Ma solo per amore?

5 maggio (compleanno della nostra tesoriera)

 

Fare cultura è (anche):

    un sistema audio che non si spenga e renda il suono per come è stato registrato…

Fare cultura è (anche) un problema economico.

Niente di più facile, quindi, avere come esempio immediato della necessità di un crowfunding, quei minuti d’attesa, trepidanti, che rischiavano di farci dire alla gente intervenuta: “scusate, signori e signore, ma mimeremo il video per non recar dispiacere a chi quel video l’ha prodotto per non essere assente”.
Credo fermamente, ci credo, a una Dea ex machina delle Donne di carta, e la bene-dico.

Come da rituale, l’evento dedicato alla Collana Ex libris di Kogoi edizioni viene subito dopo la visita guidata alla necropoli che ogni volta raccoglie adesioni numerose.
La gente che si siede in sala, dopo, ha quello sguardo e quella rilassatezza di chi ha provato stupore e lo trattiene (brava anche Maria Rosaria Ambrogio, archeologa).
E forse è proprio quella rilassatezza che crea accoglienza e dà il giusto “la” a tutto l’evento che si snoda in modi e tempi naturali, lenti (forse un tantino troppo, mi scuso per qualche sbavatura) conservando una sorta di intimità che le voci delle persone libro hanno saputo regalare in quella penombra.
Voci leggere e calde, mai ostentate, accanto ai Libri Giganti che Antonella Fortunati ha costruito per ricordare a tutti che siamo sempre in quell’ombra anche quando diventiamo luce.

libri

I Classici: quelli che tutti dicono di avere letto, e non è vero. Quelli di cui tutti conoscono le trame e i personaggi senza averne mai sfogliato le pagine. E non è questione di lettori forti, deboli o non lettori, anche tra noi che amiamo leggere ci sono pagine che non siamo riuscite – pigrizia, mala-educazione? – ad affrontare.

Quei Giganti in scena non sono minacciosi, sembrano piuttosto dei balconi sui quali le persone libro appoggiano la loro voce fidandosi di una memoria costata tempo e dedica, restituendo all’oralità quel senso dell’aria come veicolo naturale di storie.
Resta vuoto eppure presente il leggìo di ferro in mezzo alla scena.
Le voci sono sguardo. E la gente in sala le guarda.

Dietro a ogni voce un breve sunto di immagini filmiche a omaggio raddoppiato alla trama, al personaggio, al tempo di durata e di successo del libro e dell’autore.
Apre La Storia, e il filmato racchiude tra le scene storiche anche quelle domestiche e private della lettrice che ha composto il suo librino su quel Gigante: il nonno tra le macerie di San Lorenzo, lei stessa bambina, perché di guerra e di bambini quel libro narra.
Seguono Madame Bovary, Moby Dick, Tre uomini in barca, Artemisia e poi il circolo magico si chiude con le parole trovate da Calvino per ricordarci che ogni rilettura è un atto di ricreazione del mondo e di noi stessi/e.

Non necessariamente un classico ci insegna qualcosa che non sapevamo: alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo o creduto di sapere ma non sapevamo che l’aveva detto lui per primo. E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta di una origine, di una relazione, di una appartenenza. Naturalmente questo avviene quando un classico funziona come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore.

Sfila via la parte emotiva ed emozionale della serata: anche l’applauso è “raccolto” come se nell’aria qualcuno avesse disegnato una linea da non superare, perché “oltre” le parole diventano rumore e chiacchiera.

E resta quindi nei toni amichevoli anche la conversazione con quei tre autori presenti, due donne e un uomo, che hanno accolto la sfida di navigare nelle pagine amate raccontando le ragioni personalissime di un legame.

inscena-autori

Da sx, Zacchini, Pisciottani, Ambrogio  in video: Finocchi, Pontuale

Sono ragioni sempre legate al tempo, quello della lettura: la prima, da giovani; la seconda, da adulti; quello della crescita, e nella misura di quella distanza per ognuno/a di loro il libro resiste, rivela, conferma e consola: specchio al volto svanito di ieri, profezia del volto che sarà.

