Ti ho amata per la tua voce (backstage)

Perdonatemi. Di solito uso il nostro Blog per condividere nel racconto un evento che si è svolto, mai ho sentito la necessità di un’anteprima anzi, di una brevissima anticipazione. Sarà il titolo, che insiste su quelle corde del cuore che ci trovano unite in questo progetto bislacco dell’imparare a memoria e del dire usando la propria voce o sarà perché è un evento che fa accadere cose… come, per esempio questa: il creare insieme.

Debito d’onore, sempre, dire i Nomi Propri, per statuto di esistenza e per noi donne, spesso, di r-esistenza.

L’idea, dunque, parte da Maria Rosaria, socia romana, che è in realtà l’ideatrice di tutta la battaglia navale di “NarrAzioni”, di cui questo evento è parte, ma mentre gli altri appuntamenti sono anche occasioni di conoscenza dell’altrui “arte”  (il teatro di Aida Talliente, di Ambra Viglione, di Amaterasu… ) e/o di altre formule di condivisione della cultura letteraria (l’associazione l’Altra P…Arte, le case editrici Kogoi e Haiku, la pittura di MariaRosaria Stigliano e le parole stupende della scrittrice Marisa Fasanella) che incontreremo presto, “Ti ho amata per la tua voce” nasce e vive “in casa”, chiama a raccolta  Donne di carta tutta: il suo saper fare e il suo voler dire.

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Locandina di NarrAzioni

Maria Rosaria è presuntuosamente convinta che questa “casa” sarà in grado di accogliere l’azzardo di raccontare il legame d’amore tra artiste di oggi e “personagge” di ieri (termine che rubo da Anna Maria Crispino perché “esatto” per indicare queste “compagne dei secoli passati”). Un legame che spesso è doloroso: “solo se tu mi racconti io r-esisto“.  Costrette entrambe, chi dice e chi è detta, ad attraversare la non memoria dei secoli e dei luoghi. Minori sempre, noi, ai margini del silenzio.

Dare voce, dunque. In fin dei conti dare voce a chi una voce l’ha avuta e con questa voce ha fatto innamorare, perché Giovanna D’Arco, Ildegarda, Artemisia hanno segnato con fiato e con opere il loro passaggio su questa terra… chi con la spada, chi con la luce e chi con il pennello, e, tra loro, forse l’unica mutola è quella Pia che porta in sé la consegna amara di quell’esser “murata” che ancora e ancora uccide ogni donna se l’amore dell’uomo non ne è all’altezza.

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Le compagne dei secoli scorsi e le loro cantastorie

Voce restituita e raddoppiata dalla poesia, dall’immagine filmica, dall’opera in musica, dalla scrittura: ecco che avanzano nell’ordine Maria Luisa Spaziani, Margarethe Von Trotta, Gianna Nannini e Anna Banti. Nomi di Donna, per un “femminile plurale” come dice, appunto, Maria Rosaria.

E questo femminile moltiplica la sua pluralità negli accenti regionali con i quali le persone libro rispondono all’appello  “solo se tu mi racconti io r-esisto”; una vera e propria “chiamata”: da Bari, da Cagliari, da Firenze, da Siena, da Valdarno… voci per un coro che trova qui risposta nelle persone libro di Roma.

Bello, certo, e fin qui sarebbe una splendida occasione di quasi raduno “nazionale” –  ma il plurale, una volta lanciato, fa come i cerchi nell’acqua: dilaga e non sai mai cosa s’impigli nell’onda.

L’onda è Patrizia, carica di casse e microfoni, che inventa un video mozzafiato su Giovanna sul quale monta una sua opera in musica, spinta dalla voglia comune di ridare vita alle cose. E questo sì che mi commuove, anche per un brano di vita che ritorna come un tocco sulla spalla: “ehi, tu… ricordi?”.
L’onda è Antonella che dopo i Megalibri dell’evento precedente ormai dipinge, ritaglia, incolla… ispirata, e si fa nascere dalle mani le sagome d’una Giovanna perplessa e d’un’altera Ildegarda quasi ad altezza media del genere femminile (almeno la mia).

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Giovanna D’Arco

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Ildegarda Di Bingen

L’onda è Nicoletta che connette cavi e video, e smadonna, e sposta e risposta il mondo alla ricerca della quadratura: l’efficienza tecnica di ciò che abbiamo (poco) e le esigenze (molte) della regia.
L’onda è Alessandra che porta su e giù i suoi computer e i suoi Bose, avanti e indietro, e poi una sera, finalmente in quiete, inventa una locandina morbida come un tessuto.

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L’onda sono le archeologhe del Drugstore: Laura, Sara, Vanessa, che si preparano i testi su tombe e mosaici, ossa e scavi come se finalmente il museo tornasse un luogo da scoprire, di letture e riletture e non di assuefatta conservazione (e la vedo da qui, Carmela, che senza dir nulla riattiva circuiti dismessi e recupera filmati anche lei preda di questo comune riportare in vita).

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Dettaglio del ritrovamento di un corpo conservato al Drugstore

L’onda sono le persone libro che si distribuiscono le “parti” ognuna a casa propria e ripetono ripetono quelle parole che non avranno più silenzio.

Angela di Bari
Roberta di Cagliari
Maria di Cagliari
Anna di Firenze
Rosamaria di Firenze
Alessandra di Roma
Luciana di Roma
Antonia di Siena
Daniela di Siena
Carla di Siena
Donatella di Siena
Giulia di Valdarno
Daniela di Valdarno

L’onda sono Giovanna e Mariateresa pronte a fare da supporto a ogni gesto, e luce, e cavo e ripresa, e catastrofe temuta.

L’onda è lo staff del desk: Emanuela, Luisa, Anna, Letizia tra le quali mi aspetto piombare giù Bruna dalle sue terre aquilane a dar manforte e regia e Ginevra accorrere con il suo foulard sventolante.

E l’onda, chissà se anomala, siamo noi 4 nei panni delle “guide”: io per Giovanna, Teresa nelle sue vesti di antropologa per “Ilde”, Maria Rosaria stessa a sfogo della sua passione per Banti e infine, il dono-presenza di Luciana Biondi, la mitica conduttrice radiofonica che molte di noi hanno amato come virgiliana guida nell’universo della musica rock, pop, rap di ogni tempo e luogo, e che ci condurrà nell’opera di Gianna Nannini-De’ Tolomei.

