle donne di origine indiana (o comunque medio-orientale) e dai loro (tanti) bambini. Panico! Come spiegare loro che l’Associazione Donne di Carta, che le persone libro… il panico aumenta. Le signore delle Biblioteche ci chiedono di cominciare comunque, ma come?

Lo stupore mi comincia a chiudere la gola, e la logica razionale (il mio segno zodiacale della Vergine prende il sopravvento) mi fa subito pensare: no! I brani non sono adatti per i bambini (stranieri, tra l’altro), no, non parlerò. Anche Amalia, con pensiero istintivo dice: «No, non è possibile dire il mio Shakespeare così!».

Silvia con aria perplessa, mentre la pioggia continua, parla con le signore.
Ma dov’è Anna?

Silenziosamente la magica Anna aveva radunato all’interno dello stand tutti i bambini e, superando qualsiasi barriera linguistica, parlava con loro attirando l’attenzione dei loro occhi. Guardammo allibite e, allibita come noi, la pioggia smette di scendere. Con movimenti repentini le sedie vengono subito collocate all’esterno, sotto il cielo che ora tace e lascia solo qualche brontolio di fulmini in lontananza. Immediatamente le sedie vengono occupate dalle signore indiane e dai loro curiosi bambini, ma anche la gente comincia a tornare.

 

anna

 

Sìììììììì! Possiamo cominciare!

La magica Anna (irrefrenabile) inizia a descrivere l’Associazione Donne di Carta e chi sono le persone libro; io non finisco di stupirmi guardando gli occhioni curiosi di quei bimbi stranieri e l’attenzione profonda delle loro mamme, donne il cui viso bellissimo è avvolto in un colorato foulard. Il mare è silenzioso e immobile, il cielo anche lui ascolta…

La sicura Silvia lascia che le parole di Fahrenheit 451 tolgano definitivamente i veli alla nostra identità di persone libro, la gente che ci ascolta comincia a capire chi siamo; poi continuo io con La solitudine dei numeri primi, la mia solitudine interiore che si annulla e si colma tra gli occhi di quelle persone che ci stanno ascoltando.

Poi ecco Amalia con il suo Molto rumore per nulla, ed ecco accendersi i sorrisi sui volti curiosi; poi di nuovo Anna con Infinito viaggiare, e la voglia di riprendere le valigie.

Ci siamo così alternate, aggiungendo altri brani, e la gioia di vedere l’attenzione costantemente catturata delle persone davanti a noi non si è mai placata. Alla fine, quando sono state tolte le sedie e tutto faceva silenzio, una signora ci ha chiesto se volevamo dirle un brano per lei, dato che era arrivata in ritardo; a lei si è aggiunto un signore con il suo cagnolino.

Abbiamo continuato quasi sussurrando loro i nostri brani… il signore, per ricambiare, ci ha recitato una poesia in romanesco. Lo scambio delle parole, questo sì che è vero dono.
Ho capito, per la prima volta, che le parole dei libri non hanno confini, non hanno limiti di tempo e di spazio. Bambini stranieri, mamme straniere, italiani anziani e giovani, tutti accumunati dalla voglia di ascoltare le parole dei libri. No, non ci sono confini…
E tutto sotto il cielo e con l’abbraccio del mare di Ostia…
Sì, Ostia è anche questo.
Grazie di questa magia.

Letizia (persona libro di Roma)

 

signoreanna2

Fotografie regalate da Paola Pau

“Io sono un Albatros bianco…”

Un’amica ci ha lasciato. Una persona libro scende nel silenzio.

25 agosto 2015
La voce di Stefania Padroni veniva dal mare, dalla Sardegna.
Ciao amica

DA FACEBOOK
8 marzo 2012 alle ore 20:41

Arriviamo puntualissime, il Carcere di Cagliari si affaccia sui giardini, è una vecchia struttura silenziosa, ogni tanto qualcuno viene sotto le gole di lupo e chiama e si parla così con i detenuti. Siamo emozionate abbiamo aspettato tanto questo momento, passare l’8 marzo con le detenute della sezione femminile, portare i “libri” attraverso la nostra voce alle donne.

