Ti ho amata per la tua voce (backstage)

Perdonatemi. Di solito uso il nostro Blog per condividere nel racconto un evento che si è svolto, mai ho sentito la necessità di un’anteprima anzi, di una brevissima anticipazione. Sarà il titolo, che insiste su quelle corde del cuore che ci trovano unite in questo progetto bislacco dell’imparare a memoria e del dire usando la propria voce o sarà perché è un evento che fa accadere cose… come, per esempio questa: il creare insieme.

Debito d’onore, sempre, dire i Nomi Propri, per statuto di esistenza e per noi donne, spesso, di r-esistenza.

L’idea, dunque, parte da Maria Rosaria, socia romana, che è in realtà l’ideatrice di tutta la battaglia navale di “NarrAzioni”, di cui questo evento è parte, ma mentre gli altri appuntamenti sono anche occasioni di conoscenza dell’altrui “arte”  (il teatro di Aida Talliente, di Ambra Viglione, di Amaterasu… ) e/o di altre formule di condivisione della cultura letteraria (l’associazione l’Altra P…Arte, le case editrici Kogoi e Haiku, la pittura di MariaRosaria Stigliano e le parole stupende della scrittrice Marisa Fasanella) che incontreremo presto, “Ti ho amata per la tua voce” nasce e vive “in casa”, chiama a raccolta  Donne di carta tutta: il suo saper fare e il suo voler dire.

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Locandina di NarrAzioni

Maria Rosaria è presuntuosamente convinta che questa “casa” sarà in grado di accogliere l’azzardo di raccontare il legame d’amore tra artiste di oggi e “personagge” di ieri (termine che rubo da Anna Maria Crispino perché “esatto” per indicare queste “compagne dei secoli passati”). Un legame che spesso è doloroso: “solo se tu mi racconti io r-esisto“.  Costrette entrambe, chi dice e chi è detta, ad attraversare la non memoria dei secoli e dei luoghi. Minori sempre, noi, ai margini del silenzio.

Dare voce, dunque. In fin dei conti dare voce a chi una voce l’ha avuta e con questa voce ha fatto innamorare, perché Giovanna D’Arco, Ildegarda, Artemisia hanno segnato con fiato e con opere il loro passaggio su questa terra… chi con la spada, chi con la luce e chi con il pennello, e, tra loro, forse l’unica mutola è quella Pia che porta in sé la consegna amara di quell’esser “murata” che ancora e ancora uccide ogni donna se l’amore dell’uomo non ne è all’altezza.

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Le compagne dei secoli scorsi e le loro cantastorie

Voce restituita e raddoppiata dalla poesia, dall’immagine filmica, dall’opera in musica, dalla scrittura: ecco che avanzano nell’ordine Maria Luisa Spaziani, Margarethe Von Trotta, Gianna Nannini e Anna Banti. Nomi di Donna, per un “femminile plurale” come dice, appunto, Maria Rosaria.

E questo femminile moltiplica la sua pluralità negli accenti regionali con i quali le persone libro rispondono all’appello  “solo se tu mi racconti io r-esisto”; una vera e propria “chiamata”: da Bari, da Cagliari, da Firenze, da Siena, da Valdarno… voci per un coro che trova qui risposta nelle persone libro di Roma.

Bello, certo, e fin qui sarebbe una splendida occasione di quasi raduno “nazionale” –  ma il plurale, una volta lanciato, fa come i cerchi nell’acqua: dilaga e non sai mai cosa s’impigli nell’onda.

L’onda è Patrizia, carica di casse e microfoni, che inventa un video mozzafiato su Giovanna sul quale monta una sua opera in musica, spinta dalla voglia comune di ridare vita alle cose. E questo sì che mi commuove, anche per un brano di vita che ritorna come un tocco sulla spalla: “ehi, tu… ricordi?”.
L’onda è Antonella che dopo i Megalibri dell’evento precedente ormai dipinge, ritaglia, incolla… ispirata, e si fa nascere dalle mani le sagome d’una Giovanna perplessa e d’un’altera Ildegarda quasi ad altezza media del genere femminile (almeno la mia).