“Facciamo finta che…”: ed è un bel gioco. Nel reame del possibile ogni storia fonda la sua esistenza ma il patto vero è che la storia detta sia ridetta ancora, e circoli, e viaggi. Perché ogni tempo remoto sia sempre tempo del “qui e ora”. Perché narrare è far accadere di nuovo. E se c’è un silenzio che uccide, c’è un altro silenzio che prepara la vita.

[Grata a questo fare plurale. Il nostro crowfunding non ha funzionato, sappiatelo!… ma è arrivato comunque un carico di… bellezza].

 

Ma solo per amore?

5 maggio (compleanno della nostra tesoriera)

 

Fare cultura è (anche):

    un sistema audio che non si spenga e renda il suono per come è stato registrato…

Fare cultura è (anche) un problema economico.

Niente di più facile, quindi, avere come esempio immediato della necessità di un crowfunding, quei minuti d’attesa, trepidanti, che rischiavano di farci dire alla gente intervenuta: “scusate, signori e signore, ma mimeremo il video per non recar dispiacere a chi quel video l’ha prodotto per non essere assente”.
Credo fermamente, ci credo, a una Dea ex machina delle Donne di carta, e la bene-dico.

Come da rituale, l’evento dedicato alla Collana Ex libris di Kogoi edizioni viene subito dopo la visita guidata alla necropoli che ogni volta raccoglie adesioni numerose.
La gente che si siede in sala, dopo, ha quello sguardo e quella rilassatezza di chi ha provato stupore e lo trattiene (brava anche Maria Rosaria Ambrogio, archeologa).
E forse è proprio quella rilassatezza che crea accoglienza e dà il giusto “la” a tutto l’evento che si snoda in modi e tempi naturali, lenti (forse un tantino troppo, mi scuso per qualche sbavatura) conservando una sorta di intimità che le voci delle persone libro hanno saputo regalare in quella penombra.
Voci leggere e calde, mai ostentate, accanto ai Libri Giganti che Antonella Fortunati ha costruito per ricordare a tutti che siamo sempre in quell’ombra anche quando diventiamo luce.

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I Classici: quelli che tutti dicono di avere letto, e non è vero. Quelli di cui tutti conoscono le trame e i personaggi senza averne mai sfogliato le pagine. E non è questione di lettori forti, deboli o non lettori, anche tra noi che amiamo leggere ci sono pagine che non siamo riuscite – pigrizia, mala-educazione? – ad affrontare.

Quei Giganti in scena non sono minacciosi, sembrano piuttosto dei balconi sui quali le persone libro appoggiano la loro voce fidandosi di una memoria costata tempo e dedica, restituendo all’oralità quel senso dell’aria come veicolo naturale di storie.
Resta vuoto eppure presente il leggìo di ferro in mezzo alla scena.
Le voci sono sguardo. E la gente in sala le guarda.

Dietro a ogni voce un breve sunto di immagini filmiche a omaggio raddoppiato alla trama, al personaggio, al tempo di durata e di successo del libro e dell’autore.
Apre La Storia, e il filmato racchiude tra le scene storiche anche quelle domestiche e private della lettrice che ha composto il suo librino su quel Gigante: il nonno tra le macerie di San Lorenzo, lei stessa bambina, perché di guerra e di bambini quel libro narra.
Seguono Madame Bovary, Moby Dick, Tre uomini in barca, Artemisia e poi il circolo magico si chiude con le parole trovate da Calvino per ricordarci che ogni rilettura è un atto di ricreazione del mondo e di noi stessi/e.

Non necessariamente un classico ci insegna qualcosa che non sapevamo: alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo o creduto di sapere ma non sapevamo che l’aveva detto lui per primo. E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta di una origine, di una relazione, di una appartenenza. Naturalmente questo avviene quando un classico funziona come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore.

Sfila via la parte emotiva ed emozionale della serata: anche l’applauso è “raccolto” come se nell’aria qualcuno avesse disegnato una linea da non superare, perché “oltre” le parole diventano rumore e chiacchiera.

E resta quindi nei toni amichevoli anche la conversazione con quei tre autori presenti, due donne e un uomo, che hanno accolto la sfida di navigare nelle pagine amate raccontando le ragioni personalissime di un legame.

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Da sx, Zacchini, Pisciottani, Ambrogio  in video: Finocchi, Pontuale

Sono ragioni sempre legate al tempo, quello della lettura: la prima, da giovani; la seconda, da adulti; quello della crescita, e nella misura di quella distanza per ognuno/a di loro il libro resiste, rivela, conferma e consola: specchio al volto svanito di ieri, profezia del volto che sarà.

Domande dal pubblico poste dalle stesse persone libro ai sedicenti lettori/autori: la voce de La Storia che interroga Simona Zacchini; la voce di Moby Dick che provoca Marco Pisciottani, e infine la voce, dall’inconfondibile accento toscano, di Artemisia che sollecita Maria Rosaria Ambrogio, questa volta di altri “panni” vestita.

Persone libro e persone – come dice Dario Pontuale, co-curatore della Collana e autore di un Ex libris su Madame Bovary, dall’alto dello schermo nella sua presenza virtuale – che si sono resi autorevoli perché hanno in mano la patente di lettori.

Voci di fiato e voci di pagina. Non a confronto, anche se accade che chi scriva su un libro amato tenda a imitarne lo stile. Lineare lo scritto su La Storia; impegnativo e filosofico quello su Moby Dick; lirico e dialogico quello su Artemisia.
Anche lo stile di Vanda Finocchi imita l’ironia garbata e sottile del suo amato Tre uomini in barca, e in lei che ride in quel video, seduta accanto a Flaubert-PontualeMadame Bovary, c’è tutta la felicità dell’occasione avuta di dar voce a “uno di famiglia”, perché così sono i libri che ci accompagnano.

Poi sarebbe il tempo di Lessico famigliare e anche qui diventa un tempo differito: l’audiovideo in cui la voce di Cecilia Martino, accompagnandoci per il quartiere di San Salvario, restituisce la genesi di una magia che quel testo di Natalia Ginzburg ha creato e che si riassume proprio nel titolo del librino che quella magia racconta Inseguendo un libro s’incontrano le persone.
Le persone sono state Rosalba Durante a cui il Lessico ha salvato la vita quando era in cassa integrazione, Maria Pflug traduttrice tedesca e autrice di una meravigliosa e fuori catalogo biografia su Ginzburg, e la stessa Cecilia, da poco trasferitasi proprio a Torino.
E in questo Ex libris ci sono anch’io, sorpresa ancora di come dai libri a volte prenda vita… la vita. Ma avrei dovuto saperlo, e la persona libro, che dice a memoria la dedica posta a Lessico da Natalia, chiude il cerchio: “nomi veri, persone reali… non finzione… e se a qualcuno dispiacerà… pazienza”.

