Ti ho amata per la tua voce (backstage)

Perdonatemi. Di solito uso il nostro Blog per condividere nel racconto un evento che si è svolto, mai ho sentito la necessità di un’anteprima anzi, di una brevissima anticipazione. Sarà il titolo, che insiste su quelle corde del cuore che ci trovano unite in questo progetto bislacco dell’imparare a memoria e del dire usando la propria voce o sarà perché è un evento che fa accadere cose… come, per esempio questa: il creare insieme.

Debito d’onore, sempre, dire i Nomi Propri, per statuto di esistenza e per noi donne, spesso, di r-esistenza.

L’idea, dunque, parte da Maria Rosaria, socia romana, che è in realtà l’ideatrice di tutta la battaglia navale di “NarrAzioni”, di cui questo evento è parte, ma mentre gli altri appuntamenti sono anche occasioni di conoscenza dell’altrui “arte”  (il teatro di Aida Talliente, di Ambra Viglione, di Amaterasu… ) e/o di altre formule di condivisione della cultura letteraria (l’associazione l’Altra P…Arte, le case editrici Kogoi e Haiku, la pittura di MariaRosaria Stigliano e le parole stupende della scrittrice Marisa Fasanella) che incontreremo presto, “Ti ho amata per la tua voce” nasce e vive “in casa”, chiama a raccolta  Donne di carta tutta: il suo saper fare e il suo voler dire.

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Locandina di NarrAzioni

Maria Rosaria è presuntuosamente convinta che questa “casa” sarà in grado di accogliere l’azzardo di raccontare il legame d’amore tra artiste di oggi e “personagge” di ieri (termine che rubo da Anna Maria Crispino perché “esatto” per indicare queste “compagne dei secoli passati”). Un legame che spesso è doloroso: “solo se tu mi racconti io r-esisto“.  Costrette entrambe, chi dice e chi è detta, ad attraversare la non memoria dei secoli e dei luoghi. Minori sempre, noi, ai margini del silenzio.

Dare voce, dunque. In fin dei conti dare voce a chi una voce l’ha avuta e con questa voce ha fatto innamorare, perché Giovanna D’Arco, Ildegarda, Artemisia hanno segnato con fiato e con opere il loro passaggio su questa terra… chi con la spada, chi con la luce e chi con il pennello, e, tra loro, forse l’unica mutola è quella Pia che porta in sé la consegna amara di quell’esser “murata” che ancora e ancora uccide ogni donna se l’amore dell’uomo non ne è all’altezza.

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Le compagne dei secoli scorsi e le loro cantastorie

Voce restituita e raddoppiata dalla poesia, dall’immagine filmica, dall’opera in musica, dalla scrittura: ecco che avanzano nell’ordine Maria Luisa Spaziani, Margarethe Von Trotta, Gianna Nannini e Anna Banti. Nomi di Donna, per un “femminile plurale” come dice, appunto, Maria Rosaria.

E questo femminile moltiplica la sua pluralità negli accenti regionali con i quali le persone libro rispondono all’appello  “solo se tu mi racconti io r-esisto”; una vera e propria “chiamata”: da Bari, da Cagliari, da Firenze, da Siena, da Valdarno… voci per un coro che trova qui risposta nelle persone libro di Roma.

Bello, certo, e fin qui sarebbe una splendida occasione di quasi raduno “nazionale” –  ma il plurale, una volta lanciato, fa come i cerchi nell’acqua: dilaga e non sai mai cosa s’impigli nell’onda.

L’onda è Patrizia, carica di casse e microfoni, che inventa un video mozzafiato su Giovanna sul quale monta una sua opera in musica, spinta dalla voglia comune di ridare vita alle cose. E questo sì che mi commuove, anche per un brano di vita che ritorna come un tocco sulla spalla: “ehi, tu… ricordi?”.
L’onda è Antonella che dopo i Megalibri dell’evento precedente ormai dipinge, ritaglia, incolla… ispirata, e si fa nascere dalle mani le sagome d’una Giovanna perplessa e d’un’altera Ildegarda quasi ad altezza media del genere femminile (almeno la mia).

