Les oiseaux de même plumage volent toujours ensemble…….
“Les oiseaux de même plumage volent toujours ensemble…….”
Anna Rita ci ha raccontato di aver appreso casualmente questo detto da un ambulante yvoriano. Lo abbiamo trovato adatto per definire le due giornate di incontro fra i gruppi di persone libro di Arezzo e Roma con la costituenda cellula marchigiana, complice la manifestazione “Macerata racconta” .
Fra tutte ci conoscevamo appena, eppure abbiamo piacevolmente condiviso gli spazi dell’accogliente casa di Anna Rita, ottime colazioni, pranzi e cene conditi da abbondanti chiacchiere, una passeggiata nel centro della bella città di Macerata, l’escursione mattutina a Monte San Giusto bellissimo paese di questa nostra Italia che sempre sorprende per i suoi luoghi nascosti e i suoi tesori artistici (in questo caso una Pala di Lorenzo Lotto e la particolarissima stanza del Vescovo affrescata dagli allievi del Lotto)…….Ma questo è il contorno, seppure importante e sostanzioso, soprattutto perché unito ad una gentilezza davvero indescrivibile di tutte/i……La cosa da raccontare è che, come sempre, le parole dei libri hanno fatto il resto…..ci hanno appunto fatto “volare” insieme, grazie alla nostre comune passione! A Macerata il sabato e la domenica a Sant’Elpidio a mare le nostre voci si sono unite….. E chi non conosceva l’associazione Donne di Carta ha apprezzato il nostro impegno e le nostre modalità di approccio alla lettura. Abbiamo detto chi siamo, cosa facciamo e perché, abbiamo fatto conoscere la nostra Carta dei Diritti della Lettura, il ruolo dell’Accademia, il progetto delle persone libro. Macerata, ne siamo certe, sarà presto una cellula attiva.
La forza della voce: da Mozart a Puccini passando per… Dostoevskij
Sabato 25 maggio 2013 ore 18.00 – Drugstore Gallery- via Portuense 317- Roma.
L’unico gioco d’azzardo che fa bene è la Cultura, soprattutto quando gli attori sono le persone. Consente una vincita sicura: crescere.
L’unico bene comune inalienabile è fare cultura in prima persona in un’economia di scambio di competenze, e passioni, e desideri.
Consente di esercitare la libertà.
I tagli alla Cultura sono un reato contro la libertà di ogni persona di crescere.
Noi non siamo divulgatori perché non consideriamo la gente un volgo: siamo abituate nell’esercizio pratico, come persone libro, a guardare in faccia le persone, una dopo l’altra, in un gesto che è il riconoscimento di un valore: tu esisti. E se tu esisti, il mio essere qui, il mio dire acquista un senso, una direzione, un’eticità.
Molti, oggi, parlano dell’importanza di ricostruire le relazioni sociali, con “molti” identifico i diversi soggetti del volontariato culturale – quei movimenti dal basso – che si danno da fare in diversi contesti per recuperare, in fin dei conti, una sorta di umanesimo che questo mondo mercantile ha sfaldato e svuotato.
Conoscenza diretta non mediata… un alfabeto sempre più sentito di democrazia partecipata.
È un pensiero della resistenza. Ci siamo dentro da sempre.
Far conoscere allora diventa consentire l’immersione diretta in un’esperienza. Noi questa volta abbiamo scelto come campo d’indagine la voce, il fiato, il respiro… (qualcuno direbbe “il soffio stesso della vita”); questo strumento incomparabile dell’espressione vitale: la voce che dice e la voce che canta. Tutte le cose che vivono hanno una voce.
L’azzardo è accostare la timbrica spontanea, ingenua delle persone libro con la timbrica costruita ad arte del canto lirico. Far risuonare le pagine dei Classici letterari accanto alle vibrazioni delle Arie del Melodramma. Da Mozart a Puccini passando per Dostoevskij, Goethe e Tolstoj. Soffermandoci un poco sulle pagine-testimonianza di una grande interprete della voce: Maria Callas.
Ingenuità e maestria sono due facce della medesima passione. Sono dediche. Sono costruzioni.
I cantanti lirici servono una Musa con una dedizione assoluta che deve fare i conti con la vita quotidiana per essere salvata, protetta. Chi canta fa di un sogno una realtà possibile.
Le persone libro servono un’idea della lettura come servizio, come dedica, come condivisione e lo fanno inventandosi del tempo da strappare a tutti gli impegni della vita.
Melodramma e Grande Letteratura. Una tecnica comune: la narrazione. Una vocazione comune: la pretesa all’universalità. Un contenuto in comune: l’amore, in tutte le sue forme e palpitazioni storiche. L’amore come miseria e nobiltà. E ascoltare può essere davvero l’occasione per riflettere su ciò che dobbiamo salvare dell’amore ( e dell’universalità).
Per fare Cultura noi ci poniamo e poniamo domande: la musica è un linguaggio universale? Qual è il potere seduttivo del canto e dell’oralità? E il Melodramma – nella sua vocazione di narrazione popolare – può ancora incantarci? E aggiungerei: è vero che definiamo “Classici” le opere che continuano nel tempo a parlarci? E di quale mondo ci parlano?
Le risposte sono affidate all’ascolto personale. Non c’è alcuna mediazione. La figura del Maestro Silvano Corsi è quella del direttore artistico che con il gesto e con la parola disegna un percorso interpretativo: dove poggia il respiro, dove la parola è suono che si fa senso, dove una lingua appresa diventa un abito da indossare.
Una “Lectio magistralis sulla voce”.
Ma l’altro azzardo è fare intercultura mettendo in scena persone portatrici di lingue e culture diverse: i cantanti lirici dell’Accademia di Roma sono coreani. Un altro mondo di gesti, di pose, di suoni. Un mondo che deve entrare nel mondo musicale del Melodramma e farlo proprio.
Questione di consonanti (le erre) che vanno inventate come sonorità; questione di posture corporali che vanno scosse dalla ieraticità formale di un altro modo di muoversi.