Difficile restituire in una cronaca di parole un evento fatto di penombra, di voci basse, colloquiali, leggere nel tono e profonde nei contenuti. Se la fedeltà di memoria delle persone libro è un eterno atto di gratitudine, chi scrive un Ex libris espone nel libro che ama sempre un po’ di se stesso/a.

Fare cultura è esserci. In prima persona.

La Dea ex machina ci ha permesso di superare gli ostacoli tecnici.
L’amore per la lettura ha vinto.
Promuovere questo amore è un compito serissimo, e faticoso: ieri tutti e tutte lo abbiamo condiviso anche nel ricordare che il giorno prima una libreria storica di Roma “Invito alla lettura”, la libreria della famiglia messa su dalla dottoressa Vano, ha chiuso. Venticinque anni di vita.
Non sono riuscita a portare via nessun libro – la festa di chiusura offriva a tutti l’occasione di prendere qualsiasi cosa a prezzi stracciati – e mi sono anche chiesta le ragioni oscure che ci spingono ad acchiappare tanti libri solo quando un posto chiude… o quando qualcuno ce li regala… è solo questione di soldi?
Ho catturato un buffo cappello viola (e due soldatini per la mia collezione di divise d’epoca), e il buffo cappello è stato lì con me, in questo evento che omaggia i libri, perché se una libreria muore la responsabilità è collettiva.

Fare cultura è non dimenticare.

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Il cappello della Libreria “Incontro alla lettura”

Sappiamo da ieri sera che il prossimo Ex libris avrà il piglio di Giuseppina Pieragostini che ha lanciato dalla sala una difesa strenua della sua vita immedesimata fin da bambina nella vita di Cime tempestose: e poi una promessa, fatta a fine serata, di una Goliarda Sapienza che sarà celebrata nelle pagine de L’arte della gioia.
Due scrittrici per due lettrici. O viceversa.
È questa la magia vera andata in scena: la reciprocità di un dono.

 

(Grazie ancora a Nicoletta Montemaggiori che, oltre a fare la persona libro, si è difesa con i denti e bene contro le macchine ribelli.
Grazie ancora ad Antonella Fortunati, che ha reso visibile la grandezza di cui sono fatti i Classici.
Grazie a Anna Delfini, Anna Gennai, Letizia Grossi, Alessandra Maggi, Marina Pierri, Luciana Scarcia, persone libro di Roma e di Firenze… semplicemente incantevoli.

Peccato che oltre alla mia cronaca non ci siano anche questa volta le parole di Claudio Fiorentini: ci sei mancato).

Foto di scena di A. Maggi
Foto rubate fuori scena di A. Fortunati.

 

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Per fortuna… c’è (anche) un cane

Sala Terzani (e già questo dice molto), Biblioteca San Giorgio (un luogo d’eccellenza sotto la guida di un management femminile), Pistoia, una cittadina toscana di cui ancora conosco solo la stazione (mia colpa).

11 marzo: incontro sulla lettura e sulla Carta dei diritti della lettura (art.6 in particolare) con i ragazzi e le ragazze (in maggioranza) di alcuni Licei coinvolti nell’operazione “persone libro” a cura del gruppo di Donne di carta pistoiese/fiorentino e con la complicità delle insegnanti (stupende) e di una mitica libraia (grazie!).

Io non so parlare solo di libri quando parlo di lettura, mi spiace. Tra tutte le cose da leggere, i libri non hanno per me un posto dominante. Io ho imparato a leggere grazie alla voce di una madre: ero piccola, in braccio a lei appoggiata alla sua spalla destra; camminava con me, appesantita, e indicava uno ad uno gli oggetti dentro la casa, poi le cose fuori, poi la mia faccia, la sua, e dava a tutto un nome.
Quella voce che nomina il mondo, e attraverso i nomi lo inventa, mi ha insegnato a leggere. E ho imparato, così, che quello che ci rende liberi/e non è credere in qualcosa o essere portatori di una verità comune, quello che ci rende liberi/e davvero è l’immaginazione.

E’ una pianta, l’immaginazione: va nutrita, va curata, perché cresca più alta della nostra statura.
Non basta dire nella stessa lingua “la luna è alta sul colle” per vedere tutti/e la medesima luna: è piena, una falce, bianca o sanguigna, di giorno o di notte… Non è un difetto della luna essere tante cose diverse o un’imprecisione della frase: più povero è il nostro vissuto, meno parole abbiamo per descriverla e meno varietà di lune vedremo. (A volte pensare tutti/e la stessa cosa non è segno di verità).

Ogni lingua ritaglia una sua visione del mondo: la parola che ci dici, ora, ragazzo timido in moldavo, ragazza ancora più timida in arabo, per noi che ascoltiamo, è soprattutto suono: ed è meraviglia la varietà delle forme con cui cerchiamo di uscire dal silenzio.
Il significato delle parole viene dopo, se ci racconti quello che hai detto (tu in moldavo, lei in arabo) ma il senso è chiaro, perfetto, fin dall’inizio: perché è la traiettoria della relazione inventata, desiderata, cercata, ottenuta tra chi dice e chi ascolta.
Ha il medesimo peso se tu, ragazza, usi suoni italiani – con accento toscano – perché prima di ogni significato quello che ci arriva è il respiro.
C’è una differenza tra il respiro di una parola detta a memoria e una parola detta leggendo: chi dice a memoria conserva sempre il silenzio dentro i suoni.
E il silenzio respira.

Avrei potuto cercare storie incredibili per raccontare che ogni parola nella sua vocazione vera all’ascolto è il mattone del rispetto ma basta quella ragazza, costretta a movimenti limitati sulla sua sedia a rotelle, che chiede di essere spostata e rivolta verso tutta la sala perché quello che ha da dire non è una risposta solo a me: è per tutti/e.
Ecco, il rispetto è muoversi fuori da se stessi.