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Giovanna D’Arco

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Ildegarda Di Bingen

L’onda è Nicoletta che connette cavi e video, e smadonna, e sposta e risposta il mondo alla ricerca della quadratura: l’efficienza tecnica di ciò che abbiamo (poco) e le esigenze (molte) della regia.
L’onda è Alessandra che porta su e giù i suoi computer e i suoi Bose, avanti e indietro, e poi una sera, finalmente in quiete, inventa una locandina morbida come un tessuto.

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L’onda sono le archeologhe del Drugstore: Laura, Sara, Vanessa, che si preparano i testi su tombe e mosaici, ossa e scavi come se finalmente il museo tornasse un luogo da scoprire, di letture e riletture e non di assuefatta conservazione (e la vedo da qui, Carmela, che senza dir nulla riattiva circuiti dismessi e recupera filmati anche lei preda di questo comune riportare in vita).

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Dettaglio del ritrovamento di un corpo conservato al Drugstore

L’onda sono le persone libro che si distribuiscono le “parti” ognuna a casa propria e ripetono ripetono quelle parole che non avranno più silenzio.

Angela di Bari
Roberta di Cagliari
Maria di Cagliari
Anna di Firenze
Rosamaria di Firenze
Alessandra di Roma
Luciana di Roma
Antonia di Siena
Daniela di Siena
Carla di Siena
Donatella di Siena
Giulia di Valdarno
Daniela di Valdarno

L’onda sono Giovanna e Mariateresa pronte a fare da supporto a ogni gesto, e luce, e cavo e ripresa, e catastrofe temuta.

L’onda è lo staff del desk: Emanuela, Luisa, Anna, Letizia tra le quali mi aspetto piombare giù Bruna dalle sue terre aquilane a dar manforte e regia e Ginevra accorrere con il suo foulard sventolante.

E l’onda, chissà se anomala, siamo noi 4 nei panni delle “guide”: io per Giovanna, Teresa nelle sue vesti di antropologa per “Ilde”, Maria Rosaria stessa a sfogo della sua passione per Banti e infine, il dono-presenza di Luciana Biondi, la mitica conduttrice radiofonica che molte di noi hanno amato come virgiliana guida nell’universo della musica rock, pop, rap di ogni tempo e luogo, e che ci condurrà nell’opera di Gianna Nannini-De’ Tolomei.

“Facciamo finta che…”: ed è un bel gioco. Nel reame del possibile ogni storia fonda la sua esistenza ma il patto vero è che la storia detta sia ridetta ancora, e circoli, e viaggi. Perché ogni tempo remoto sia sempre tempo del “qui e ora”. Perché narrare è far accadere di nuovo. E se c’è un silenzio che uccide, c’è un altro silenzio che prepara la vita.

[Grata a questo fare plurale. Il nostro crowfunding non ha funzionato, sappiatelo!… ma è arrivato comunque un carico di… bellezza].

 

Arrivederci Bruxelles

Bruxelles

Bruxelles

Bruxelles meriterebbe una narrazione a più voci. Così come è stata, sotto il segno della varietà e della pluralità.

Ogni persona è approdata qui portandosi dietro la propria città, gli accenti, il modo con cui quotidianamente abita il  progetto associativo, le armonie e gli scazzi del gruppo, i desideri ancora vivi, le incertezze sempre presenti e pur sempre ancora i sogni. Ogni gruppo ha usato treni, aerei, taxi, piedi; rincorso appuntamenti, atteso perduto e ritrovato l’altro.

Bruxelles è Elena che ci aspetta: una delle tante persone che non abita più l’Italia, che non fa più lo stesso lavoro, che parla ora una lingua diversa oltre la propria. Bruxelles è Elena-Donna di carta nel Belgio. Con suo marito che insegna alla scuola materna, ci offre da bere, ci accompagna nella casa che diventerà “nostra”.
E le case saranno diverse per ogni gruppo: zaini da lasciare, trolley da trascinare, sistemazioni notturne e la frutta fresca nel frigorifero offerta come benvenuto da un’ospite invisibile.

Bruxelles è incontrarsi in una piazza piena di giovani seduti in terra ad ascoltare la musica ambulante, e in soli due giorni i concerti saranno diversi, ma sempre si mangia in piazza all’aperto, chi in terra chi appoggiando il piatto di pesce venduto al banco all’angolo della piazza, su tavolini di legno altissimi. E se chi viene dal Mediterraneo storce il naso a quel pesce e preferisce il formaggio del posto, la baguette, il bicchiere di birra belga, c’è chi quella zuppa la gradisce e si mette in fila più volte.

