Ti ho amata per la tua voce (backstage)

Perdonatemi. Di solito uso il nostro Blog per condividere nel racconto un evento che si è svolto, mai ho sentito la necessità di un’anteprima anzi, di una brevissima anticipazione. Sarà il titolo, che insiste su quelle corde del cuore che ci trovano unite in questo progetto bislacco dell’imparare a memoria e del dire usando la propria voce o sarà perché è un evento che fa accadere cose… come, per esempio questa: il creare insieme.

Debito d’onore, sempre, dire i Nomi Propri, per statuto di esistenza e per noi donne, spesso, di r-esistenza.

L’idea, dunque, parte da Maria Rosaria, socia romana, che è in realtà l’ideatrice di tutta la battaglia navale di “NarrAzioni”, di cui questo evento è parte, ma mentre gli altri appuntamenti sono anche occasioni di conoscenza dell’altrui “arte”  (il teatro di Aida Talliente, di Ambra Viglione, di Amaterasu… ) e/o di altre formule di condivisione della cultura letteraria (l’associazione l’Altra P…Arte, le case editrici Kogoi e Haiku, la pittura di MariaRosaria Stigliano e le parole stupende della scrittrice Marisa Fasanella) che incontreremo presto, “Ti ho amata per la tua voce” nasce e vive “in casa”, chiama a raccolta  Donne di carta tutta: il suo saper fare e il suo voler dire.

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Locandina di NarrAzioni

Maria Rosaria è presuntuosamente convinta che questa “casa” sarà in grado di accogliere l’azzardo di raccontare il legame d’amore tra artiste di oggi e “personagge” di ieri (termine che rubo da Anna Maria Crispino perché “esatto” per indicare queste “compagne dei secoli passati”). Un legame che spesso è doloroso: “solo se tu mi racconti io r-esisto“.  Costrette entrambe, chi dice e chi è detta, ad attraversare la non memoria dei secoli e dei luoghi. Minori sempre, noi, ai margini del silenzio.

Dare voce, dunque. In fin dei conti dare voce a chi una voce l’ha avuta e con questa voce ha fatto innamorare, perché Giovanna D’Arco, Ildegarda, Artemisia hanno segnato con fiato e con opere il loro passaggio su questa terra… chi con la spada, chi con la luce e chi con il pennello, e, tra loro, forse l’unica mutola è quella Pia che porta in sé la consegna amara di quell’esser “murata” che ancora e ancora uccide ogni donna se l’amore dell’uomo non ne è all’altezza.

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Le compagne dei secoli scorsi e le loro cantastorie

Voce restituita e raddoppiata dalla poesia, dall’immagine filmica, dall’opera in musica, dalla scrittura: ecco che avanzano nell’ordine Maria Luisa Spaziani, Margarethe Von Trotta, Gianna Nannini e Anna Banti. Nomi di Donna, per un “femminile plurale” come dice, appunto, Maria Rosaria.

E questo femminile moltiplica la sua pluralità negli accenti regionali con i quali le persone libro rispondono all’appello  “solo se tu mi racconti io r-esisto”; una vera e propria “chiamata”: da Bari, da Cagliari, da Firenze, da Siena, da Valdarno… voci per un coro che trova qui risposta nelle persone libro di Roma.

Bello, certo, e fin qui sarebbe una splendida occasione di quasi raduno “nazionale” –  ma il plurale, una volta lanciato, fa come i cerchi nell’acqua: dilaga e non sai mai cosa s’impigli nell’onda.

L’onda è Patrizia, carica di casse e microfoni, che inventa un video mozzafiato su Giovanna sul quale monta una sua opera in musica, spinta dalla voglia comune di ridare vita alle cose. E questo sì che mi commuove, anche per un brano di vita che ritorna come un tocco sulla spalla: “ehi, tu… ricordi?”.
L’onda è Antonella che dopo i Megalibri dell’evento precedente ormai dipinge, ritaglia, incolla… ispirata, e si fa nascere dalle mani le sagome d’una Giovanna perplessa e d’un’altera Ildegarda quasi ad altezza media del genere femminile (almeno la mia).