Domande dal pubblico poste dalle stesse persone libro ai sedicenti lettori/autori: la voce de La Storia che interroga Simona Zacchini; la voce di Moby Dick che provoca Marco Pisciottani, e infine la voce, dall’inconfondibile accento toscano, di Artemisia che sollecita Maria Rosaria Ambrogio, questa volta di altri “panni” vestita.

Persone libro e persone – come dice Dario Pontuale, co-curatore della Collana e autore di un Ex libris su Madame Bovary, dall’alto dello schermo nella sua presenza virtuale – che si sono resi autorevoli perché hanno in mano la patente di lettori.

Voci di fiato e voci di pagina. Non a confronto, anche se accade che chi scriva su un libro amato tenda a imitarne lo stile. Lineare lo scritto su La Storia; impegnativo e filosofico quello su Moby Dick; lirico e dialogico quello su Artemisia.
Anche lo stile di Vanda Finocchi imita l’ironia garbata e sottile del suo amato Tre uomini in barca, e in lei che ride in quel video, seduta accanto a Flaubert-PontualeMadame Bovary, c’è tutta la felicità dell’occasione avuta di dar voce a “uno di famiglia”, perché così sono i libri che ci accompagnano.

Poi sarebbe il tempo di Lessico famigliare e anche qui diventa un tempo differito: l’audiovideo in cui la voce di Cecilia Martino, accompagnandoci per il quartiere di San Salvario, restituisce la genesi di una magia che quel testo di Natalia Ginzburg ha creato e che si riassume proprio nel titolo del librino che quella magia racconta Inseguendo un libro s’incontrano le persone.
Le persone sono state Rosalba Durante a cui il Lessico ha salvato la vita quando era in cassa integrazione, Maria Pflug traduttrice tedesca e autrice di una meravigliosa e fuori catalogo biografia su Ginzburg, e la stessa Cecilia, da poco trasferitasi proprio a Torino.
E in questo Ex libris ci sono anch’io, sorpresa ancora di come dai libri a volte prenda vita… la vita. Ma avrei dovuto saperlo, e la persona libro, che dice a memoria la dedica posta a Lessico da Natalia, chiude il cerchio: “nomi veri, persone reali… non finzione… e se a qualcuno dispiacerà… pazienza”.

Difficile restituire in una cronaca di parole un evento fatto di penombra, di voci basse, colloquiali, leggere nel tono e profonde nei contenuti. Se la fedeltà di memoria delle persone libro è un eterno atto di gratitudine, chi scrive un Ex libris espone nel libro che ama sempre un po’ di se stesso/a.

Fare cultura è esserci. In prima persona.

La Dea ex machina ci ha permesso di superare gli ostacoli tecnici.
L’amore per la lettura ha vinto.
Promuovere questo amore è un compito serissimo, e faticoso: ieri tutti e tutte lo abbiamo condiviso anche nel ricordare che il giorno prima una libreria storica di Roma “Invito alla lettura”, la libreria della famiglia messa su dalla dottoressa Vano, ha chiuso. Venticinque anni di vita.
Non sono riuscita a portare via nessun libro – la festa di chiusura offriva a tutti l’occasione di prendere qualsiasi cosa a prezzi stracciati – e mi sono anche chiesta le ragioni oscure che ci spingono ad acchiappare tanti libri solo quando un posto chiude… o quando qualcuno ce li regala… è solo questione di soldi?
Ho catturato un buffo cappello viola (e due soldatini per la mia collezione di divise d’epoca), e il buffo cappello è stato lì con me, in questo evento che omaggia i libri, perché se una libreria muore la responsabilità è collettiva.

Fare cultura è non dimenticare.

autori

Il cappello della Libreria “Incontro alla lettura”

Sappiamo da ieri sera che il prossimo Ex libris avrà il piglio di Giuseppina Pieragostini che ha lanciato dalla sala una difesa strenua della sua vita immedesimata fin da bambina nella vita di Cime tempestose: e poi una promessa, fatta a fine serata, di una Goliarda Sapienza che sarà celebrata nelle pagine de L’arte della gioia.
Due scrittrici per due lettrici. O viceversa.
È questa la magia vera andata in scena: la reciprocità di un dono.