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Giovanna D’Arco

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Ildegarda Di Bingen

L’onda è Nicoletta che connette cavi e video, e smadonna, e sposta e risposta il mondo alla ricerca della quadratura: l’efficienza tecnica di ciò che abbiamo (poco) e le esigenze (molte) della regia.
L’onda è Alessandra che porta su e giù i suoi computer e i suoi Bose, avanti e indietro, e poi una sera, finalmente in quiete, inventa una locandina morbida come un tessuto.

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L’onda sono le archeologhe del Drugstore: Laura, Sara, Vanessa, che si preparano i testi su tombe e mosaici, ossa e scavi come se finalmente il museo tornasse un luogo da scoprire, di letture e riletture e non di assuefatta conservazione (e la vedo da qui, Carmela, che senza dir nulla riattiva circuiti dismessi e recupera filmati anche lei preda di questo comune riportare in vita).

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Dettaglio del ritrovamento di un corpo conservato al Drugstore

L’onda sono le persone libro che si distribuiscono le “parti” ognuna a casa propria e ripetono ripetono quelle parole che non avranno più silenzio.

Angela di Bari
Roberta di Cagliari
Maria di Cagliari
Anna di Firenze
Rosamaria di Firenze
Alessandra di Roma
Luciana di Roma
Antonia di Siena
Daniela di Siena
Carla di Siena
Donatella di Siena
Giulia di Valdarno
Daniela di Valdarno

L’onda sono Giovanna e Mariateresa pronte a fare da supporto a ogni gesto, e luce, e cavo e ripresa, e catastrofe temuta.

L’onda è lo staff del desk: Emanuela, Luisa, Anna, Letizia tra le quali mi aspetto piombare giù Bruna dalle sue terre aquilane a dar manforte e regia e Ginevra accorrere con il suo foulard sventolante.

E l’onda, chissà se anomala, siamo noi 4 nei panni delle “guide”: io per Giovanna, Teresa nelle sue vesti di antropologa per “Ilde”, Maria Rosaria stessa a sfogo della sua passione per Banti e infine, il dono-presenza di Luciana Biondi, la mitica conduttrice radiofonica che molte di noi hanno amato come virgiliana guida nell’universo della musica rock, pop, rap di ogni tempo e luogo, e che ci condurrà nell’opera di Gianna Nannini-De’ Tolomei.

“Facciamo finta che…”: ed è un bel gioco. Nel reame del possibile ogni storia fonda la sua esistenza ma il patto vero è che la storia detta sia ridetta ancora, e circoli, e viaggi. Perché ogni tempo remoto sia sempre tempo del “qui e ora”. Perché narrare è far accadere di nuovo. E se c’è un silenzio che uccide, c’è un altro silenzio che prepara la vita.

[Grata a questo fare plurale. Il nostro crowfunding non ha funzionato, sappiatelo!… ma è arrivato comunque un carico di… bellezza].

 

“Io sono un Albatros bianco…”

Un’amica ci ha lasciato. Una persona libro scende nel silenzio.

25 agosto 2015
La voce di Stefania Padroni veniva dal mare, dalla Sardegna.
Ciao amica

DA FACEBOOK
8 marzo 2012 alle ore 20:41

Arriviamo puntualissime, il Carcere di Cagliari si affaccia sui giardini, è una vecchia struttura silenziosa, ogni tanto qualcuno viene sotto le gole di lupo e chiama e si parla così con i detenuti. Siamo emozionate abbiamo aspettato tanto questo momento, passare l’8 marzo con le detenute della sezione femminile, portare i “libri” attraverso la nostra voce alle donne.

Non siamo tutte le persone Libro di Cagliari, mancano Laura, Anna, Pina e Roberta, ma le sentiamo comunque con noi, siamo in nove e l’agente addetto al ritiro dei documenti e dei cellulari sembra un po’ seccato. Entriamo, scale, corridoi, sbarre, per la maggior parte di noi è una esperienza nuova, sento un po’ di pudore, da fuori l’istituto sembra quasi vuoto ma dentro pulsa la vita, si sente, i muri lasciano intravedere tutta l’umanità che vi è passata.

