Ma solo per amore?

5 maggio (compleanno della nostra tesoriera)

 

Fare cultura è (anche):

    un sistema audio che non si spenga e renda il suono per come è stato registrato…

Fare cultura è (anche) un problema economico.

Niente di più facile, quindi, avere come esempio immediato della necessità di un crowfunding, quei minuti d’attesa, trepidanti, che rischiavano di farci dire alla gente intervenuta: “scusate, signori e signore, ma mimeremo il video per non recar dispiacere a chi quel video l’ha prodotto per non essere assente”.
Credo fermamente, ci credo, a una Dea ex machina delle Donne di carta, e la bene-dico.

Come da rituale, l’evento dedicato alla Collana Ex libris di Kogoi edizioni viene subito dopo la visita guidata alla necropoli che ogni volta raccoglie adesioni numerose.
La gente che si siede in sala, dopo, ha quello sguardo e quella rilassatezza di chi ha provato stupore e lo trattiene (brava anche Maria Rosaria Ambrogio, archeologa).
E forse è proprio quella rilassatezza che crea accoglienza e dà il giusto “la” a tutto l’evento che si snoda in modi e tempi naturali, lenti (forse un tantino troppo, mi scuso per qualche sbavatura) conservando una sorta di intimità che le voci delle persone libro hanno saputo regalare in quella penombra.
Voci leggere e calde, mai ostentate, accanto ai Libri Giganti che Antonella Fortunati ha costruito per ricordare a tutti che siamo sempre in quell’ombra anche quando diventiamo luce.

libri

I Classici: quelli che tutti dicono di avere letto, e non è vero. Quelli di cui tutti conoscono le trame e i personaggi senza averne mai sfogliato le pagine. E non è questione di lettori forti, deboli o non lettori, anche tra noi che amiamo leggere ci sono pagine che non siamo riuscite – pigrizia, mala-educazione? – ad affrontare.

Quei Giganti in scena non sono minacciosi, sembrano piuttosto dei balconi sui quali le persone libro appoggiano la loro voce fidandosi di una memoria costata tempo e dedica, restituendo all’oralità quel senso dell’aria come veicolo naturale di storie.
Resta vuoto eppure presente il leggìo di ferro in mezzo alla scena.
Le voci sono sguardo. E la gente in sala le guarda.

Dietro a ogni voce un breve sunto di immagini filmiche a omaggio raddoppiato alla trama, al personaggio, al tempo di durata e di successo del libro e dell’autore.
Apre La Storia, e il filmato racchiude tra le scene storiche anche quelle domestiche e private della lettrice che ha composto il suo librino su quel Gigante: il nonno tra le macerie di San Lorenzo, lei stessa bambina, perché di guerra e di bambini quel libro narra.
Seguono Madame Bovary, Moby Dick, Tre uomini in barca, Artemisia e poi il circolo magico si chiude con le parole trovate da Calvino per ricordarci che ogni rilettura è un atto di ricreazione del mondo e di noi stessi/e.

Non necessariamente un classico ci insegna qualcosa che non sapevamo: alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo o creduto di sapere ma non sapevamo che l’aveva detto lui per primo. E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta di una origine, di una relazione, di una appartenenza. Naturalmente questo avviene quando un classico funziona come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore.

Sfila via la parte emotiva ed emozionale della serata: anche l’applauso è “raccolto” come se nell’aria qualcuno avesse disegnato una linea da non superare, perché “oltre” le parole diventano rumore e chiacchiera.

E resta quindi nei toni amichevoli anche la conversazione con quei tre autori presenti, due donne e un uomo, che hanno accolto la sfida di navigare nelle pagine amate raccontando le ragioni personalissime di un legame.

inscena-autori

Da sx, Zacchini, Pisciottani, Ambrogio  in video: Finocchi, Pontuale

Sono ragioni sempre legate al tempo, quello della lettura: la prima, da giovani; la seconda, da adulti; quello della crescita, e nella misura di quella distanza per ognuno/a di loro il libro resiste, rivela, conferma e consola: specchio al volto svanito di ieri, profezia del volto che sarà.

Domande dal pubblico poste dalle stesse persone libro ai sedicenti lettori/autori: la voce de La Storia che interroga Simona Zacchini; la voce di Moby Dick che provoca Marco Pisciottani, e infine la voce, dall’inconfondibile accento toscano, di Artemisia che sollecita Maria Rosaria Ambrogio, questa volta di altri “panni” vestita.

