Ti ho amata per la tua voce (backstage)

Perdonatemi. Di solito uso il nostro Blog per condividere nel racconto un evento che si è svolto, mai ho sentito la necessità di un’anteprima anzi, di una brevissima anticipazione. Sarà il titolo, che insiste su quelle corde del cuore che ci trovano unite in questo progetto bislacco dell’imparare a memoria e del dire usando la propria voce o sarà perché è un evento che fa accadere cose… come, per esempio questa: il creare insieme.

Debito d’onore, sempre, dire i Nomi Propri, per statuto di esistenza e per noi donne, spesso, di r-esistenza.

L’idea, dunque, parte da Maria Rosaria, socia romana, che è in realtà l’ideatrice di tutta la battaglia navale di “NarrAzioni”, di cui questo evento è parte, ma mentre gli altri appuntamenti sono anche occasioni di conoscenza dell’altrui “arte”  (il teatro di Aida Talliente, di Ambra Viglione, di Amaterasu… ) e/o di altre formule di condivisione della cultura letteraria (l’associazione l’Altra P…Arte, le case editrici Kogoi e Haiku, la pittura di MariaRosaria Stigliano e le parole stupende della scrittrice Marisa Fasanella) che incontreremo presto, “Ti ho amata per la tua voce” nasce e vive “in casa”, chiama a raccolta  Donne di carta tutta: il suo saper fare e il suo voler dire.

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Locandina di NarrAzioni

Maria Rosaria è presuntuosamente convinta che questa “casa” sarà in grado di accogliere l’azzardo di raccontare il legame d’amore tra artiste di oggi e “personagge” di ieri (termine che rubo da Anna Maria Crispino perché “esatto” per indicare queste “compagne dei secoli passati”). Un legame che spesso è doloroso: “solo se tu mi racconti io r-esisto“.  Costrette entrambe, chi dice e chi è detta, ad attraversare la non memoria dei secoli e dei luoghi. Minori sempre, noi, ai margini del silenzio.

Dare voce, dunque. In fin dei conti dare voce a chi una voce l’ha avuta e con questa voce ha fatto innamorare, perché Giovanna D’Arco, Ildegarda, Artemisia hanno segnato con fiato e con opere il loro passaggio su questa terra… chi con la spada, chi con la luce e chi con il pennello, e, tra loro, forse l’unica mutola è quella Pia che porta in sé la consegna amara di quell’esser “murata” che ancora e ancora uccide ogni donna se l’amore dell’uomo non ne è all’altezza.

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Le compagne dei secoli scorsi e le loro cantastorie

Voce restituita e raddoppiata dalla poesia, dall’immagine filmica, dall’opera in musica, dalla scrittura: ecco che avanzano nell’ordine Maria Luisa Spaziani, Margarethe Von Trotta, Gianna Nannini e Anna Banti. Nomi di Donna, per un “femminile plurale” come dice, appunto, Maria Rosaria.

E questo femminile moltiplica la sua pluralità negli accenti regionali con i quali le persone libro rispondono all’appello  “solo se tu mi racconti io r-esisto”; una vera e propria “chiamata”: da Bari, da Cagliari, da Firenze, da Siena, da Valdarno… voci per un coro che trova qui risposta nelle persone libro di Roma.

Bello, certo, e fin qui sarebbe una splendida occasione di quasi raduno “nazionale” –  ma il plurale, una volta lanciato, fa come i cerchi nell’acqua: dilaga e non sai mai cosa s’impigli nell’onda.

L’onda è Patrizia, carica di casse e microfoni, che inventa un video mozzafiato su Giovanna sul quale monta una sua opera in musica, spinta dalla voglia comune di ridare vita alle cose. E questo sì che mi commuove, anche per un brano di vita che ritorna come un tocco sulla spalla: “ehi, tu… ricordi?”.
L’onda è Antonella che dopo i Megalibri dell’evento precedente ormai dipinge, ritaglia, incolla… ispirata, e si fa nascere dalle mani le sagome d’una Giovanna perplessa e d’un’altera Ildegarda quasi ad altezza media del genere femminile (almeno la mia).

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Giovanna D’Arco

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Ildegarda Di Bingen

L’onda è Nicoletta che connette cavi e video, e smadonna, e sposta e risposta il mondo alla ricerca della quadratura: l’efficienza tecnica di ciò che abbiamo (poco) e le esigenze (molte) della regia.
L’onda è Alessandra che porta su e giù i suoi computer e i suoi Bose, avanti e indietro, e poi una sera, finalmente in quiete, inventa una locandina morbida come un tessuto.

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L’onda sono le archeologhe del Drugstore: Laura, Sara, Vanessa, che si preparano i testi su tombe e mosaici, ossa e scavi come se finalmente il museo tornasse un luogo da scoprire, di letture e riletture e non di assuefatta conservazione (e la vedo da qui, Carmela, che senza dir nulla riattiva circuiti dismessi e recupera filmati anche lei preda di questo comune riportare in vita).