Non siamo tutte le persone Libro di Cagliari, mancano Laura, Anna, Pina e Roberta, ma le sentiamo comunque con noi, siamo in nove e l’agente addetto al ritiro dei documenti e dei cellulari sembra un po’ seccato. Entriamo, scale, corridoi, sbarre, per la maggior parte di noi è una esperienza nuova, sento un po’ di pudore, da fuori l’istituto sembra quasi vuoto ma dentro pulsa la vita, si sente, i muri lasciano intravedere tutta l’umanità che vi è passata.

Poi ecco le donne, i loro visi gli occhi pieni di tutto, qualche sorriso, qualche ruga di sofferenza, è una immensa ricchezza quella che ci arriva con questi sguardi, un privilegio che conserverò gelosamente nel cuore, un ascolto, quello delle detenute del carcere di Cagliari, davvero speciale, così come è speciale questo 8 marzo. Ma non mi sento di prendermi quei grazie entusiasti delle altre……mi imbarazza, la magia dell’essere Persona Libro è proprio questo sentirsi “niente”, questo essere una voce che dice “emozioni”, non devi essere abile in niente devi solo dire te stessa!

Stefania

Arrivederci Bruxelles

Bruxelles

Bruxelles

Bruxelles meriterebbe una narrazione a più voci. Così come è stata, sotto il segno della varietà e della pluralità.

Ogni persona è approdata qui portandosi dietro la propria città, gli accenti, il modo con cui quotidianamente abita il  progetto associativo, le armonie e gli scazzi del gruppo, i desideri ancora vivi, le incertezze sempre presenti e pur sempre ancora i sogni. Ogni gruppo ha usato treni, aerei, taxi, piedi; rincorso appuntamenti, atteso perduto e ritrovato l’altro.

Bruxelles è Elena che ci aspetta: una delle tante persone che non abita più l’Italia, che non fa più lo stesso lavoro, che parla ora una lingua diversa oltre la propria. Bruxelles è Elena-Donna di carta nel Belgio. Con suo marito che insegna alla scuola materna, ci offre da bere, ci accompagna nella casa che diventerà “nostra”.
E le case saranno diverse per ogni gruppo: zaini da lasciare, trolley da trascinare, sistemazioni notturne e la frutta fresca nel frigorifero offerta come benvenuto da un’ospite invisibile.

Bruxelles è incontrarsi in una piazza piena di giovani seduti in terra ad ascoltare la musica ambulante, e in soli due giorni i concerti saranno diversi, ma sempre si mangia in piazza all’aperto, chi in terra chi appoggiando il piatto di pesce venduto al banco all’angolo della piazza, su tavolini di legno altissimi. E se chi viene dal Mediterraneo storce il naso a quel pesce e preferisce il formaggio del posto, la baguette, il bicchiere di birra belga, c’è chi quella zuppa la gradisce e si mette in fila più volte.

Bruxelles è un mercato coperto che ha dismesso se stesso per inventarsi una “cattedrale di ozio” sorseggiando un caffè, espresso se vuoi l’italiano, e una chiacchiera sommessa adagiati nelle sdraio su un finto prato verde come se da qualche parte in quell’immensa navata ci fosse davvero, dietro un angolo, il mare.

Bruxelles è “La vita è belga”: l’associazione inventata da sette donne per costruire un discorso italiano di tradizioni: danza, musica, libri, per stare insieme, magari, la sera. L’associazione che Elena ha contattato e che ci ha invitato, voluto, chiamato fidandosi del suo entusiasmo e aprendo spazi e sorrisi, la gentilezza impagabile di Romina, la presidente, “Salentina di nascita, romagnola d’adozione…a Bruxelles per amore”, le sedie in circolo -per rispettare il nostro rituale- e poi la cena curata da Andrea Sossi, il grande chef, che si scusa per la fretta con cui ha preparato ogni singolo piatto: arancione e bianco, verde e rosso, per me sola vegano, e che la voce di una donna gentile trasformerà in una narrazione ad ogni portata. Bravo Andrea!

Bruxelles è questo circle time, come dice Angela di Bari, in cui lo spazio, di solito per la danza, si presta a una coreografia di voci: ogni attacco scandito dal passaggio lento del microfono, ogni attacco preceduto da quel silenzio in cui il braccio si tende o il corpo si alza quasi a disegnarne il contorno. E sarà questo silenzio così speciale o l’attenzione incantata degli occhi di chi ascolta a rendere  le voci più belle o forse saranno i testi preparati con cura che si chiamano l’un l’altro, di città in città, in varietà d’accenti, a rendere possibile che chi ascolta diventi a sua volta un fine dicitore di antiche memorie, a volte di scuola, o filastrocche e nenie – perché c’è un bambino -, o racconti in prima persona di cosa si fa in Italia – le storie dei gruppi – le interpretazioni diverse e tutte convergenti che ciascuno di noi porta per dirsi e dire che stiamo bene, sì stiamo bene a fare le persone libro di Donne di carta.