Bruxelles è un mercato coperto che ha dismesso se stesso per inventarsi una “cattedrale di ozio” sorseggiando un caffè, espresso se vuoi l’italiano, e una chiacchiera sommessa adagiati nelle sdraio su un finto prato verde come se da qualche parte in quell’immensa navata ci fosse davvero, dietro un angolo, il mare.

Bruxelles è “La vita è belga”: l’associazione inventata da sette donne per costruire un discorso italiano di tradizioni: danza, musica, libri, per stare insieme, magari, la sera. L’associazione che Elena ha contattato e che ci ha invitato, voluto, chiamato fidandosi del suo entusiasmo e aprendo spazi e sorrisi, la gentilezza impagabile di Romina, la presidente, “Salentina di nascita, romagnola d’adozione…a Bruxelles per amore”, le sedie in circolo -per rispettare il nostro rituale- e poi la cena curata da Andrea Sossi, il grande chef, che si scusa per la fretta con cui ha preparato ogni singolo piatto: arancione e bianco, verde e rosso, per me sola vegano, e che la voce di una donna gentile trasformerà in una narrazione ad ogni portata. Bravo Andrea!

Bruxelles è questo circle time, come dice Angela di Bari, in cui lo spazio, di solito per la danza, si presta a una coreografia di voci: ogni attacco scandito dal passaggio lento del microfono, ogni attacco preceduto da quel silenzio in cui il braccio si tende o il corpo si alza quasi a disegnarne il contorno. E sarà questo silenzio così speciale o l’attenzione incantata degli occhi di chi ascolta a rendere  le voci più belle o forse saranno i testi preparati con cura che si chiamano l’un l’altro, di città in città, in varietà d’accenti, a rendere possibile che chi ascolta diventi a sua volta un fine dicitore di antiche memorie, a volte di scuola, o filastrocche e nenie – perché c’è un bambino -, o racconti in prima persona di cosa si fa in Italia – le storie dei gruppi – le interpretazioni diverse e tutte convergenti che ciascuno di noi porta per dirsi e dire che stiamo bene, sì stiamo bene a fare le persone libro di Donne di carta.

E Bruxelles è la nostra Carta che fa esplodere la lettura oltre i confini stretti di un libro, e Alice che mi sta di fronte e non conosco, Alice veneziana di Bruxelles, sorride pensosa e poi tra mille tentennamenti soffia in latino l’odi et amo di Catullo come chi sa che queste parole saranno sempre un dono di impagabile verità sulla natura dell’amore.

E Bruxelles è una filastrocca, un passo di Dante, una poesia in francese di Baudelaire, a riprova che anche il timbro di una voce e la sonorità delle parole, quando sono intenzionalmente un desiderio di contatto, diventano capaci di costruire ascolto e comprensione al di là della diversità linguistica.
Bruxelles è questa capacità di mettersi in gioco, di ripetere un passo ricordato senza avere paura del giudizio altrui restando ancorati al proprio piacere di cambiare respiro e velocità se lo scopo (il senso?) è raggiungere l’altro.

Per Donne di carta non è la prima volta che la magia della “coperta” (che a qualcuna delle presenti è risultata anche stretta) ha permesso di confondere le voci dei libri con le narrazioni di ogni singolo fare: ogni cellula ha trovato il modo di dirsi regalando al progetto associativo, nella sua globalità, la prospettiva di un vissuto territoriale che di fatto lo arricchisce e che di fatto traduce in realtà la visione di una lettura intesa come comprensione di ciò che ci circonda per dare un senso al bisogno/desiderio/volontà di stare insieme, al pensarsi necessario come parte di un tutto.

E ha ragione Nicoletta che, in accento calcatamente romano, ribadisce che dietro la bellezza incantatoria delle parole con le quali ci presentiamo poi c’è la fatica vera di un impegno in prima persona, con il proprio tempo e i tanti limiti: “è faticoso? Sì, ma ne vale la pena”.
Così come l’esperienza nelle scuole, con ragazzi di ogni età, raccontata soprattutto dalla cellula senese – con le sue c aspirate e la leggerezza scivolosa delle palatali – restituisce all’associazione tutta il respiro più ampio di una possibile continuità o discendenza o eredità che ci fa immaginare abitanti di ogni tempo.