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Dettaglio del ritrovamento di un corpo conservato al Drugstore

L’onda sono le persone libro che si distribuiscono le “parti” ognuna a casa propria e ripetono ripetono quelle parole che non avranno più silenzio.

Angela di Bari
Roberta di Cagliari
Maria di Cagliari
Anna di Firenze
Rosamaria di Firenze
Alessandra di Roma
Luciana di Roma
Antonia di Siena
Daniela di Siena
Carla di Siena
Donatella di Siena
Giulia di Valdarno
Daniela di Valdarno

L’onda sono Giovanna e Mariateresa pronte a fare da supporto a ogni gesto, e luce, e cavo e ripresa, e catastrofe temuta.

L’onda è lo staff del desk: Emanuela, Luisa, Anna, Letizia tra le quali mi aspetto piombare giù Bruna dalle sue terre aquilane a dar manforte e regia e Ginevra accorrere con il suo foulard sventolante.

E l’onda, chissà se anomala, siamo noi 4 nei panni delle “guide”: io per Giovanna, Teresa nelle sue vesti di antropologa per “Ilde”, Maria Rosaria stessa a sfogo della sua passione per Banti e infine, il dono-presenza di Luciana Biondi, la mitica conduttrice radiofonica che molte di noi hanno amato come virgiliana guida nell’universo della musica rock, pop, rap di ogni tempo e luogo, e che ci condurrà nell’opera di Gianna Nannini-De’ Tolomei.

“Facciamo finta che…”: ed è un bel gioco. Nel reame del possibile ogni storia fonda la sua esistenza ma il patto vero è che la storia detta sia ridetta ancora, e circoli, e viaggi. Perché ogni tempo remoto sia sempre tempo del “qui e ora”. Perché narrare è far accadere di nuovo. E se c’è un silenzio che uccide, c’è un altro silenzio che prepara la vita.

[Grata a questo fare plurale. Il nostro crowfunding non ha funzionato, sappiatelo!… ma è arrivato comunque un carico di… bellezza].

 

Conversando di libri nei Caffè

via roma

via roma

Non nego il mio provare profonda tristezza entrando in Via Roma, attraverso vicoli di meraviglia: nelle passeggiate domenicali di anni fa lì trovavo voci, parole, amici… persone in cammino.

Il bar Gelè era sempre gremito di gente desiderosa di dirsi, raccontarsi… innamorarsi.
Voci, suoni, incontri non ci sono più… un grande silenzio e il caffè pasticceria deserto…

Mariella a voce alta mi racconta di lei bambina…
La zia, le scalette di ferro e lei sul filo dei tetti a camminare.

il bar pasticceria Gelè

il bar pasticceria Gelè

Solo nel poi, osservare pian piano riempirsi quel meraviglioso salotto di volte a vela e tappezzerie fiorite, ha fatto tornare in me un sorriso:
la magia del libro ricostruisce relazioni… ri-unisce di nuovo comunità tra sguardi e ascolti. Questo è meraviglioso e, meravigliosa è anche la lettrice che leggera e con modi intelligenti (che san guardare i vari aspetti di un romanzo interrogandosi e interrogando) offre a noi quel libro che ama ed è in quell’offerta “per tutti/e” che abita l’azione successiva: rileggere con nuove consapevolezze.
(a me sempre poco interessa la lezione magistrale che purtroppo ha allontanato… isolandoci come lettori… preferisco passeggiare con Ipazia, ed imparare, e chiedere).

Diversa l’impronta del giovane nel proporre le opere liriche…
La sua giovinezza però, mi ha in qualche modo affascinata e interrogata: quell’amore verso la letteratura chiuso e timido… che tratteneva, tosto, voli pindarici dei quali, son sicura, è capace… ma, essere sotto lo sguardo del Maestro non è semplice.
No, non lo è…
(forse, da disobbediente che sono, spero in una sua liberazione).

Comunque, grazie dal cuore… anche perché ogni incontro che ci vede insieme tra i tanti “fare” è una continua crescita d’energie sempre legato a quello che è accaduto, ieri, inserito nell’oggi e promessa per una collaborazione che avverrà domani: una strada di buone collaborazioni nella moltitudine di carismi associativi che ci animano.

“La marea era alta, quasi del tutto cessato il vento, e poiché si scendeva, in favor di corrente, verso la foce, altro non rimaneva che fermarci e attendere il riflusso.” (Conrad)

… Grazie per le occasioni date a noi persone libro del Valdarno – ancora poco conosciute nel territorio: per dirci per dirvi “Noi siamo…”

Ed ora mi beo nei versi a noi dedicati in modo estemporaneo e inaspettato in quella voce elevata da un pubblico attento e capace di un silenzio d’ascolto fitto e intenso:

Orsù vieni, sorella mia! Vieni, ti prego,
Presto, mettiti il tuo abito silvestre,
E non portar libri, ché questo giorno
(ma porta la tua voce che dice libri a memoria)

Ma vi devo ridire grazie?