E Bruxelles è la nostra Carta che fa esplodere la lettura oltre i confini stretti di un libro, e Alice che mi sta di fronte e non conosco, Alice veneziana di Bruxelles, sorride pensosa e poi tra mille tentennamenti soffia in latino l’odi et amo di Catullo come chi sa che queste parole saranno sempre un dono di impagabile verità sulla natura dell’amore.

E Bruxelles è una filastrocca, un passo di Dante, una poesia in francese di Baudelaire, a riprova che anche il timbro di una voce e la sonorità delle parole, quando sono intenzionalmente un desiderio di contatto, diventano capaci di costruire ascolto e comprensione al di là della diversità linguistica.
Bruxelles è questa capacità di mettersi in gioco, di ripetere un passo ricordato senza avere paura del giudizio altrui restando ancorati al proprio piacere di cambiare respiro e velocità se lo scopo (il senso?) è raggiungere l’altro.

Per Donne di carta non è la prima volta che la magia della “coperta” (che a qualcuna delle presenti è risultata anche stretta) ha permesso di confondere le voci dei libri con le narrazioni di ogni singolo fare: ogni cellula ha trovato il modo di dirsi regalando al progetto associativo, nella sua globalità, la prospettiva di un vissuto territoriale che di fatto lo arricchisce e che di fatto traduce in realtà la visione di una lettura intesa come comprensione di ciò che ci circonda per dare un senso al bisogno/desiderio/volontà di stare insieme, al pensarsi necessario come parte di un tutto.

E ha ragione Nicoletta che, in accento calcatamente romano, ribadisce che dietro la bellezza incantatoria delle parole con le quali ci presentiamo poi c’è la fatica vera di un impegno in prima persona, con il proprio tempo e i tanti limiti: “è faticoso? Sì, ma ne vale la pena”.
Così come l’esperienza nelle scuole, con ragazzi di ogni età, raccontata soprattutto dalla cellula senese – con le sue c aspirate e la leggerezza scivolosa delle palatali – restituisce all’associazione tutta il respiro più ampio di una possibile continuità o discendenza o eredità che ci fa immaginare abitanti di ogni tempo.

Ed è bello, qui, sotto coperta, a Bruxelles, avere le due voci maschili della cellula fiorentina ed empolese, a testimonianza che Donne di carta è per tutti e contraddicendo di fatto l’equivoco che fa del suo Nome una presunta quanto errata chiusura al femminile.

La lettura a cui ci alleniamo e ci educhiamo come soci, e che traduciamo poi nella militanza, è la nostra risposta di resistenza, nella sua varietà di forme, di dizioni, di scelte, all’omologazione del pensiero unico e alla artificiosità degli stereotipi.
“Persona che legge” – dice la nostra Carta, e “persone libro”: se rivoluzionario è il nostro progetto di promozione della lettura comincia proprio dalla scelta di queste parole.

A cena, poi, tra un piatto e l’altro, narrato e mangiato, la bellezza delle posate che si fermano d’incanto appena la persona libro dice “Io sono…”, sospendendo le conversazioni e il respiro per accogliere in questo altro nuovo comune silenzio le parole di altri libri, testi che sembrano aggiungere sapore ai sapori, profumo ai profumi e il gusto del dire, del mangiare, del riconoscersi insieme mi fa davvero pensare di sedere alla mensa “dove si mangia il pane degli angeli…”.