Ed è bello, qui, sotto coperta, a Bruxelles, avere le due voci maschili della cellula fiorentina ed empolese, a testimonianza che Donne di carta è per tutti e contraddicendo di fatto l’equivoco che fa del suo Nome una presunta quanto errata chiusura al femminile.

La lettura a cui ci alleniamo e ci educhiamo come soci, e che traduciamo poi nella militanza, è la nostra risposta di resistenza, nella sua varietà di forme, di dizioni, di scelte, all’omologazione del pensiero unico e alla artificiosità degli stereotipi.
“Persona che legge” – dice la nostra Carta, e “persone libro”: se rivoluzionario è il nostro progetto di promozione della lettura comincia proprio dalla scelta di queste parole.

A cena, poi, tra un piatto e l’altro, narrato e mangiato, la bellezza delle posate che si fermano d’incanto appena la persona libro dice “Io sono…”, sospendendo le conversazioni e il respiro per accogliere in questo altro nuovo comune silenzio le parole di altri libri, testi che sembrano aggiungere sapore ai sapori, profumo ai profumi e il gusto del dire, del mangiare, del riconoscersi insieme mi fa davvero pensare di sedere alla mensa “dove si mangia il pane degli angeli…”.

Bruxelles è la movida notturna che trasforma la città in un cumulo di rifiuti che all’alba magicamente scompaiono eppure la movida resta nelle strade: al mercato delle pulci, tra casette colorate, tetti d’ardesia e abbaini, un mondo di marzapane e grattacieli improvvisi, invadenti eppure… eppure inclusi, nelle cioccolaterie ingioiellate come fossimo da Tiffany o quel negozio di mobili in cui anche il tavolo da lavoro di un falegname assurge a design, o la poltrona enorme fatta di tanti peluches colorati, o gli strani incomprensibili messaggi sparsi in città un po’ dovunque:

  • il cane disegnato su una mattonella per strada vicino al semaforo (devi lasciarlo qui e non farlo attraversare? o è qui che non deve fare la cacca?),
  • il palo altissimo con il cartello di limitazione della velocità che ha sopra, a guardia, un falso piccione/colomba (devi andare piano perché io attraverso?)
  • la scultura per strada, sempre di un cane, maschio, con la zampa posteriore alzata per fare pipì contro un pilone (onore e omaggio a tutti i cani del mondo?)…

Stravagante Bruxelles…

È bella questa città. Colori e gente. Gente di tanti colori: di pelle, di vestiti, di lingue. Gente che ti sorride da subito. E ti capisce anche quando inventi il francese o nemmeno ci provi e parli italiano come se fossi a casa.

Per Donne di carta è la prima volta che il vagabondare ha superato un check in (e qualcuna ha pure pensato di poter partire con la patente), l’atterraggio a botta dell’aereo di andata sulla pista (ripreso in diretta con il tablet) e le nuvole iceberg impazzite di luce e di ombre che hanno accompagnato il ritorno. Con un nuovo amico, Cocò, che Nicoletta ha vinto per me giocando con quei strani cosi da Luna Park in cui devi muovere una leva – più a destra no ancora… dai prendilo prendilo! Noooo! Riprova, dai sta per scadere il tempo!AHHHH ce l’hai fatta! E l’intero aeroporto che si volta al mio urlo mentre io abbraccio Nico saltando e tenendo in alto il trofeo: un pappagallo di stoffa.

Ciao Siena, Ciao Firenze, ciao Empoli, ciao Bari, ciao Roma… arrivederci Bruxelles.

Arrivederci a voi, donne d’oro: http://www.lavitaebelga.eu/chi-siamo/

Io sto con Erri De Luca

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Paese bizzarro l’Italia, dove il vicepresidente del Senato può tranquillamente essere autore di numerosi episodi di odio razziale e incitamento alla rivolta (si ricordi la maglietta anti Islam e le offese del ministro Kyenge) senza finire in Tribunale, mentre uno scrittore non può esprimere il proprio pensiero su una grande opera pubblica.