Questo è stato il modo bislacco con cui ieri abbiamo indagato le ragioni che hanno fatto nascere la “Carta dei diritti della lettura” di Donne di carta (non so se siano ragioni del cuore o dell’intelligenza, scopritelo voi).
Un manifesto di tutti coloro che vogliono leggere, questo sì. E che cercano complici e compagni di strada.
“Se per voi è importante – ho detto – firmatela, ma scegliete di farlo perché leggere serve esattamente a questo: imparare a scegliere”.

Io non so parlare solo di libri quando parlo di lettura, mi spiace. Quello che so fare è raccontare storie che amo. E avere come ascoltatori dei giovani intorno mi regala più tempo di quello che ho perché è il destino di ogni storia vivere più a lungo di chi la dice.
E una storia consegnata ha una ricchezza in più: tutte le voci diverse che la racconteranno a modo loro.

(Secondo me quella luna, alta sul colle, si sta facendo una grande felice risata perché tra le persone libro toscane finalmente c’è anche un cane).

Arrivederci Bruxelles

Bruxelles

Bruxelles

Bruxelles meriterebbe una narrazione a più voci. Così come è stata, sotto il segno della varietà e della pluralità.

Ogni persona è approdata qui portandosi dietro la propria città, gli accenti, il modo con cui quotidianamente abita il  progetto associativo, le armonie e gli scazzi del gruppo, i desideri ancora vivi, le incertezze sempre presenti e pur sempre ancora i sogni. Ogni gruppo ha usato treni, aerei, taxi, piedi; rincorso appuntamenti, atteso perduto e ritrovato l’altro.

Bruxelles è Elena che ci aspetta: una delle tante persone che non abita più l’Italia, che non fa più lo stesso lavoro, che parla ora una lingua diversa oltre la propria. Bruxelles è Elena-Donna di carta nel Belgio. Con suo marito che insegna alla scuola materna, ci offre da bere, ci accompagna nella casa che diventerà “nostra”.
E le case saranno diverse per ogni gruppo: zaini da lasciare, trolley da trascinare, sistemazioni notturne e la frutta fresca nel frigorifero offerta come benvenuto da un’ospite invisibile.

Bruxelles è incontrarsi in una piazza piena di giovani seduti in terra ad ascoltare la musica ambulante, e in soli due giorni i concerti saranno diversi, ma sempre si mangia in piazza all’aperto, chi in terra chi appoggiando il piatto di pesce venduto al banco all’angolo della piazza, su tavolini di legno altissimi. E se chi viene dal Mediterraneo storce il naso a quel pesce e preferisce il formaggio del posto, la baguette, il bicchiere di birra belga, c’è chi quella zuppa la gradisce e si mette in fila più volte.

Bruxelles è un mercato coperto che ha dismesso se stesso per inventarsi una “cattedrale di ozio” sorseggiando un caffè, espresso se vuoi l’italiano, e una chiacchiera sommessa adagiati nelle sdraio su un finto prato verde come se da qualche parte in quell’immensa navata ci fosse davvero, dietro un angolo, il mare.

Bruxelles è “La vita è belga”: l’associazione inventata da sette donne per costruire un discorso italiano di tradizioni: danza, musica, libri, per stare insieme, magari, la sera. L’associazione che Elena ha contattato e che ci ha invitato, voluto, chiamato fidandosi del suo entusiasmo e aprendo spazi e sorrisi, la gentilezza impagabile di Romina, la presidente, “Salentina di nascita, romagnola d’adozione…a Bruxelles per amore”, le sedie in circolo -per rispettare il nostro rituale- e poi la cena curata da Andrea Sossi, il grande chef, che si scusa per la fretta con cui ha preparato ogni singolo piatto: arancione e bianco, verde e rosso, per me sola vegano, e che la voce di una donna gentile trasformerà in una narrazione ad ogni portata. Bravo Andrea!

Bruxelles è questo circle time, come dice Angela di Bari, in cui lo spazio, di solito per la danza, si presta a una coreografia di voci: ogni attacco scandito dal passaggio lento del microfono, ogni attacco preceduto da quel silenzio in cui il braccio si tende o il corpo si alza quasi a disegnarne il contorno. E sarà questo silenzio così speciale o l’attenzione incantata degli occhi di chi ascolta a rendere  le voci più belle o forse saranno i testi preparati con cura che si chiamano l’un l’altro, di città in città, in varietà d’accenti, a rendere possibile che chi ascolta diventi a sua volta un fine dicitore di antiche memorie, a volte di scuola, o filastrocche e nenie – perché c’è un bambino -, o racconti in prima persona di cosa si fa in Italia – le storie dei gruppi – le interpretazioni diverse e tutte convergenti che ciascuno di noi porta per dirsi e dire che stiamo bene, sì stiamo bene a fare le persone libro di Donne di carta.

E Bruxelles è la nostra Carta che fa esplodere la lettura oltre i confini stretti di un libro, e Alice che mi sta di fronte e non conosco, Alice veneziana di Bruxelles, sorride pensosa e poi tra mille tentennamenti soffia in latino l’odi et amo di Catullo come chi sa che queste parole saranno sempre un dono di impagabile verità sulla natura dell’amore.

E Bruxelles è una filastrocca, un passo di Dante, una poesia in francese di Baudelaire, a riprova che anche il timbro di una voce e la sonorità delle parole, quando sono intenzionalmente un desiderio di contatto, diventano capaci di costruire ascolto e comprensione al di là della diversità linguistica.
Bruxelles è questa capacità di mettersi in gioco, di ripetere un passo ricordato senza avere paura del giudizio altrui restando ancorati al proprio piacere di cambiare respiro e velocità se lo scopo (il senso?) è raggiungere l’altro.

Per Donne di carta non è la prima volta che la magia della “coperta” (che a qualcuna delle presenti è risultata anche stretta) ha permesso di confondere le voci dei libri con le narrazioni di ogni singolo fare: ogni cellula ha trovato il modo di dirsi regalando al progetto associativo, nella sua globalità, la prospettiva di un vissuto territoriale che di fatto lo arricchisce e che di fatto traduce in realtà la visione di una lettura intesa come comprensione di ciò che ci circonda per dare un senso al bisogno/desiderio/volontà di stare insieme, al pensarsi necessario come parte di un tutto.

