Ti ho amata per la tua voce (backstage)

Perdonatemi. Di solito uso il nostro Blog per condividere nel racconto un evento che si è svolto, mai ho sentito la necessità di un’anteprima anzi, di una brevissima anticipazione. Sarà il titolo, che insiste su quelle corde del cuore che ci trovano unite in questo progetto bislacco dell’imparare a memoria e del dire usando la propria voce o sarà perché è un evento che fa accadere cose… come, per esempio questa: il creare insieme.

Debito d’onore, sempre, dire i Nomi Propri, per statuto di esistenza e per noi donne, spesso, di r-esistenza.

L’idea, dunque, parte da Maria Rosaria, socia romana, che è in realtà l’ideatrice di tutta la battaglia navale di “NarrAzioni”, di cui questo evento è parte, ma mentre gli altri appuntamenti sono anche occasioni di conoscenza dell’altrui “arte”  (il teatro di Aida Talliente, di Ambra Viglione, di Amaterasu… ) e/o di altre formule di condivisione della cultura letteraria (l’associazione l’Altra P…Arte, le case editrici Kogoi e Haiku, la pittura di MariaRosaria Stigliano e le parole stupende della scrittrice Marisa Fasanella) che incontreremo presto, “Ti ho amata per la tua voce” nasce e vive “in casa”, chiama a raccolta  Donne di carta tutta: il suo saper fare e il suo voler dire.

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Locandina di NarrAzioni

Maria Rosaria è presuntuosamente convinta che questa “casa” sarà in grado di accogliere l’azzardo di raccontare il legame d’amore tra artiste di oggi e “personagge” di ieri (termine che rubo da Anna Maria Crispino perché “esatto” per indicare queste “compagne dei secoli passati”). Un legame che spesso è doloroso: “solo se tu mi racconti io r-esisto“.  Costrette entrambe, chi dice e chi è detta, ad attraversare la non memoria dei secoli e dei luoghi. Minori sempre, noi, ai margini del silenzio.

Dare voce, dunque. In fin dei conti dare voce a chi una voce l’ha avuta e con questa voce ha fatto innamorare, perché Giovanna D’Arco, Ildegarda, Artemisia hanno segnato con fiato e con opere il loro passaggio su questa terra… chi con la spada, chi con la luce e chi con il pennello, e, tra loro, forse l’unica mutola è quella Pia che porta in sé la consegna amara di quell’esser “murata” che ancora e ancora uccide ogni donna se l’amore dell’uomo non ne è all’altezza.

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Le compagne dei secoli scorsi e le loro cantastorie

Voce restituita e raddoppiata dalla poesia, dall’immagine filmica, dall’opera in musica, dalla scrittura: ecco che avanzano nell’ordine Maria Luisa Spaziani, Margarethe Von Trotta, Gianna Nannini e Anna Banti. Nomi di Donna, per un “femminile plurale” come dice, appunto, Maria Rosaria.

E questo femminile moltiplica la sua pluralità negli accenti regionali con i quali le persone libro rispondono all’appello  “solo se tu mi racconti io r-esisto”; una vera e propria “chiamata”: da Bari, da Cagliari, da Firenze, da Siena, da Valdarno… voci per un coro che trova qui risposta nelle persone libro di Roma.

Bello, certo, e fin qui sarebbe una splendida occasione di quasi raduno “nazionale” –  ma il plurale, una volta lanciato, fa come i cerchi nell’acqua: dilaga e non sai mai cosa s’impigli nell’onda.

L’onda è Patrizia, carica di casse e microfoni, che inventa un video mozzafiato su Giovanna sul quale monta una sua opera in musica, spinta dalla voglia comune di ridare vita alle cose. E questo sì che mi commuove, anche per un brano di vita che ritorna come un tocco sulla spalla: “ehi, tu… ricordi?”.
L’onda è Antonella che dopo i Megalibri dell’evento precedente ormai dipinge, ritaglia, incolla… ispirata, e si fa nascere dalle mani le sagome d’una Giovanna perplessa e d’un’altera Ildegarda quasi ad altezza media del genere femminile (almeno la mia).

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Giovanna D’Arco

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Ildegarda Di Bingen

L’onda è Nicoletta che connette cavi e video, e smadonna, e sposta e risposta il mondo alla ricerca della quadratura: l’efficienza tecnica di ciò che abbiamo (poco) e le esigenze (molte) della regia.
L’onda è Alessandra che porta su e giù i suoi computer e i suoi Bose, avanti e indietro, e poi una sera, finalmente in quiete, inventa una locandina morbida come un tessuto.

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L’onda sono le archeologhe del Drugstore: Laura, Sara, Vanessa, che si preparano i testi su tombe e mosaici, ossa e scavi come se finalmente il museo tornasse un luogo da scoprire, di letture e riletture e non di assuefatta conservazione (e la vedo da qui, Carmela, che senza dir nulla riattiva circuiti dismessi e recupera filmati anche lei preda di questo comune riportare in vita).

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Dettaglio del ritrovamento di un corpo conservato al Drugstore

L’onda sono le persone libro che si distribuiscono le “parti” ognuna a casa propria e ripetono ripetono quelle parole che non avranno più silenzio.