Un grazie particolare a Rossella e a Lorenza, le nostre bibliotecarie, sì… però: nella fiducia accogliente… si sta bene!

Un abbraccio, Buc

Montevarchi

Montevarchi

[Le persone libro del Valdarno hanno partecipato a una iniziativa culturale – in collaborazione con l’associazione “Amici della Biblioteca”- che coinvolgeva, come luoghi di ascolto, diversi Caffè di Montevarchi].

Ci hanno messo il Paese in capo

Questa galleria contiene 4 immagini.

Siamo state per libri a Montegonzi, piccolo borgo nel Comune di Cavriglia. La rossa-Rossella, dolce bibliotecaria di Montevarchi, ci aveva proposto, con entusiasmo trattenuto e voce argentina (così come fa sempre lei) una “tournée” nel paesino della sua infanzia; poi, durante i giorni dell’attesa e della preparazione, ci aveva avvertito con garbo: “Non aspettatevi tanto… c’è […]

Una giacca, un maglione, uno spolverino

Solo un particolare- foto di Stefania Molajoni

Solo un particolare- foto di Stefania Molajoni

25 novembre 2013

La parola pubblica.

È una definizione che ho catturato ieri mentre ascoltavo gli interventi delle consigliere all’interno della riunione del Consiglio comunale di Firenze: eravamo state invitate come persone libro per testimoniare con le parole dei libri l’impegno che la Cultura ha nei confronti della violenza di genere che il 25 novembre non “celebra” ma denuncia con voce unica e forte.

A seguito della riunione dei capogruppo odierna vi confermo che il Consiglio come concordato con il presidente Giani sarà dedicato per la prima parte esclusivamente alla Giornata Internazionale contro la violenza alle donne fino alle ore 17.30.
Si aprirà con l’intervento del presidente, dell’assessore Giachi, delle pres.commissione, interventi delle consigliere ; ore 16.30/17.30 performance delle Persone Libro.
Un caro saluto a tutte.

Federica

Un invito eccezionale, per loro e per noi.
Dovuto a un doppio coraggio: quello di Federica Giuliani, presidente della Commissione Consiliare Pari Opportunità, che ha fortemente voluto questo evento  – e delle altre rappresentanti che l’hanno sostenuta – e del gruppo fiorentino, con a capo Maddalena Pilarski, che hanno organizzato con lei, con cura e con pazienza, ogni dettaglio. Accettando il fatto, inevitabile, che quanto si prefigura, nella realtà, poi, si sconfigura e diventa altro.

Eccezionale per loro: è la prima volta che accade; eccezionale per noi.
Perché non era facile – e non lo è stato – subentrare con il corpo, la memoria e il fiato all’interno di un’arena in cui domina la parola pubblica.
E sono grata per questa definizione che ieri una consigliera ha utilizzato a proposito degli impegni che i politici si assumono usando le parole. Ieri l’ho vissuta questa parola. Ieri ho imparato la differenza, l’ho percepita.
La differenza tra una parola pubblica che ha motivazioni politiche e una parola che nasce nel silenzio della lettura – privata, gelosa – e che poi assume obiettivi pubblici: toccare l’altro, accostarsi, farlo voltare, parlare all’altro di ciò che, forse, è importante per tutti.

La differenza tra un fiato e una voce che esternano parole che ricordano – già dimenticandoli – i fatti (qualcosa che resta in ombra, quasi in secondo piano, che perde sapore, colore, odore) e un fiato e una voce che, invece, abitano le parole e restituiscono presenza ai fatti: sono lì, ancorati; sono il tremore della contingenza, il peso e la fatica di quell’essere “ora e qui”.

Ieri ho pensato che se i politici facessero le “nostre coperte”, parole e persone coinciderebbero; ho pensato che l’ascolto è un’arte che nasce dalla condivisione di un desiderio. Dal bisogno – ma deve essere davvero un’urgenza– di reciprocità.

La palingenesi dell’oralità. Anche questa è una definizione che mi è cara, detta da Cristina Giachi, assessora alle Pari Opportunità, qualche tempo fa, il 29 ottobre, quando ci siamo conosciute per promuovere insieme la Carta dei diritti della lettura: quella Cristina Giachi i cui occhi ho cercato ieri come quelli di Nicoletta Gullace Tarantelli, vice presidente della Commissione consiliare Pari Opportunità, a sostegno della mia memoria. Trovandoli. Ritrovandole.
Il contatto necessario affinché il fiato sia il filo che stendi da una persona all’altra attaccando in fila le parole come il bucato. Parole domestiche. Parole private ma comuni. Come dovrebbe essere la “cosa pubblica”: un interesse di tutti.