E ha ragione Nicoletta che, in accento calcatamente romano, ribadisce che dietro la bellezza incantatoria delle parole con le quali ci presentiamo poi c’è la fatica vera di un impegno in prima persona, con il proprio tempo e i tanti limiti: “è faticoso? Sì, ma ne vale la pena”.
Così come l’esperienza nelle scuole, con ragazzi di ogni età, raccontata soprattutto dalla cellula senese – con le sue c aspirate e la leggerezza scivolosa delle palatali – restituisce all’associazione tutta il respiro più ampio di una possibile continuità o discendenza o eredità che ci fa immaginare abitanti di ogni tempo.

Ed è bello, qui, sotto coperta, a Bruxelles, avere le due voci maschili della cellula fiorentina ed empolese, a testimonianza che Donne di carta è per tutti e contraddicendo di fatto l’equivoco che fa del suo Nome una presunta quanto errata chiusura al femminile.

La lettura a cui ci alleniamo e ci educhiamo come soci, e che traduciamo poi nella militanza, è la nostra risposta di resistenza, nella sua varietà di forme, di dizioni, di scelte, all’omologazione del pensiero unico e alla artificiosità degli stereotipi.
“Persona che legge” – dice la nostra Carta, e “persone libro”: se rivoluzionario è il nostro progetto di promozione della lettura comincia proprio dalla scelta di queste parole.

A cena, poi, tra un piatto e l’altro, narrato e mangiato, la bellezza delle posate che si fermano d’incanto appena la persona libro dice “Io sono…”, sospendendo le conversazioni e il respiro per accogliere in questo altro nuovo comune silenzio le parole di altri libri, testi che sembrano aggiungere sapore ai sapori, profumo ai profumi e il gusto del dire, del mangiare, del riconoscersi insieme mi fa davvero pensare di sedere alla mensa “dove si mangia il pane degli angeli…”.

Bruxelles è la movida notturna che trasforma la città in un cumulo di rifiuti che all’alba magicamente scompaiono eppure la movida resta nelle strade: al mercato delle pulci, tra casette colorate, tetti d’ardesia e abbaini, un mondo di marzapane e grattacieli improvvisi, invadenti eppure… eppure inclusi, nelle cioccolaterie ingioiellate come fossimo da Tiffany o quel negozio di mobili in cui anche il tavolo da lavoro di un falegname assurge a design, o la poltrona enorme fatta di tanti peluches colorati, o gli strani incomprensibili messaggi sparsi in città un po’ dovunque:

  • il cane disegnato su una mattonella per strada vicino al semaforo (devi lasciarlo qui e non farlo attraversare? o è qui che non deve fare la cacca?),
  • il palo altissimo con il cartello di limitazione della velocità che ha sopra, a guardia, un falso piccione/colomba (devi andare piano perché io attraverso?)
  • la scultura per strada, sempre di un cane, maschio, con la zampa posteriore alzata per fare pipì contro un pilone (onore e omaggio a tutti i cani del mondo?)…

Stravagante Bruxelles…

È bella questa città. Colori e gente. Gente di tanti colori: di pelle, di vestiti, di lingue. Gente che ti sorride da subito. E ti capisce anche quando inventi il francese o nemmeno ci provi e parli italiano come se fossi a casa.

Per Donne di carta è la prima volta che il vagabondare ha superato un check in (e qualcuna ha pure pensato di poter partire con la patente), l’atterraggio a botta dell’aereo di andata sulla pista (ripreso in diretta con il tablet) e le nuvole iceberg impazzite di luce e di ombre che hanno accompagnato il ritorno. Con un nuovo amico, Cocò, che Nicoletta ha vinto per me giocando con quei strani cosi da Luna Park in cui devi muovere una leva – più a destra no ancora… dai prendilo prendilo! Noooo! Riprova, dai sta per scadere il tempo!AHHHH ce l’hai fatta! E l’intero aeroporto che si volta al mio urlo mentre io abbraccio Nico saltando e tenendo in alto il trofeo: un pappagallo di stoffa.

Ciao Siena, Ciao Firenze, ciao Empoli, ciao Bari, ciao Roma… arrivederci Bruxelles.

Arrivederci a voi, donne d’oro: http://www.lavitaebelga.eu/chi-siamo/

Cronache

I due giorni di iniziative NO STOP Forli – Cervia – Cervia – Forlì nei giorni 24 e 25 aprile sono stati molto pieni, troppo per per essere raccontati con dovizia di particolari.

Il gruppo misto Roma /Arezzo era composto da me, Silvia – l’organizzatrice -, Claudia, Olga, Marina, Elena e Amalia, la più smemorata delle persone libro, secondo la sua stessa definizione!!! In tutto il soggiorno c’è stata una costante: sbagliavamo sempre strada…(per cui mi sono fatta l’idea di una Forlì grande quanto Roma!)… e quindi arrivavamo sempre in ritardo, anche perché le strade erano trafficate per abitanti e turisti….. Sono rimasta positivamente colpita dal fatto che la Festa della Liberazione continua ad essere in Emilia Romagna una festa di popolo, come purtroppo è ormai abbastanza infrequente in altre regioni d’Italia. Quindi la nostra, pubblicizzata, presenza sul tema della Resistenza, affrontato con il filo conduttore della letteratura, ha suscitato interesse e le 4 iniziative svoltesi in diversi luoghi e contesti sono state seguite e partecipate.

Ci siamo sentite la responsabilità di corrispondere alle attese non solo di Silvia, che ha organizzato e preso i contatti, ma di chi, sul territorio si era adoperato per mettere in moto tutto (il Comune di Forlì, la Biblioteca di Cervia, le associazioni femminili locali,….). Penso (o meglio speriamo) di essere riuscite a non deludere, a gettare dei semi per future attività. E’ questo è già un bel bilancio. In fondo il nostro obiettivo e lanciare stimoli, che forse, prima o poi, qualcuno / a raccoglierà……senza pretese, ma con speranza. Inoltre la convivenza fra noi è stata piacevole, ci siamo scambiate, in amicizia e libertà, opinioni e critiche, rispetto alle modalità del nostro “dire” cosa che non sempre abbiamo il tempo e la voglia di fare, utile soprattutto quando ci incontriamo fra gruppi di città diverse.