Angela di Bari
Roberta di Cagliari
Maria di Cagliari
Anna di Firenze
Rosamaria di Firenze
Alessandra di Roma
Luciana di Roma
Antonia di Siena
Daniela di Siena
Carla di Siena
Donatella di Siena
Giulia di Valdarno
Daniela di Valdarno

L’onda sono Giovanna e Mariateresa pronte a fare da supporto a ogni gesto, e luce, e cavo e ripresa, e catastrofe temuta.

L’onda è lo staff del desk: Emanuela, Luisa, Anna, Letizia tra le quali mi aspetto piombare giù Bruna dalle sue terre aquilane a dar manforte e regia e Ginevra accorrere con il suo foulard sventolante.

E l’onda, chissà se anomala, siamo noi 4 nei panni delle “guide”: io per Giovanna, Teresa nelle sue vesti di antropologa per “Ilde”, Maria Rosaria stessa a sfogo della sua passione per Banti e infine, il dono-presenza di Luciana Biondi, la mitica conduttrice radiofonica che molte di noi hanno amato come virgiliana guida nell’universo della musica rock, pop, rap di ogni tempo e luogo, e che ci condurrà nell’opera di Gianna Nannini-De’ Tolomei.

“Facciamo finta che…”: ed è un bel gioco. Nel reame del possibile ogni storia fonda la sua esistenza ma il patto vero è che la storia detta sia ridetta ancora, e circoli, e viaggi. Perché ogni tempo remoto sia sempre tempo del “qui e ora”. Perché narrare è far accadere di nuovo. E se c’è un silenzio che uccide, c’è un altro silenzio che prepara la vita.

[Grata a questo fare plurale. Il nostro crowfunding non ha funzionato, sappiatelo!… ma è arrivato comunque un carico di… bellezza].

 

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Arrivederci Bruxelles

Bruxelles

Bruxelles

Bruxelles meriterebbe una narrazione a più voci. Così come è stata, sotto il segno della varietà e della pluralità.

Ogni persona è approdata qui portandosi dietro la propria città, gli accenti, il modo con cui quotidianamente abita il  progetto associativo, le armonie e gli scazzi del gruppo, i desideri ancora vivi, le incertezze sempre presenti e pur sempre ancora i sogni. Ogni gruppo ha usato treni, aerei, taxi, piedi; rincorso appuntamenti, atteso perduto e ritrovato l’altro.

Bruxelles è Elena che ci aspetta: una delle tante persone che non abita più l’Italia, che non fa più lo stesso lavoro, che parla ora una lingua diversa oltre la propria. Bruxelles è Elena-Donna di carta nel Belgio. Con suo marito che insegna alla scuola materna, ci offre da bere, ci accompagna nella casa che diventerà “nostra”.
E le case saranno diverse per ogni gruppo: zaini da lasciare, trolley da trascinare, sistemazioni notturne e la frutta fresca nel frigorifero offerta come benvenuto da un’ospite invisibile.

Bruxelles è incontrarsi in una piazza piena di giovani seduti in terra ad ascoltare la musica ambulante, e in soli due giorni i concerti saranno diversi, ma sempre si mangia in piazza all’aperto, chi in terra chi appoggiando il piatto di pesce venduto al banco all’angolo della piazza, su tavolini di legno altissimi. E se chi viene dal Mediterraneo storce il naso a quel pesce e preferisce il formaggio del posto, la baguette, il bicchiere di birra belga, c’è chi quella zuppa la gradisce e si mette in fila più volte.

Bruxelles è un mercato coperto che ha dismesso se stesso per inventarsi una “cattedrale di ozio” sorseggiando un caffè, espresso se vuoi l’italiano, e una chiacchiera sommessa adagiati nelle sdraio su un finto prato verde come se da qualche parte in quell’immensa navata ci fosse davvero, dietro un angolo, il mare.

Bruxelles è “La vita è belga”: l’associazione inventata da sette donne per costruire un discorso italiano di tradizioni: danza, musica, libri, per stare insieme, magari, la sera. L’associazione che Elena ha contattato e che ci ha invitato, voluto, chiamato fidandosi del suo entusiasmo e aprendo spazi e sorrisi, la gentilezza impagabile di Romina, la presidente, “Salentina di nascita, romagnola d’adozione…a Bruxelles per amore”, le sedie in circolo -per rispettare il nostro rituale- e poi la cena curata da Andrea Sossi, il grande chef, che si scusa per la fretta con cui ha preparato ogni singolo piatto: arancione e bianco, verde e rosso, per me sola vegano, e che la voce di una donna gentile trasformerà in una narrazione ad ogni portata. Bravo Andrea!

Bruxelles è questo circle time, come dice Angela di Bari, in cui lo spazio, di solito per la danza, si presta a una coreografia di voci: ogni attacco scandito dal passaggio lento del microfono, ogni attacco preceduto da quel silenzio in cui il braccio si tende o il corpo si alza quasi a disegnarne il contorno. E sarà questo silenzio così speciale o l’attenzione incantata degli occhi di chi ascolta a rendere  le voci più belle o forse saranno i testi preparati con cura che si chiamano l’un l’altro, di città in città, in varietà d’accenti, a rendere possibile che chi ascolta diventi a sua volta un fine dicitore di antiche memorie, a volte di scuola, o filastrocche e nenie – perché c’è un bambino -, o racconti in prima persona di cosa si fa in Italia – le storie dei gruppi – le interpretazioni diverse e tutte convergenti che ciascuno di noi porta per dirsi e dire che stiamo bene, sì stiamo bene a fare le persone libro di Donne di carta.