Una “Lectio magistralis sulla varietà delle culture”.
Sullo sfondo il silenzio. Quello “buono” che precede l’intimità di ogni ascolto – e si fa attenzione, lentezza, concentrazione ma anche attesa – e inaugura ogni discorso, sia esso suono o parola detta.
Reggerà il Melodramma all’ascolto di chi è abituato ai teleromanzi o li disdegna altezzoso?
Sapranno dirci ancora qualcosa le parole-pensiero di Maria Callas, di Goethe, Dostoevskij, Tolstoj?
Ho avuto l’onore di ascoltare in anteprima le prove dei cantanti e di vedere comporsi nel gesto del Maestro ogni partitura vocale come una scrittura disegnata nell’aria, e mi sono commossa. Per l’umiltà di ognuno di loro di fronte all’imperativo della musica, in nome della musica.
La medesima commozione mi prende quando attendo che una persona libro faccia il suo ingresso nella parola che dirà, nel Nome dell’autore.
È il medesimo silenzio da cui emerge ogni esposizione umana: tanta paura e tanto desiderio. Di esistere.
“Attenti all’attacco: è lì che nasce il mondo”. Una forza immensa.
Grazie alle persone libro di L’Aquila e di Roma, ai soci infaticabili: Maria Rosaria Ambrogio, Anna Delfini, Antonella Fortunati, Nicoletta Montemaggiori, Alda Morace; ai cantanti coreani Jeong Hwansoo, Shin Sunghee, Park Bin e alla pianista Jang Eunhye dell’Accademia di Roma, alla sua presidente Jinny Jo; al dono di bellezza offertoci dal “Giardino Parioli- Fiori e libri”; a Laura Cianfriglia e Carmela Ariosto del Drugstore Gallery Portuense.
Ma soprattutto grazie a questo meraviglioso poeta, che è Silvano Corsi.
Dei ragazzi nessuno sa niente
Partiamo da qui: dall’incontro di Antonio Rodriguez Menendez, fondatore del “Proyecto Fahrenheit 451 las personas libro” con gli studenti del Liceo “Leonardo-Platone” di Cassano delle Murge in data 30/10/2012.
Fa parte di quel Tour che l’Associazione Donne di carta organizzò per far conoscere il fondatore a tutte le cellule sparse sul territorio nazionale.
La “palabra vinculada” non è solo il cuore del progetto delle persone libro: se entrasse davvero nelle scuole porterebbe alla diffusione di una cultura fondata sul rispetto del Sé e dell’Altro all’interno di una dinamica di relazione intesa come valore. Un valore affettivo e sociale. Il recupero della parola come espressione e comunicazione.
Si può usare la palabra vinculada contro il bullismo? contro il sessismo? contro la violenza? Io credo di sì.
Proviamo a ragionare insieme su cosa sia: un modo per abitare le parole che diciamo, per sentirle formarsi dentro: parole che respirano del nostro respiro, parole che divengono poi fiato (la nostra voce) per essere consegnate a un altro. Essere vincolati al testo e vincolare l’altro all’ascolto. La palabra vinculada è una poesia del “legame“. Con noi stessi e con gli altri. Prima di tutto con noi stessi. La palabra vinculada è un invito a non avere paura della solitudine. E se le parole, poi, sono quelle prese in prestito dai libri: quelle che non sappiamo dire o che avremmo voluto che qualcuno ci dicesse – la lettura diventa davvero azione e relazione: una finestra che ci apre sul mondo.
Noi abbiamo provato tanto tempo fa a portare questo Progetto nelle scuole, in tutte le scuole, di fronte a ragazzi di ogni età. Non esiste una documentazione multimediale che renda giustizia a questa loro partecipazione perché a volte “abitare i luoghi” richiede un’immersione totale che fa trascurare la ripresa, la fotografia insomma il gesto di registrazione/conservazione dell’evento. Un peccato. Perché condividere le esperienze è un obiettivo fondamentale dell’Associazione.
Oggi sono diverse le cellule che hanno maturato o stanno elaborando progetti nelle scuole: in alcuni casi accade il miracolo e un’intera classe diventa “persona libro” a volte resta un’esperienza circoscritta all’occasione. Eppure è proprio questa la strada, tra le tante percorribili, sulla quale è necessario insistere e camminare più a lungo.
Dei ragazzi e delle ragazze non sappiamo niente: di cosa leggono o perché non leggono. Di cosa ascoltano, oltre la musica. Come abitano il tempo. Cosa pensano. Cosa vorrebbero da noi.
Una volta, presso la Masseria Santanna di Monopoli (Bari) una ragazza disse a memoria il testo scritto da un’altra. E questa ricambiò il dono. Non mi ricordo più le loro parole, mi ricordo lo sguardo con cui l’una sorreggeva il dire dell’altra. In quel dire ognuna restituiva all’altra un’identità precisa. C’era tutto: riconoscimento, fiducia, valore. Non si erano dimenticate di noi che ascoltavamo: semplicemente, avevano smesso di avere paura.
Non c’è bontà intorno per questi ragazzi che credono di urlare ma sono spesso senza parole. Ripetono quelle del “gruppo” a cui appartengono per non sentirsi diversi. Non c’è accoglienza per queste ragazze che credono di fare passi da gigante e restano sempre un po’ indietro ma fanno finta che non sia vero per non sentirsi escluse.
La palabra vinculada può essere una rete protettiva ma anche il colpo di remi per prendere il largo.
Ci vorrebbero insegnanti capaci di comprendere il progetto e farlo proprio. Qualcuno lo ha fatto. Ne servono altri.
“Non si può obbligare la gente ad ascoltare se non vuole“. Già. Ma forse c’è gente che ancora non ha avuto l’opportunità di capire che ascoltare è importante quanto dire, se non di più. Il silenzio da cui si esce è lo stesso.