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Giovanna D’Arco

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Ildegarda Di Bingen

L’onda è Nicoletta che connette cavi e video, e smadonna, e sposta e risposta il mondo alla ricerca della quadratura: l’efficienza tecnica di ciò che abbiamo (poco) e le esigenze (molte) della regia.
L’onda è Alessandra che porta su e giù i suoi computer e i suoi Bose, avanti e indietro, e poi una sera, finalmente in quiete, inventa una locandina morbida come un tessuto.

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L’onda sono le archeologhe del Drugstore: Laura, Sara, Vanessa, che si preparano i testi su tombe e mosaici, ossa e scavi come se finalmente il museo tornasse un luogo da scoprire, di letture e riletture e non di assuefatta conservazione (e la vedo da qui, Carmela, che senza dir nulla riattiva circuiti dismessi e recupera filmati anche lei preda di questo comune riportare in vita).

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Dettaglio del ritrovamento di un corpo conservato al Drugstore

L’onda sono le persone libro che si distribuiscono le “parti” ognuna a casa propria e ripetono ripetono quelle parole che non avranno più silenzio.

Angela di Bari
Roberta di Cagliari
Maria di Cagliari
Anna di Firenze
Rosamaria di Firenze
Alessandra di Roma
Luciana di Roma
Antonia di Siena
Daniela di Siena
Carla di Siena
Donatella di Siena
Giulia di Valdarno
Daniela di Valdarno

L’onda sono Giovanna e Mariateresa pronte a fare da supporto a ogni gesto, e luce, e cavo e ripresa, e catastrofe temuta.

L’onda è lo staff del desk: Emanuela, Luisa, Anna, Letizia tra le quali mi aspetto piombare giù Bruna dalle sue terre aquilane a dar manforte e regia e Ginevra accorrere con il suo foulard sventolante.

E l’onda, chissà se anomala, siamo noi 4 nei panni delle “guide”: io per Giovanna, Teresa nelle sue vesti di antropologa per “Ilde”, Maria Rosaria stessa a sfogo della sua passione per Banti e infine, il dono-presenza di Luciana Biondi, la mitica conduttrice radiofonica che molte di noi hanno amato come virgiliana guida nell’universo della musica rock, pop, rap di ogni tempo e luogo, e che ci condurrà nell’opera di Gianna Nannini-De’ Tolomei.

“Facciamo finta che…”: ed è un bel gioco. Nel reame del possibile ogni storia fonda la sua esistenza ma il patto vero è che la storia detta sia ridetta ancora, e circoli, e viaggi. Perché ogni tempo remoto sia sempre tempo del “qui e ora”. Perché narrare è far accadere di nuovo. E se c’è un silenzio che uccide, c’è un altro silenzio che prepara la vita.

[Grata a questo fare plurale. Il nostro crowfunding non ha funzionato, sappiatelo!… ma è arrivato comunque un carico di… bellezza].

 

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Ma solo per amore?

5 maggio (compleanno della nostra tesoriera)

 

Fare cultura è (anche):

    un sistema audio che non si spenga e renda il suono per come è stato registrato…

Fare cultura è (anche) un problema economico.

Niente di più facile, quindi, avere come esempio immediato della necessità di un crowfunding, quei minuti d’attesa, trepidanti, che rischiavano di farci dire alla gente intervenuta: “scusate, signori e signore, ma mimeremo il video per non recar dispiacere a chi quel video l’ha prodotto per non essere assente”.
Credo fermamente, ci credo, a una Dea ex machina delle Donne di carta, e la bene-dico.