Noi Persone Libro di Bari abbiamo manifestato a sostegno di Erri De Luca, dicendo pagine dei suoi libri, prima in una libreria e poi in un pub in piazza, nella parte storica della nostra città. Qui  le foto del nostro intervento.

Ogni cosa è illuminata

Attraversare ombre e penombre è itinerario di conoscenza. Dire testi nell’oscurità diventa strumento nuovo per ricomporre la frattura giorno/notte e creare un flusso ininterrotto e armonioso (di voci) tra il regno del sole e quello della luna. Un’utopia necessaria forse.
Nell’oscurità vibra tutto lo splendore delle costellazioni di parole che noi Persone Libro abbiamo costruito.
I pensieri si fanno più chiari (Ilaria ci aveva avvisato!), precisi, ispirati. Dilatati ed esatti come la geometria delle stelle.
Ho percepito una corrente forte, attraversare lo spazio in cui ci siamo acciambellati, come accade in un utero accogliente (quando prima di ogni cosa anche lì si è al buio) e, tra le voci e i colpetti di tosse – numerosi e tipici di quando l’adulto per stemperare l’emozione ridiventa bimbo – i nostri testi si sono aggrovigliati in enorme matassa, di cui tutti (eravamo più di 80) tenevamo i fili, in un silenzio capillare.
La notte è il mio giorno preferito, scriveva Emily Dickinson. Ieri ho compreso meglio perché.

F.P.

 

“Alla fine i libri siamo noi”

Gazzetta del Mezzogiorno (Bari)

Gazzetta del Mezzogiorno (Bari)

Il gruppo delle Persone Libro di Bari compie tre anni di attività e invita tutti gli amici e le amiche, i simpatizzanti vicini e lontani, i libri ‘aperti’ e ‘chiusi’, i curiosi, i semplici lettori e lettrici a festeggiare insieme e a conoscere meglio il nostro progetto.

Sabato 12 ottobre dalle 14 alle 16 presso la libreria Svoltastorie (Bari, via A. Volta 37/39) si terrà un momento di formazione con Sandra Giuliani, presidente dell’associazione romana Donne di Carta che ha promosso in italia il progetto delle Persone Libro. Si tratta di una occasione aperta a tutti e gratuita, per conoscere meglio la nostra attività e iniziare a sperimentarla.

Domenica 13 invece avrà luogo la nostra festa di compleanno nella masseria Santanna, dove ci si potrà scambiare pagine di libri, oralmente e a memoria – come da prassi nel progetto delle Persone Libro. Potrete ascoltare i brani del nostro ‘repertorio’ e, chi lo desidererà, potrà partecipare per dire un testo a piacere – anche brevissimo.
Insieme – ‘libri aperti’ e ‘libri chiusi’ – sperimenteremo il piacere di ‘fare coperta’, di scambiarci parole e storie fatte di voci diverse.

In più pranzeremo insieme e nel pomeriggio assisteremo allo spettacolo ‘Improvvise Azioni‘, con Camillo Pace, Cristina Palmiotta, Maristella Tanzi, Massimo Zenga. Si tratterà di un percorso performativo visibile a quadri,in cui l’unico filo conduttore sono le scritture estemporanee di un corpo, una voce ed uno strumento.

PROGRAMMA domenica 13 ottobre:
-ore 10,30 accoglienza e registrazione partecipanti
-ore 11,30 coperta con le Persone Libro
-ore 13,00 Pranzo
-ore 15,00 performance ‘Improvvise azioni’

La cellula di Bari ha appena concluso la sua esperienza nel mondo delle carceri di cui ha narrato le diverse fasi qui sul Blog  e di cui tratta questo delicatissimo articolo di Enrica Simonetti.

sempre dalla Gazzetta del Mezzogiorno (Bari)

sempre dalla Gazzetta del Mezzogiorno (Bari)

“Caffè ristretto: percorsi e discorsi dentro le mura” (30 Settembre 2013 fase finale)

Questa galleria contiene 23 immagini.

Ecco, è accaduto questo. I nodi dell’ombra si sono sciolti nelle parole e nel canto. (grazie Feràt) Luminose scintille circondate di nostalgia sono emerse dai labirinti dell’anima. (grazie Minella e grazie Antonio) Le voci di dentro hanno perforato l’opaco e i nostri intrecci di calore insieme hanno riscattato il buio come la luna riscatta il […]

Secondo incontro nella Casa Circondariale di Bari.

