Il dono di una new entry persona libro: una poesia scritta per noi:-)

Prova d’orchestra

Anch’io sono entrato in sordina

alla prova d’orchestra

c’erano gli archi e i flauti

c’era il piano e l’arpa

il direttore in testa.

Suonavamo il diluvio nella melodia

ognuno un talento

il mio strumento i piatti a due

spiccicati magistralmente

all’ultima nota

prima del bis, prima del plauso

al direttore e all’orchestra:

Le persone libro.

19 feb. ’12

Piero Morelli

E siamo TUTTI strumenti preziosi di un’unica orchestra, il cui direttore è il comune sentire.

Francesca

Next page Generation


La velocità che contraddistingue la nostra epoca, nel comunicare, nel condividere, nello scambiare, con un sms, con un click, con un twitt, con un Mi piace, è materia ormai nota ed è parente alla stessa velocità con cui ogni nuova generazione si sovrappone ad un’altra, costituendo di volta in volta un nuovo percorso e rimarcando una propria nuova identità fatta di connotazioni, look, atteggiamenti diversi.

A questa velocità si relaziona anche l’accorciamento delle distanze temporali, per cui, se quando ero bambina, le generazioni si davano il cambio di trent’anni in trent’anni, accade ora che di cinque in cinque si possa già parlare di una new generation e sicuramente la più giovane e in corso (ma ancora per poco perchè presto ne giungerà una neo-nata con una nuova etichetta) é la native digital one, così caratterizzata com’è anche dalle proprie competenze multimediali e dall’urgenza di sharing attraverso i social network.

Bene, degli adolescenti ho già parlato/scritto più volte.

Avendo cominciato giovanissima, faccio l’insegnante da talmente tanti anni da potermi permettere di dire che ho avuto l’interessante opportunità di attraversare, vista appunto la velocità con la quale si susseguono, più generazioni. Questo non mi ha impedito di proteggermi dal rischioso trabocchetto di perdere la curiosità e la capacità di meravigliarmi, ogni qualvolta mi trovi ad interagire con i teenager.

Non ho insomma “fatto il callo” come dicono alcuni, non credo di aver acquisito-nonostante l’esperienza-una mia verità assoluta rispetto ai giovani che incrocio quotidianamente sul mio cammino. Io sono felice di riuscire ancora a meravigliarmi quando sto con loro, non sono vittima del disincanto, non mi creo mai insomma delle aspettative pre-confezionate rispetto a loro.

E così è capitato che, anche ieri, nella mia andata a Ostuni, in una scuola nuova per salutare e accogliere la neo-cellula di giovani Persone Libro, io mi sia meravigliata e nutrita dello stupore che mi capita di provare ogni qualvolta mi trovi davanti ad uno di quei tramonti mozzafiato che solo l’estate sa regalare! Uno spettacolo sempre uguale se vogliamo, eppure ogni volta diverso e cangiante, ogni volta ricco di colori e sfumature diverse.

TERRA E CENERE di Atiq Rahimi, il testo scelto da questi ragazzi, detto pagina per pagina da più di 60 di loro. Ad uno ad uno, una pagina dopo l’altra. Un unico testo, imparato per intero e detto in successione. Coraggiosi, bravi! Un libro nella sua totalità “ri-scritto” e restituito in maniera appagante dagli sguardi sognanti dei ragazzi di due classi del liceo, dalle loro voci soffiate, dai loro sospiri emozionati, dai cuori palpitanti, da quelle ciglia impastate di sogni e illusione, speranza e zelo che accompagnavano ieri le mani sudate, i colpetti di tosse e di timore, le occhiate furtive e golose di sapere se “é così che una persona libro fa!”

Sì, é così che fa, e i giovani “ragazzi libro” lo hanno fatto molto bene. Messi da parte i pc, gli smart phone, gli I-pod e tutto ciò che, nel bene e nel male, li fa sentire “always tuned”, si sono connessi su nuove frequenze, le frequenze di una emozione, che è capace di far rallentare il tempo, e di tenerci fermi in un’aula a condividere parole e scambiarci quei sorrisi di dentro, quei sorrisi che non sono di labbra ma di occhi, sorrisi di occhi che si testano, si collegano, si abbracciano mentre “dicono” il pensiero di qualcun’altro che abbiamo amato nel leggere.

Ora, mentre condivido anch’io su fb-per non essere fuori dai tempi!-l’album di foto scattate ieri in quel mentre, contenta di aver “fissato” con la mia macchinetta quegli istanti, penso ad un nuovo concetto di felicità, quella che passa dagli sguardi di chi, come loro, è depositario di un futuro che si arricchisce attraverso la memoria del passato.

Se i giovani leggendo e continuando ad amare sempre la lettura riusciranno, insieme a noi tutti, a restare depositari di questo tempo multiparadigmatico, allora sarà sicuramente interessante restare “collegati” ad infinitum in quell’attimo di eternità sublime che è il tempo che una mano impiega a sfogliare la pagina successiva.

Francesca Palumbo

Se dico dono dico persona libro – I miei perché

14 aprile 2011

Una manciata di caratteri, a volte, non riesce a contenere il vero senso di una Parola. Straborda ed esplode oltre se stessa e finisce molto lontana dai suoi confini.
Ci sono parole e Parole. Quelle circoscritte dentro un recinto ben determinato e determinabile e quelle che oltrepassano di parecchio un confine che apre poi ad altre sponde. E altri mari.
Più la Parola è importante più petali compone la sua corolla, più radici mette nel terreno  che separa due persone. Attinge a fonti diverse, si apre in diverse direzioni dando sfumature che rendono ogni tinta mai uguale a se stessa o a un’altra. Al massimo simili, mai uguali.