Poi ecco le donne, i loro visi gli occhi pieni di tutto, qualche sorriso, qualche ruga di sofferenza, è una immensa ricchezza quella che ci arriva con questi sguardi, un privilegio che conserverò gelosamente nel cuore, un ascolto, quello delle detenute del carcere di Cagliari, davvero speciale, così come è speciale questo 8 marzo. Ma non mi sento di prendermi quei grazie entusiasti delle altre……mi imbarazza, la magia dell’essere Persona Libro è proprio questo sentirsi “niente”, questo essere una voce che dice “emozioni”, non devi essere abile in niente devi solo dire te stessa!

Stefania

Deu seu . . . Io sono . . . PersoneLibro di Cagliari

Fenicotteri

Fenicotteri

Ore 6e30: l’appuntamento è con Nicoletta che ci mette la macchina fino all’aeroporto. Io arrivo all’appuntamento alle 6e45, aggiudicandomi di prima mattina il risentimento di Nico che mi aspetta in anticipo già da mezz’ora. “Risentimento” è un eufemismo. Hai ragione, le dico, ma sono uscita in orario… peccato che tutta Roma sia in piedi all’alba di questo venerdì e gli autobus siano già in ritardo…
– Facciamo alle 6e30 perché non so quanto traffico troviamo verso Ciampino… – si era raccomandata Nico. Una serata di raccomandazioni, quella precedente. Nico sugli orari ed Emanuela, la Tesoriera, che mi ricordava con discreto sms di mettere in valigia le tessere d’iscrizione all’Associazione da consegnare religiosamente alle Cagliaritane. Lo zaino col quale parto implode per la metodologia “butto dentro due cose all’ultimo capirai che ci vuole”, ma Emanuela non sa che in fondo allo zaino giacciono preventivamente da giorni le tessere da consegnare in Sardegna. Un ponte associativo che oltrepassa un mare, quelle tessere. Un valore. Non potrei dimenticarle.

Non c’è ombra di traffico fino all’aeroporto, forse per una favorevole congiunzione astrale, o semplicemente perché andiamo controcorrente rispetto al flusso pendolare. Alle 7e40 entriamo nel parcheggio dell’Aeroporto di Ciampino, in comodo anticipo. Nico è in perfetta sintonia perfino con la voce femminile registrata alla colonnina d’ingresso del parcheggio, quasi anticipandola nelle operazioni da eseguire. Io tardo – di nuovo. A realizzare che sto lasciando Roma per tre giorni.
Decolliamo in orario. Aereo colmo. Per la durata del volo, per la comodità del sedile rimasto vuoto tra me e Nicoletta, non rimpiango più di tanto l’assenza di Sandra. Nico gioca a fotografare i tagli di luce tra le nuvole, e tenta inutilmente di mettere via ogni tanto l’obiettivo: ogni volta sbuca una luce che non si può non fotografare. Costeggiamo a lungo il litorale sardo prima di puntare l’aeroporto di Cagliari. Intravedo regolari gli specchi d’acqua delle saline che – penso – scandiscono le mie ultime trasferte associative: dopo Cervia, ecco ora quelle di Cagliari. L’immagine di un sedimentarsi lento, che da secoli si tramanda, mi fa compagnia.