E Bruxelles è la nostra Carta che fa esplodere la lettura oltre i confini stretti di un libro, e Alice che mi sta di fronte e non conosco, Alice veneziana di Bruxelles, sorride pensosa e poi tra mille tentennamenti soffia in latino l’odi et amo di Catullo come chi sa che queste parole saranno sempre un dono di impagabile verità sulla natura dell’amore.

E Bruxelles è una filastrocca, un passo di Dante, una poesia in francese di Baudelaire, a riprova che anche il timbro di una voce e la sonorità delle parole, quando sono intenzionalmente un desiderio di contatto, diventano capaci di costruire ascolto e comprensione al di là della diversità linguistica.
Bruxelles è questa capacità di mettersi in gioco, di ripetere un passo ricordato senza avere paura del giudizio altrui restando ancorati al proprio piacere di cambiare respiro e velocità se lo scopo (il senso?) è raggiungere l’altro.

Per Donne di carta non è la prima volta che la magia della “coperta” (che a qualcuna delle presenti è risultata anche stretta) ha permesso di confondere le voci dei libri con le narrazioni di ogni singolo fare: ogni cellula ha trovato il modo di dirsi regalando al progetto associativo, nella sua globalità, la prospettiva di un vissuto territoriale che di fatto lo arricchisce e che di fatto traduce in realtà la visione di una lettura intesa come comprensione di ciò che ci circonda per dare un senso al bisogno/desiderio/volontà di stare insieme, al pensarsi necessario come parte di un tutto.

E ha ragione Nicoletta che, in accento calcatamente romano, ribadisce che dietro la bellezza incantatoria delle parole con le quali ci presentiamo poi c’è la fatica vera di un impegno in prima persona, con il proprio tempo e i tanti limiti: “è faticoso? Sì, ma ne vale la pena”.
Così come l’esperienza nelle scuole, con ragazzi di ogni età, raccontata soprattutto dalla cellula senese – con le sue c aspirate e la leggerezza scivolosa delle palatali – restituisce all’associazione tutta il respiro più ampio di una possibile continuità o discendenza o eredità che ci fa immaginare abitanti di ogni tempo.

Ed è bello, qui, sotto coperta, a Bruxelles, avere le due voci maschili della cellula fiorentina ed empolese, a testimonianza che Donne di carta è per tutti e contraddicendo di fatto l’equivoco che fa del suo Nome una presunta quanto errata chiusura al femminile.

La lettura a cui ci alleniamo e ci educhiamo come soci, e che traduciamo poi nella militanza, è la nostra risposta di resistenza, nella sua varietà di forme, di dizioni, di scelte, all’omologazione del pensiero unico e alla artificiosità degli stereotipi.
“Persona che legge” – dice la nostra Carta, e “persone libro”: se rivoluzionario è il nostro progetto di promozione della lettura comincia proprio dalla scelta di queste parole.

A cena, poi, tra un piatto e l’altro, narrato e mangiato, la bellezza delle posate che si fermano d’incanto appena la persona libro dice “Io sono…”, sospendendo le conversazioni e il respiro per accogliere in questo altro nuovo comune silenzio le parole di altri libri, testi che sembrano aggiungere sapore ai sapori, profumo ai profumi e il gusto del dire, del mangiare, del riconoscersi insieme mi fa davvero pensare di sedere alla mensa “dove si mangia il pane degli angeli…”.

Bruxelles è la movida notturna che trasforma la città in un cumulo di rifiuti che all’alba magicamente scompaiono eppure la movida resta nelle strade: al mercato delle pulci, tra casette colorate, tetti d’ardesia e abbaini, un mondo di marzapane e grattacieli improvvisi, invadenti eppure… eppure inclusi, nelle cioccolaterie ingioiellate come fossimo da Tiffany o quel negozio di mobili in cui anche il tavolo da lavoro di un falegname assurge a design, o la poltrona enorme fatta di tanti peluches colorati, o gli strani incomprensibili messaggi sparsi in città un po’ dovunque:

  • il cane disegnato su una mattonella per strada vicino al semaforo (devi lasciarlo qui e non farlo attraversare? o è qui che non deve fare la cacca?),
  • il palo altissimo con il cartello di limitazione della velocità che ha sopra, a guardia, un falso piccione/colomba (devi andare piano perché io attraverso?)
  • la scultura per strada, sempre di un cane, maschio, con la zampa posteriore alzata per fare pipì contro un pilone (onore e omaggio a tutti i cani del mondo?)…

Stravagante Bruxelles…

È bella questa città. Colori e gente. Gente di tanti colori: di pelle, di vestiti, di lingue. Gente che ti sorride da subito. E ti capisce anche quando inventi il francese o nemmeno ci provi e parli italiano come se fossi a casa.