Grazie ai ragazzi e alle ragazze che ci… provano perché fidarsi degli adulti è una costruzione e non un dovere. Grazie a chi insegna che saper leggere aiuta a vivere.
Calendario delle iniziative in corso
23 aprile - Flash Book Mob – Giornata internazionale del libro – Portogruaro (cellula del Veneto orientale)
11 maggio – Leggo… perché - III A Scuola Media S. Bernardino - Siena
18 maggio – Come si diventa persona libro: “il bacio” (testi a tema) - Liceo scientifico di Cesano Maderno – Milano (cellule di Milano e del Veneto orientale)
31 maggio – Novellando - Scuola San Lorenzo Montevarchi (AR) – (cellula del Valdarno)
Calendario globale delle attività dell’Associazione
Par coeur
Teatro Verde (stazione Trastevere) – Roma: 23 aprile 2013- Giornata internazionale del Libro.
Un coro è un complesso di persone che cantano insieme.
Le persone libro sono un coro di persone.
Cantare e dire, in comune, spesso, hanno la memoria, quel sapere a memoria che la lingua francese traduce in un incanto: “par coeur”.
Sì, perché per cantare e per dire a memoria, insieme, ciò che si ama bisogna metterci il cuore.
Le Biblioteche solidali sono un’avventura nel mondo: l’idea di appoggiare progetti che portino i libri ovunque, sopra muli, dentro capanne, mattone su mattone, è davvero quanto Yourcenar attribuiva ad Adriano: un’idea di cultura come granaio contro l’inverno. Direi contro gli inverni perché ne stiamo attraversando diversi.
In questo scenario d’intenti, essere qui a celebrare la Giornata internazionale del Libro, al Teatro Verde di Roma, tra i cori professionisti e non che si avvicendano sul palco, è stare al posto giusto. Cantare e dire: due modi d’essere del fiato. Due modi diversi di respirare… parole. Il respiro-ritmo. Le parole in tutte le lingue. I timbri diversi. Canto e controcanto. La meraviglia delle mani di chi dirige che sembra sempre disegnino nell’aria… una narrazione.
Noi, persone libro, siamo in sala, al buio, mescolate tra la gente, con un faro di luce che dal fondo indaga, fruga e scova quella timida figura che si alza in piedi e dice: Io sono… consegnando al silenzio le parole prese in prestito, cercando di incontrare lo sguardo delle persone più vicine, in quell’intimità che ben ricorda Pennac nel suo Come un romanzo… simile a una preghiera, capace di assolverci… tutti.
Lancio il nostro Fahrenheit 451 quasi con timidezza e da punti diversi della sala mi rispondono parole che anche se conosco, ogni volta, nell’emozione palpabile di chi le dice, rinnovano l’incanto dell’ascolto: un patto costruito par coeur.
La libertà di scelta delle persone libro sui testi da dire è sacra (il potere di chi legge) ma non finirà mai di stupirmi l’esattezza con cui quelle parole cadono ogni volta al posto giusto.
Poi divento io stessa l’intermezzo tra un’esibizione corale e l’altra.
Sono sola, questa volta, sul palco. Ma mentre illustro la Carta dei Diritti della lettura so che anche qui, negli spazi bianchi, dietro tutte le parole scritte, c’è un coro.
Il coro delle persone che ci hanno aiutato a scriverla, che dico? a pensarla, articolo dopo articolo.
Il coro delle persone che ne hanno curato la Prefazione, la Postfazione, la diffusione… il coro delle firme sul web e quello che aumenta ogni giorno nei moduli cartacei.
Il coro, questo sì di voci concrete, della prima presentazione pubblica in quel dì a Bastia Umbra…nel febbraio del 2011… in tutte le voci del mondo.
Perché questi 8 articoli sono stati tradotti in filippino, in portoghese, in giapponese, in rumeno, in farsi, in tedesco, in inglese, in russo… e mentre parlo dal palco, dentro la luce che mi azzera ogni contatto con la sala, ho nel cuore questo lungo viaggio di voci.
Chiamatelo pure “coro”, io le distinguo – le ricordo – una ad una.
Basterebbe il titolo a caratteri cubitali “Noi vogliamo leggere” per far sentire che questa Carta dei diritti della lettura non è fatta di carta.
E’ nata da voci che resistono. E sorretta da voci che si accordano nella convinzione profonda che leggere non si esaurisce mai dentro un libro ma è il mondo là fuori la partitura vasta che cerchiamo di comprendere, di condividere. Foss’anche solo per trovarvi un senso.
Perché è questo il vero e unico azzardo che la nostra Carta propone: non esiste libertà senza libero accesso al bene culturale; non esiste indipendenza di pensiero senza la bibliodiversità; non esiste crescita delle persone senza strumenti per comprendere la propria cultura, il proprio quartiere, la propria lingua. Non c’è salvezza senza memoria. Par coeur.
Non vedo le facce di chi ascolta ma sento l’assenso che si crea: in ogni momento della vita, in salute e in malattia, in ricchezza e in miseria, dentro un letto di ospedale, nel buio di una cella, sui banchi di una scuola, dentro lo zaino da viaggio dell’ emigrante… datemi la possibilità, sempre, fino a cent’anni, di crescere. Perché le persone crescono leggendo.
Dacci oggi il nostro leggere quotidiano…ovunque esso sia: fatto di cristalli di nuvole che pioveranno, fatto di cristalli che saranno pietra, fatto di cristalli che saranno gli occhi umidi di un cane, fatto di cristalli che disegnerai tu scrivendo un’altra storia… una preghiera laica, buona per tutti, fondata sul desiderio perché è qui il coeur del voler leggere: una relazione.
Ogni fatto culturale è la trasformazione del desiderio in un bene comune.
Solo prendendosene cura si possono perdonare le offese.
Ci offende chiunque impedisca di fatto questo diritto, crescere è un valore immateriale ma anche un guadagno materiale per tutta la società.
Ci offende una politica che non capisce quanto sia necessaria la Cultura.
Io voglio crescere: questo dice la Carta dei Diritti della lettura. Mai da sola. Mai per me sola.