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16 settembre

BIGLIE

Arrivo anche oggi di corsa, direttamente da scuola, il mio tempo digrignato a braccetto con il loro tempo dilatato. Eccoli, adesso, seduti in cerchio, le mani sulle ginocchia, la faccia sgualcita,

NOI, ancora una volta insieme in una piccola stanza, sospesi a ricapitolare, una scintilla di reciprocità e desiderio, mentre fuori la vita fa il suo rumore.

Gli occhi restano bassi nel dire timido dei testi, non solo quelli proposti da noi, ma soprattutto quelli scritti da loro, da Antonio, da Bechir, Adamu, Feràt, e dal nuovo arrivato Giuseppe, che si è vestito di verde, che è tanto voluminoso, che sposta gli occhi su e giù e di lato, ha la testa pelata e ride divertito perché i suoi compagni lo chiamano Shreck.

Se ci penso gli somiglia davvero, e lui ne è molto contento.

Bechir è più triste dell’ultima volta, ha gli occhi gonfi di solitudine, un contagio trasmesso dai muri del luogo, nella condensa dell’umidità e del tempo che trascorre sempre identico, dove i minuti corrono più veloci degli anni urtandosi l’un l’altro, schiacciandosi in un  respiro compresso.

Ha scritto un testo bellissimo, una poesia che ci lascerà e che racconteremo, anche senza di lui, perché stanno per trasferirlo, ci dice.

Tocca a Feràt, lui dice la sua poesia in bulgaro, e anche senza traduzione, c’è talmente tanta dolcezza nella sua voce, che il testo arriva dritto al bersaglio come una freccia infuocata. Per tutta la durata si tiene la mano sul cuore e la fronte gli si imperla di sudore.

Arriva il turno di Adamu che sceglie di dire in inglese, la sua storia di uomo innamorato perso, oh Romeo Romeo…I am Romeo, lo sento bisbigliare; mentre riemerge malfermo dal suo bozzolo scuro, ci spiega che è dentro a causa di una donna, reo al posto suo, per amore.

Una storia pazzesca di sacrificio, di colpa e redenzione, dice a memoria un testo di cui è lui l’autore. Richiami da far venire la pelle d’oca  e mi inonda una sensazione di vita che pulsa soffocata e tracima da un quadro stregato, sfonda la cornice e dilaga, distribuendo colori per la stanza. Un paesaggio vivido che evade e si allarga sul pavimento consumato, una pozzanghera asciutta in cui vedo crescere un giglio solitario.

Ride Adamu con i suoi denti larghi, si raggomitola e trema. Lo sapevi? La piega iniziale di un sorriso può produrre l’avvio di un’onda oceanica, o di un tremore collettivo che si trasforma in tsunami. Ma quanto è fatale scendere a piedi scalzi nella grandezza di una lacrima? Certo si può…scivolare.

Shreck allunga intanto i suoi muscoli  maestosi e strabuzza gli occhi enigmatici e stanchi. Legge una poesia metafisica, sua, raffinata e originale. Sfodera una cascata di parole perfette, balene meravigliose messe in ordine come soldatini.

Troppo robusto per stare tutto nella sedia, troppo incagliato in una rete di pensieri smagliati, si culla appagato nei complimenti ricevuti e poi si scusa perché è sedato e, quando lo sedano – così dice – non dà il massimo, altrimenti farebbe addirittura meglio.

Forte accidenti, convulso e doloroso il canto intimo di chi lotta con le proprie parti oscure.

Tornerò a casa così, oggi, con in testa una serie di desideri sghembi: quello di correre via, verso il mare e cercare un altissimo scoglio da cui fare un tuffo carpiato pericoloso e spettacolare.

Quello di lanciare pugni di biglie contro le finestre alte di una cattedrale, o di rubare chiavi all’universo-mondo, smontare serrature e dare i ferri in pasto a un gran falò, che mischi cera bianca e zolfo, bene e male, miseria e grandezza, impastando di incenso permanente un  cielo che appare sempre del tutto indifferente.

Francesca