Per Donne di carta è la prima volta che il vagabondare ha superato un check in (e qualcuna ha pure pensato di poter partire con la patente), l’atterraggio a botta dell’aereo di andata sulla pista (ripreso in diretta con il tablet) e le nuvole iceberg impazzite di luce e di ombre che hanno accompagnato il ritorno. Con un nuovo amico, Cocò, che Nicoletta ha vinto per me giocando con quei strani cosi da Luna Park in cui devi muovere una leva – più a destra no ancora… dai prendilo prendilo! Noooo! Riprova, dai sta per scadere il tempo!AHHHH ce l’hai fatta! E l’intero aeroporto che si volta al mio urlo mentre io abbraccio Nico saltando e tenendo in alto il trofeo: un pappagallo di stoffa.

Ciao Siena, Ciao Firenze, ciao Empoli, ciao Bari, ciao Roma… arrivederci Bruxelles.

Arrivederci a voi, donne d’oro: http://www.lavitaebelga.eu/chi-siamo/

Leggo perché 2… Un’esperienza con i piccoli

Scuola primaria Pieve di Sinalunga

L’avventura con i bambini è stata una esperienza per tutte noi intensa e appassionante.

Una scoperta di parti del nostro carattere inaspettate, parti delle nostre anime sfiorate da emozioni che mai avevamo colto in altre attività, pur avendo avuto vite e storie diverse l’una dall’altra. È iniziata questa esperienza con un nostro si gioioso e propositivo. Poteva essere per noi un modo di metterci alla prova, meditare sul nostro stesso approccio alla lettura. Avevamo la proposta per due classi di elementari e due classi di medie. Prima di andare abbiamo organizzato un po’ la struttura dei laboratori, differenti per bambini e ragazzi con età distanti.

Abbiamo deciso di dire noi per prime una favola ai più piccoli e un pezzetto di un romanzo per i più grandi. Abbiamo immaginato di spiegare loro i concetti principali delle persone libro. E abbiamo pensato di raccontargli il nostro senso della lettura -un modo questo per tornare in un pomeriggio indietro con la memoria e ritrovare il primo libro letto da piccole, la prima consapevolezza che leggere era una parte importante della nostra esistenza-. La nostra prima giornata è iniziata con la prima classe elementare.

Eravamo emozionate al pensiero di incontrare quei bambini. Siamo entrate nella loro aula, erano numerosi, sorridenti, belli. Ci siamo disposte tutte e tutti in cerchio per capire subito la “coperta”. Il gioco della capanna che non fa volare via le parole piaceva a tutti loro. Ci siamo dati la mano, il primo contatto; alcuni di loro hanno potuto capire quanto eravamo tese (uno ha esclamato: Ma questa coperta è freddissima!! Le nostre mani gelate parlavano per noi). Abbiamo raccontato la “storia di Luigi” (Storie per che le vuole di Roberto Piumini) che girava il mondo in cerca di cappelli. La storia ha entusiasmato i bambini che subito dopo hanno voluto ricambiarci con pezzetti delle storie che conoscevano. Abbiamo poi scelto i pezzi che avrebbero dovuto imparare loro in classe divisi per gruppi. Il tempo è passato in fretta e abbiamo dovuto salutarli ma loro ci hanno dimostrato subito affetto commovente, abbracciandoci, chiedendoci baci e carezze.

Era l’ora della seconda classe. La modalità di conoscenza è stata la stessa e anche loro si sono subito appassionati e ci hanno deliziato con le storie. Ancora una volta ci siamo divisi in gruppi e scelto la storia da imparare. Per ogni gruppo c’era una o due di noi che seguivano i bambini e per ognuna c’è stato subito un rapporto speciale con i “suoi” piccoli. Quando anche con loro è finito il tempo ed è arrivato il momento dei saluti è stato come se fossimo investite da un entusiasmo smisurato e da gioia sincera. (Nello scatto repentino di un bimbo che ti circonda con le sue braccia tu non puoi che lasciarti sciogliere e uscire con gli occhi lucidi, tornando a casa stanca ma piena di vita). Sono seguiti altri incontri con i bambini secondo una modalità laboratoriale. Ossia divisi per gruppi abbiamo cercato di ascoltarli e migliorare un po’ l’espressione, spronarli ad alzare la voce, incentivarli ad ascoltarsi l’uno con l’altro, guardarsi. E da subito sono stati bravissimi. Hanno davvero colto il senso della lettura, si sono appassionati ai racconti e ci hanno confidato di ripetere i loro pezzi molte volte a casa con i loro genitori.

Così di volta in volta ci siamo affezionate sempre di più e siamo arrivate alla giornata della loro esposizione davanti alle famiglie. Indossavano la pettorina con su scritto “Io sono una persona libro” colorata diversamente in base al gruppo. E così è iniziato il flusso dei loro racconti, perfetti. Hanno lasciato tutti a bocca aperta per quella bravura, pur essendo tanto piccoli. Genitori orgogliosi, maestre commosse e noi felici. I bambini hanno persino espresso le loro opinioni rispetto a questa attività e tutti hanno detto che continueranno a leggere, c’era chi ha detto che da grande avrebbe voluto diventare una persona libro -lo abbiamo rincuorato che lo era già- chi sapeva di avere un’estate piena di libri da leggere, chi ci ha chiesto di tornare facendoci sciogliere ancora per l’ennesima volta.