Persone libro e persone – come dice Dario Pontuale, co-curatore della Collana e autore di un Ex libris su Madame Bovary, dall’alto dello schermo nella sua presenza virtuale – che si sono resi autorevoli perché hanno in mano la patente di lettori.

Voci di fiato e voci di pagina. Non a confronto, anche se accade che chi scriva su un libro amato tenda a imitarne lo stile. Lineare lo scritto su La Storia; impegnativo e filosofico quello su Moby Dick; lirico e dialogico quello su Artemisia.
Anche lo stile di Vanda Finocchi imita l’ironia garbata e sottile del suo amato Tre uomini in barca, e in lei che ride in quel video, seduta accanto a Flaubert-PontualeMadame Bovary, c’è tutta la felicità dell’occasione avuta di dar voce a “uno di famiglia”, perché così sono i libri che ci accompagnano.

Poi sarebbe il tempo di Lessico famigliare e anche qui diventa un tempo differito: l’audiovideo in cui la voce di Cecilia Martino, accompagnandoci per il quartiere di San Salvario, restituisce la genesi di una magia che quel testo di Natalia Ginzburg ha creato e che si riassume proprio nel titolo del librino che quella magia racconta Inseguendo un libro s’incontrano le persone.
Le persone sono state Rosalba Durante a cui il Lessico ha salvato la vita quando era in cassa integrazione, Maria Pflug traduttrice tedesca e autrice di una meravigliosa e fuori catalogo biografia su Ginzburg, e la stessa Cecilia, da poco trasferitasi proprio a Torino.
E in questo Ex libris ci sono anch’io, sorpresa ancora di come dai libri a volte prenda vita… la vita. Ma avrei dovuto saperlo, e la persona libro, che dice a memoria la dedica posta a Lessico da Natalia, chiude il cerchio: “nomi veri, persone reali… non finzione… e se a qualcuno dispiacerà… pazienza”.

Difficile restituire in una cronaca di parole un evento fatto di penombra, di voci basse, colloquiali, leggere nel tono e profonde nei contenuti. Se la fedeltà di memoria delle persone libro è un eterno atto di gratitudine, chi scrive un Ex libris espone nel libro che ama sempre un po’ di se stesso/a.

Fare cultura è esserci. In prima persona.

La Dea ex machina ci ha permesso di superare gli ostacoli tecnici.
L’amore per la lettura ha vinto.
Promuovere questo amore è un compito serissimo, e faticoso: ieri tutti e tutte lo abbiamo condiviso anche nel ricordare che il giorno prima una libreria storica di Roma “Invito alla lettura”, la libreria della famiglia messa su dalla dottoressa Vano, ha chiuso. Venticinque anni di vita.
Non sono riuscita a portare via nessun libro – la festa di chiusura offriva a tutti l’occasione di prendere qualsiasi cosa a prezzi stracciati – e mi sono anche chiesta le ragioni oscure che ci spingono ad acchiappare tanti libri solo quando un posto chiude… o quando qualcuno ce li regala… è solo questione di soldi?
Ho catturato un buffo cappello viola (e due soldatini per la mia collezione di divise d’epoca), e il buffo cappello è stato lì con me, in questo evento che omaggia i libri, perché se una libreria muore la responsabilità è collettiva.

Fare cultura è non dimenticare.

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Il cappello della Libreria “Incontro alla lettura”

Sappiamo da ieri sera che il prossimo Ex libris avrà il piglio di Giuseppina Pieragostini che ha lanciato dalla sala una difesa strenua della sua vita immedesimata fin da bambina nella vita di Cime tempestose: e poi una promessa, fatta a fine serata, di una Goliarda Sapienza che sarà celebrata nelle pagine de L’arte della gioia.
Due scrittrici per due lettrici. O viceversa.
È questa la magia vera andata in scena: la reciprocità di un dono.

 

(Grazie ancora a Nicoletta Montemaggiori che, oltre a fare la persona libro, si è difesa con i denti e bene contro le macchine ribelli.
Grazie ancora ad Antonella Fortunati, che ha reso visibile la grandezza di cui sono fatti i Classici.
Grazie a Anna Delfini, Anna Gennai, Letizia Grossi, Alessandra Maggi, Marina Pierri, Luciana Scarcia, persone libro di Roma e di Firenze… semplicemente incantevoli.