All’arrivo l’accoglienza è doppia: Anna di Firenze – atterrata un’ora prima di noi – e accanto a lei Roberta di Cagliari. È splendido il “cartello” distintivo che Roberta aveva portato per riconoscerci: un collage polimaterico con fogli di giornali e fili di lana, con i caratteri stampati a comporre la scritta “Io sono una persona libro”, dono di un’amica (richiedo due volte il suo nome e per tre volte lo dimentico) a ciascuna PersonaLibro di Cagliari. Forse non riesco a memorizzare quel nome perché (lo ammetto) è a Maria Lai, subito, che penso appena vedo i fili di lana. Artista che a Cagliari è considerata patrimonio cittadino. Regionale, insieme a Grazia Deledda e Michela Murgia. Proprio su Maria Lai, Betty, personalibro di Cagliari, mi racconterà due giorni dopo un dettaglio, mentre passeggiamo per le vie del quartiere “la Marina” (ovviamente il quartiere in corrispondenza del porto). Il Comune di Ulassai aveva commissionato all’artista la realizzazione di un monumento “Ai Caduti in Guerra per il paese”. Maria rifiutò l’incarico, preferendo realizzare qualcosa che servisse per i vivi, coinvolgendo nell’esecuzione – per ben tre giorni – l’intera comunità di Ulassai. Più della Bellezza vale la Bellezza condivisa. Uno dei principi alla base delle PersoneLibro, rifletto.

Ci dirigiamo in macchina verso casa di Roberta. Roberta non è cagliaritana. Non è nemmeno di origini sarde. È un’emiliana – ferrarese – che per casualità lavorative ha scelto, decine d’anni fa, Cagliari. – Come fai a non innamorarti di questi posti? – lei chiede più volte, indicando il paesaggio o tutto il tempo che sceglierebbe di nuovo di trascorrere qui. È vero, penso io, qui non c’è la nebbia, ma siamo in fila su una Strada Statale, ferme sotto un sole già estivo in pieno mattino, circondate da macchine e poco oltre da un paesaggio assolutamente brullo in ogni direzione. Non colgo particolari motivi di slancio per innamorarsi all’istante di questi posti, ma Roberta è così convinta nel ripeterlo che mi convinco anch’io: Cagliari avrà sicuramente dei buoni motivi per innamorarsene.

La fila dura poco, e qualche minuto dopo ecco il primo motivo nell’affaccio dalla veranda della casa-mansarda di Roberta: il mare. Da un settimo e ultimo piano, il panorama cristallino mostra i toni per quello che sono. I colori chiari, a terra in acqua nel cielo e sugli edifici, sparano.
Il tempo di due macchinette di caffè, di sigarette in veranda (Anna sola non fuma, ma inizia un intenso fumo passivo che durerà tre giorni), e siamo nuovamente in macchina. Direzione Castello, la parte storica ed arroccata di Cagliari. Casteddu.
Il tragitto è il racconto di Roberta: abita nel Comune che i cartelli stradali indicano come Quartu S.E., Quartu Sant’Elena scioglie Roberta, ricordando che da queste parti i luoghi portano nomi di distanze (Quartu, Sestu…) – Ah! – osserva Nicoletta – “Quartu S.E.” sta per Quartu Sant’Elena non Quartu Sud Est! Infatti non capivo…dicevo ammazza quant’è grande Quartu per dover pure distinguere SudEst, SudOvest… – Siamo alle solite, penso: noi romane non riusciamo a liberarci delle unità di misura suburbane stile Grande Raccordo Anulare…
– Una delle prime cose che ho imparato qui – prosegue Roberta – sono i nomi dei venti. Maestrale, Libeccio, Tramontana…a Cagliari tutti sanno distinguerli… – Ecco, penso io, un terreno sul quale noi romani non saremmo competitivi – Noi c’abbiamo il Ponentino…- penso a voce alta. Ma accanto ai venti potenti di un’isola, poco più che una brezza di città fa solo tenerezza. Povero Ponentino: meschineddu direbbero a Cagliari.

A Castello ci raggiunge Betty: ha preso un giorno di ferie per stare con noi. Percorriamo slarghi, belvedere e stradine della rocca: il sole s’infila nei vicoli, ogni scorcio meriterebbe un ricordo di macchina fotografica, ma la mia Nikon ad un minimo accenno controsole rinuncia a scattare. Non è abituata a tale intensità di luce. Betty e Roberta ci guidano: via dei Genovesi, raccontano, negli anni Settanta era molto più popolana… A pianterreno c’erano tutte le botteghe di artigiani e di artisti… Oggi quasi tutte le botteghe hanno chiuso, tutte le facciate delle palazzine sono state ristrutturate e molti stranieri hanno comprato. Raccontano, Betty e Roberta, e ci domandano. Delle altre cellule italiane. – Com’è andata a Napoli? – chiedono. Nicoletta e Anna (loro c’erano) raccontano. E io penso che la narrazione sia davvero un filo. Conduttore d’esperienze.