Con i grandi delle medie è avvenuto secondo le stesse modalità, sebbene non ci sia stata l’attività di laboratorio. A loro ci siamo presentate con “Il segreto del Bosco Vecchio” di Dino Buzzati, abbiamo parlato del piacere della lettura e ascoltato anche chi non aveva il piacere. Si sono anche loro divisi in gruppi e scelto dei libri da leggere in classe per poi farne dei pezzetti. Al secondo incontro ci hanno detto le loro storie, anche loro emozionati, ma precisi, sinceri, facendo scorrere le parole sui banchi, sulla lavagna, sulle insegnanti e su di noi. Per loro non c’è stata ancora una conclusione, ma speriamo di poterla realizzare per non perdere tutto il lavoro fatto, per chiudere anche la loro esperienza nel migliore dei modi.

La risposta però è stata davvero positiva per questa attività, sopra le nostre aspettative. Un progetto che dovrebbe essere esportato in altre scuole perché può arricchire i bambini e chi sta loro vicino. Non è facile far appassionare alla lettura, non è facile che la passione si mantenga nel tempo, non è facile educare al silenzio e all’ascolto delle creature che sono nel pieno dell’energia. Ma è bello vederli darsi la mano, partecipare alle storie del compagno, a trattenere la propria vitalità esplosiva nel rispetto degli altri e nella fiducia della propria voce che racconta. È un tempo guadagnato quello che abbiamo passato con loro. Un tempo felice e penso che ci si possa in questo caso azzardare ad usare questa parola: perché gli attimi con loro sono stati davvero preziosi.

(persone libro di Siena)

 

Brave ragazze!

Brave Ragazze: ad Arezzo si parla di femminismo e lesbismo verso nuovi orizzonti comuni

Domenica 16 febbraio dalle 17,30 @ SpazioSeme confronti e riflessioni, aperitivo e concerto live delle Shot of Love,

per una giornata tutta “al femminile”

In un momento storico in cui i diritti delle donne – primo fra tutti quello alla scelta e all’autodeterminazione – sembrano finiti nuovamente sotto assedio, minacciati da proposte di legge restrittive della libertà e vuoti di riconoscimento sociale e tutele giuridiche, è possibile immaginare un nuovo fronte comune di battaglie condivise che vede le donne lesbiche e femministe insieme?

E’ la domanda a cui ha cercato di rispondere l’iniziativa BRAVE RAGAZZE, promossa da Oltre le Differenze – format radiofonico di Antenna Radio Esse sul mondo LGBTQI – e Presenti Differenti – gruppo femminista afferente all’Università di Siena – che si è tenuta ad Arezzo nei locali di Spazio Seme (via del Pantano, 36) domenica 16 febbraio, con la collaborazione di “Chimera Arcobaleno” Arcigay Arezzo e la partecipazione di Arcilesbica Firenze.

Una giornata “al femminile” per raccontare due orizzonti culturali e identitari dell’essere donna tra differenze e lotte comuni.

Un programma ricco di appuntamenti che si apre con una conversazione all’ora del tè alle 17,30: proiezioni di video, testimonianze fotografiche e riflessioni in ordine sparso. Al termine del confronto un aperi-cena a buffet con stuzzichini, ricette “fatte in casa” e buon vino apre lo spazio all’incontro conviviale che proseguirà poi con concerto live delle Shot of Love, trio fiorentino che propone un repertorio di brani pop-rock tutto “al femminile”.

Aprono la serata, dopo i doverosi saluti iniziali, le Persone Libro.

Le ragazze che presentano la scaletta non sanno bene come presentarci: non sanno bene di cosa si tratti e non ci hanno mai sentite. È una sorpresa per tutte.

Siamo in 8. In sei siamo partite da Siena e ad Arezzo ci hanno raggiunte Luciana e Olga. Sono venute a sentire noi, ma per una persona libro la tentazione del dire è sempre troppo forte e aggiungono i loro testi ai nostri.

Da quando ho iniziato l’avventura delle Persone Libro a Siena ho partecipato a numerose iniziative pubbliche e ogni volta ho avuto il piacere di incontrare una platea curiosa e attenta malgrado, a volte, qualche rumore di sottofondo di troppo. Ci sono delle rare volte però in cui l’ascolto si fa così intenso da diventare un’atmosfera calda e accogliente in cui vorresti poter dire all’infinito. Quando nessuna sa cosa aspettarsi, quando ogni parola è importante e dirle davvero ti appassiona, perché proprio quelle chi è lì vuole sentire. E quando chi ti ascolta ha tempo, ha pazienza, ha attenzione da dedicarti, perché crede nel valore della relazione.

Io sono…

Il demone amante. Sessualità del terrorismo, di Robin Morgan

Io sono…

Il desiderio senza nome, di Alessandra De Perini

Io sono…

Spazio bianco, di Valeria Parrella

Io sono…

Il secondo sesso, di Simone De Beauvoir

Io sono…

Storia di Olympe de Gouges, di Maria Rosa Cutrufelli

Io sono…

La mia gonna corta, di Eve Ensler

Noi siamo…

Manifesto di Rivolta Femminile

Ci siamo emozionate. Ci siamo commosse. Noi e, visibilmente, anche chi ci ha ascoltate, come se quei brevi istanti pieni di parole avessero davvero creato un piacere circolare comune…

Qualcuna alla fine ci ha chiesto di noi.