Fin qui la descrizione un po’ asettica, poi c’è dell’altro: sicuramente ci sono stati momenti di intensità e commozione; l’argomento portava ad un coinvolgimento per la nostra personale formazione culturale e politica e, per qualcuna, per storie familiari intrise di sofferenza per una ricerca individuale e collettiva di giustizia e di libertà che ha messo a dura prova amicizie, amori , affetti. Le nostre performances non sono state certamente perfette, ma io, se ci penso, comincio a tessere l’elogio dell’imperfezione come tratto umano distintivo del nostro impegno a confronto dello sciorinamento spesso frettoloso e distaccato cui a volte, tutte, chi più chi meno, indulgiamo forse per la paura di sbagliare, forse per mascherare una sorta di disagio, non so….. E invece l’imperfezione ci restituisce il nostro essere, comunque, persone, prima ancora che persone / libro. L’imperfezione ci restituisce un po’ di improvvisazione, una necessaria spontaneità, una capacità di stare nelle situazioni, modificando con flessibilità i nostri comportamenti, senza quella sacralità un po’ settaria che talvolta assumiamo.

Non so se queste cose le dico per giustificare le manchevolezze, gli errori e gli imprevisti, umanamente comprensibili e comprensibilmente umani, accaduti nella due giorni NON STOP……..: tipo lo schieramento creatosi mettendoci tutte da una parte nella sede della Biblioteca di Cervia, producendo di fatto quella frattura – noi e gli /le altri/e – che predichiamo sempre di evitare; o la mancanza delle necessarie pause fra un testo e l’altro, verificatasi un po’ troppo spesso, nonostante ci proponessimo di stare attente; o ancora i due cellulari di Silvia, dimenticati accesi, che hanno cominciato a squillare uno di seguito all’altro mentre Silvia stessa diceva il suo brano! Anche se, va sottolineato, la dimenticanza ha fatto emergere la bravura di Silvia: in maniera sorprendente, non ha perso il filo, ma ha continuato a “dire” cercando nel contempo di spegnere gli infernali attrezzi; oppure frasi tagliate e parole cambiate con disinvoltura…

Chissà perché, fermarsi a cercare la parola esatta, proprio quella parola lì, come facevamo ai nostri esordi…chissà perché, non ci pare più adeguato….. E invece, credete, le pause e le incertezze non tolgono, ma aggiungono, non spezzano il clima ma lo creano, non distraggono, ma ri-destano quell’attenzione che, anche nell’ascoltatore più avvezzo, a volte si perde dietro le parole, soprattutto quando i testi sono troppo lunghi.

Queste non erano critiche ma solo il tentativo di dare valore al progetto tutto intero, con le ombre e le luci, gli alti e i bassi che, però ci consente di vivere momenti indimenticabili, come la mattina nella piazza di Cervia sotto un sole cocente e la gente che via via si fermava davanti a questo gruppetto di donne con pettorine da benzinaie che facevano volare in aria le parole di Pintor, di Gramsci, di Calvino, di Pavese, di Levi, di Saba, di Renata Viganò, di Montale, di Brecht, di Joyce Lussu, del padre della nostra Silvia……o come il pomeriggio nel parco affollato di cittadine e cittadini forlivesi di tutte le età, con bambine/i al seguito, che insieme ai loro amministratori, sindaci e sindache con le fasce tricolori, deputati, consiglieri e assessori regionali, di tutti partiti, ricordavano come tutti gli anni il loro e il nostro 25 aprile, che dovrebbe essere la prima e più importante festa condivisa.

Insomma divertimento ed emozione si sono mescolati e susseguiti e diventeranno parte del nostro bagaglio di ricordi personali e della memoria collettiva di Donne di Carta.

E da queste considerazioni mi viene naturale passare alla mattinata a Firenze alle Oblate: luogo suggestivo, organizzazione meticolosa e accurata, costruzione sensata del susseguirsi dei testi scelti, regia necessaria per gli spazi musicali previsti e perché eravamo numerose/i. L’evento, costruito per ricordare il rogo dei libri di Berlino, del 10 maggio 1933, è stata un’idea bellissima e da ripetere.

Per non dimenticare: questa è la nostra missione. A Firenze, tutte/i puntuali, nessun ritardo sul programma, nessun errore nella sistemazione, pubblico partecipe, attento e coinvolto, tutte/i preparate/i, nonostante, anche in questa circostanza, qualche brano troppo lungo o detto con troppa enfasi, qualche momento di fretta eccessiva, a partire da me, che, per fortuna, ho colto il segnale della Presidente che mi ha fatto cenno di andare più piano. Piccole mancanze, piccoli difetti che soltanto noi, che siamo ormai abituate/i, riusciamo a cogliere e di cui ci rendiamo conto, in quanto gli ascoltatori apprezzano e si emozionano, almeno così ci dicono, e, in effetti, anche in questa occasione sono rimasti in silenzio e seduti fino alla fine.

Eppure il grande quadro colorato, incorniciato dai libri della biblioteca e composto di parole e di note, si è animato particolarmente grazie ad Amalia che ruba la scena a tutte/ i e che si /ci farà ricordare non perché, come dice lei, è la più smemorata delle persone libro, ma perché ha reso esplicito e tangibile il senso di quell’imperfezione che fa parte della vita e, di conseguenza, dell’essere, appieno, PERSONALIBRO senza barra e senza trattino.

Ciao e grazie a tutte e a tutti per essere insieme in questa avventura.

Luciana

 

NO STOP Forli – Cervia

La lettura è la mia televisione

Quando si vive dentro un progetto, nonostante gli obiettivi e i metodi siano precisi, si crea sempre uno scarto, quell’imprevisto che non è un’anomalia ma una risorsa: le persone.
Il capitale umano non è etichettabile, ci provi, in qualche caso la definizione calza ma la varietà è affidata al mutamento: le persone, anche le stesse di ieri domani saranno diverse.
Voglio dire che io so esattamente dove sto e cosa faccio, perché ho scelto tra le tante cose da fare proprio questo progetto, la sua oralità diffusa, questa forma di promozione della lettura. E quando incontro persone simili le fiuto, le riconosco, senza timore perché non ho aspettative che potranno essere deluse, è l’attesa che … crea le situazioni. Prima o poi il momento giusto arriva.
Eppure, saperlo, non preserva dalle sorprese.

Doveva essere una presentazione come tante: io parlo della filosofia della Carta dei diritti della lettura e Lidia Castellani si sofferma sull’importanza delle parole:

badate ragazzi – comincia – non avere le parole, non averne abbastanza, non è una mancanza qualunque ma una perdita; sapere, conoscere le parole serve a parlare di noi stessi non solo agli altri… se mi sento triste e non conosco altre parole per dire “triste” non potrò mai capire di che colore sia questa tristezza; non saprò se quel triste vuol dire mi sento delusa o amareggiata o offesa o, forse, arrabbiata. Se non ho le parole perdo la possibilità di comprendere ciò che provo. Capite cosa voglio dirvi?