DONO.

dono

L’atto con cui si cede la proprietà di un bene da un soggetto a un altro che non prevede una compensazione diretta, elemento chiave che rappresenta la differenza con lo scambio commerciale.

Io dono.

E nella mia volontà di cedere qualcosa di me a un altro disegno la mia libertà.
Sono libera e liberamente scelgo di cedere.
E altrettanto liberamente, scelgo di cedere a te.
Dalla cessione parte una radice, la più resistente forse: nel gesto della privazione (mia), creo coesione con chi ho davanti nel momento di una sua possibile accettazione.

Possibile, non certa.

Il donare – nella sua accezione più sincera – non obbliga l’altro a una contropartita.
Ma non obbliga nemmeno ad accettare qualcosa che non si vuole né ad accettare qualcosa da chi non si vuole. Si corre un rischio. E nemmeno piccolo.
Ecco. Il valore del dono è aumentato dall’assenza di garanzie, dalla fiducia in cui lo avvolgo. Fiducia che il ricevente lo accetterà, lo comprenderà, e lo amerà tanto quanto ha fatto chi lo ha ceduto. Accoglienza.
1900 e qualche decennio in più. Mauss sul dono ci scrive un saggio: non importa il valore di produzione di quello che ti cedo, conta che io lo abbia fatto. Con il mio fare, creo una relazione. E a volte, persino un ponte con un possibile Divino.
Il dono di Mauss è un munus, ho l’obbligo di ricambiare, ma non tempi rigidi in cui farlo. E’ un’economia del dono. Una questione politica e sociale.
Non è stato il primo, non rimarrà l’unico. Boas, Malinowski, Lévi-Strauss. Potlach, Kula, Koha.
Ma se poi “puliamo” il termine, si ritorna ad un qualcosa che non obbliga a un ricambiare forzato.

Nel 2003, a Parigi, si svolse una manifestazione atipica, morta poi nel 2007  e che vide l’ultima tappa, proprio a Roma: “Le Gran Don”.
In un luogo prestabilito della città si raccolsero tutti i partecipanti, che incominciarono a regalare i loro oggetti ai passanti. Senza obbligo di ricambiare.
Ma c’era chi lo faceva.
La manifestazione terminava quando tutti gli oggetti, o comunque la maggior parte di essi, trovavano un nuovo proprietario.

Dono.

Libero, autogestito, volontario.

Allora mi spingo in un ulteriore volo pindarico. Se non posso (e nemmeno vorrei) vincolare il dono (nel senso originario e pirotecnico del termine) a una restituzione, perché dovrei vincolare il concetto di “bene” a un qualcosa di concreto e assolutamente tangibile?
Non posso. Non posso umanamente e non posso nemmeno sotto il profilo giuridico, se proprio vogliamo essere precisi e pignoli.

Ma non è questo il punto.
Quello al quale davvero miro è il concetto di dono che circola tra le persone libro.
Sia chiaro che, nonostante io racchiuda nel mio essere maledettamente umana una grandissima porzione di presunzione e arroganza, mai mi permetterei di dare una definizione “totalitaria” di ciò (e nemmeno una definizione, tanto per tornar precise come sopra).

Quello che vorrei fare è spiegare il perché, per me, una persona libro è una persona che dona.

Una persona libro è una persona che torna a casa dopo il lavoro, la scuola, gli impegni e impara una parte di un libro a memoria. Due parole, due righe, due pagine. Nemmeno qui il valore intrinseco conta.
Conta il fatto che io apro un libro, mi sforzo, impiego del tempo che non tornerà più, utilizzo forze che potrei utilizzare per fare altro, e poi ti guardo negli occhi e ti racconto qualcosa.
Io sto dedicando a te una parte di me, del mio tempo, della mia forza, della mia testa, della mia pazienza, del mio coraggio. E delle mie fragilità.
Davanti all’altro non ci sono più difese. Solo un terreno percorso da quelle Parole il cui Senso va ben oltre loro stesse e ben oltre chi le dice. Parole scelte, non casuali e, in quanto tali, da rispettare nella loro integrità poiché figlie di un sentimento che voleva dire QUELLO e in QUELLA maniera. E non qualcosa di simile o vicino. Ma QUELLO, esattamente quello.
Ma io non ho la garanzia che mi ascolterai. O che accetterai la mia voce, il mio dire (che diventa “il mio dare”). O che te ne fregherà qualcosa di quanto ho da raccontarti.
Io non ho garanzie, io ho solo la fiducia in me (che ce la metterò tutta) e la fiducia in te, che mi ascolterai (e che sarà la ricompensa alla mia Voce). E che avrai pazienza, quando quella Parola, che va rispettata, non verrà su.
E io quella Parola te la dedico, ti guardo e, tra i suoni della Voce, ti dico che quella Parola, in quel momento, è per te, solo per te. La mia Voce diventa legame. Ti tendo la mano sperando che tu la prenda. E se tu prendi la mia mano automaticamente stai ricambiando la mia stretta. Io dono la mia Voce, tu doni il tuo ascolto. E, quando sarai pronto, ricambierai con i tuoi modi, i tuoi tempi, i tuoi suoni.

Perché sarà per te naturale, farlo.

Poi, certo, non si può dimenticare un’altra cosa fondamentale: la militanza (forte e gentile, mai violenta) culturale. Un libro che viene letto è un libro che non morirà mai, perché qualcuno, oltre all’autore, l’ha letto e l’ha fatto suo. E di quelle pagine qualcosa, in chi legge, rimarrà per sempre.
La vera eternità del libro che si scontra con una deperibilità a cui è condannata qualsiasi cosa possegga un’identità materiale.

E anche questo è dono.

Donare attenzione, considerazione a chi ha riversato tutto quello che aveva in una manciata di fogli.

Parole donate