Qualcun’altra ci ha ringraziato del dire e, perché no?, anche degli spunti letterari.

Anche questo sono le Persone Libro.

teresa

Brave ragazze

Olga e Luciana @Spazioseme

Brave Ragazze

senesi – alcune @spazioseme

Leggo perché…

Laboratorio Scuola Primaria Pieve di Sinalunga (Siena) – classi IIA/IIB (1° incontro)

Venerdì 7 febbraio 2014, finalmente una giornata di sole dopo tanti lunghi bui giorni tempestati dalla pioggia. L’appuntamento è per le 10,00 alla Scuola Primaria di Sinalunga, due classi piene di bambini tra i 7 e gli 8 anni ci aspettano. Arriviamo in sei e siamo un po’ intimorite da quello che ci attende.

Ma la scuola è bella, una piccola scuola di paese costruita a misura di bambino: bassa, con larghi corridoi da attraversare di corsa, tante piccole aule colorate e pareti tappezzate di disegni e lettere dell’alfabeto. E tra noi ci sono mamme e nonne che con i bambini ci sanno fare. E, soprattutto, abbiamo un testo. All’interno del quale ci sentiamo al sicuro.

Entriamo. I bambini rumoreggianti ci aspettano e ci accolgono curiosi. La maestra oggi ha preparato per loro una sorpresa, e la sorpresa siamo noi: le Persone Libro.

–          Buongiorno.

–          Buongiorno – risponde il coro in agguato su piccole sedie dietro piccoli banchi.

–          Oggi facciamo un gioco, volete giocare con noi il gioco della coperta, detto anche il gioco del dire?

E, immediatamente, tutte e tutti in piedi a spostare i banchi, a mettere le sedie in cerchio. Tutte e tutti insieme attaccati ai lembi della coperta, in silenzio ci infiliamo sotto facendo attenzione a non lasciar fuori nessuno .

–          Maestra, cosa succede sotto la coperta?

–          Sotto la coperta vivono le storie… Vi piacciono le storie?

–          Sììììì!

–          Le storie stanno nei libri – sussurra una vocina da qualche punto nel cerchio.

–          Sì, nei libri. Voi sapete che nel mondo ci sono tanti libri.

–          Sì, stanno in biblioteca –  dice qualcuno.

–          E nelle librerie, nelle scuole, nelle case, e in tanti altri posti.

In questi libri ci sono tantissime storie ma queste storie sono tristi. 

I piccoli a quel punto guardano la donna, per loro la maestra, con aria interlocutoria, qualcuno si sistema sulla sedia, tutte e tutti ascoltano incuriositi.

E la donna prosegue.

–          Qualcuno scrive le storie e poi le chiude nei libri e le storie e le parole di quelle storie si sentono sole, si sentono abbandonate. Fino a che…

–          Qualcuno le legge! – urla un piccoletto soddisfatto.

–          Esatto! Perché quando noi leggiamo, la storia finalmente esce dal libro e trova qualcuno a cui raccontarsi. Così non si sente più sola e abbandonata…

 A voi piace leggere?

–          Sììììì! Coro (quasi) unanime. Una manina si alza e dichiara: A me no! – ma rimane nel cerchio curiosa ad ascoltare.

–          E poi –  prosegue la donna – c’è qualcuno che le storie non sono le legge ma le impara anche a memoria e poi le dice a tutti quelli che le vogliono ascoltare.

Perché quando le dici, le parole volano nell’aria come  farfalle e arrivano dappertutto. E allora le storie non saranno mai più sole e non saranno mai più tristi perché tante persone le hanno sentite.

Queste persone che dicono le storie si chiamano Persone Libro.

–          E voi dite le storie? – chiedono i bimbi.

–          Sì, noi siamo Persone Libro. Se volete possiamo dirvi una storia.

–           Vogliamo, vogliamo!  – urlano in coro.

–          Però in questo gioco ci sono delle regole da rispettare.

–          In tutti i giochi ci sono le regole – dice serio un bimbo un po’ indispettito dall’ovvietà.

Le persone libro parlano del silenzio, dell’ascolto, del fare attenzione alle parole perché non basta dirle per farle volare, bisogna anche ascoltarle. Altrimenti il gioco non funziona. E non bisogna urlare, non devi buttar via le parole perché le parole sono importanti, tutte, una per una…

–          Sono alla pari! – dice contenta una piccola moretta dagli occhi neri.

Silenzio. Le persone libro prendono fiato e coraggio e dicono…

Noi siamo…  I cappelli e i fiumi di Roberto Piumini. 

C’era una volta un ragazzo di nome Luigi, che aveva uno zio molto simpatico.

Quando, alla sua ora, lo zio morì, lasciò al nipote un biglietto con sopra scritto:

Caro Gigi,

c’è un cappello sul Tamigi…

Le voci si susseguono e l’attenzione dei piccoli ascoltatori cresce fino alla risata e all’applauso liberatorio che si scatena alla fine. Per noi, un’emozione indimenticabile…

–          Allora bimbi, vi è piaciuta questa storia? – chiede qualcuna.

–          Sììììì! E questa volta il coro è unanime.

–          Volete provare anche voi?

–          Sììììì! E anche ora il coro è unanime.