Come da rituale, l’evento dedicato alla Collana Ex libris di Kogoi edizioni viene subito dopo la visita guidata alla necropoli che ogni volta raccoglie adesioni numerose.
La gente che si siede in sala, dopo, ha quello sguardo e quella rilassatezza di chi ha provato stupore e lo trattiene (brava anche Maria Rosaria Ambrogio, archeologa).
E forse è proprio quella rilassatezza che crea accoglienza e dà il giusto “la” a tutto l’evento che si snoda in modi e tempi naturali, lenti (forse un tantino troppo, mi scuso per qualche sbavatura) conservando una sorta di intimità che le voci delle persone libro hanno saputo regalare in quella penombra.
Voci leggere e calde, mai ostentate, accanto ai Libri Giganti che Antonella Fortunati ha costruito per ricordare a tutti che siamo sempre in quell’ombra anche quando diventiamo luce.

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I Classici: quelli che tutti dicono di avere letto, e non è vero. Quelli di cui tutti conoscono le trame e i personaggi senza averne mai sfogliato le pagine. E non è questione di lettori forti, deboli o non lettori, anche tra noi che amiamo leggere ci sono pagine che non siamo riuscite – pigrizia, mala-educazione? – ad affrontare.

Quei Giganti in scena non sono minacciosi, sembrano piuttosto dei balconi sui quali le persone libro appoggiano la loro voce fidandosi di una memoria costata tempo e dedica, restituendo all’oralità quel senso dell’aria come veicolo naturale di storie.
Resta vuoto eppure presente il leggìo di ferro in mezzo alla scena.
Le voci sono sguardo. E la gente in sala le guarda.

Dietro a ogni voce un breve sunto di immagini filmiche a omaggio raddoppiato alla trama, al personaggio, al tempo di durata e di successo del libro e dell’autore.
Apre La Storia, e il filmato racchiude tra le scene storiche anche quelle domestiche e private della lettrice che ha composto il suo librino su quel Gigante: il nonno tra le macerie di San Lorenzo, lei stessa bambina, perché di guerra e di bambini quel libro narra.
Seguono Madame Bovary, Moby Dick, Tre uomini in barca, Artemisia e poi il circolo magico si chiude con le parole trovate da Calvino per ricordarci che ogni rilettura è un atto di ricreazione del mondo e di noi stessi/e.

Non necessariamente un classico ci insegna qualcosa che non sapevamo: alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo o creduto di sapere ma non sapevamo che l’aveva detto lui per primo. E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta di una origine, di una relazione, di una appartenenza. Naturalmente questo avviene quando un classico funziona come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore.

Sfila via la parte emotiva ed emozionale della serata: anche l’applauso è “raccolto” come se nell’aria qualcuno avesse disegnato una linea da non superare, perché “oltre” le parole diventano rumore e chiacchiera.

E resta quindi nei toni amichevoli anche la conversazione con quei tre autori presenti, due donne e un uomo, che hanno accolto la sfida di navigare nelle pagine amate raccontando le ragioni personalissime di un legame.

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Da sx, Zacchini, Pisciottani, Ambrogio  in video: Finocchi, Pontuale

Sono ragioni sempre legate al tempo, quello della lettura: la prima, da giovani; la seconda, da adulti; quello della crescita, e nella misura di quella distanza per ognuno/a di loro il libro resiste, rivela, conferma e consola: specchio al volto svanito di ieri, profezia del volto che sarà.

Domande dal pubblico poste dalle stesse persone libro ai sedicenti lettori/autori: la voce de La Storia che interroga Simona Zacchini; la voce di Moby Dick che provoca Marco Pisciottani, e infine la voce, dall’inconfondibile accento toscano, di Artemisia che sollecita Maria Rosaria Ambrogio, questa volta di altri “panni” vestita.

Persone libro e persone – come dice Dario Pontuale, co-curatore della Collana e autore di un Ex libris su Madame Bovary, dall’alto dello schermo nella sua presenza virtuale – che si sono resi autorevoli perché hanno in mano la patente di lettori.