 

(Grazie ancora a Nicoletta Montemaggiori che, oltre a fare la persona libro, si è difesa con i denti e bene contro le macchine ribelli.
Grazie ancora ad Antonella Fortunati, che ha reso visibile la grandezza di cui sono fatti i Classici.
Grazie a Anna Delfini, Anna Gennai, Letizia Grossi, Alessandra Maggi, Marina Pierri, Luciana Scarcia, persone libro di Roma e di Firenze… semplicemente incantevoli.

Peccato che oltre alla mia cronaca non ci siano anche questa volta le parole di Claudio Fiorentini: ci sei mancato).

Foto di scena di A. Maggi
Foto rubate fuori scena di A. Fortunati.

 

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Ho sognato di volare: Dacia Maraini

Lei è una donna puntuale. È già qui, seduta con le amiche al tavolino. Le settanta sedie del locale, disposte lungo il cortile-giardino, sono tutte occupate.
Le persone libro in prima fila. Io resto fuori, a fumare. Dopo l’incontro con Belotti questo è un altro appuntamento con la Storia e a dirla tutta sono emozionata perché Dacia io la conosco, l’ho vissuta attraverso un percorso lungo una giovinezza che se n’è andata: i miei i nostri anni settanta. Gli anni 80. Roma di allora.
Quando si accomoda sulla sedia, dietro al tavolino in fondo al cortile-giardino, la gente applaude. Così, solo perché è lì.
Anna Maria Corposanto ci presenta: lei, Dacia Maraini, noi: Donne di carta.

L’incipit è delle parole-voci delle persone libro: sono 3, tre brani estratti dal tema sulla violenza delle donne. Le ultime parole appartengono al libro appena pubblicato, “L’amore rubato“: 8 racconti: “Parlane! Parlane a tua madre parlane a tua sorella. Ne va della tua dignità.”
Vorrei iniziare una conversazione intima, informale – preciso, partendo proprio da qui, dalla difficoltà da parte delle donne a parlare, il silenzio assordante che caratterizza la vita delle donne quando… vittime, prede.

La invito, lei fa cenno di sì con la testa, approva l’informale, si prepara a rispondere poi fa un giro del corpo sulla sedia e dice, anzi no, racconta.
Racconta di sua madre e di suo padre in Giappone, lei bambina, privi di tutto, di cibo e di libri, e dei suoi genitori che sono stati per lei, naturalmente, delle persone libro proprio come nel libro di Bradbury, lei dice, sbagliando deliziosamente i gradi Fahrenheit della temperatura a cui brucia la carta, e ci racconta – a noi – chi siano le persone libro di quel Libro e delle voci dei suoi genitori che ripetevano, a Dacia bambina, Pinocchio e Platone come se le parole fossero ugualmente importanti.
Il colore degli incipit. La nota d’inizio che accorda il fiato. So che sono libera, ora, di chiedere, di dire, di raccontarle chi sia Dacia per me, per un’intera generazione che con Lei è cresciuta.
Per la quale non provo nessuna nostalgia ma infinita gratitudine.

Passiamo dal Lei di cortesia – aspettavo il permesso – al tu confidenza perché l’intimità è cosa preziosa e lei sa abitarla, lei che parla del silenzio, della non-parola delle donne, della mancanza di autostima, di quel valore di Sè così fragile e inquieto, così instabile che contribuisce a creare la disparità e la perdita inventando relazioni impossibili. Con Lui e con il Mondo.

Ci tengo a dirle, e a dire a chi ascolta, che un libro sulla violenza contro le donne scritto da Dacia Maraini è al di fuori di ogni sospetto di trend editoriale, di opportunismo perché Maraini ha sempre scritto parlato testimoniato l’essere femminile: ombre e luci; ha sempre scelto l’identità donna come oggetto del suo indagare e come attrice del suo narrare, a volte, con una scrittura testimonianza, al limite della parola asciutta; a volte, con una scrittura emancipatoria, enfatica; a volte, come gesto d’affetto e di empatia.
Il silenzio di Marianna Ucrìa, per esempio. Perfetto. Esemplare.