Non c’è rabbia nelle parole anche quando dicono la rabbia o il dolore o la vergogna. Le emozioni vere sono ai due capi del filo. Se sei pronta a dirle, per sentirle davvero, mentre le dici. Se sei pronta a lasciarle andare fidandoti che qualcuno le raccoglierà. E le raccoglierà come vuole, quando vuole.
Non so spiegarlo altrimenti: è un’immagine. Dell’intimo che diventa pubblico e resta intimo lo stesso. Ieri l’ho capito.

Ho sentito il nostro fiato trovare uno spazio inedito. L’ascolto come una figura di creta, che si crea a poco a poco. Il silenzio che non è silenzio. Ma tensione, e stupore.
Quello che basta per restituirci il senso di quello che facciamo: è facile (non è facile mai) dire davanti a chi ti aspetta e ama come te le parole dei libri, e condivide una passione, e frequenta i luoghi di lettura; non è facile (non lo è stato e non lo sarà mai) lanciare una scommessa in uno spazio così “diverso”, davanti a persone impegnate in “altro”. Ci ascolteranno (saremo capaci di creare l’ascolto)? Ci guarderanno negli occhi (saremo capaci di distoglierli da loro stessi)? Si ricorderanno – dopo –  almeno una parola tra quelle ascoltate?

E quando la quindicesima persona libro è entrata trafelata – ed era l’unico uomo del gruppo – ho pensato che anche questo era perfetto: la voce maschile unita alle nostre. Come un quadro che si ricompone. O un discorso in cui non manchi più nessuno, come soggetto e come oggetto.

Quando la memoria è andata via nelle parole di una persona libro ho pensato: è una meraviglia che lo stesso libro sia nella memoria di un’altra, e che una voce possa unirsi a una voce diversa e continuare. Una meraviglia che il medesimo testo sia in un accento toscano e in una cadenza romana.

Le cose si costruiscono insieme: chi dice e chi ascolta. L’arena temuta è diventata un cerchio di persone intorno al fuoco. E gli applausi, per la prima volta da noi non vietati, sembravano sciogliere ogni tensione: la nostra e la loro.

Non avevo imparato a memoria la lettera scritta da un uomo agli altri uomini (dell’Associazione maschile/plurale): abbiamo deciso di consegnarla come una lettera vera, dentro una busta, a tutti i consiglieri uomini presenti. Un’ultima invenzione, con il contributo prezioso di Alessandra, di cui non mi ricordo il cognome, che si è lanciata a fare le fotocopie del testo, e quel pollice in su, che ci siamo scambiate come segnale alla fine di tutto, la dice lunga sul “filo di lama” su cui eravamo in equilibrio.

Ma l’invenzione vera è stata la voce del presidente del Consiglio comunale, Eugenio Giani. Ricevuta la busta, l’ha aperta e ha voluto leggere il contenuto della lettera a voce alta.

Da uomo a uomo, Lettera aperta sulla violenza maschile
Sono un uomo e vedo la violenza maschile intorno a me. Vedo anche, però, il desiderio di cambiamento di molti uomini.
Scelgo di guardare in faccia quella violenza e di ascoltare quel desiderio di cambiamento.
So che quel desiderio è una risorsa per sradicare quella violenza.
Di fronte alle storie di mariti che chiudono le mogli in casa o le ammazzano di botte, di fidanzati che uccidono per gelosia le proprie ragazze, di uomini che aggrediscono o stuprano donne in un parco o in un garage, non penso ‘Sono matti, ubriachi o magari i soliti immigrati !’, non mi viene da dire: ’Quella se l’è cercata!’. Tutto questo mi riguarda, ci riguarda […]

Non ci basta dire che siamo contro la violenza maschile sulle donne.
Desideriamo e crediamo in un’altra civiltà delle relazioni tra persone, una diversa qualità della vita, libera dalla paura e dal dominio. Vogliamo vivere una sessualità che sia altro dalla conferma della propria virilità e del proprio potere.
Molti uomini hanno finora vissuto questo tentativo di cambiamento individualmente, cercando un modo nuovo di essere padre, una diversa relazione con la propria compagna, un modo diverso di stare con gli altri uomini, un rapporto diverso con il lavoro. Questa ricerca è però spesso rimasta solitaria e invisibile, senza parole. Vogliamo esprimerci in prima persona, vogliamo che il desiderio di libertà e di cambiamento di migliaia di uomini diventi un fatto collettivo, visibile, capace di parlare ad altri uomini.

È così che accade quando si abita la parità tra chi dice e chi ascolta. Un gesto, semplice ma unico, di restituzione di quanto ricevuto. La condizione necessaria per immaginare che la parola sia ancora un mezzo per renderci liberi.
Tutte. Tutti.