Voci di fiato e voci di pagina. Non a confronto, anche se accade che chi scriva su un libro amato tenda a imitarne lo stile. Lineare lo scritto su La Storia; impegnativo e filosofico quello su Moby Dick; lirico e dialogico quello su Artemisia.
Anche lo stile di Vanda Finocchi imita l’ironia garbata e sottile del suo amato Tre uomini in barca, e in lei che ride in quel video, seduta accanto a Flaubert-PontualeMadame Bovary, c’è tutta la felicità dell’occasione avuta di dar voce a “uno di famiglia”, perché così sono i libri che ci accompagnano.

Poi sarebbe il tempo di Lessico famigliare e anche qui diventa un tempo differito: l’audiovideo in cui la voce di Cecilia Martino, accompagnandoci per il quartiere di San Salvario, restituisce la genesi di una magia che quel testo di Natalia Ginzburg ha creato e che si riassume proprio nel titolo del librino che quella magia racconta Inseguendo un libro s’incontrano le persone.
Le persone sono state Rosalba Durante a cui il Lessico ha salvato la vita quando era in cassa integrazione, Maria Pflug traduttrice tedesca e autrice di una meravigliosa e fuori catalogo biografia su Ginzburg, e la stessa Cecilia, da poco trasferitasi proprio a Torino.
E in questo Ex libris ci sono anch’io, sorpresa ancora di come dai libri a volte prenda vita… la vita. Ma avrei dovuto saperlo, e la persona libro, che dice a memoria la dedica posta a Lessico da Natalia, chiude il cerchio: “nomi veri, persone reali… non finzione… e se a qualcuno dispiacerà… pazienza”.

Difficile restituire in una cronaca di parole un evento fatto di penombra, di voci basse, colloquiali, leggere nel tono e profonde nei contenuti. Se la fedeltà di memoria delle persone libro è un eterno atto di gratitudine, chi scrive un Ex libris espone nel libro che ama sempre un po’ di se stesso/a.

Fare cultura è esserci. In prima persona.

La Dea ex machina ci ha permesso di superare gli ostacoli tecnici.
L’amore per la lettura ha vinto.
Promuovere questo amore è un compito serissimo, e faticoso: ieri tutti e tutte lo abbiamo condiviso anche nel ricordare che il giorno prima una libreria storica di Roma “Invito alla lettura”, la libreria della famiglia messa su dalla dottoressa Vano, ha chiuso. Venticinque anni di vita.
Non sono riuscita a portare via nessun libro – la festa di chiusura offriva a tutti l’occasione di prendere qualsiasi cosa a prezzi stracciati – e mi sono anche chiesta le ragioni oscure che ci spingono ad acchiappare tanti libri solo quando un posto chiude… o quando qualcuno ce li regala… è solo questione di soldi?
Ho catturato un buffo cappello viola (e due soldatini per la mia collezione di divise d’epoca), e il buffo cappello è stato lì con me, in questo evento che omaggia i libri, perché se una libreria muore la responsabilità è collettiva.

Fare cultura è non dimenticare.

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Il cappello della Libreria “Incontro alla lettura”

Sappiamo da ieri sera che il prossimo Ex libris avrà il piglio di Giuseppina Pieragostini che ha lanciato dalla sala una difesa strenua della sua vita immedesimata fin da bambina nella vita di Cime tempestose: e poi una promessa, fatta a fine serata, di una Goliarda Sapienza che sarà celebrata nelle pagine de L’arte della gioia.
Due scrittrici per due lettrici. O viceversa.
È questa la magia vera andata in scena: la reciprocità di un dono.

 

(Grazie ancora a Nicoletta Montemaggiori che, oltre a fare la persona libro, si è difesa con i denti e bene contro le macchine ribelli.
Grazie ancora ad Antonella Fortunati, che ha reso visibile la grandezza di cui sono fatti i Classici.
Grazie a Anna Delfini, Anna Gennai, Letizia Grossi, Alessandra Maggi, Marina Pierri, Luciana Scarcia, persone libro di Roma e di Firenze… semplicemente incantevoli.

Peccato che oltre alla mia cronaca non ci siano anche questa volta le parole di Claudio Fiorentini: ci sei mancato).