Loro, i ragazzi, le persone libro, questa platea così silenziosa e così attenta applaude. E lei mi sussurra sedendosi: non so, sono andata a braccio…

Io scrivo dentro la lavagna interna la parola “grata”.

Ma non finisce qui.
Quella macchina della gioia che è Rosa Spera, aiutata dalla cellula fiorentina e dagli errabondi empolesi, ha organizzato oltre alla presentazione e alla dizione delle persone libro (tanti testi nuovi sui libri, la lettura) anche dei laboratori con i ragazzi seguiti dalle insegnanti e dalle persone libro.
Mentre parlavo della Carta li avevo guardati negli occhi, uno per uno, perché avevo scelto di non stare dietro la cattedra ma di condividere lo spazio della platea senza nessun filtro.
È questa la dimensione che sento più mia anche quando non dico nulla a memoria: è una necessità del corpo non avere distanze, un bisogno della voce avere sguardi che la sostengano, e un piacere intimo vedere che le mani, senza la preoccupazione della memoria, riprendono a volare con le parole.

I ragazzi hanno preparato dei brani a memoria, scelti in piena libertà. Tanti gruppi dislocati in punti diversi della Biblioteca San Giorgio.
Nel gruppo che ho scelto di seguire, come semplice ascoltatrice, sono almeno dieci ad alzarsi, maschi e femmine, chi con gli occhi puntati in terra, chi con la voce ispirata, chi sommessa, chi a metà si siede nell’oblio. Ma tutti chiamati dal coraggio dell’altro/a. Desiderosi di essere guardati, ascoltati. Applauditi, certo. In un circolo di gratitudine reciproca. E l’insegnante, giovane, sorride a ogni parola detta, qualcuna le si ferma sulle labbra pronta a soccorrere il vuoto di memoria.

E fin qui bello, ma nulla di strano sotto il sole. Poi la persona libro-guida apre le danze. Una musica nuova. Chiede ai ragazzi cosa ne pensino della lettura, cosa credano di aver compreso o di condividere dei discorsi precedenti, cosa per ciascuno di loro… significhi leggere.

E qui, cara Lidia, ho toccato con mano il senso di quanto un attimo prima ci avevi regalato.
Le parole sono uscite fuori come farfalle: tante, veloci, ubriache d’aria, e io, io mi vedo ancora mentre cerco di rincorrerle da una bocca all’altra per fermarle, ma loro volano via, impalpabili, un battito d’ali, mischiate ad altre parole: parole coraggiose che creano coraggio.
Scrivetele sulla lavagna! – imploro.
Qualcuno per pietà segna qualche frase.

Ma le farfalle volano, e quando diventano scritte cambiano forma e senso e colore. Sembrano più tristi, più normali perché le parole dette, perché la voce… sono un’altra cosa.
La scrittura è come una natura morta. Adorabile, magnifica, superba. Ma il quadro torna vivo appena una mosca si mette a ronzare: è una frase, che dura nell’aria più a lungo:
LA LETTURA È LA MIA TELEVISIONE – ronza la frase-mosca.
Lui è grande, grosso, d’ingombro anche a se stesso, e lo sa bene.
La dice, poi va verso la lavagna (per farmi contenta) e si mette a scrivere.

… questa è una classe che la scuola considera difficile, non ho voluto che venissero i più… bravi, era importante invece che oggi, qui, ci fossero loro – lo dice aprendo le mani. Anche le mani sorridono a questa giovanissima insegnante: lo credevi possibile? – mi chiede: tutti parlano, tutti hanno qualcosa da dire…

Io poso in terra la mia presunzione, stupida come una retina acchiappafarfalle.

(La Biblioteca mi ha regalato una piccola scatola, di quelle che contengono creme di bellezza).

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Pistoia, 23 novembre 2013 – Grazie alla direttrice  Maria Stella Rasetti, allo staff e alle Associazioni FIDAPA e SOROPTIMIST, alle insegnanti che sanno camminare accanto ai ragazzi di oggi. Grazie a tutte le persone libro di Firenze, Empoli e Pistoia.

Una giacca, un maglione, uno spolverino

Solo un particolare- foto di Stefania Molajoni

Solo un particolare- foto di Stefania Molajoni

25 novembre 2013

La parola pubblica.

È una definizione che ho catturato ieri mentre ascoltavo gli interventi delle consigliere all’interno della riunione del Consiglio comunale di Firenze: eravamo state invitate come persone libro per testimoniare con le parole dei libri l’impegno che la Cultura ha nei confronti della violenza di genere che il 25 novembre non “celebra” ma denuncia con voce unica e forte.

A seguito della riunione dei capogruppo odierna vi confermo che il Consiglio come concordato con il presidente Giani sarà dedicato per la prima parte esclusivamente alla Giornata Internazionale contro la violenza alle donne fino alle ore 17.30.
Si aprirà con l’intervento del presidente, dell’assessore Giachi, delle pres.commissione, interventi delle consigliere ; ore 16.30/17.30 performance delle Persone Libro.
Un caro saluto a tutte.

Federica

Un invito eccezionale, per loro e per noi.
Dovuto a un doppio coraggio: quello di Federica Giuliani, presidente della Commissione Consiliare Pari Opportunità, che ha fortemente voluto questo evento  – e delle altre rappresentanti che l’hanno sostenuta – e del gruppo fiorentino, con a capo Maddalena Pilarski, che hanno organizzato con lei, con cura e con pazienza, ogni dettaglio. Accettando il fatto, inevitabile, che quanto si prefigura, nella realtà, poi, si sconfigura e diventa altro.

Eccezionale per loro: è la prima volta che accade; eccezionale per noi.
Perché non era facile – e non lo è stato – subentrare con il corpo, la memoria e il fiato all’interno di un’arena in cui domina la parola pubblica.
E sono grata per questa definizione che ieri una consigliera ha utilizzato a proposito degli impegni che i politici si assumono usando le parole. Ieri l’ho vissuta questa parola. Ieri ho imparato la differenza, l’ho percepita.
La differenza tra una parola pubblica che ha motivazioni politiche e una parola che nasce nel silenzio della lettura – privata, gelosa – e che poi assume obiettivi pubblici: toccare l’altro, accostarsi, farlo voltare, parlare all’altro di ciò che, forse, è importante per tutti.