Ma sulla violenza – e lo sottolinea più volte – non c’è una vocazione naturale di genere, e afferra con entrambe le mani il microfono, perché tutto è sempre cultura ed educazione. E io la sostengo citandole a memoria frasi che ha detto in diverse interviste, questo suo puntare il dito contro l’educazione “separata” che poi diventa “stratificazione di esperienze diverse” fino a costruire psicologie opposte. Non ce l’ha con l’Uomo né con gli uomini questa Signora del femminismo romano, ed è piacevole ascoltarla mentre dice “anche gli uomini dovrebbero imparare a sublimare come, sempre, hanno fatto le donne”, guardando in faccia i diversi uomini che sono seduti… senza ammiccamenti, senza doppi sensi. Sublimare, cosa propria dell’arte. Ma non unica.

Ed è facile allora ricostruire con lei, passo dopo passo, i di-segni di una cultura che negli anni 70 ha cercato di scardinare le radici del male, sostenuta da movimenti di pensiero collettivo e di azione diversificata che hanno reso gli intellettuali, e le donne soprattutto, più vicine al sociale, più sporche di strada, e più capaci di interpretare maree e sogni. Questo sostegno che è venuto a mancare: il legame tra chi è magistra di parola e chi non ha voce, la cultura mercantile, imprenditoriale, meccanica, in questa insana enfasi della felicità preconfezionata, ha definitivamente spazzato via.

La gente ci ascolta. L’ascolta. Ne sento la densità. È un andirivieni il nostro parlare: io asserisco non pongo domande, sentenzio e lei s’insinua più dubbiosa, più duttile, più vasta. Affettuosa e lucida insieme.

Ci ritroviamo a fremere su questa cultura del mercato che ha inasprito il valore di merce dell’essere donna, che ha reso la relazione uomo/donna analoga a quella del consumatore/possessore di beni; ci rimpalliamo la riflessione su quanto questo dilagare di un pensiero unico machista, escortista, merceologico e mercenario abbia fatto riemergere la misoginia sociale della nostra cultura. Privando la libertà d’essere diversi, gli uomini e le donne.

È facile, allora, passeggiare insieme lungo la Storia, anche di quella televisiva, che ha dimenticato la sua vocazione educativa e formativa, il suo talento esplorativo.
– ti ricordi la tua trasmissione “Io scrivo tu scrivi?”
– Augias se ne andrà – lei risponde amareggiata.

In queste due battute si consuma tutto.

Non c’è posto per la lettura, per l’amore della lettura, anche nelle scuole l’amore non entra. Ci sono “griglie”, metodi ma non c’è l’educazione all’immaginazione, la porta spalancata ai viaggi dell’anima e della mente, quel respiro d’immenso che solo le parole sanno inventare, la libertà assoluta e privata, ogni volta inaugurata da ogni lettore che riscrive – dice proprio così – il libro che ha tra le mani.
– Quanti libri hai nella tua biblioteca?
–  10.000.

Sono tutti nelle parole che dice: la lunga meditata sedimentazione che rende le parole altrui il moto per le proprie.
Ora so perché sono venuta qui, stasera. Non sono una presentarice di libri o di autori. Non sono una critica letteraria né un’opinionista. Sono una lettrice e sventolo la mia patente senza paura.
Ammetto: – Dacia, io sono polemica. Le persone libro in prima fila ridacchiano.
– Io sono contro una storia della Letteratura che ti etichetta come scrittrice “poliedrica” – dico: non senti questo appellativo come un insulto?

Lei abbassa lo sguardo, e io continuo: – sai perché ti definiscono “poliedrica”? perché hai scritto romanzi, articoli, saggi, sceneggiature, drammaturgie, poesie e invece di dare valore e riconoscere in questo l’attitudine necessaria alla sperimentazione, alla ricerca fedele della parola, siccome sei una donna, ti dicono “poliedrica”, ma se tu fossi un uomo, Dacia, se tu fossi… ti avrebbero osannato: saresti stata un Nome e Cognome con l’aureola.
– Perché – insisto – perché è così difficile riconoscere a una donna il diritto all’ambizione, al leaderismo, al potere, alla padronanza di sé? E tu lo sai perché hai dovuto sopportare a lungo la fama della “donna di”… prima di essere degna di attenzione singola, hai dovuto inventare Marianna per salvarti.