Foto di scena di A. Maggi
Foto rubate fuori scena di A. Fortunati.

 

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Paura? Noi no

Le premesse: creare un’occasione per affrontare il problema della violenza narrando le nostre storie, condividendo la competenza e l’esperienza, e partendo soprattutto dal dare voce alla paura. Paura della debolezza. Paura di non essere mai all’altezza. Di essere giudicate, sempre sotto esame. Di essere ingannate o non credute. Di essere sole (queste alcune delle risposte nel questionario).

Antonio Trimarco apre la mattinata e dal tono delle sue parole so che siamo nel posto giusto, al momento giusto, con le persone giuste: troppe donne ovvio, come al solito, qualche uomo: due, forse tre o quattro. Non c’è “media” sulle 40 presenze.

Racconta di sè, di un episodio di violenza subito, di come l’esperienza di karate gli abbia consegnato almeno la tranquillità nel vivere la situazione senza perdere la testa, e poi continua sull’importanza di eventi come questo che sono il segnale di una reazione contro la violenza che dilaga, cita gli ultimi casi, il suo orrore per la donna acidificata, l’averne parlato a cuore aperto, più volte, con sua moglie, inorridito.
Lo ascolto. Non è un discorso di convenienza, ha scelto il tono di chi si mette in gioco, e quel semplice atto di citare più volte la moglie, è un segnale di autenticità. Penso: forse ce la facciamo, forse è possibile costruire una complicità o un dialogo.

Poi tocca a loro. Gli allievi del maestro Angelo Cialente (Obiettivo Karate Roma).

Siamo prima seduti ad ascoltare poi tutto quel parlare di corpi fa effetto: ci alziamo, occupiamo lo spazio liberato dai tavoli all’interno della Biblioteca trasformata in una palestra. Loro ci mostrano alcune mosse di difesa, del tipo: reagisci per creare una via di fuga.
Reagisci? Penso: io sarei capace, se gli mollo un pugno, di fermarmi a chiedergli se gli ho fatto male… Reagisci?

Partiamo da qui, dal fatto semplice che se ti aggrediscono non devi opporti ma seguire il movimento – su seguilo, ti trascina? Seguilo…, non allontanarti, avvicinati docilmente. Cerca il contatto, mantenendo una posizione di sbieco mai frontale – devi vedere la tua via di fuga, lo spazio d’uscita – se lui è davanti, se ti tira verso di sè non opporti. È nella vicinanza che puoi usare improvvisamente polso o braccio come leva e liberarti dalla stretta, piegarlo a terra, avendo quello spazio necessario per assestargli un calcio o un pugno o una testata, forte, perché una leva provoca dolore, i ruoli s’invertono: sei tu che controlli per ora, tu che hai tempo di lanciare quel calcio, se hai i tacchi usali con tutto il peso del corpo o la parte anteriore del piede mai la punta: il calcio sulla rotula fa cadere, il calcio sulle palle fa male ma anche una testata sul naso è dolore. Poi scappa, urla, e scappa. Il tempo dei ruoli invertiti è minimo.

Pochi movimenti e molte parole.

Parole che parlano di equilibrio fisico, e mentale: non avere paura, stai calma, respira. Una gamba sempre più avanti dell’altra, appoggia il peso. Piega le ginocchia. Sii solida. Puoi farcela. Anche un braccio lanciato con tutta la forza fa male: una frusta. Ma soprattutto gioca sulla sorpresa: lui non s’aspetta che una preda reagisca. Lui non s’aspetta che tu non abbia paura.
È possibile?