La differenza tra un fiato e una voce che esternano parole che ricordano – già dimenticandoli – i fatti (qualcosa che resta in ombra, quasi in secondo piano, che perde sapore, colore, odore) e un fiato e una voce che, invece, abitano le parole e restituiscono presenza ai fatti: sono lì, ancorati; sono il tremore della contingenza, il peso e la fatica di quell’essere “ora e qui”.

Ieri ho pensato che se i politici facessero le “nostre coperte”, parole e persone coinciderebbero; ho pensato che l’ascolto è un’arte che nasce dalla condivisione di un desiderio. Dal bisogno – ma deve essere davvero un’urgenza– di reciprocità.

La palingenesi dell’oralità. Anche questa è una definizione che mi è cara, detta da Cristina Giachi, assessora alle Pari Opportunità, qualche tempo fa, il 29 ottobre, quando ci siamo conosciute per promuovere insieme la Carta dei diritti della lettura: quella Cristina Giachi i cui occhi ho cercato ieri come quelli di Nicoletta Gullace Tarantelli, vice presidente della Commissione consiliare Pari Opportunità, a sostegno della mia memoria. Trovandoli. Ritrovandole.
Il contatto necessario affinché il fiato sia il filo che stendi da una persona all’altra attaccando in fila le parole come il bucato. Parole domestiche. Parole private ma comuni. Come dovrebbe essere la “cosa pubblica”: un interesse di tutti.

Non c’è rabbia nelle parole anche quando dicono la rabbia o il dolore o la vergogna. Le emozioni vere sono ai due capi del filo. Se sei pronta a dirle, per sentirle davvero, mentre le dici. Se sei pronta a lasciarle andare fidandoti che qualcuno le raccoglierà. E le raccoglierà come vuole, quando vuole.
Non so spiegarlo altrimenti: è un’immagine. Dell’intimo che diventa pubblico e resta intimo lo stesso. Ieri l’ho capito.

Ho sentito il nostro fiato trovare uno spazio inedito. L’ascolto come una figura di creta, che si crea a poco a poco. Il silenzio che non è silenzio. Ma tensione, e stupore.
Quello che basta per restituirci il senso di quello che facciamo: è facile (non è facile mai) dire davanti a chi ti aspetta e ama come te le parole dei libri, e condivide una passione, e frequenta i luoghi di lettura; non è facile (non lo è stato e non lo sarà mai) lanciare una scommessa in uno spazio così “diverso”, davanti a persone impegnate in “altro”. Ci ascolteranno (saremo capaci di creare l’ascolto)? Ci guarderanno negli occhi (saremo capaci di distoglierli da loro stessi)? Si ricorderanno – dopo –  almeno una parola tra quelle ascoltate?

E quando la quindicesima persona libro è entrata trafelata – ed era l’unico uomo del gruppo – ho pensato che anche questo era perfetto: la voce maschile unita alle nostre. Come un quadro che si ricompone. O un discorso in cui non manchi più nessuno, come soggetto e come oggetto.

Quando la memoria è andata via nelle parole di una persona libro ho pensato: è una meraviglia che lo stesso libro sia nella memoria di un’altra, e che una voce possa unirsi a una voce diversa e continuare. Una meraviglia che il medesimo testo sia in un accento toscano e in una cadenza romana.

Le cose si costruiscono insieme: chi dice e chi ascolta. L’arena temuta è diventata un cerchio di persone intorno al fuoco. E gli applausi, per la prima volta da noi non vietati, sembravano sciogliere ogni tensione: la nostra e la loro.

Non avevo imparato a memoria la lettera scritta da un uomo agli altri uomini (dell’Associazione maschile/plurale): abbiamo deciso di consegnarla come una lettera vera, dentro una busta, a tutti i consiglieri uomini presenti. Un’ultima invenzione, con il contributo prezioso di Alessandra, di cui non mi ricordo il cognome, che si è lanciata a fare le fotocopie del testo, e quel pollice in su, che ci siamo scambiate come segnale alla fine di tutto, la dice lunga sul “filo di lama” su cui eravamo in equilibrio.

Ma l’invenzione vera è stata la voce del presidente del Consiglio comunale, Eugenio Giani. Ricevuta la busta, l’ha aperta e ha voluto leggere il contenuto della lettera a voce alta.

Da uomo a uomo, Lettera aperta sulla violenza maschile
Sono un uomo e vedo la violenza maschile intorno a me. Vedo anche, però, il desiderio di cambiamento di molti uomini.
Scelgo di guardare in faccia quella violenza e di ascoltare quel desiderio di cambiamento.
So che quel desiderio è una risorsa per sradicare quella violenza.
Di fronte alle storie di mariti che chiudono le mogli in casa o le ammazzano di botte, di fidanzati che uccidono per gelosia le proprie ragazze, di uomini che aggrediscono o stuprano donne in un parco o in un garage, non penso ‘Sono matti, ubriachi o magari i soliti immigrati !’, non mi viene da dire: ’Quella se l’è cercata!’. Tutto questo mi riguarda, ci riguarda […]

Non ci basta dire che siamo contro la violenza maschile sulle donne.
Desideriamo e crediamo in un’altra civiltà delle relazioni tra persone, una diversa qualità della vita, libera dalla paura e dal dominio. Vogliamo vivere una sessualità che sia altro dalla conferma della propria virilità e del proprio potere.
Molti uomini hanno finora vissuto questo tentativo di cambiamento individualmente, cercando un modo nuovo di essere padre, una diversa relazione con la propria compagna, un modo diverso di stare con gli altri uomini, un rapporto diverso con il lavoro. Questa ricerca è però spesso rimasta solitaria e invisibile, senza parole. Vogliamo esprimerci in prima persona, vogliamo che il desiderio di libertà e di cambiamento di migliaia di uomini diventi un fatto collettivo, visibile, capace di parlare ad altri uomini.

È così che accade quando si abita la parità tra chi dice e chi ascolta. Un gesto, semplice ma unico, di restituzione di quanto ricevuto. La condizione necessaria per immaginare che la parola sia ancora un mezzo per renderci liberi.
Tutte. Tutti.

(Post scriptum: le persone libro intervenute erano testimoni delle cellule di Firenze, Roma e Valdarno.
A onor di cronaca, la reazione all’evento è stata, per noi romane, lo shopping compulsivo. In tre ci siamo comprate una giacca, un maglione e uno “spolverino”. C’è sempre un prezzo da pagare).