Peccato che oltre alla mia cronaca non ci siano anche questa volta le parole di Claudio Fiorentini: ci sei mancato).

Foto di scena di A. Maggi
Foto rubate fuori scena di A. Fortunati.

 

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Capita spesso che ci chiedano il perché del nostro impegno nella lettura e nella diffusione della lettura e che cosa ci abbia spinto a questo impegno.

In realtà credo che in tante/i ce lo siamo chieste/i, ce lo chiediamo e le risposte sono magari diverse, ma tutte, secondo me, ascrivibili a un bisogno di senso.

Ecco, ciò di cui mi sono resa conto, in questi anni: malgrado tutto, anzi forse proprio per la storia degli ultimi anni del nostro Paese, questa richiesta/esigenza di senso si sta diffondendo. E questo spiega anche l’interesse verso la nostra attività, in un tempo in cui tutto si consuma velocemente.

In un’epoca di chiacchiere udite, gridate, subite e, talvolta, anche fatte in prima persona, in tante/i (devo ammettere con un certo orgoglio di genere, soprattutto donne, ma non lo considero, di per sé, un bene!) abbiamo avuto voglia di fermarci un po’: per ascoltare, per ascoltarci, per dirci delle cose, per scambiarci idee, emozioni e sentimenti, per guardarci in faccia  e negli occhi, prendendo in prestito le parole dei libri, brani di letteratura, versi di poesie, strofe di una canzone sempre sentita e mai ascoltata per davvero; utilizzando il già detto per rinnovarlo, farlo vivere e ri-vivere. Leggere e ascoltare come relazione fra noi e fra noi con le altre/gli altri.

Ecco il nostro merito (ma, in primis, bisogno individuale!) è stato quello di intercettare questa ricerca di senso che andava/va diffondendosi., procedendo un po’ controcorrente rispetto a modalità consuete, più passive: ci siamo messe apertamente e direttamente in gioco.

Qualche tempo fa mi è capitato di ascoltare un’intervista a Daniel Pennac, che nell’insolita veste di attore, sta portando in scena Bartleby, lo scrivano, un personaggio di Melville che, di fronte ad un notaio (emblema del “fare”, protagonista di un’attività che dà sempre spiegazione a tutto, che custodisce storie, atti, cellula sociale importante e determinante,…), oppone  a qualsiasi richiesta gli venga avanzata un “Preferirei di no”.

Naturalmente le interpretazioni anche letterarie di questo personaggio sono molteplici e forse variabilmente dipendenti dal contesto e dal momento storico/sociale in cui viene proposto. Ma secondo Pennac, questo “Preferirei di no” dell’oggi, del nostro tempo, è la risposta ad una sorta di saturazione, la risposta ad un desiderio di non desiderare più, con la conseguente ricerca di risposte dentro di noi che si possono trovare solo attraverso una riflessione individuale e collettiva, di cui la lettura e la letteratura rappresentano uno strumento fondamentale.

E infatti Pennac conclude: se volete saperne di più su questo desiderio di non desiderare più, correte in libreria a comprarvi “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa. Un libro in cui niente accade, un’autobiografia senza fatti, dove protagonista è la lentezza, molta lentezza, in cui lo sguardo è perennemente puntato verso il proprio “sentire”: un libro interiore ma anche un libro di scoperte….. per la bellezza di un paesaggio, per lo scorrere del tempo, per tante immagini e suggestioni evocate…….

Forse il tempo della crisi che ci attanaglia ci farà tornare ancora a desiderare, ma il desiderio di cose materiali è ben diverso affare! E non sempre positivo.

Comunque, a conclusione di questo vagare della mia mente, le riflessioni di Pennac le ho trovate molto attinenti a quello che noi facciamo e proponiamo. Noi ci sollecitiamo e sollecitiamo a fermarsi un poco, a  condividere pensieri ed emozioni, attraverso momenti di profondità e di leggerezza, che speriamo possano essere utili a noi e alle/agli altre/i.

Non per niente Daniel Pennac afferma che il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere. E questa frase non mi è mai apparsa così chiara, se non dopo avere iniziato quest’avventura con tante/i di voi.

Luciana

Il bisogno di senso