Siamo in 40 a provare, ridendo. Vedo gambe lanciate in aria in modo scomposto. I due istruttori passano attraverso i nostri corpi che giocano: aggiustano una postura, consigliano un movimento, correggono un’interpretazione. Io so solo che non so nemmeno stare in equilibrio sulle mie gambe divaricate all’altezza delle spalle (dove finiscono le spalle?), non so piegare lievemente le ginocchia senza perdere l’equilibrio (ma sono sempre così rigida?), non riesco nemmeno a coordinare gamba per il calcio e braccio per la leva, quale leva? ci metto una vita a mettere il pollice e il medio al posto giusto sulla mano dell’altra (dovrei chiedergli: scusa, aggressore, aspetta un attimo… devo fare la presa). Accanto a me una donna si esibisce in un lancio di gamba da spaccata, quella di dietro afferra con convinzione il polso dell’altra, la spalla e la costringe a chinarsi su se stessa portandola in giro come al guinzaglio.
Meno male, almeno so che funziona. Sono io che devo ricominciare tutto daccapo: ho un corpo, capito Sandra? Hai un corpo.

Quando scoccano le 10.30 arriva la vigile della polizia municipale Rosalba Pucciariello; ha poco tempo per stare con noi, deve scappare… blocchiamo la sessione per sistemarci con le sedie in un circolo. È solo allora che mi accorgo che è arrivato anche Paris, il presidente del Municipio, che nella commozione del momento chiamo Renzo. Non me l’aspettavo. Non mi aspettavo la sua lettera aperta, ieri, in cui comunicava al territorio il nostro evento sottolineandone l’importanza, segnalando la continuità con la “Giornata particolare” che il municipio aveva voluto dedicare al Femminicidio. Nel presentarlo, Antonio dichiara che sono commossa, e lo sono sul serio: sbaglio il suo Nome, lo ringrazio e sto zitta.

Rosalba prende la parola. Il Presidente del Municipio è accanto a lei e ascolta, come tutti, ascolta la storia di Rosalba, la vigile aggredita nel suo posto di lavoro quasi sicuramente da un collega probabilmente sorpreso mentre stava rubando qualcosa dagli armadietti, un’aggressione vigliacca (ma quale aggressione non lo è?), di spalle, che l’ha segnata come violenza due volte, nel corpo per il danno ricevuto e nella non giustizia perché il suo Comando ha fatto cadere l’indagine. È così che una donna abbandona il suo posto di lavoro, va altrove. Per non grazia ricevuta.

Poi i discorsi s’intrecciano. Ci sono diverse persone, donne, nella biblioteca-palestra-agorà che appartengono alla polizia municipale, conoscono la sua storia, aggiungono riflessioni, commenti: sono donne che appartengono alla prima generazione di vigili donna, ognuna ha una storia di non rispetto e di non giustizia alle spalle. Lunga è la vita delle non parità.
Paris s’intreccia a queste prime battute, partecipa, commenta. Poi si congeda ringraziandoci: ha altri impegni, voleva solo dirci come uomo, come istituzione: io ci sono. Lo applaudiamo senza formalismi. Lo applaudiamo mentre si allontana e qualcuna a voce alta lo invita a organizzare altri eventi in cui partecipino gli uomini, è quasi perentoria la richiesta, un tu a tu: Paris, fa’ venire gli uomini.

Vorrei poter fare la cronaca minuto per minuto, parola dopo parola.
La commozione iniziale ha causato la non messa in moto del registratore digitale: attaccato alla presa, pronto ma mai acceso. Ricostruiremo insieme con le altre i dettagli, le linee tematiche, il succo ricevuto che dovremo mettere in bottiglia e portare altrove. Lo faremo insieme. Dopo.

Ogni donna che parla parte da sé, dal lavoro che svolge, come Assia Corsi, psicologa-musicoterapeuta, dalla storia di violenze subite: psicologiche non solo fisiche, pesantezze di disparità, sempre. Con reazioni solitarie, private, grazie agli strumenti posseduti: autostima, cultura, età.
Mi ricordo il modo accorato con cui una donna si è rivolta a Rosalba: ma dove erano i tuoi colleghi? Dov’era la complicità, il sostegno?