(Post scriptum: le persone libro intervenute erano testimoni delle cellule di Firenze, Roma e Valdarno.
A onor di cronaca, la reazione all’evento è stata, per noi romane, lo shopping compulsivo. In tre ci siamo comprate una giacca, un maglione e uno “spolverino”. C’è sempre un prezzo da pagare).

La nostra Europa ha le ali

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Firenze- Sala d’Arme – Palazzo Vecchio

29 ottobre 2013

La Sala d’Arme di Palazzo Vecchio: un’inquadratura in fondo dove la finestra ritaglia un dettaglio superbo della colonna; le volte altissime e quell’essere lì ai lati di piazza Signoria.

Le voci si perdono nell’amplificazione: sono già eco appena passano dal fiato al microfono; sento male le parole ma il silenzio che c’è in sala, alla fine, costruisce l’ascolto. Quello delle persone libro che aprono l’incontro e che in una partitura perfetta e inventata al momento scandiscono con il loro dire il dire altro delle persone intorno al tavolo.
Regia perfetta quella di Federica Giuliani, presidente della Commissione Consiliare Pari Opportunità, che parla con gli occhi agli occhi di Maddalena Pilarski, tra il pubblico.

Ascolto, guardo le piante – collocate per l’occasione; faccio attenzione che il video curato da Nicoletta Montemaggiori possa scorrere fluido dietro le nostre spalle nel suo carico di immagini: tanti atti di lettura, posture e luoghi diversi che una serie di fotografe donne hanno regalato alla nostra Carta per accompagnarne il viaggio: “Cattura la lettura” – era questo l’invito.

Le persone in sala sono attentissime: qualcuna guarda le immagini, qualcuna sorride ma il volto di tutti e di tutte (come sempre di più le donne) è concentrato, e ciò che viene detto e ciò che viene guardato non è mai in disaccordo.

Intorno a questo lungo tavolo rosso ci sono 8 persone, badate: non sono persone qualunque.
Sono i corpi e le voci delle istituzioni: assessori, presidenti, politici.
Sono i corpi della docenza: diritto, estetica. E della creatività: una scrittrice.
Sono Cultura, Politica ed Educazione.
E non c’è uno di loro che non inauguri il proprio dire dicendo: grazie.
Grazie a un’associazione, grazie alle persone libro, grazie a un’idea migliore di come usare le parole. Grazie al volontariato.

E poi accade il miracolo vero di questa serata – o almeno a me pare così: in ogni intervento (in piedi o seduti) ognuno/a racconta qualcosa di sé: il proprio fare, il proprio rapporto intimo e antico con l’oralità, il senso privato, segreto della lettura, il fascino per la parola detta che si fa sguardo… e trovano spazio anche le pagine del nostro diario di viaggio “Io sono… una persona libro” che Federica Giuliani legge a voce alta come un Libro delle Ore, ad apertura e chiusura dell’incontro.

E tutti gli interventi sono un filo rosso di quel tavolo: è un grazie alla bellezza, al senso etico e morale di pretendere che la bellezza abiti sempre le nostre vite. Le vite di tutti. In ogni momento.
È questo che contiene la parola: la voce di una madre che legge fiabe e quella di un professore di ginnasio che dice Dante; quella forte e rituale del diritto romano, quella pericolosamente segreta della lettura mentale che sant’Agostino annota preoccupato nelle sue “Confessioni”.

È la parola posseduta come espressione del Sé e come ponte verso l’Altro, come capacità di mediazione, come un investimento del desiderio e guadagno dell’anima anche nell’ultimo istante prima della morte – come ci ricorda Lidia Castellani, scrittrice e socia di Donne di carta, citando un racconto di Cristina Campo – perché il tempo per leggere è sempre un ora e un qui, necessari.

È la parola che racconta nei secoli cosa siano gli uomini: quel Monumento della parola – un’opera collettiva – che è il Vocabolario della Crusca di cui Nicoletta Maraschio, presidente dell’Accademia della Crusca, racconta come se ne avesse raccolto ogni segno con le mani, con pacata lentezza – perché la storia delle parole è la storia delle nostre infinite rappresentazioni, il segno di un passaggio, la testimonianza stessa del vivere umano. E dice, poi, una cosa bellissima: leggere è abitare la lentezza. E noi che impariamo a memoria lo sappiamo bene.

È facile allora creare equivalenze perfette: lettura=cultura – dice Eugenio Giani, presidente del Consiglio comunale; lettura=cultura=bellezza=umanità gli risponde Nicoletta Gullace Tarantelli, vice presidente della Commissione consiliare Pari Opportunità.