Panorama da Capo S.Elia

Panorama da Capo S.Elia

Il mare. È la tappa successiva dove pranziamo, alcune verso i raggi, altre all’ombra di un albero di fichi. Anna – previdente – aveva infilato il costume in valigia, ed ora è lì, placida e baciata dal sole, perfettamente integrata nel paesaggio. Anche Nicoletta, all’ombra del fico, è perfettamente integrata nel paesaggio, formaggio sardo nella mano sinistra e bottiglia di Ichnusa nella mano destra.
Quando ci muoviamo è per l’ultima gita del giorno, al faro sul promontorio di Capo S.Elia. Mentre ci avviamo a risalire le scalette dalla spiaggia, due bambini vedono scappar via verso di noi il loro piccolo pallone. Lo raccolgo per porgerlo al bimbo più vicino, mentre Nicoletta suggerisce che l’altro bambino non corra inutilmente verso di noi: “Férmate ahò!! Do’ cori!! Dije de nun core! sta qua er pallone!!” Rimango col pallone nella mano, perché il bambino vicino a noi se ne dimentica completamente. Continua a fissare la bocca di Nicoletta, dalla quale una voce baritonale ha prodotto combinazioni di suoni per lui incomprensibili. Solo quando Nicoletta accompagna col braccio le parole, indicando il pallone nella mia mano, il bimbo torna tra noi. Prende il pallone; guarda me, Anna, Nicoletta. E torna a giocare.

L’appuntamento è alle 18e30 a casa di Roberta. La coperta con le Personelibro di Cagliari. Sembra assurdo ma bisogna tenere le tapparelle abbassate fino a metà, perché la luce di un sole appena oltre i vetri inonda il salotto. Prepariamo le sedie a cerchio intorno al divano. Io le avvicino il più possibile. Loro arrivano, puntuali e stremate dopo una giornata e una settimana di lavoro. Ci tendono la mano per salutarci ma Anna, Nicoletta ed io, d’istinto le abbracciamo tutte. Finalmente volti e voci, per coloro che in tanti anni abbiamo solo immaginato, come i fenicotteri rosa che ti immagini e poi arrivando a Cagliari vedi realmente, percorrendo la Statale, e contempli ogni volta con gli stessi occhi di bambina. Allo stesso modo dei fenicotteri rosa, loro, le personelibro di Cagliari, oltre Tirreno esistono. Betty, Isotta, Gabriella, Maria, Pina, Roberta e Stefania. Ecco le prime sette personelibro che conosciamo sotto coperta. Mi piace, subito, la loro scelta dei testi: mare, memoria, natura, lettura. E il Femminile. Mi colpisce il brano di Maria, l’insegnante del liceo Euclide dove andremo la mattina dopo. Maria ha scelto un brano da Le tre ghinee di Virginia Woolf: perbacco, penso. È intima, la coperta. Curiosa. Una fusion di accenti sardo, fiorentino e romano… Stefania è quella che a Roma chiameremmo una Persona-librochiuso. Ascolta, attenta, e non dice. Per poi osservare, con voce calma, non meno intima di quelle dei testi ascoltati: “Mi avete fatto venir voglia di dire un testo…”