Un coro è un complesso di persone.
Esistono biblioteche fatte d’aria: sono lì dove vive la gente, durano lo spazio di una relazione. Che questa relazione duri è un impegno di tutti/e.
Questo diremo al Parlamento europeo… la Cultura è desiderio.
Petizione sul web: http://firmiamo.it/la-carta-dei-diritti-della-lettura-donnedicarta
Leggi la Carta sul nostro sito: http://www.donnedicarta.org/images/allegati/carta_dei_diritti_lettura.pdf
Diffondi gli 8 articoli: http://www.donnedicarta.org/images/allegati/modulo-articoli.pdf
Scarica i Moduli per la raccolta firme reali: http://www.donnedicarta.org/images/allegati/modulo-firme.pdf da restituire a: info@donnedicarta.org
Paura? Noi no
Le premesse: creare un’occasione per affrontare il problema della violenza narrando le nostre storie, condividendo la competenza e l’esperienza, e partendo soprattutto dal dare voce alla paura. Paura della debolezza. Paura di non essere mai all’altezza. Di essere giudicate, sempre sotto esame. Di essere ingannate o non credute. Di essere sole (queste alcune delle risposte nel questionario).
Antonio Trimarco apre la mattinata e dal tono delle sue parole so che siamo nel posto giusto, al momento giusto, con le persone giuste: troppe donne ovvio, come al solito, qualche uomo: due, forse tre o quattro. Non c’è “media” sulle 40 presenze.
Racconta di sè, di un episodio di violenza subito, di come l’esperienza di karate gli abbia consegnato almeno la tranquillità nel vivere la situazione senza perdere la testa, e poi continua sull’importanza di eventi come questo che sono il segnale di una reazione contro la violenza che dilaga, cita gli ultimi casi, il suo orrore per la donna acidificata, l’averne parlato a cuore aperto, più volte, con sua moglie, inorridito.
Lo ascolto. Non è un discorso di convenienza, ha scelto il tono di chi si mette in gioco, e quel semplice atto di citare più volte la moglie, è un segnale di autenticità. Penso: forse ce la facciamo, forse è possibile costruire una complicità o un dialogo.
Poi tocca a loro. Gli allievi del maestro Angelo Cialente (Obiettivo Karate Roma).
Siamo prima seduti ad ascoltare poi tutto quel parlare di corpi fa effetto: ci alziamo, occupiamo lo spazio liberato dai tavoli all’interno della Biblioteca trasformata in una palestra. Loro ci mostrano alcune mosse di difesa, del tipo: reagisci per creare una via di fuga.
Reagisci? Penso: io sarei capace, se gli mollo un pugno, di fermarmi a chiedergli se gli ho fatto male… Reagisci?
Partiamo da qui, dal fatto semplice che se ti aggrediscono non devi opporti ma seguire il movimento – su seguilo, ti trascina? Seguilo…, non allontanarti, avvicinati docilmente. Cerca il contatto, mantenendo una posizione di sbieco mai frontale – devi vedere la tua via di fuga, lo spazio d’uscita – se lui è davanti, se ti tira verso di sè non opporti. È nella vicinanza che puoi usare improvvisamente polso o braccio come leva e liberarti dalla stretta, piegarlo a terra, avendo quello spazio necessario per assestargli un calcio o un pugno o una testata, forte, perché una leva provoca dolore, i ruoli s’invertono: sei tu che controlli per ora, tu che hai tempo di lanciare quel calcio, se hai i tacchi usali con tutto il peso del corpo o la parte anteriore del piede mai la punta: il calcio sulla rotula fa cadere, il calcio sulle palle fa male ma anche una testata sul naso è dolore. Poi scappa, urla, e scappa. Il tempo dei ruoli invertiti è minimo.
Pochi movimenti e molte parole.
Parole che parlano di equilibrio fisico, e mentale: non avere paura, stai calma, respira. Una gamba sempre più avanti dell’altra, appoggia il peso. Piega le ginocchia. Sii solida. Puoi farcela. Anche un braccio lanciato con tutta la forza fa male: una frusta. Ma soprattutto gioca sulla sorpresa: lui non s’aspetta che una preda reagisca. Lui non s’aspetta che tu non abbia paura.
È possibile?
Siamo in 40 a provare, ridendo. Vedo gambe lanciate in aria in modo scomposto. I due istruttori passano attraverso i nostri corpi che giocano: aggiustano una postura, consigliano un movimento, correggono un’interpretazione. Io so solo che non so nemmeno stare in equilibrio sulle mie gambe divaricate all’altezza delle spalle (dove finiscono le spalle?), non so piegare lievemente le ginocchia senza perdere l’equilibrio (ma sono sempre così rigida?), non riesco nemmeno a coordinare gamba per il calcio e braccio per la leva, quale leva? ci metto una vita a mettere il pollice e il medio al posto giusto sulla mano dell’altra (dovrei chiedergli: scusa, aggressore, aspetta un attimo… devo fare la presa). Accanto a me una donna si esibisce in un lancio di gamba da spaccata, quella di dietro afferra con convinzione il polso dell’altra, la spalla e la costringe a chinarsi su se stessa portandola in giro come al guinzaglio.
Meno male, almeno so che funziona. Sono io che devo ricominciare tutto daccapo: ho un corpo, capito Sandra? Hai un corpo.
Quando scoccano le 10.30 arriva la vigile della polizia municipale Rosalba Pucciariello; ha poco tempo per stare con noi, deve scappare… blocchiamo la sessione per sistemarci con le sedie in un circolo. È solo allora che mi accorgo che è arrivato anche Paris, il presidente del Municipio, che nella commozione del momento chiamo Renzo. Non me l’aspettavo. Non mi aspettavo la sua lettera aperta, ieri, in cui comunicava al territorio il nostro evento sottolineandone l’importanza, segnalando la continuità con la “Giornata particolare” che il municipio aveva voluto dedicare al Femminicidio. Nel presentarlo, Antonio dichiara che sono commossa, e lo sono sul serio: sbaglio il suo Nome, lo ringrazio e sto zitta.