Non è vero che l’estetica non ha niente da dire – come astutamente afferma per rivelare il contrario il professore-assessore alla Cultura Sergio Givone: l’estetica ha un corpo: quello delle persone, la loro voce, il fiato, la memoria. Un modo stupendo per manifestare il bisogno di eticità nelle cose umane.
Nel recupero dell’oralità rispetto al segno scritto, la memoria umana recupera un senso: la scrittura non ha vinto in capacità di durata, caro Platone – è questo che sembra suggerire Cristina Giachi, assessora alle Pari Opportunità e all’educazione oltre che docente di Diritto. E l’idea più semplice del mondo: dire guardando l’altro, sembra a tutti/e una rivelazione.

Bella l’espressione “palingenesi” dell’oralità che lei usa a proposito del nostro dire a memoria.

Emozione, senso. Sensi. Perché di corpi stiamo parlando.
Parlare delle parole è parlare di noi stessi: cittadini del mondo in un mondo che è un’immensa biblioteca. E bisogna leggerla davvero, con cura, con lentezza, con attenzione perché dietro e dentro le parole ci sono le persone.

«Davanti a una testa-biblioteca m’inchino, pensando di onorare non la testa ma la biblioteca». Fausto Melotti

E allora è chiaro a tutti/e il cuore del progetto. Una pedagogia della parola è un’educazione alla bellezza. All’etica della bellezza. Che non è mai oziosa, che non è mai sciolta dalla vita: dalle sue miserie, dai suoi disagi, dalle sue rivendicazioni occasionali. Ma è lì per rivendicare il diritto di accesso alla Cultura come un bene di tutti. Il diritto stesso alla libertà. Il diritto che sorregge tutti gli altri.

E che questa Carta sia la testimonianza di un desiderio comune, autentico, e non cerimoniale, sta in quel grazie così ripetuto, nel mio Nome citato con il tono che si usa per un’amica, una compagna di avventure, nel calore dell’accoglienza e nella cura per ogni scelta fatta: la pianta, la gigantografia della Carta… e allora penso che l’applauso a ogni dire delle persone libro sia profondamente giusto questa volta, – e non rimbrotto nessuno, non dico: non si applaude, perché è qui che abita la reciprocità.

Una pedagogia civile, insiste l’europarlamentare David Sassoli – questo è il messaggio della Carta.
La verità formativa delle emozioni, sottolinea Nicoletta Gullace Tarantelli.
La parola come umanità, sussurra ancora Nicoletta Maraschio.
La rivendicazione di un diritto, ribadisce Lidia Castellani.
Le persone libro e la Carta sono un tutt’uno: l’una nasce dall’esperienza dell’altra, concludo io.

L’europarlamentare, chiamato a questo tavolo con convinzione e con onestà, risponde con onesta convinzione: bisogna far crescere una rete di cittadini, di associazioni, di Paesi. Oltre l’Italia.
Il messaggio della Carta è chiaro e potente: riportare al centro la parola per rimettere al centro del mondo le persone.
Si può fare – dice.
Insieme.
E che quell’insieme non sia una battuta da politico lo rivela la spontaneità del suo bacio più volte dato, dopo il mio intervento, stringendomi la mano come chi ritrova un amico.

Ed è quell’insieme che emerge ancora più deciso, nella sua meravigliosa semplicità, nella voce di Federica Giuliani quando, a congedo, legge un altro paragrafo dal nostro diario di persone libro.
Parole sottolineate…

«Ma fare la persona libro è fare di “questa” voce un dono ad altri, è comunicare, è toccare chi si ha davanti e farsi toccare dalla bellezza che il testo – quel testo scelto tra mille – improvvisamente restituisce intatta tramite l’emozione di un altro.
Bisogna uscire da sé per ritornarvi, forse, più vere.»

Andremo a Bruxelles. Con la Commissione Pari Opportunità del Comune di Firenze.

Federica Giuliani (no, non siamo parenti) mi sussurra:
– abbiamo preparato un piccolo dono per tutte le persone libro ma non conosco i loro Nomi.
– perché tu chiami per nome i libri che hai negli scaffali di casa? – rispondo.
Mi guarda.
Prendo allora il microfono e chiamo le persone libro secondo le città, in ordine sparso: Firenze, Empoli, Arezzo, Pistoia (sono corse via… il treno), Valdarno, Roma. Siena si guadagna in assenza un applauso.

Un dono a ognuna di loro. E un bellissimo giglio all’associazione che rappresento (ma io mi sento come se mi avessero consegnato una cittadinanza onoraria, e penso: guai a te se dici libro con due b, non puoi!).

La gentilezza è l’eleganza che rivela di quale materia siano fatte le persone. Una cosa rara. Ma non qui, non stasera.
E forse era questo in cui Socrate non aveva smesso di credere, nemmeno all’ultimo atto: quando le istituzioni hanno un volto, e anche un Nome e Cognome, non puoi che immaginarti cittadina di un mondo migliore.

E fare in modo che sia così, davvero.

Buon viaggio, Carta dei diritti della lettura.
2011-2013: si va in Europa.