Un’altra confida – la voce intima e arrabbiata insieme –: mi sono sempre salvata perché non ho perso la calma, perché ho manipolato l’altro e non ho avuto paura di reagire anche davanti a un branco perché se colpisci uno gli altri si fermano.
Un’altra ancora si lamenta: perché gli uomini oggi non ci sono? A che serve parlare sempre tra di noi? Perché non avete portato i figli maschi e i mariti?
C’è chi il marito lo ha portato. C’è chi ha portato, da insegnante, un allievo. C’è chi da madre ha portato la figlia tredicenne. Noi ci siamo: partiamo da qui. È questo l’incipit.

Si parla di femminismo, che non è una brutta parola, soprattutto perché molte in sala lo hanno vissuto anagraficamente: è una parte della vita. Una giovane donna si rifiuta di usare la parola “autostima”, la sente troppo centrata sull’ego, chiede apertura all’altro, co-costruzione dell’identità attraverso l’altro. È un’insegnante di yoga ma nella forza della sua reazione linguistica c’è anche un rigetto della piega che sta prendendo il discorso sul femminismo… quell’essere sempre sul filo di una lama che questa parola provoca inevitabilmente, a distanza di… età.
Io penso che non abbiamo trovato ancora le parole giuste per raccontare un pezzo della nostra vita.

Autostima, identità, relazione. Mi viene spontaneo rispondere a una storia del Sé con le parole prese in prestito da una canzone d’amore, quelle famose di Modugno “Ma come hai fatto”. Le dico in reazione a un racconto di amore violento, vorrei che dicendole a voce alta tutte e tutti capissero che in quelle parole abbiamo contratto una malattia comune: l’ideale dell’Amore romantico, l’Amore che fa con-fusione, che annienta le singolarità… e trasforma la vita in un filo tra le dita di un altro. Dico il testo ma so che forse l’intenzione resta intenzione: è difficile scollarsi di dosso l’idea che l’amore con la maiuscola sia profondamente sbagliato (Lidia, Lidia Castellani ho paura che non siamo ancora pronte a vaccinare le bambine contro la paura della solitudine per difenderle dall’idiozia del grande amore!).

Si parla di modelli femminili che mancano: le donne di potere sono peggio degli uomini- rivanga qualcuna. Si alza una voce in risposta che ci spiega la la “sindrome dell’ape regina”. Mi volto sorpresa, che roba è? Le donne che conquistano il potere non solo devono fare più fatica e valere più degli uomini ma quando sono arrivate non possono mostrare quella complicità che le altre donne vorrebbero, anzi, che si aspettano, che pretendono da donna a donna, perché quel potere non ammette, per mantenerlo, nessuna debolezza, e la complicità lo sarebbe. Accidenti, dovremmo fare una sosta: questo è un discorso da sviscerare, qui c’è il cuore del nostro rapporto di fuga dal potere, la nostra paura “di essere come gli uomini”, paura/invidia/livore per le donne che ce la fanno.

Ma il discorso svia sui modelli: quelli che ci sono, criticati perché eccezionali, quelli che vorremmo inventare. Poi, non so bene quando, è tutto un lungo piano sequenza nella mia memoria: poi, appaiono loro, le attrici della Compagnia “Expresso Teatro”. Prendono il leggio, lo mettono al centro del cerchio e ci regalano – in un silenzio stupefatto e spontaneo – passi del loro lavoro di teatro civile. Sono dati agghiaccianti di morti di donne. Sono una storia crudele e paradossale di una lunga perdita di autonomia, di dignità di una donna prigioniera di un amore fatto di divieti in nome di una felicità che non arriva mai.
Parole senza sentimentalismi. Il sentimento non abita più la realtà?

Io ascolto. Le guardo. Una di loro è donna incinta (sarà femmina). Ha una potenza il suo corpo e una leggerezza che mi trapassa come una scheggia: ogni volta che una donna esprime la sua forza gli uomini non solo ne hanno paura, forse, in realtà la paura è anche invidia – lo penso e mi viene un po’ da ridere.