Rosalba prende la parola. Il Presidente del Municipio è accanto a lei e ascolta, come tutti, ascolta la storia di Rosalba, la vigile aggredita nel suo posto di lavoro quasi sicuramente da un collega probabilmente sorpreso mentre stava rubando qualcosa dagli armadietti, un’aggressione vigliacca (ma quale aggressione non lo è?), di spalle, che l’ha segnata come violenza due volte, nel corpo per il danno ricevuto e nella non giustizia perché il suo Comando ha fatto cadere l’indagine. È così che una donna abbandona il suo posto di lavoro, va altrove. Per non grazia ricevuta.
Poi i discorsi s’intrecciano. Ci sono diverse persone, donne, nella biblioteca-palestra-agorà che appartengono alla polizia municipale, conoscono la sua storia, aggiungono riflessioni, commenti: sono donne che appartengono alla prima generazione di vigili donna, ognuna ha una storia di non rispetto e di non giustizia alle spalle. Lunga è la vita delle non parità.
Paris s’intreccia a queste prime battute, partecipa, commenta. Poi si congeda ringraziandoci: ha altri impegni, voleva solo dirci come uomo, come istituzione: io ci sono. Lo applaudiamo senza formalismi. Lo applaudiamo mentre si allontana e qualcuna a voce alta lo invita a organizzare altri eventi in cui partecipino gli uomini, è quasi perentoria la richiesta, un tu a tu: Paris, fa’ venire gli uomini.
Vorrei poter fare la cronaca minuto per minuto, parola dopo parola.
La commozione iniziale ha causato la non messa in moto del registratore digitale: attaccato alla presa, pronto ma mai acceso. Ricostruiremo insieme con le altre i dettagli, le linee tematiche, il succo ricevuto che dovremo mettere in bottiglia e portare altrove. Lo faremo insieme. Dopo.
Ogni donna che parla parte da sé, dal lavoro che svolge, come Assia Corsi, psicologa-musicoterapeuta, dalla storia di violenze subite: psicologiche non solo fisiche, pesantezze di disparità, sempre. Con reazioni solitarie, private, grazie agli strumenti posseduti: autostima, cultura, età.
Mi ricordo il modo accorato con cui una donna si è rivolta a Rosalba: ma dove erano i tuoi colleghi? Dov’era la complicità, il sostegno?
Un’altra confida – la voce intima e arrabbiata insieme –: mi sono sempre salvata perché non ho perso la calma, perché ho manipolato l’altro e non ho avuto paura di reagire anche davanti a un branco perché se colpisci uno gli altri si fermano.
Un’altra ancora si lamenta: perché gli uomini oggi non ci sono? A che serve parlare sempre tra di noi? Perché non avete portato i figli maschi e i mariti?
C’è chi il marito lo ha portato. C’è chi ha portato, da insegnante, un allievo. C’è chi da madre ha portato la figlia tredicenne. Noi ci siamo: partiamo da qui. È questo l’incipit.
Si parla di femminismo, che non è una brutta parola, soprattutto perché molte in sala lo hanno vissuto anagraficamente: è una parte della vita. Una giovane donna si rifiuta di usare la parola “autostima”, la sente troppo centrata sull’ego, chiede apertura all’altro, co-costruzione dell’identità attraverso l’altro. È un’insegnante di yoga ma nella forza della sua reazione linguistica c’è anche un rigetto della piega che sta prendendo il discorso sul femminismo… quell’essere sempre sul filo di una lama che questa parola provoca inevitabilmente, a distanza di… età.
Io penso che non abbiamo trovato ancora le parole giuste per raccontare un pezzo della nostra vita.
Autostima, identità, relazione. Mi viene spontaneo rispondere a una storia del Sé con le parole prese in prestito da una canzone d’amore, quelle famose di Modugno “Ma come hai fatto”. Le dico in reazione a un racconto di amore violento, vorrei che dicendole a voce alta tutte e tutti capissero che in quelle parole abbiamo contratto una malattia comune: l’ideale dell’Amore romantico, l’Amore che fa con-fusione, che annienta le singolarità… e trasforma la vita in un filo tra le dita di un altro. Dico il testo ma so che forse l’intenzione resta intenzione: è difficile scollarsi di dosso l’idea che l’amore con la maiuscola sia profondamente sbagliato (Lidia, Lidia Castellani ho paura che non siamo ancora pronte a vaccinare le bambine contro la paura della solitudine per difenderle dall’idiozia del grande amore!).
Si parla di modelli femminili che mancano: le donne di potere sono peggio degli uomini- rivanga qualcuna. Si alza una voce in risposta che ci spiega la la “sindrome dell’ape regina”. Mi volto sorpresa, che roba è? Le donne che conquistano il potere non solo devono fare più fatica e valere più degli uomini ma quando sono arrivate non possono mostrare quella complicità che le altre donne vorrebbero, anzi, che si aspettano, che pretendono da donna a donna, perché quel potere non ammette, per mantenerlo, nessuna debolezza, e la complicità lo sarebbe. Accidenti, dovremmo fare una sosta: questo è un discorso da sviscerare, qui c’è il cuore del nostro rapporto di fuga dal potere, la nostra paura “di essere come gli uomini”, paura/invidia/livore per le donne che ce la fanno.
Ma il discorso svia sui modelli: quelli che ci sono, criticati perché eccezionali, quelli che vorremmo inventare. Poi, non so bene quando, è tutto un lungo piano sequenza nella mia memoria: poi, appaiono loro, le attrici della Compagnia “Expresso Teatro”. Prendono il leggio, lo mettono al centro del cerchio e ci regalano – in un silenzio stupefatto e spontaneo – passi del loro lavoro di teatro civile. Sono dati agghiaccianti di morti di donne. Sono una storia crudele e paradossale di una lunga perdita di autonomia, di dignità di una donna prigioniera di un amore fatto di divieti in nome di una felicità che non arriva mai.