Dividiamo i bimbi i gruppi. Ad ogni gruppo leggiamo e consegniamo una storia che il gruppo imparerà con l’aiuto della maestra e che ci regalerà nei prossimi incontri…

Queste storie saranno poi dette dai bimbi nello spettacolo di fine anno a compagni, insegnanti e genitori.

Manca ancora qualche minuto alla campanella.

–          Bimbi volete riascoltare la storia? – chiediamo nel tentativo di tenerli a freno qualche altro minuto.

–           Ma possiamo dirle anche noi? – interviene una voce decisa. La stessa voce che all’inizio aveva detto “A me non piace leggere”…

E tutti a voler dire, e ognuno a raccontare il suo pezzo di storia.  Qualcuno, che non ricordava, l’ha inventata…

C’era una bambina che voleva andare a scuola.

Un giorno esce di casa per andare a scuola ma un lupo la rapisce per non farla andare a scuola. E poi arriva il cavaliere che la salva e la porta a scuola.

E poi torna a casa e la mamma le chiede: dove sei stata?

E la bambina risponde: sono stata a scuola. Ed era contenta perché era stata a scuola.

E a quel punto il nostro cuore fu definitivamente rapito.

 Teresa

La nostra Europa ha le ali

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Firenze- Sala d’Arme – Palazzo Vecchio

29 ottobre 2013

La Sala d’Arme di Palazzo Vecchio: un’inquadratura in fondo dove la finestra ritaglia un dettaglio superbo della colonna; le volte altissime e quell’essere lì ai lati di piazza Signoria.

Le voci si perdono nell’amplificazione: sono già eco appena passano dal fiato al microfono; sento male le parole ma il silenzio che c’è in sala, alla fine, costruisce l’ascolto. Quello delle persone libro che aprono l’incontro e che in una partitura perfetta e inventata al momento scandiscono con il loro dire il dire altro delle persone intorno al tavolo.
Regia perfetta quella di Federica Giuliani, presidente della Commissione Consiliare Pari Opportunità, che parla con gli occhi agli occhi di Maddalena Pilarski, tra il pubblico.

Ascolto, guardo le piante – collocate per l’occasione; faccio attenzione che il video curato da Nicoletta Montemaggiori possa scorrere fluido dietro le nostre spalle nel suo carico di immagini: tanti atti di lettura, posture e luoghi diversi che una serie di fotografe donne hanno regalato alla nostra Carta per accompagnarne il viaggio: “Cattura la lettura” – era questo l’invito.

Le persone in sala sono attentissime: qualcuna guarda le immagini, qualcuna sorride ma il volto di tutti e di tutte (come sempre di più le donne) è concentrato, e ciò che viene detto e ciò che viene guardato non è mai in disaccordo.

Intorno a questo lungo tavolo rosso ci sono 8 persone, badate: non sono persone qualunque.
Sono i corpi e le voci delle istituzioni: assessori, presidenti, politici.
Sono i corpi della docenza: diritto, estetica. E della creatività: una scrittrice.
Sono Cultura, Politica ed Educazione.
E non c’è uno di loro che non inauguri il proprio dire dicendo: grazie.
Grazie a un’associazione, grazie alle persone libro, grazie a un’idea migliore di come usare le parole. Grazie al volontariato.

E poi accade il miracolo vero di questa serata – o almeno a me pare così: in ogni intervento (in piedi o seduti) ognuno/a racconta qualcosa di sé: il proprio fare, il proprio rapporto intimo e antico con l’oralità, il senso privato, segreto della lettura, il fascino per la parola detta che si fa sguardo… e trovano spazio anche le pagine del nostro diario di viaggio “Io sono… una persona libro” che Federica Giuliani legge a voce alta come un Libro delle Ore, ad apertura e chiusura dell’incontro.

E tutti gli interventi sono un filo rosso di quel tavolo: è un grazie alla bellezza, al senso etico e morale di pretendere che la bellezza abiti sempre le nostre vite. Le vite di tutti. In ogni momento.
È questo che contiene la parola: la voce di una madre che legge fiabe e quella di un professore di ginnasio che dice Dante; quella forte e rituale del diritto romano, quella pericolosamente segreta della lettura mentale che sant’Agostino annota preoccupato nelle sue “Confessioni”.

È la parola posseduta come espressione del Sé e come ponte verso l’Altro, come capacità di mediazione, come un investimento del desiderio e guadagno dell’anima anche nell’ultimo istante prima della morte – come ci ricorda Lidia Castellani, scrittrice e socia di Donne di carta, citando un racconto di Cristina Campo – perché il tempo per leggere è sempre un ora e un qui, necessari.

È la parola che racconta nei secoli cosa siano gli uomini: quel Monumento della parola – un’opera collettiva – che è il Vocabolario della Crusca di cui Nicoletta Maraschio, presidente dell’Accademia della Crusca, racconta come se ne avesse raccolto ogni segno con le mani, con pacata lentezza – perché la storia delle parole è la storia delle nostre infinite rappresentazioni, il segno di un passaggio, la testimonianza stessa del vivere umano. E dice, poi, una cosa bellissima: leggere è abitare la lentezza. E noi che impariamo a memoria lo sappiamo bene.