Mi accascio – ero venuta per questo.

Lei tiene gli occhi bassi e prende appunti come se la valanga delle mie parole, dall’inizio di questa “conversazione”, dovesse essere trasformata in sassi più semplici, in segni distillati ma poi, dentro il mio improvviso silenzio, lei sussurra: grazie.
E poi prende il timone e racconta… racconta della scrittura sensuale di Deledda: – i suoi personaggi non si appoggiano alla Natura ma sono il frutto che cresce in quella Natura; racconta che Ortese è luminosa quanto Calvino …
E allora le ricordo le milleforme della sua scrittura, i colori di questo suo cercarsi: dalla testimonianza cronachistica al rovesciamento del punto di vista sul mondo: emancipatoria, liberatrice; dal realismo storico a quel tentativo quasi di auto-autorizzazione all’intimità, a una scrittura gesto d’affetto, quella che ha saputo rendere i pensieri della “mutola”, quella che ha restituito vita e voce alle persone amate che l’hanno amata in quel libro quasi a parte, di cui pochi sanno, che è “Giorno di Festa“.

E lei, allora, parla parla della memoria, dell’importanza del ricordare – per i vivi intendo, per noi vivi. Parla dell’oralità che della memoria è sorella, della negazione della morte in questa nostra società laddove la coralità partecipata e il legame mai estinto erano un rito agricolo e contadino fortissimo – e il Giappone in questo ci è superiore – e dell’atteggiamento antropologico di empatia e di curiosità che ha ereditato dal padre, di quell’amore per la pennellata che è dono talentuoso di madre, ed è facile, tremendamente facile lasciarla andare mentre le bellissime foto di Fosco Maraini, il padre antropologo, volano dietro di noi, appese con le mollette, nel vento di una incredibile estate che ancora ci manca.

E nell’amarcord genitoriale io le deposito pezzi personali: il mio incontro diretto, con Lei traduttrice, alla Libreria Croce – che ha chiuso! urla qualcuno dalla sala – lei e Margarethe von Trotta ai tempi del litigio per una frase tradotta (“Lucida follia“) e poi quel loro lavorare insieme, dopo, spalla a spalla, sulla sceneggiatura ispirata alle “Tre sorelle” di Cechov: la teutonica disordinata – lei ride – fumatrice, e la Dacia puntuale e meticolosa. – Lavoravamo insieme ma io le chiedevo di starmi lontana con quella benedetta sigaretta.

E suo padre e ancora sua madre, che ha 99 anni e che l’altra sera le ha detto: – lo sai Dacia… mi è venuta voglia di studiare il tedesco!
E poi ancora… la benedizione dell’oralità – avete letto Ong? Leggetelo!, e la parola-azione dell’amato teatro che dai tempi de La Maddalena non ha mai abbandonato perché fatto di corpo, di ascolto: – il pubblico che viene a teatro costruisce il teatro, non c’è parola che possa esistere senza la risposta dell’ascolto; tutto si spegne, muore, anche un testo di Shakespeare, se non si crea quella relazione tra l’attore e il pubblico. L’ascolto è fisicità.

È il “la”, l’accordo perfetto. È tempo che entrino le voci-corpo dei libri: i brani scelti, per amore, dalle persone libro di Roma.
Sono Marianna Ucria, sono Juana de La Cruz (la sua traduzione), sono una poesia da quella raccolta antica che è “Mangiami pure“, sono… sono… non me li ricordo tutti, scusatemi.

– Che effetto fa ascoltare le parole che hai scritto?
Lei abbassa la testa, sorride: – è commovente. Riprende il microfono: guarda tutti e tutte: è commovente – ripete. Vuole che si senta.

Dacia Maraini, scrittrice, giornalista, drammaturga, sceneggiatrice, saggista e poeta.
Una Madre della nostra Storia letteraria e sociale. Così l’ha “nominata” Antonella che si affretta a tornare a casa per pubblicare le foto.

“vorrei volando volare/ e riempire di allegrie/le spine del buio”

(da “Ho sognato di volare, D.M.)