Bruxelles è la movida notturna che trasforma la città in un cumulo di rifiuti che all’alba magicamente scompaiono eppure la movida resta nelle strade: al mercato delle pulci, tra casette colorate, tetti d’ardesia e abbaini, un mondo di marzapane e grattacieli improvvisi, invadenti eppure… eppure inclusi, nelle cioccolaterie ingioiellate come fossimo da Tiffany o quel negozio di mobili in cui anche il tavolo da lavoro di un falegname assurge a design, o la poltrona enorme fatta di tanti peluches colorati, o gli strani incomprensibili messaggi sparsi in città un po’ dovunque:

  • il cane disegnato su una mattonella per strada vicino al semaforo (devi lasciarlo qui e non farlo attraversare? o è qui che non deve fare la cacca?),
  • il palo altissimo con il cartello di limitazione della velocità che ha sopra, a guardia, un falso piccione/colomba (devi andare piano perché io attraverso?)
  • la scultura per strada, sempre di un cane, maschio, con la zampa posteriore alzata per fare pipì contro un pilone (onore e omaggio a tutti i cani del mondo?)…

Stravagante Bruxelles…

È bella questa città. Colori e gente. Gente di tanti colori: di pelle, di vestiti, di lingue. Gente che ti sorride da subito. E ti capisce anche quando inventi il francese o nemmeno ci provi e parli italiano come se fossi a casa.

Per Donne di carta è la prima volta che il vagabondare ha superato un check in (e qualcuna ha pure pensato di poter partire con la patente), l’atterraggio a botta dell’aereo di andata sulla pista (ripreso in diretta con il tablet) e le nuvole iceberg impazzite di luce e di ombre che hanno accompagnato il ritorno. Con un nuovo amico, Cocò, che Nicoletta ha vinto per me giocando con quei strani cosi da Luna Park in cui devi muovere una leva – più a destra no ancora… dai prendilo prendilo! Noooo! Riprova, dai sta per scadere il tempo!AHHHH ce l’hai fatta! E l’intero aeroporto che si volta al mio urlo mentre io abbraccio Nico saltando e tenendo in alto il trofeo: un pappagallo di stoffa.

Ciao Siena, Ciao Firenze, ciao Empoli, ciao Bari, ciao Roma… arrivederci Bruxelles.

Arrivederci a voi, donne d’oro: http://www.lavitaebelga.eu/chi-siamo/

Deu seu . . . Io sono . . . PersoneLibro di Cagliari

Fenicotteri

Fenicotteri

Ore 6e30: l’appuntamento è con Nicoletta che ci mette la macchina fino all’aeroporto. Io arrivo all’appuntamento alle 6e45, aggiudicandomi di prima mattina il risentimento di Nico che mi aspetta in anticipo già da mezz’ora. “Risentimento” è un eufemismo. Hai ragione, le dico, ma sono uscita in orario… peccato che tutta Roma sia in piedi all’alba di questo venerdì e gli autobus siano già in ritardo…
– Facciamo alle 6e30 perché non so quanto traffico troviamo verso Ciampino… – si era raccomandata Nico. Una serata di raccomandazioni, quella precedente. Nico sugli orari ed Emanuela, la Tesoriera, che mi ricordava con discreto sms di mettere in valigia le tessere d’iscrizione all’Associazione da consegnare religiosamente alle Cagliaritane. Lo zaino col quale parto implode per la metodologia “butto dentro due cose all’ultimo capirai che ci vuole”, ma Emanuela non sa che in fondo allo zaino giacciono preventivamente da giorni le tessere da consegnare in Sardegna. Un ponte associativo che oltrepassa un mare, quelle tessere. Un valore. Non potrei dimenticarle.

Non c’è ombra di traffico fino all’aeroporto, forse per una favorevole congiunzione astrale, o semplicemente perché andiamo controcorrente rispetto al flusso pendolare. Alle 7e40 entriamo nel parcheggio dell’Aeroporto di Ciampino, in comodo anticipo. Nico è in perfetta sintonia perfino con la voce femminile registrata alla colonnina d’ingresso del parcheggio, quasi anticipandola nelle operazioni da eseguire. Io tardo – di nuovo. A realizzare che sto lasciando Roma per tre giorni.
Decolliamo in orario. Aereo colmo. Per la durata del volo, per la comodità del sedile rimasto vuoto tra me e Nicoletta, non rimpiango più di tanto l’assenza di Sandra. Nico gioca a fotografare i tagli di luce tra le nuvole, e tenta inutilmente di mettere via ogni tanto l’obiettivo: ogni volta sbuca una luce che non si può non fotografare. Costeggiamo a lungo il litorale sardo prima di puntare l’aeroporto di Cagliari. Intravedo regolari gli specchi d’acqua delle saline che – penso – scandiscono le mie ultime trasferte associative: dopo Cervia, ecco ora quelle di Cagliari. L’immagine di un sedimentarsi lento, che da secoli si tramanda, mi fa compagnia.