Parole senza sentimentalismi. Il sentimento non abita più la realtà?
Io ascolto. Le guardo. Una di loro è donna incinta (sarà femmina). Ha una potenza il suo corpo e una leggerezza che mi trapassa come una scheggia: ogni volta che una donna esprime la sua forza gli uomini non solo ne hanno paura, forse, in realtà la paura è anche invidia – lo penso e mi viene un po’ da ridere.
Un orizzonte, enorme. Si apre, si chiude. Parole: modelli, potere, aspettative. Giudizi.
Una persona libro s’inserisce con il testo su “Artemisia Gentileschi” di Anna Banti: una donna che voleva fare a tutti i costi la pittrice in un mondo di maschi, violata, non sorretta dal padre, sola. La sua vittoria (potere) senza felicità.
Le sue parole arrivano come una sferzata: sono una risposta a chi si lamentava del vuoto che il femminismo ha lasciato, quell’assenza di eredità che ha creato un vuoto generazionale.
Modelli. La forza delle donne, nonostante tutto, arriva. Ma si tratta di donne eccezionali. Di eccezioni. Questo è il punto. Questo è un nodo. Che strangola.
L’importanza di non essere normali – penso, mia cara Beauvoir.
È cambiato il modo, forse, nelle generazioni successive, di pensarsi donne? È per questo che non ci capiamo?
Ed è qui che arriva il miracolo.
Lei è minuta, seduta su un tavolo. È sicura di sé come la sua voce, chiara, forte. Lei è una bambina, tredici anni (o almeno io penso: si è ancora bambine a tredici anni). Lei dice che l’ha trascinata qui sua madre e che lei non voleva venire ma ora è contenta di stare qui, con noi – dice proprio così (no, non si è più bambine a tredici anni), ed è contenta di sentire questi discorsi perché è vero, è questione di modelli ma anche di pregiudizi. Perché a scuola le insegnanti dicono a loro, bambine (questa volta è lei che usa questo termine), di essere forti, che possono fare qualsiasi cosa, che sono uguali ai maschi e poi, invece, se accade qualcosa, qualcosa che non va fatto e di cui loro sono le autrici, quelle stesse insegnanti accusano i maschi come se fosse “naturale” che siano loro i responsabili. E questo è dire una cosa e poi agire in modo diverso. E loro, loro bambine, non protestano perché fa comodo che ci rimettano i maschi ma non è giusto perché è un pregiudizio… è come dire: voi non siete in grado di fare quelle cose… però è inutile protestare… le insegnanti sono quello che sono, ormai hanno quaranta, cinquanta anni e quindi non possono cambiare…
Quaranta, cinquanta anni! (vorrei morire adesso, qui, un colpo!). Mi esce dal cuore, puro istinto di sopravvivenza: la maggior parte di noi, cara, ha questa età. E non è vero che non possiamo cambiare! Si cresce tutta la vita – le dico. Si può cambiare anche alla mia età. Credimi!
Mi guarda. Io ho quasi urlato. Lei no. Sono io che ho paura.
Non hanno paura, alla fine, nemmeno i due uomini. È difficile per loro stare da soli in mezzo alle donne? Già. Noi passiamo la vita da sole in mezzo agli uomini. Ma questo non conta. Questo è scontato.
Parlano molto: dell’epoca del femminismo, della politica di strada, siamo in molti i coetanei. Della relazione uomo/donna: hanno le mogli presenti. Ed è proprio uno dei due che, a proposito della violenza, dice: quando un uomo diventa violento è perché ha perso, non ha più argomenti, si sente sconfitto e reagisce.
Ed è lo stesso uomo – mi fanno notare dopo, in macchina, ancora cariche di tutte le cose dette e ascoltate – che parla della violenza come qualcosa che viene fatta, che si agisce. Mentre tutte le storie dette dalle donne sono state storie di violenza subita, sopportata. Sarà questa la differenza?
Ripenso ad Antonio, al suo inizio di discorso “mi è capitato di essere aggredito”:è solo l’esperienza sulla pelle che può far comprendere agli uomini cosa provano le donne in ogni momento della propria vita?
Autostima, pregiudizi, disparità sociale, modelli, solitudine. Femminismo e nuove generazioni.
Tanta carne al fuoco. Necessaria. Siamo agli inizi di una narrazione. Vogliamo dire tutto e il contrario di tutto. Balbettiamo tutte le parole che viviamo ogni giorno. E non abbiamo mai né un luogo né un tempo per dirle.
Avei dovuto far vedere un video che Nicoletta Montemaggiori aveva preparato (ma non è il caso di cambiare luogo, andare di là, accendere il Pc, spostarsi fisicamente…): era un montaggio splendido di spezzoni tratti da diversi filmati di fiction e giornalistici.
Un montaggio di cose di ieri che non cambiano. Fino alla liberazione finale: la danza di tutte le donne del mondo, in piedi, ovunque, con il braccio e il dito puntato in alto. (- sarà per la prossima volta).
È arrivata Ginevra Gigliozzi, la nostra coreografa della Scuola “Pura Vida“, trafelata e sopravvissuta al traffico: le vigili sono corse via per andare al lavoro, siamo restate in una trentina. Ci mettiamo dietro di lei a imitare i suoi gesti. La musica è una melodia tribale, percussiva. I gesti sono tanti: braccia, gambe, petto, piedi.
Perdo la coordinazione, mi dimentico la sequenza. Mi guardo intorno. Ballano tutte. Anche gli uomini.
Una bibliotecaria abbandona il desk della biblioteca e si unisce a noi.
Ci fronteggiamo in due squadre, poi componiamo due circoli che s’intrecciano – si fa per dire, ripetiamo più volte passi e movenze. Si aggiunge un uomo, Piergiorgio, un habitué del Circolo di lettura della biblioteca.