28 giugno 2013, Caffè letterario “Pagine e Caffè” – via Gallia 37 (Roma)

(E il resto, dalla sua voce, su Radio Libriamoci web, a luglio)

Foto di Antonella Fortunati

L’attesa. La durata. Il ritardo (e le cose).

Il_Cavaliere_Inesistente, Italo Calvino

Il_Cavaliere_Inesistente, Italo Calvino

Sotto le rosse mura di Parigi era schierato l’esercito di Francia…

Abbiamo cominciato da qui: un incipit ovviamente, per esercitare la lettura-prospezione geologica o la nostra arte di detective capace di leggere l’invisibile e di far emergere i mondi tematici: sottotesti, meccanismi generativi, la capacità di accensione dell’immaginario e dell’immaginazione consegnata solo alle…parole.

Cerchiamo indizi (le parole) che disegnino i campi semantici in cui si articola questa narrazione: un filo “rosso” che ci porta all’estate, al caldo, al bollire come pentole a fuoco lento dentro quelle “armature” scoprendo uno strano modo di presentare gli oggetti (un realismo esagerato di dettagli) e una costruzione del mondo a blocchi paratattici – inquadrature veloci di un montaggio giustapposto – dove non esistono legami logici ma solo parole interne che collegano, uniscono, creano quell’effetto di unità testuale che il lettore percepisce. Fino ad approdare a quella frase “ma l’armatura li reggeva impettiti in sella tutti a un modo” e da questa allora procedere al contrario, rileggere, ricomporre i campi (la Guerra, l’esercito, la rivista, i paladini, Carlomagno e l’Estate, il caldo, il rosso, il bollire come in pentole) percependo che il nodo di congiunzione è proprio lì in quell'”armatura” – un contenente che nasconde il contenuto e che rende possibile in quel “tutti a un modo” che il contenuto alla fin fine possa anche non esserci…

– Apparenza contro Essenza? – dice qualcuno.
– Ma non hai letto il titolo?
– Il cavaliere inesistente… oh bella!

Oh bella, abbiamo trovato l’indizio più promettente: forse lì dentro non c’è nessuno. Apparentemente un’armatura… che non consente di vedere dentro, che rende “tutti a un modo”… Forse siamo di fronte al racconto di un paradosso.

– Sembrava un testo così semplice!
– Ma lo è!

È solo il frutto di operazioni raffinate: guarda i piani temporali diversi che intreccia. Non i tempi verbali – distingui! – i piani temporali degli eventi. Inizia con un’azione presente che sterza subito anticipando il futuro: “Carlomagno doveva passare in rivista i paladini”, per tornare a segnalare l’antefatto: “Già da più di tre ore erano lì” .

C’è un senso di completezza magistrale in questo intreccio (un conto è l’evento come contenuto della storia e un conto è la comunicazione di questo evento): in poche pennellate si racconta l’attesa, la durata estenuante, lo scopo.

E poi quando sembra prossima la soluzione ecco che la descrizione indugia, ritarda: “D’un tratto, tre squilli di tromba: le piume dei cimieri sussultarono…” e bisogna aspettare l’ottava riga per vedere arrivare, finalmente… Carlomagno – quello che fin dalle prime battute l’esercito di Francia, schierato sotto le rossa mura di Parigi, stava aspettando morendo di caldo nelle spesse armature.

attesa

L’ATTESA. LA DURATA. IL RITARDO. (E LE COSE).

C’era una volta, tanto tempo fa, il Romanzo.
Non è sempre stato così come lo leggi ora. È una formula d’invenzione narrativa abbastanza recente. Dovuta a tante sperimentazioni.

È nel 700 che si avverte il cambiamento necessario: la lettura oralizzata non è trasferibile sulla pagina scritta. Il racconto orale mantiene un legame concreto e visibile con il contesto dell’enunciazione, il narrare è fatto di corpi, di gesti, di costumi, di musica, di voce… un armamentario che serve a creare interesse, curiosità, a tenere desta l’attenzione dell’uditorio. Un narratore orale sa bene come suscitare… l’attesa: si ferma, fa una pausa, usa i silenzi, muove gli occhi, alza le mani…cambia il tono di voce. Ma la pagina scritta?