All’arrivo l’accoglienza è doppia: Anna di Firenze – atterrata un’ora prima di noi – e accanto a lei Roberta di Cagliari. È splendido il “cartello” distintivo che Roberta aveva portato per riconoscerci: un collage polimaterico con fogli di giornali e fili di lana, con i caratteri stampati a comporre la scritta “Io sono una persona libro”, dono di un’amica (richiedo due volte il suo nome e per tre volte lo dimentico) a ciascuna PersonaLibro di Cagliari. Forse non riesco a memorizzare quel nome perché (lo ammetto) è a Maria Lai, subito, che penso appena vedo i fili di lana. Artista che a Cagliari è considerata patrimonio cittadino. Regionale, insieme a Grazia Deledda e Michela Murgia. Proprio su Maria Lai, Betty, personalibro di Cagliari, mi racconterà due giorni dopo un dettaglio, mentre passeggiamo per le vie del quartiere “la Marina” (ovviamente il quartiere in corrispondenza del porto). Il Comune di Ulassai aveva commissionato all’artista la realizzazione di un monumento “Ai Caduti in Guerra per il paese”. Maria rifiutò l’incarico, preferendo realizzare qualcosa che servisse per i vivi, coinvolgendo nell’esecuzione – per ben tre giorni – l’intera comunità di Ulassai. Più della Bellezza vale la Bellezza condivisa. Uno dei principi alla base delle PersoneLibro, rifletto.

Ci dirigiamo in macchina verso casa di Roberta. Roberta non è cagliaritana. Non è nemmeno di origini sarde. È un’emiliana – ferrarese – che per casualità lavorative ha scelto, decine d’anni fa, Cagliari. – Come fai a non innamorarti di questi posti? – lei chiede più volte, indicando il paesaggio o tutto il tempo che sceglierebbe di nuovo di trascorrere qui. È vero, penso io, qui non c’è la nebbia, ma siamo in fila su una Strada Statale, ferme sotto un sole già estivo in pieno mattino, circondate da macchine e poco oltre da un paesaggio assolutamente brullo in ogni direzione. Non colgo particolari motivi di slancio per innamorarsi all’istante di questi posti, ma Roberta è così convinta nel ripeterlo che mi convinco anch’io: Cagliari avrà sicuramente dei buoni motivi per innamorarsene.

La fila dura poco, e qualche minuto dopo ecco il primo motivo nell’affaccio dalla veranda della casa-mansarda di Roberta: il mare. Da un settimo e ultimo piano, il panorama cristallino mostra i toni per quello che sono. I colori chiari, a terra in acqua nel cielo e sugli edifici, sparano.
Il tempo di due macchinette di caffè, di sigarette in veranda (Anna sola non fuma, ma inizia un intenso fumo passivo che durerà tre giorni), e siamo nuovamente in macchina. Direzione Castello, la parte storica ed arroccata di Cagliari. Casteddu.
Il tragitto è il racconto di Roberta: abita nel Comune che i cartelli stradali indicano come Quartu S.E., Quartu Sant’Elena scioglie Roberta, ricordando che da queste parti i luoghi portano nomi di distanze (Quartu, Sestu…) – Ah! – osserva Nicoletta – “Quartu S.E.” sta per Quartu Sant’Elena non Quartu Sud Est! Infatti non capivo…dicevo ammazza quant’è grande Quartu per dover pure distinguere SudEst, SudOvest… – Siamo alle solite, penso: noi romane non riusciamo a liberarci delle unità di misura suburbane stile Grande Raccordo Anulare…
– Una delle prime cose che ho imparato qui – prosegue Roberta – sono i nomi dei venti. Maestrale, Libeccio, Tramontana…a Cagliari tutti sanno distinguerli… – Ecco, penso io, un terreno sul quale noi romani non saremmo competitivi – Noi c’abbiamo il Ponentino…- penso a voce alta. Ma accanto ai venti potenti di un’isola, poco più che una brezza di città fa solo tenerezza. Povero Ponentino: meschineddu direbbero a Cagliari.