Qualcuna ricorda che l’indomani occorrerebbe fare una minima presentazione dell’Associazione e del progetto PersoneLibro, prima di dire i testi agli studenti. Nell’ordine: Anna, Nicoletta ed io ce ne chiamiamo fuori, tutte e tre col medesimo pensiero: chi si perderebbe l’occasione di sentire Donne di Carta presentata con l’accento sardo? Ed ecco quasi una seconda coperta. Qualcuna chiede, qualcuna sa, soprattutto Stefania recupera i fili della narrazione associativa: le quattro donne della filiera del libro e l’origine del nome, la promozione della lettura, librerie indipendenti, case editrici indipendenti, l’incontro con Antonio e l’adozione del progetto Fahrenheit 451… “A Stefa’! – tuona a un certo punto Nicoletta – e falla te la presentazione no!?!” Stefania accetta. Si decide all’unanimità per una pausa sigaretta, mentre la conversazione dal divano si sposta appena più in là, intorno al tavolo della cucina di Roberta. Che ci aveva promesso per cena i malloreddusu col sugo di salsiccia. Davvero notevoli.

Ore 10e15 della mattina seguente ci ritroviamo all’ingresso del “Liceo classico scientifico Euclide”. In attesa dell’accoglienza del preside, siamo tutte e dieci davanti alla macchinetta del caffé. Maria – la prof. – prova a suggerirci di contenere la voce (nella scuola siamo in orario di lavoro e di lezioni), ma l’emozione e l’euforia sono tali che i suoi tentativi restano vani: tanta è la caciara che facciamo, che dalla stanza accanto (la segreteria) qualcuno si affaccia per chiudere la porta. Provvidenziale, il suono della campanella delle 10e30 ci unisce al vociare che inizia nei corridoi.

Guadagnamo l’aula magna, dove appena entrate provo una certa invidia per questi studenti: io non avevo, al liceo, un’aula magna così bella. Subito la prassi consueta della prova microfoni. “Consueta” per noi tre del continente, non per le Cagliaritane, che confessano con lieve lampo di sgomento negli occhi “Finora non abbiamo mai detto col microfono…” Mentre mi accomodo in alto, appollaiata sulla poltroncina più lontana dai microfoni per un riscontro audio, penso a noi romane, alle primissime volte con l’uso del microfono. Una tragedia. O meglio: ‘na traggedia. Difficoltà che sembrava insormontabile. Mi ricordo di prove e prove e ancora prove…nel tentativo di abituarsi alla propria voce che esce comunque altra da quel benedetto attrezzo. Per questo, dopo Isotta che è la prima a provare il testo, e dietro di lei tutte e cinque a turno col microfono, le ammiro. Tutte, senza fare una piega, trovano già al primo e unico tentativo la capacità di valorizzare semplicemente, senza alcuna forzatura, la propria voce attraverso il microfono. Colgono istintivamente che permette di non sforzare il respiro. Mi arriva nella loro voce tutta l’emozione, e il desiderio profondo di dire quei testi, dovessero dirli col microfono, o in equilibrio su una gamba sola o saltellando su un tapis roulant lanciato a velocità. Una capacità di adattamento (immediata) che non è remissività, è interazione, accoglienza; tendenza alla fluidità degli eventi. E ugualmente accade dopo, ad aula magna gremita, sempre con Isotta che, microfono in mano, sta per dire il primo testo (da Come si legge un libro, e perché di Bloom), ma ha la pacatezza – sorridendo – di aspettare: ragazze e ragazzi stanno ancora entrando dalla porta. O come Roberta, che ad incipit avviato della Divina Commedia, non s’interrompe quando il flusso di studenti dalla porta riprende. Si gira, semplicemente, per continuare a dire loro – guardandoli – quei versi come fossero l’argomento più naturale di conversazione. I trenta studenti rimangono lì fermi, tutti in piedi appena superata la porta, a guardare e ad ascoltare Dante…