Perché ormai il racconto è approdato alla stampa e l’alfabetizzazione è decisamente più diffusa: siamo in Inghilterra, agli inizi del 700. La lettura silenziosa, mentale è … la lettura.

Eppure chi scrive immagina ancora i paragrafi come “insiemi sonori separati da pause” e s’inventa addirittura figure tipografiche (molti autori erano anche stampatori o con essi in particolare legame creativo) per segnalare, per esempio, ciò che la voce del lettore deve fare come se il lettore, appunto, leggesse ancora a voce alta: valga per tutti il segno della “manina” apposta accanto al paragrafo a cui l’autore attribuisce maggiore importanza e che quindi immagina essere “letto” con una certa enfasi…
Non funziona.

Non funziona nemmeno inserire nel libro (“Clarissa” di Samuel Richardson), nel punto in cui le signore di buona società descritte nella storia si riuniscono in salotto per ascoltare il brano suonato al pianoforte, lo spartito della musica sperando di ricreare l’atmosfera “reale”… no, non funziona! perché la lettura silenziosa è veloce, è solo sguardo e tutto ciò che segnala coloriture di voce (udito) o di gesti da fare (corpo) diventa superfluo, ingombrante… il nuovo lettore lo salta.

La lettura silenziosa spazza via il contesto dell’enunciazione. Le parole sono immagini e quindi storie.

La lettura oralizzata implicava per l’autore una serie di moduli di scrittura che rendessero facile la memorizzazione: strutture anaforiche, per esempio, e tutto ciò che è ridondanza interna ossia ripetizione (personaggi tipizzati, situazioni convenzionali, narrazione a episodi autoconsistenti- trascuriamo per ora il fatto che siano tutte strutture che i racconti seriali televisiìvi, per esempio, utilizzano in abbondanza e che sempre ricorrono laddove la narrazione acquisti un senso “popolare” e quindi un’attenzione verso una facilitazione della comprensione).

D’altro canto i lettori di allora – quelli prima del 700 – leggevano e rileggevano gli stessi libri anche per tutta la vita mentre la rivoluzione tipografica e la lettura silenziosa ad essa connessa fondano la lettura dell’accumulo.
Il fatto è che ora tocca solo alle parole il compito di organizzare la temporalità del racconto, di creare attesa, di sedurre (emozionare e convincere) il lettore.

È alla fine del 700 che l’interiorizzazione della lettura trova finalmente il nuovo modulo narrativo ed è una rivoluzione accompagnata e sorretta anche da illuminate riflessioni filosofiche che fanno emergere alcuni aspetti interessanti dei processi mentali che guidano la lettura.
Peccato, non poterli approfondire… la filosofia ha pagine che sfidano la bellezza che noi riteniamo, a torto, unica nella narrazione.

Il punto è semplice e da questo momento in poi costituisce la ricetta del romanzo, la stessa che dobbiamo utilizzare noi, tutt’oggi, per scrivere e per saper leggere un romanzo.
Bisogna creare empatia tenendo conto che l’emozione emerge in modo più lento rispetto all’immaginazione suscitata dalle parole: questione di “tempi”.
Ogni racconto disegna un’esperienza temporale: quella raccontata dagli eventi e quella agita dal lettore silenzioso. È il lettore che, leggendo, pagina dopo pagina (altra invenzione tipografica), ricostruisce un’unità al testo che viene percepito come un sistema orientato a soddisfare una curiosità iniziale. Quindi bisogna innescare questa curiosità ma anche farla durare e in questa durata tenere legato il lettore.

L’attesa è uno stato emotivo orientato al futuro, s’innesca o per desiderio o per timore di qualcosa; se viene subito soddisfatta muore: è come l’innamoramento, uno stato di tensione, di ansia – questa è la storia, quando l’altro/a risponde “anch’io” la storia (a volte anche l’amore) finisce, e chiudiamo il libro.

Per farla durare come tensione bisogna creare dei ritardi che accrescano la passione e risveglino l’attenzione. Bisogna costruire gradualmente le scene – ecco l’invenzione! – perché un riassunto veloce dei fatti non dà tempo all’emozione di emergere, non dà tempo all’empatia di scattare.
Il tempo è un’esperienza che va comunicata.