A Castello ci raggiunge Betty: ha preso un giorno di ferie per stare con noi. Percorriamo slarghi, belvedere e stradine della rocca: il sole s’infila nei vicoli, ogni scorcio meriterebbe un ricordo di macchina fotografica, ma la mia Nikon ad un minimo accenno controsole rinuncia a scattare. Non è abituata a tale intensità di luce. Betty e Roberta ci guidano: via dei Genovesi, raccontano, negli anni Settanta era molto più popolana… A pianterreno c’erano tutte le botteghe di artigiani e di artisti… Oggi quasi tutte le botteghe hanno chiuso, tutte le facciate delle palazzine sono state ristrutturate e molti stranieri hanno comprato. Raccontano, Betty e Roberta, e ci domandano. Delle altre cellule italiane. – Com’è andata a Napoli? – chiedono. Nicoletta e Anna (loro c’erano) raccontano. E io penso che la narrazione sia davvero un filo. Conduttore d’esperienze.

Panorama da Capo S.Elia

Panorama da Capo S.Elia

Il mare. È la tappa successiva dove pranziamo, alcune verso i raggi, altre all’ombra di un albero di fichi. Anna – previdente – aveva infilato il costume in valigia, ed ora è lì, placida e baciata dal sole, perfettamente integrata nel paesaggio. Anche Nicoletta, all’ombra del fico, è perfettamente integrata nel paesaggio, formaggio sardo nella mano sinistra e bottiglia di Ichnusa nella mano destra.
Quando ci muoviamo è per l’ultima gita del giorno, al faro sul promontorio di Capo S.Elia. Mentre ci avviamo a risalire le scalette dalla spiaggia, due bambini vedono scappar via verso di noi il loro piccolo pallone. Lo raccolgo per porgerlo al bimbo più vicino, mentre Nicoletta suggerisce che l’altro bambino non corra inutilmente verso di noi: “Férmate ahò!! Do’ cori!! Dije de nun core! sta qua er pallone!!” Rimango col pallone nella mano, perché il bambino vicino a noi se ne dimentica completamente. Continua a fissare la bocca di Nicoletta, dalla quale una voce baritonale ha prodotto combinazioni di suoni per lui incomprensibili. Solo quando Nicoletta accompagna col braccio le parole, indicando il pallone nella mia mano, il bimbo torna tra noi. Prende il pallone; guarda me, Anna, Nicoletta. E torna a giocare.

L’appuntamento è alle 18e30 a casa di Roberta. La coperta con le Personelibro di Cagliari. Sembra assurdo ma bisogna tenere le tapparelle abbassate fino a metà, perché la luce di un sole appena oltre i vetri inonda il salotto. Prepariamo le sedie a cerchio intorno al divano. Io le avvicino il più possibile. Loro arrivano, puntuali e stremate dopo una giornata e una settimana di lavoro. Ci tendono la mano per salutarci ma Anna, Nicoletta ed io, d’istinto le abbracciamo tutte. Finalmente volti e voci, per coloro che in tanti anni abbiamo solo immaginato, come i fenicotteri rosa che ti immagini e poi arrivando a Cagliari vedi realmente, percorrendo la Statale, e contempli ogni volta con gli stessi occhi di bambina. Allo stesso modo dei fenicotteri rosa, loro, le personelibro di Cagliari, oltre Tirreno esistono. Betty, Isotta, Gabriella, Maria, Pina, Roberta e Stefania. Ecco le prime sette personelibro che conosciamo sotto coperta. Mi piace, subito, la loro scelta dei testi: mare, memoria, natura, lettura. E il Femminile. Mi colpisce il brano di Maria, l’insegnante del liceo Euclide dove andremo la mattina dopo. Maria ha scelto un brano da Le tre ghinee di Virginia Woolf: perbacco, penso. È intima, la coperta. Curiosa. Una fusion di accenti sardo, fiorentino e romano… Stefania è quella che a Roma chiameremmo una Persona-librochiuso. Ascolta, attenta, e non dice. Per poi osservare, con voce calma, non meno intima di quelle dei testi ascoltati: “Mi avete fatto venir voglia di dire un testo…”