C’è qualcosa che disorienterebbe queste cagliaritane? Forse no, mi rispondo. Ci dev’essere una certa attitudine regionale, a non essere minimamente turbate di fronte l’imprevisto, perché mi torna in mente la reazione di Grazia Deledda, nel momento in cui apprese la notizia di aver vinto il Nobel per la Letteratura. “Eja!” disse soltanto, per poi tornare nello studiolo a continuare quel che stava facendo un attimo prima.
Il sognatore di navi (Alvaro Mutis) con la voce di Gabriella: lei la vede, mentre la dice, quella nave di Abdul; Le piccole memorie di Saramago hanno la voce di Anna, e le sue, di memorie, dentro quelle parole donate ai ragazzi. Studenti. Matteo, uno di loro, perfettamente a suo agio nell’atmosfera e nella musica della sua chitarra, intervalla l’immersione nei testi. Arriva il momento delle mie Domande. Non “mie” ovviamente, sono le Domande di un lettore operaio, così come sono di Brecht. Ma mi piace dire quel testo agli studenti: ponetene tanti, di punti interrogativi. Dentro e oltre la pagina scritta. Nicoletta lascia il parapetto dell’aula magna, che la sostiene per tutto il tempo sulle gambe e nell’emozione. E là davanti, senza parapetto, Il dittatore di Rodari arriva con intima ironia. Intima è la corda di Stefania nel presentare Donne di Carta, e quell’unica parte del racconto dove ritorna, forse non casualmente: fare rete tra case editrici indipendenti. In una terra fiera della propria autonomia e della propria autenticità, quella parola, indipendenti, prende consistenza.

Difficile dimenticare l’emozione smisurata delle tre alunne di Maria: Alessia, Francesca e Andrea, e dei loro testi non meno coraggiosi: Cuore di ciccia (Susanna Tamaro), Frankenstein (Mary Shelley), Colpa delle stelle (John Greene). Insomma, tutt’altro che barzellette. Certo, penso subito dopo, se la loro prof è qui a dire – a centocinquanta studenti – nientemeno che Le tre ghinee della Woolf, cosa ti aspetti dalle sue allieve?
Ma c’è un brano, evocativo ed essenziale, che più mi sta scendendo dentro, sin dal pomeriggio precedente durante la coperta. È Deinas (accento sulla “i”) di Tatiana Longoni, sullo sciamanesimo sardo: “deinas non sono altro che donne silenziose, umane, spesso isolate, in continuo contatto col proprio essere unione di elementi”, dice la voce coinvolta di Pina, appena un tono più bassa di tutte le altre. Ma quelle parole arrivano, potenti.
Le tre ghinee di Maria, Deinas di Pina, e Baa-ba di Betty (dall’audiolibro di Rossella Faa), che Betty dice con tale spontaneità che qualcuno le chiederà, il giorno dopo: “…ma l’hai scritto tu?” Mi sembra un valore aggiunto, donare questi tre testi a ragazze e ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni; la considerazione e il perpetuarsi che qui, da millenni, ha il Femminile.

Nel pomeriggio lungo mare, arriva puntuale la traduzione per immagini di questo Femminile non sotteso, ma pervasivo. A passeggio con Betty e Isotta lungo via Roma (!), sul marciapiede opposto al molo di Cagliari, costeggiamo la facciata del Palazzo del Consiglio Regionale della Sardegna. La decorazione degli spazi esterni del palazzo, leggo sulle targhe sotto le sculture, affidata a tale Costantino Nivola. Mi colpisce la scultura di una Figura Femminile, grande, eppure così essenziale, accogliente, “cicladica” mi verrebbe da dire per le immagini che richiama. Ce ne sono altre sette di Figure Femminili, quasi tutte rivolte verso il mare, in questo spazio d’arte fruibile “a cielo aperto”, ed altre quattro Figure dai lineamenti maschili, più squadrate e volumetriche. Ma è per una di quelle femminili, in particolare, che io vorrei dire grazie all’artista. Diversamente da tutte le altre, lei non è verticale ma adagiata (“adagiata” per modo di dire, considerando il peso del marmo) su un campo (un’aiuola) di germogli di grano. Scoprirò dopo, che proprio nei giorni in cui siamo a Cagliari, le viene finalmente realizzata questa specifica collocazione, fino ad allora rimasta solo nella progettazione dell’artista. Mentre proseguiamo lungo via Roma, notiamo una fila per entrare nell’edificio: è stata appena inaugurata la mostra che ripercorre proprio l’ideazione di Nivola per questo allestimento esterno del Palazzo. Vorrei che Pina con la sua voce fosse lì, per dire il testo ai visitatori accompagnandoli all’ingresso o durante la mostra. Una Personalibro come audioguida, ma con tutta l’emozione del dono: “Semplice. Questa è la parola che contraddistingue lo sciamanesimo sardo: semplicità. Per me è tutto qui: Sciamana è la semplicità dell’ascolto, la semplicità del silenzio”.