Ripetiamo tutto daccapo. Passi mambo, mani aperte a schiaffeggiare le cosce, frustate con il petto a culo alto. Poi il giro su se stessi, poi il cerchio dentro il cerchio.
Penso: Ginevra è pazza. Ma tutte/i ballano.
Sono le 13.30, la biblioteca deve chiudere. Stop! Basta!
L’applaudiamo.
Ci applaudiamo a lungo, ridendo.
(Abbiamo raccolto tantissimi questionari, altri ne stanno arrivando, anche da una scuola).
La narrazione è solo cominciata.
Siamo pronte al viaggio.
- Io non ho paura
- Chi dei due ha paura?
- Biblioteca Renato Nicolini ex Corviale
- Paris, presidente del Municipio
- “Haka Maori”
Era… tutte le voci del mondo
“Chi è costui (costei)”?
Torniamo agli inizi del nostro discorso sulla creatività narrativa. Ecco il tono corretto della domanda che rende vivo un personaggio. Altro da sè. Con molto, certo, di quello che noi siamo ma con tanto di suo.
La domanda non è “Chi è l’Uomo (o la donna)”? Non generalizza ma esistenzializza. È la storia singolare, concreta, di quell’uomo o di quella donna che racconterò.
Unisco qui in questo report sia le ultime battute del nostro laboratorio sia le suggestioni meravigliose che ho accolto da una Lectio magistralis di Melania Mazzucco, e non solo perché confermano il tipo di lavoro che stiamo portando avanti ma perché rivelano aspetti reali – non ricette – di un’officina creativa.
(Mazzucco vive seguendo la traccia dei suoi personaggi. Dovunque questa la conduca. Per raccontare la loro vita s’inabissa nelle profondità della loro esistenza come se non fossero invenzioni della propria mente ma persone in carne e ossa che abitano da qualche parte lì nel mondo. E se il mondo è un’epoca lontana tutto il suo lavoro di detective consiste nel ricostruire il sapore di quell’epoca attraverso letture appassionate condotte su documenti d’archivio o tramite permanenze sui luoghi per respirare l’atmosfera, per imparare a vedere quel mondo con gli occhi e la sensibilità del personaggio, per abituarsi a pensare come lui, a parlare come lui.
Accade quest’immersione profonda anche se il personaggio è un contemporaneo perché la vita e le persone sono sempre un libro da leggere: scrivere di una donna che fa il soldato (“Limbo”) significa comprendere questa vita, conoscerla dal di dentro, sapere, per esempio, quanto pesa un fucile nelle mani di una donna).
Ultimamente sulla lavagna che pasticcio con tutti i gessetti colorati abbiamo giocato insieme a ricostruire le carte d’identità dei personaggi di un racconto che adoro – e che vi ho suggerito di leggere – “Colazione da Tiffany” di Truman Capote, accorgendoci in questa ricostruzione analitica che ogni ingrediente: un luogo, una qualità, un attributo del personaggio era intrinsecamente necessario e funzionale alla storia, e che seppure tutto quello che riuscivamo a ricostruire non era presente, esplicitato nel testo, spesso ne era la ragion d’essere, il motore.
(Con parole decisamente più suggestive, Mazzucco dice la stessa cosa: lei sa tutto dei suoi personaggi, scrive pagine e pagine su di loro ma poi, nell’atto finale, solo alcune cose entrano realmente nel testo e quelle parti mancanti, tacitate – e tutte le pagine che sono servite a tirarle fuori e che non ci sono (lavoro di “lima”) – sono lì a dare spessore, verosimiglianza, autenticità, insomma vita ai personaggi).
Scomponendo “Colazione da Tiffany” attraverso i suoi “attori” abbiamo fatto un viaggio a ritroso: abbiamo scoperto l’importanza narrativa dei luoghi come elemento di combinazione tra i personaggi, per esempio, o l’uso incredibile degli oggetti (la foto, il telegramma, la cartolina) come “uncini” delle sequenze narrative e senza rendercene conto abbiamo disegnato la “mappa” d’invenzione – e con lei il quartiere, e la casa: il luogo narrativo dove accade tutto – evidenziando quali parti il testo aveva evidenziato e quali taciuto e come nel montaggio ogni cosa acquistasse il suo peso quasi naturalmente. Con una maestria (coerenza del testo) che ha fatto dire a una di voi, con stupore: “ma scrivere è davvero tutto questo? Quanto è consapevole lo scrittore di quello che fa?”
Neanche noi leggendo come siamo soliti fare ci accorgiamo del lavoro immenso che c’è dietro ma ne godiamo il risultato e quel risultato c’è perché è un effetto strategicamente voluto (regime del piacere) mentre quando ci caliamo nei panni del lettore “attento” scopriamo la logica necessaria di un testo, quella che lo “tiene”, che rende tutto funzionale, indispensabile anche se a volte imperfetto.
Lo scrittore scrive. Immaginalo mentre lo fa: se è come Rimbaud esplode la sua immaginazione allucinatoria direttamente sulla pagina ma tutti quelli che non sono Rimbaud, noi tutti lavoriamo pazientemente, continuamente.
Uno scrittore quanto sa di quello che fa? Tutto e niente. Non sa né come né quali esperienze che ha vissuto in prima persona diventeranno parte di quella narrazione ma sa ogni cosa, ogni dettaglio, e parola, ogni pensiero del personaggio che sta… inseguendo per avere con lui un’occasione unica di esistenza.
Sa cosa hanno scritto gli altri su quel tema e sa anche in quale corrente quei testi galleggiano e le sue letture e i suoi modelli si agiteranno, in pro e contro continui, mentre lima ogni frase e ogni parola perché siano uniche, personali, sue.
Se non fosse consapevole di tutto questo sarebbe solo uno/a che scrive. Perché tutti hanno il diritto di farlo, ma la Letteratura è un’altra cosa.