Qualcuna ricorda che l’indomani occorrerebbe fare una minima presentazione dell’Associazione e del progetto PersoneLibro, prima di dire i testi agli studenti. Nell’ordine: Anna, Nicoletta ed io ce ne chiamiamo fuori, tutte e tre col medesimo pensiero: chi si perderebbe l’occasione di sentire Donne di Carta presentata con l’accento sardo? Ed ecco quasi una seconda coperta. Qualcuna chiede, qualcuna sa, soprattutto Stefania recupera i fili della narrazione associativa: le quattro donne della filiera del libro e l’origine del nome, la promozione della lettura, librerie indipendenti, case editrici indipendenti, l’incontro con Antonio e l’adozione del progetto Fahrenheit 451… “A Stefa’! – tuona a un certo punto Nicoletta – e falla te la presentazione no!?!” Stefania accetta. Si decide all’unanimità per una pausa sigaretta, mentre la conversazione dal divano si sposta appena più in là, intorno al tavolo della cucina di Roberta. Che ci aveva promesso per cena i malloreddusu col sugo di salsiccia. Davvero notevoli.

Ore 10e15 della mattina seguente ci ritroviamo all’ingresso del “Liceo classico scientifico Euclide”. In attesa dell’accoglienza del preside, siamo tutte e dieci davanti alla macchinetta del caffé. Maria – la prof. – prova a suggerirci di contenere la voce (nella scuola siamo in orario di lavoro e di lezioni), ma l’emozione e l’euforia sono tali che i suoi tentativi restano vani: tanta è la caciara che facciamo, che dalla stanza accanto (la segreteria) qualcuno si affaccia per chiudere la porta. Provvidenziale, il suono della campanella delle 10e30 ci unisce al vociare che inizia nei corridoi.

Guadagnamo l’aula magna, dove appena entrate provo una certa invidia per questi studenti: io non avevo, al liceo, un’aula magna così bella. Subito la prassi consueta della prova microfoni. “Consueta” per noi tre del continente, non per le Cagliaritane, che confessano con lieve lampo di sgomento negli occhi “Finora non abbiamo mai detto col microfono…” Mentre mi accomodo in alto, appollaiata sulla poltroncina più lontana dai microfoni per un riscontro audio, penso a noi romane, alle primissime volte con l’uso del microfono. Una tragedia. O meglio: ‘na traggedia. Difficoltà che sembrava insormontabile. Mi ricordo di prove e prove e ancora prove…nel tentativo di abituarsi alla propria voce che esce comunque altra da quel benedetto attrezzo. Per questo, dopo Isotta che è la prima a provare il testo, e dietro di lei tutte e cinque a turno col microfono, le ammiro. Tutte, senza fare una piega, trovano già al primo e unico tentativo la capacità di valorizzare semplicemente, senza alcuna forzatura, la propria voce attraverso il microfono. Colgono istintivamente che permette di non sforzare il respiro. Mi arriva nella loro voce tutta l’emozione, e il desiderio profondo di dire quei testi, dovessero dirli col microfono, o in equilibrio su una gamba sola o saltellando su un tapis roulant lanciato a velocità. Una capacità di adattamento (immediata) che non è remissività, è interazione, accoglienza; tendenza alla fluidità degli eventi. E ugualmente accade dopo, ad aula magna gremita, sempre con Isotta che, microfono in mano, sta per dire il primo testo (da Come si legge un libro, e perché di Bloom), ma ha la pacatezza – sorridendo – di aspettare: ragazze e ragazzi stanno ancora entrando dalla porta. O come Roberta, che ad incipit avviato della Divina Commedia, non s’interrompe quando il flusso di studenti dalla porta riprende. Si gira, semplicemente, per continuare a dire loro – guardandoli – quei versi come fossero l’argomento più naturale di conversazione. I trenta studenti rimangono lì fermi, tutti in piedi appena superata la porta, a guardare e ad ascoltare Dante…

C’è qualcosa che disorienterebbe queste cagliaritane? Forse no, mi rispondo. Ci dev’essere una certa attitudine regionale, a non essere minimamente turbate di fronte l’imprevisto, perché mi torna in mente la reazione di Grazia Deledda, nel momento in cui apprese la notizia di aver vinto il Nobel per la Letteratura. “Eja!” disse soltanto, per poi tornare nello studiolo a continuare quel che stava facendo un attimo prima.
Il sognatore di navi (Alvaro Mutis) con la voce di Gabriella: lei la vede, mentre la dice, quella nave di Abdul; Le piccole memorie di Saramago hanno la voce di Anna, e le sue, di memorie, dentro quelle parole donate ai ragazzi. Studenti. Matteo, uno di loro, perfettamente a suo agio nell’atmosfera e nella musica della sua chitarra, intervalla l’immersione nei testi. Arriva il momento delle mie Domande. Non “mie” ovviamente, sono le Domande di un lettore operaio, così come sono di Brecht. Ma mi piace dire quel testo agli studenti: ponetene tanti, di punti interrogativi. Dentro e oltre la pagina scritta. Nicoletta lascia il parapetto dell’aula magna, che la sostiene per tutto il tempo sulle gambe e nell’emozione. E là davanti, senza parapetto, Il dittatore di Rodari arriva con intima ironia. Intima è la corda di Stefania nel presentare Donne di Carta, e quell’unica parte del racconto dove ritorna, forse non casualmente: fare rete tra case editrici indipendenti. In una terra fiera della propria autonomia e della propria autenticità, quella parola, indipendenti, prende consistenza.