È facile allora creare equivalenze perfette: lettura=cultura – dice Eugenio Giani, presidente del Consiglio comunale; lettura=cultura=bellezza=umanità gli risponde Nicoletta Gullace Tarantelli, vice presidente della Commissione consiliare Pari Opportunità.

Non è vero che l’estetica non ha niente da dire – come astutamente afferma per rivelare il contrario il professore-assessore alla Cultura Sergio Givone: l’estetica ha un corpo: quello delle persone, la loro voce, il fiato, la memoria. Un modo stupendo per manifestare il bisogno di eticità nelle cose umane.
Nel recupero dell’oralità rispetto al segno scritto, la memoria umana recupera un senso: la scrittura non ha vinto in capacità di durata, caro Platone – è questo che sembra suggerire Cristina Giachi, assessora alle Pari Opportunità e all’educazione oltre che docente di Diritto. E l’idea più semplice del mondo: dire guardando l’altro, sembra a tutti/e una rivelazione.

Bella l’espressione “palingenesi” dell’oralità che lei usa a proposito del nostro dire a memoria.

Emozione, senso. Sensi. Perché di corpi stiamo parlando.
Parlare delle parole è parlare di noi stessi: cittadini del mondo in un mondo che è un’immensa biblioteca. E bisogna leggerla davvero, con cura, con lentezza, con attenzione perché dietro e dentro le parole ci sono le persone.

«Davanti a una testa-biblioteca m’inchino, pensando di onorare non la testa ma la biblioteca». Fausto Melotti

E allora è chiaro a tutti/e il cuore del progetto. Una pedagogia della parola è un’educazione alla bellezza. All’etica della bellezza. Che non è mai oziosa, che non è mai sciolta dalla vita: dalle sue miserie, dai suoi disagi, dalle sue rivendicazioni occasionali. Ma è lì per rivendicare il diritto di accesso alla Cultura come un bene di tutti. Il diritto stesso alla libertà. Il diritto che sorregge tutti gli altri.

E che questa Carta sia la testimonianza di un desiderio comune, autentico, e non cerimoniale, sta in quel grazie così ripetuto, nel mio Nome citato con il tono che si usa per un’amica, una compagna di avventure, nel calore dell’accoglienza e nella cura per ogni scelta fatta: la pianta, la gigantografia della Carta… e allora penso che l’applauso a ogni dire delle persone libro sia profondamente giusto questa volta, – e non rimbrotto nessuno, non dico: non si applaude, perché è qui che abita la reciprocità.

Una pedagogia civile, insiste l’europarlamentare David Sassoli – questo è il messaggio della Carta.
La verità formativa delle emozioni, sottolinea Nicoletta Gullace Tarantelli.
La parola come umanità, sussurra ancora Nicoletta Maraschio.
La rivendicazione di un diritto, ribadisce Lidia Castellani.
Le persone libro e la Carta sono un tutt’uno: l’una nasce dall’esperienza dell’altra, concludo io.

L’europarlamentare, chiamato a questo tavolo con convinzione e con onestà, risponde con onesta convinzione: bisogna far crescere una rete di cittadini, di associazioni, di Paesi. Oltre l’Italia.
Il messaggio della Carta è chiaro e potente: riportare al centro la parola per rimettere al centro del mondo le persone.
Si può fare – dice.
Insieme.
E che quell’insieme non sia una battuta da politico lo rivela la spontaneità del suo bacio più volte dato, dopo il mio intervento, stringendomi la mano come chi ritrova un amico.

Ed è quell’insieme che emerge ancora più deciso, nella sua meravigliosa semplicità, nella voce di Federica Giuliani quando, a congedo, legge un altro paragrafo dal nostro diario di persone libro.
Parole sottolineate…

«Ma fare la persona libro è fare di “questa” voce un dono ad altri, è comunicare, è toccare chi si ha davanti e farsi toccare dalla bellezza che il testo – quel testo scelto tra mille – improvvisamente restituisce intatta tramite l’emozione di un altro.
Bisogna uscire da sé per ritornarvi, forse, più vere.»

Andremo a Bruxelles. Con la Commissione Pari Opportunità del Comune di Firenze.

Federica Giuliani (no, non siamo parenti) mi sussurra:
– abbiamo preparato un piccolo dono per tutte le persone libro ma non conosco i loro Nomi.
– perché tu chiami per nome i libri che hai negli scaffali di casa? – rispondo.
Mi guarda.
Prendo allora il microfono e chiamo le persone libro secondo le città, in ordine sparso: Firenze, Empoli, Arezzo, Pistoia (sono corse via… il treno), Valdarno, Roma. Siena si guadagna in assenza un applauso.

Un dono a ognuna di loro. E un bellissimo giglio all’associazione che rappresento (ma io mi sento come se mi avessero consegnato una cittadinanza onoraria, e penso: guai a te se dici libro con due b, non puoi!).

La gentilezza è l’eleganza che rivela di quale materia siano fatte le persone. Una cosa rara. Ma non qui, non stasera.
E forse era questo in cui Socrate non aveva smesso di credere, nemmeno all’ultimo atto: quando le istituzioni hanno un volto, e anche un Nome e Cognome, non puoi che immaginarti cittadina di un mondo migliore.

E fare in modo che sia così, davvero.

Buon viaggio, Carta dei diritti della lettura.
2011-2013: si va in Europa.