Era un piccolo seme in quel marzo…

Mariella, dopo una nostra coperta, chiede titoli di libri che abbiano come argomento la violenza di genere… per sé, ma di più per la nipote che presto sarà avvocato.

Un desiderio grande: formarci e informarci tra donne e per le donne: quel deserto infinito di bollettini di guerra ci rende impotenti e nello stesso tempo piene di una carica rivoluzionaria che ci fa dire: “noi non ci stiamo. Facciamo qualcosa. Iniziamo da noi… dal basso”

Sono tanti i titoli…
timidamente, anch’io offro il mio: “uomini che (odiano) amano le donne” di Monica Lanfranco e racconto che sicuramente andrò alla sua presentazione a Livorno… ma poi, d’istinto, la proposta collettiva: ma perchè non chiamarla qui con noi? Perchè non creare con lei un incontro che sappia unirsi al nostro progetto?

“era una donna in un periodo particolare, quei periodi che sembrano non finire mai… e cercava, guardava, osservava. In questo scenario di ricerca di voci al femminile Monica Lanfranco era parte di questa rosa. Le piaceva la sua parola: leggera e incisiva, critica nella costruzione, attenta ai dettagli e ampia nello sguardo, lieve nell’osservazione, morbida e forte nel rivendicare la scelta.

Esplorare… ci sono donne che non smettono mai.
Caparbie mai vittime di un sistema che frana e di una naturale chiamata che potrebbe portarle all’abbandono totale del proprio “essere”: lei ha bisogno di ri-costruirsi e non molla.

Altradimora: un seminario “Storia delle donne/storia di donne”.
Lei vuole partecipare e scrive.

C’è risposta… e ascolto.

Ma, a volte, le responsabilità chiedono il “rinuncio” e si lanciano ponti di attesa:
continueremo a camminarci accanto, le donne si dicono. Così è stato.

– Perchè parli in terza persona, Buc?

– Perchè ci son momenti nei quali siamo terze a noi stesse.”

Ho una forte emozione dentro mista a una lieve nostalgia.
Quel piccolo seme, senza nemmeno saperlo, è cresciuto nella cura di noi tutte: acqua, terra, cielo…
Noi diciamo libri… li trasmetteremo ai nostri figli.
Ce lo ripetiamo sempre come un mantra.
La nostra Carta dei Diritti della lettura ci chiede anche di leggere la realtà… e di interagire con lei.
E maglia dopo maglia una fiumana di voci attive nel nostro territorio si sono unite alle nostre.

Sul libro di Monica abbiamo inventato quel libro che ci serve e lo abbiamo, insieme, trasmesso.
Insieme a tanti altri libri…
Ci sono giardini libri? Sì… ci sono, esistono.
Io li ho visti, ascoltati e vissuti.

Riguardo il cammino:
Dritto e Rovescio… il loro entusiasmo creativo e l’impegno.
Maria Grazia e Giovanna pronte per la scalata.
Vania e le pari opportunità di Montevarchi… la tenacia, la presenza, l’attenzione.
Eva con Eva… teca di quel dolore da risolvere senza se e senza ma.
Il progetto “scarpe senza donne” nel silenzio immobile e parlante di Jenny, Martina, Benedetta e Sara… impaurite ma subito sciolte dalle parole di Monica:
“fate quello che sentite”
La Biblioteca nel fare di Lorenza: preziosa alle nostre distrazioni.
La partecipazione attiva del Sindaco.
I volti… I volti… I volti…
Gli sguardi incrociati… sì: attraversano l’anima e non mollano.

C’è molto da fare.
Abbiamo molto da dirci: ognuna/o scegliendo il suo modo, il suo “potere”, il suo tempo.
Abbiamo creato: ognuna/o scegliendo il suo modo, il suo “potere”, il suo tempo.

Abbiamo molto ascoltato: emozionando… emozionandoci.
“Aspettiamo. La manutenzione continua.”

Era un seme in quel marzo….
Oggi, in questo primo giorno di giugno, osservavo i margini delle strada che stavo percorrendo: sono bellissimi tra rossi papaveri, margherite infinite di gialli e forme… c’è anche quel fiore viola profondità del quale non conosco il nome.
Mi sono fermata per immaginare una strada di meraviglia: nessuna bellezza ai margini ma lì, al centro, con noi, con me.

Vedo solo una scatola rosa, ora… e numeri e nomi ma poi mi dico:
“Il primo passo per fermare la violenza è riconoscerla, e prima ancora serve alzare gli occhi, guardare chi abbiamo di fronte e ravvisare la reciproca umanità.” (Monica Lanfranco)

Una frase trattenuta con la memoria del cuore, cerca prima il suono della voce, quello giusto, subito dopo diventa fare, azione, politica.