Difficile dimenticare l’emozione smisurata delle tre alunne di Maria: Alessia, Francesca e Andrea, e dei loro testi non meno coraggiosi: Cuore di ciccia (Susanna Tamaro), Frankenstein (Mary Shelley), Colpa delle stelle (John Greene). Insomma, tutt’altro che barzellette. Certo, penso subito dopo, se la loro prof è qui a dire – a centocinquanta studenti – nientemeno che Le tre ghinee della Woolf, cosa ti aspetti dalle sue allieve?
Ma c’è un brano, evocativo ed essenziale, che più mi sta scendendo dentro, sin dal pomeriggio precedente durante la coperta. È Deinas (accento sulla “i”) di Tatiana Longoni, sullo sciamanesimo sardo: “deinas non sono altro che donne silenziose, umane, spesso isolate, in continuo contatto col proprio essere unione di elementi”, dice la voce coinvolta di Pina, appena un tono più bassa di tutte le altre. Ma quelle parole arrivano, potenti.
Le tre ghinee di Maria, Deinas di Pina, e Baa-ba di Betty (dall’audiolibro di Rossella Faa), che Betty dice con tale spontaneità che qualcuno le chiederà, il giorno dopo: “…ma l’hai scritto tu?” Mi sembra un valore aggiunto, donare questi tre testi a ragazze e ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni; la considerazione e il perpetuarsi che qui, da millenni, ha il Femminile.

Nel pomeriggio lungo mare, arriva puntuale la traduzione per immagini di questo Femminile non sotteso, ma pervasivo. A passeggio con Betty e Isotta lungo via Roma (!), sul marciapiede opposto al molo di Cagliari, costeggiamo la facciata del Palazzo del Consiglio Regionale della Sardegna. La decorazione degli spazi esterni del palazzo, leggo sulle targhe sotto le sculture, affidata a tale Costantino Nivola. Mi colpisce la scultura di una Figura Femminile, grande, eppure così essenziale, accogliente, “cicladica” mi verrebbe da dire per le immagini che richiama. Ce ne sono altre sette di Figure Femminili, quasi tutte rivolte verso il mare, in questo spazio d’arte fruibile “a cielo aperto”, ed altre quattro Figure dai lineamenti maschili, più squadrate e volumetriche. Ma è per una di quelle femminili, in particolare, che io vorrei dire grazie all’artista. Diversamente da tutte le altre, lei non è verticale ma adagiata (“adagiata” per modo di dire, considerando il peso del marmo) su un campo (un’aiuola) di germogli di grano. Scoprirò dopo, che proprio nei giorni in cui siamo a Cagliari, le viene finalmente realizzata questa specifica collocazione, fino ad allora rimasta solo nella progettazione dell’artista. Mentre proseguiamo lungo via Roma, notiamo una fila per entrare nell’edificio: è stata appena inaugurata la mostra che ripercorre proprio l’ideazione di Nivola per questo allestimento esterno del Palazzo. Vorrei che Pina con la sua voce fosse lì, per dire il testo ai visitatori accompagnandoli all’ingresso o durante la mostra. Una Personalibro come audioguida, ma con tutta l’emozione del dono: “Semplice. Questa è la parola che contraddistingue lo sciamanesimo sardo: semplicità. Per me è tutto qui: Sciamana è la semplicità dell’ascolto, la semplicità del silenzio”.

Maria Rosaria

Betty (CA), Anna (FI), Nicoletta (RM), Roberta (CA)

Betty (Ca), Anna (Fi), Nicoletta (Rm), Roberta (Ca)