Maria Rosaria

Betty (CA), Anna (FI), Nicoletta (RM), Roberta (CA)

Betty (Ca), Anna (Fi), Nicoletta (Rm), Roberta (Ca)

 

Il blu (di Cagliari)

Foto di Nicoletta Montemaggiori

Foto di Nicoletta Montemaggiori

Il blu, di quelli intensi, che consuma tutta la matita, che non distingue il mare dal cielo per quanto saturo.
Un blu, fatto di sale, per un sole troppo caldo a maggio, per un’emozione fatta di respiri d’ascolto.
Un blu, fatto di colore primario, come le donne di carta di Cagliari che vado a conoscere.

Quando l’aereo scende dal blu per atterrare in un altro blu cobalto vengo inghiottita in questo mare pieno di accoglienza, di sorrisi, di storie, di storia, di geografia, di dialetti, di Castello e di marina, di Poretto e di gelato al pistacchio, di Ichnusa e di vento caldo che abbraccia spettinandoti: il Maestrale.
È questo vento forte che mi trascina per tre giorni e mi spinge a conoscere le Donne di Carta e le Persone Libro di Cagliari.

I dettagli di questi tre giorni li lascio a Maria Rosaria e Anna, compagne di viaggio perfette e più precise di me in queste cose, io vorrei cercare di ricordare tutto quello che ho trovato dentro il blu: le caldi voci emozionate, le lotte delle donne sarde quotidiane, le pause di riflessione, le cantate in dialetto, gli abbracci sinceri e caldi come il maestrale, la disponibilità, la voglia di non arrendersi, la difficoltà nel non arrendersi, la verità dietro sperimentazioni militari nell’isola, l’odore del mirto in compagnia, il sapore dell’amaretto e di pane e cipolla, il caffè alla mattina guardando il mare, le discussioni dettate dall’emozione, le parole come Baba o mischinedda, aiò o èia, la sete di ascoltare e il timore del dire, il pecorino, i problemi economici che non frenano le emozioni, il voler rimettersi in gioco, i viaggi, i problemi con i figli, lo scambiarsi dei libri, i foglietti come la coperta di Linus, i sorrisi, il voler sempre rimettersi in gioco, i costumi tipici e il carro di buoi, ragazzi con il piercing e campagne gnostiche, gatti e galli, organizzazione e promesse di rivederci…. E molto altro ancora!
Quanto mondo dietro quel blu, se ti tuffi non vorresti mai uscirne!

Nicoletta

La profezia di Bradbury siamo noi

Questa galleria contiene 9 immagini.

Tratto da: LIBEROS  per chiudere l’anno 2012 Si dice che la Letteratura sia profetica – quella vera, fatta di libri scritti sotto il segno della durata e non del consumo. Non stupirà allora che, dalle pagine di fantascienza di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, le persone che imparano a memoria i libri diventino persone reali. […]

Sempre altrove… sempre forti

Camminando… città e voci: si formano le cellule

I primi passi della cellula madre (Roma) – luglio 2009

e quelli pubblici della cellula di Arezzo

che poi è diventata così:
uno strepitoso Omaggio alla Storia dell’Unità d’Italia


Bari, Masseria Santanna: nasce la cellula pugliese

Cagliari, le persone libro sarde quasi sempre in… piazza

La cellula di Firenze che muove i suoi passi con Arezzo

La cellula di Portogruaro
dove esiste un’intera “Famiglia libro”

Milano inizia il viaggio alla Fiera del Libro di Torino

– continua –