C’erano tanti uomini tra noi. Tanti.

da Buc (persona libro del Valdarno)

foto di Cesare Chioccioli, Alessandra Maggi e Buc (fonte: facebook)

Dei ragazzi nessuno sa niente

Partiamo da qui: dall’incontro di Antonio Rodriguez Menendez, fondatore del “Proyecto Fahrenheit 451 las personas libro”  con gli studenti del Liceo “Leonardo-Platone” di Cassano delle Murge in data 30/10/2012.

Fa parte di quel Tour che l’Associazione Donne di carta organizzò per far conoscere il fondatore a tutte le cellule sparse sul territorio nazionale.

La “palabra vinculada” non è solo il cuore del progetto delle persone libro: se entrasse davvero nelle scuole porterebbe alla diffusione di una cultura fondata sul rispetto del Sé e dell’Altro all’interno di una dinamica di relazione intesa come valore. Un valore affettivo e sociale. Il recupero della parola come espressione e comunicazione.

Si può usare la palabra vinculada contro il bullismo? contro il sessismo? contro la violenza? Io credo di sì.

Proviamo a ragionare insieme su cosa sia: un modo per abitare le parole che diciamo, per sentirle formarsi dentro: parole che respirano del nostro respiro, parole che divengono poi fiato (la nostra voce) per essere consegnate a un altro. Essere vincolati al testo e vincolare l’altro all’ascolto. La palabra vinculada è una poesia del “legame“. Con noi stessi e con gli altri. Prima di tutto con noi stessi. La palabra vinculada è un invito a non avere paura della solitudine. E se le parole, poi, sono quelle prese in prestito dai libri: quelle che non sappiamo dire o che avremmo voluto che qualcuno ci dicesse – la lettura diventa davvero azione e relazione: una finestra che ci apre sul mondo.

Noi abbiamo provato tanto tempo fa a portare questo Progetto nelle scuole, in tutte le scuole, di fronte a ragazzi di ogni età. Non esiste una documentazione multimediale che renda giustizia a questa loro partecipazione perché a volte “abitare i luoghi” richiede un’immersione totale che fa trascurare la ripresa, la fotografia insomma il gesto di registrazione/conservazione dell’evento. Un peccato. Perché condividere le esperienze è un obiettivo fondamentale dell’Associazione.

Oggi sono diverse le cellule che hanno maturato o stanno elaborando progetti nelle scuole: in alcuni casi accade il miracolo e un’intera classe diventa “persona libro” a volte resta un’esperienza circoscritta all’occasione. Eppure è proprio questa la strada, tra le tante percorribili, sulla quale è necessario insistere e camminare più a lungo.

Dei ragazzi e delle ragazze non sappiamo niente: di cosa leggono o perché non leggono. Di cosa ascoltano, oltre la musica. Come abitano il tempo. Cosa pensano. Cosa vorrebbero da noi.

Una volta, presso la Masseria Santanna di Monopoli (Bari) una ragazza disse a memoria il testo scritto da un’altra. E questa ricambiò il dono. Non mi ricordo più le loro parole, mi ricordo lo sguardo con cui l’una sorreggeva il dire dell’altra. In quel dire ognuna restituiva all’altra un’identità precisa. C’era tutto: riconoscimento, fiducia, valore. Non si erano dimenticate di noi che ascoltavamo: semplicemente, avevano smesso di avere paura.

Non c’è bontà intorno per questi ragazzi che credono di urlare ma sono spesso senza parole. Ripetono quelle del “gruppo” a cui appartengono per non sentirsi diversi. Non c’è accoglienza per queste ragazze che credono di fare passi da gigante e restano sempre un po’ indietro ma fanno finta che non sia vero per non sentirsi escluse.

La palabra vinculada può essere una rete protettiva ma anche il colpo di remi per prendere il largo.

Ci vorrebbero insegnanti capaci di comprendere il progetto e farlo proprio. Qualcuno lo ha fatto. Ne servono altri.

Non si può obbligare la gente ad ascoltare se non vuole“.  Già. Ma forse c’è gente che ancora non ha avuto l’opportunità di capire che ascoltare è importante quanto dire, se non di più. Il silenzio da cui si esce è lo stesso.

Grazie ai ragazzi e alle ragazze che ci… provano perché fidarsi degli adulti è una costruzione e non un dovere. Grazie a chi insegna che saper leggere aiuta a vivere.

Calendario delle iniziative in corso

23 aprile – Flash Book Mob – Giornata internazionale del libro –  Portogruaro (cellula del Veneto orientale)

11 maggio – Leggo… perché –  III A Scuola Media S. Bernardino  – Siena

18 maggio – Come si diventa persona libro: “il bacio” (testi a tema) – Liceo scientifico di Cesano Maderno – Milano (cellule di Milano e del Veneto orientale)

31 maggio – Novellando – Scuola San Lorenzo Montevarchi  (AR) – (cellula del Valdarno)

Calendario globale delle attività dell’Associazione