Il lavoro di creazione letteraria (attributo che non appartiene a tutti i testi che leggiamo e soprattutto a tutti i testi “pubblicati”) viene molto prima di quel testo, è stato a lungo nella mente e nella vita di chi lo ha scritto. E solo a un certo punto diventa un’urgenza più importante della perdita annunciata: perché quando un libro è concluso, è finito smette di appartenere, diventa “altro” e d’altri. Non puoi più riscriverlo. Devi aspettare un’altra occasione, e non perderla.
(Mazzucco racconta: ho un’immaginazione visiva, vedo la storia per scene, inizio a scrivere la prima che spesso è proprio il “cuore” della storia e poi lascio che da quella si definiscano, come un puzzle o a raggiera, tutte le altre; poi guardo l’insieme e monto le scene, decido quali parti salvare e quali abbandonare, e spesso così facendo scopro quale sarà il personaggio da cui far derivare tutta la narrazione, quale il tono, quale, insomma, il punto di vista e da lì sistemo i piani narrativi…)
Quante volte ci siamo detti in questi nostri incontri che narrare è mettere in scena un’azione?
In questa mappa che emerge sulla lavagna fatta di personaggi, di luoghi e di oggetti si disegna a poco a poco la rete dei collegamenti possibili e anche di tutte le esclusioni fatte perché ogni scelta è l’accensione di un percorso e l’abbandono di un altro che però sta lì, preme, dà spessore. E a poco a poco emerge anche il substrato, l’invisibile, e quando ci accorgiamo che l’eroina indimenticabile di Capote è una delle declinazioni possibili della triste leggerezza dell’essere in fuga è come se la riconoscessimo, come se l’avessimo sempre conosciuta perché dentro di lei c’è la Letteratura (tutti i libri che abbiamo letto), tutto l’Immaginario (gli archetipi che risuonano in noi alla stessa altezza empatica), tutta la nostra cultura di lettori e di lettrici. Quel tessuto mitico che sorregge l’umanità del personaggio. Ossia il suo apparire come vero. E che ci permette di entrare, a noi lettori, nella sua storia.
(Se il personaggio tiene, tiene tutta la storia – dice Mazzucco)
Il che comporta che ciascun personaggio sia dotato di vita autonoma, che non sia mai “spiegato” ma lasciato vivere e che nell’atto stesso della sua invenzione chi scrive si disponga come un osservatore attento, come un ascoltatore dall’orecchio assoluto perché è la lingua, in cui quel personaggio parla, che esprime tutta la sua autenticità. Ed è la lingua inventata da chi scrive. E inventare vuole dire “scoprire”.
Per questo molti personaggi non sono veri: sono sempre e solo l’autore; sono “di carta” e restano in superficie perché non hanno spessore, non hanno un vissuto che, anche non scritto, si portano dietro e dentro, non rimandano a nulla e, soprattutto, sono tutti uguali, tutti proiezioni di un ego enorme che non si fa da parte.
Quest’ego dovrebbe invece svolgere il compito di un regista: costruire il montaggio attraverso il ritmo, dosare i toni di ogni scena, fare attenzione ai dettagli decidendo quali usare per creare collegamenti (anticipazioni, allusioni) e quali per illuminare i personaggi, scrivere le battute e poi ascoltare le voci degli interpreti, percepire la personalità che ciascuno regala a quel ruolo e avere la sensibilità di direzionarla ai fini della storia, magari scoprendo qualcosa che non aveva immaginato prima.
È un processo la scrittura – scaletta o non scaletta – facilità immediata di scrivere o necessità di lentezza, non importa. Tutto è azione e in azione. Il personaggio la muove, la subisce, la rimpalla, reagisce, la schiva. È un mondo in movimento. Azioni sono anche le parole di un dialogo, o le parole dei pensieri. Decidere la distanza tra chi scrive e la voce narrante: sono io? O è un personaggio? E quanto questo personaggio è altro da me?
L’ego sta nelle scelte dei materiali, delle combinazioni. L’ego sta in ognuno dei personaggi. L’ego appare e scompare, si frantuma nelle parole perché le parole sono “mondi”.
L’ego è lo stile: la visione del mondo che quei personaggi abitano come se fosse l’unico possibile. E almeno in quel testo, per tutta la sua durata, quel mondo è l’unico vero.
L’ego è il modo con cui quella storia sarà raccontata, parola dopo parola, virgole e punti, paratassi e subordinate. L’attacco: la prima riga che dà inizio al mondo, e l’ultima, che lo riconsegna al silenzio.
Quand’ero bambina, al Gianicolo, vicino alla statua di Garibaldi a cavallo, ogni domenica arrivava il teatro dei burattini. Si apriva il sipario: l’eroe aveva una voce squillante e calda, si muoveva nello spazio ristretto con l’eleganza di un ballerino, lei era così leggera che toccava il suolo solo con le punte e sembrava sempre in procinto di spiccare il volo, e aveva una voce sottile che si rompeva spesso in una risatina acuta. Poi c’era lui, il cattivo, arrivava ogni volta da un punto diverso della scena: da dietro, da sinistra, dall’alto: incombeva e allargava le braccia come fosse un corvo, e nera, grassa, cupa era la sua voce.
Io restavo incantata, con la bocca semiaperta – un giorno o l’altro ti entreranno le mosche dentro, vedrai! diceva sempre mia nonna. E la storia era sempre identica a se stessa. Infinitamente.
Poi un giorno arrivammo un po’ prima dell’orario della rappresentazione, mia nonna si era allontanata a comprarci il gelato, e io stavo lì da sola, dietro la casina del teatro, e lo vidi.
Un ometto basso e insignificante: stava infilando nelle sue braccia i pupazzi della storia, braccio destro il cavaliere gentile, braccio sinistro la donzella.
Disse “ciao” con una voce piatta, incolore.
Lui, che dentro la casina del teatro, era tutte le voci del mondo.
- Manoscritto originale di Capote
- Colazione da Tiffany di T. Capote
- Melania Mazzucco
- Teatro dei burattini al Gianicolo (Roma)

