La scoperta essenziale e rivoluzionaria da cui nasce il Romanzo.

Chi scrive deve far percepire ai lettori una sorta di modulazione temporale tra fatti passati e futuri che s’inneschino sul presente della narrazione. Narrare coincide con la creazione stessa della suspense perché restare sospesi (con un po’ di ansia e di desiderio), nella gradualità dei fatti, crea nel lettore l’esperienza stessa del tempo.

L’aspetto che emerge dalle pagine di riflessione teorica del 700 letterario e filosofico è che questa tensione verso il futuro (la risposta al desiderio o al timore) è una durata che nella vita reale comporta sempre un’azione o di fronteggiamento (andiamo incontro) o di fuga ossia l’attesa diventa un’azione, un intervento sul mondo. La ricreazione di questa esperienza fonda la narrativa del romanzo in coincidenza – analogia dice Hume – con i processi mentali del lettore perché la lettura silenziosa è l’epifania – la manifestazione in atto – di questi processi.

La tecnica narrativa allora, per conservare la durata dell’attesa amplificando le emozioni e dando loro il tempo di emergere, utilizza diverse tecniche di rallentamento: sottrarre ciò che si attende il più a lungo possibile facendo in modo di non far cadere mai l’attenzione ossia il ricordo di ciò che si attende. Un equilibrio reso attraverso l’invenzione degli ostacoli o impedimenti che possono essere tradotti narrativamente in “azioni” o semplicemente in dialoghi o in descrizioni.

Nella narrativa oralizzata la descrizione era un pezzo a sé, sganciato dal resto (vi ricordate la splendida quanto per noi noiosa descrizione dello scudo di Achille?), mentre nella nuova narrativa, da cui procede la sincronia con la lettura silenziosa, fa parte della narrazione, è sempre prospettica (ha un punto di vista), è un elemento del narrato: porta avanti l’azione anche se serve come “ritardo”.

Se il modo più “facile” per innescare l’attesa è costruire un problema (oggi modernamente lo definiamo conflitto) ossia costruire uno scenario di possibilità che incuriosiscano il lettore: sarà così o colà? andrà avanti così o cosà? per mantenere lo stato di interesse basterà allora complicare le traiettorie creando un sistema di problemi collegati tra loro e intrecciati in modo che si sviluppino e si chiudano in tempi differenti, quindi un sistema calibrato di attese.

I ritardi e i rallentamenti (quindi la durata) saranno agiti scomponendo le azioni: azioni-cause e azioni-conseguenze; facendo entrare in gioco altri portatori di storie (coattori e antagonisti), creando impedimenti psicologici (i famosi “pensieri” del personaggio).

Più si rallenta più cresce l’attesa, più il lettore s’incatena (partecipa) e va avanti.

Così il mondo narrativo e il mondo del lettore si agganciano: l’esperienza del leggere con lo sguardo e in silenzio procede verso il futuro testuale (la fine della storia).

Quando un libro ci prende e, con la coda dell’occhio scorgiamo allarmati/e che mancano ormai poche pagine alla fine, rallentiamo istintivamente la lettura per abitare ancora quel piacere, per respirare ancora quell’atmosfera… per essere ancora in gioco ma una parte di noi scalpita perché la storia che procede pretende la sua “soddisfazione” … il senso della fine è previsto fin dall’inizio: è un’attrazione fatale.

Rallentiamo e procediamo senza sapere con esattezza che la dimensione temporale della lettura è guidata da questa splendida scoperta della temporalità di cui il romanzo settecentesco si è impadronito a poco a poco per poter raccontare storie … con le parole.

Valga per ogni scrittore e per ogni lettore il suggerimento che da questo breve excursus deriva: non dobbiamo mai vedere (leggere) il mondo da un treno in corsa.
La narrativa ci accosta agli oggetti: è la prossimità con le cose che rende vere le parole.

Suggerimenti di lettura

Il “gotico settecentesco” per esempio: le opere di Ann Radcliffe. –
E comunque Il cavaliere inesistente di Italo Calvino non è un… libro per ragazzi.