Un orizzonte, enorme. Si apre, si chiude. Parole: modelli, potere, aspettative. Giudizi.
Una persona libro s’inserisce con il testo su “Artemisia Gentileschi” di Anna Banti: una donna che voleva fare a tutti i costi la pittrice in un mondo di maschi, violata, non sorretta dal padre, sola. La sua vittoria (potere) senza felicità.
Le sue parole arrivano come una sferzata: sono una risposta a chi si lamentava del vuoto che il femminismo ha lasciato, quell’assenza di eredità che ha creato un vuoto generazionale.

Modelli. La forza delle donne, nonostante tutto, arriva. Ma si tratta di donne eccezionali. Di eccezioni. Questo è il punto. Questo è un nodo. Che strangola.
L’importanza di non essere normali – penso, mia cara Beauvoir.
È cambiato il modo, forse, nelle generazioni successive, di pensarsi donne? È per questo che non ci capiamo?

Ed è qui che arriva il miracolo.

Lei è minuta, seduta su un tavolo. È sicura di sé come la sua voce, chiara, forte. Lei è una bambina, tredici anni (o almeno io penso: si è ancora bambine a tredici anni). Lei dice che l’ha trascinata qui sua madre e che lei non voleva venire ma ora è contenta di stare qui, con noi – dice proprio così (no, non si è più bambine a tredici anni), ed è contenta di sentire questi discorsi perché è vero, è questione di modelli ma anche di pregiudizi. Perché a scuola le insegnanti dicono a loro, bambine (questa volta è lei che usa questo termine), di essere forti, che possono fare qualsiasi cosa, che sono uguali ai maschi e poi, invece, se accade qualcosa, qualcosa che non va fatto e di cui loro sono le autrici, quelle stesse insegnanti accusano i maschi come se fosse “naturale” che siano loro i responsabili. E questo è dire una cosa e poi agire in modo diverso. E loro, loro bambine, non protestano perché fa comodo che ci rimettano i maschi ma non è giusto perché è un pregiudizio… è come dire: voi non siete in grado di fare quelle cose… però è inutile protestare… le insegnanti sono quello che sono, ormai hanno quaranta, cinquanta anni e quindi non possono cambiare…
Quaranta, cinquanta anni! (vorrei morire adesso, qui, un colpo!). Mi esce dal cuore, puro istinto di sopravvivenza: la maggior parte di noi, cara, ha questa età. E non è vero che non possiamo cambiare! Si cresce tutta la vita – le dico. Si può cambiare anche alla mia età. Credimi!
Mi guarda. Io ho quasi urlato. Lei no. Sono io che ho paura.

Non hanno paura, alla fine, nemmeno i due uomini. È difficile per loro stare da soli in mezzo alle donne? Già. Noi passiamo la vita da sole in mezzo agli uomini. Ma questo non conta. Questo è scontato.
Parlano molto: dell’epoca del femminismo, della politica di strada, siamo in molti i coetanei. Della relazione uomo/donna: hanno le mogli presenti. Ed è proprio uno dei due che, a proposito della violenza, dice: quando un uomo diventa violento è perché ha perso, non ha più argomenti, si sente sconfitto e reagisce.

Ed è lo stesso uomo – mi fanno notare dopo, in macchina, ancora cariche di tutte le cose dette e ascoltate – che parla della violenza come qualcosa che viene fatta, che si agisce. Mentre tutte le storie dette dalle donne sono state storie di violenza subita, sopportata. Sarà questa la differenza?
Ripenso ad Antonio, al suo inizio di discorso “mi è capitato di essere aggredito” solo l’esperienza sulla pelle che può far comprendere agli uomini cosa provano le donne in ogni momento della propria vita?

Autostima, pregiudizi, disparità sociale, modelli, solitudine. Femminismo e nuove generazioni.
Tanta carne al fuoco. Necessaria. Siamo agli inizi di una narrazione. Vogliamo dire tutto e il contrario di tutto. Balbettiamo tutte le parole che viviamo ogni giorno. E non abbiamo mai né un luogo né un tempo per dirle.

Avei dovuto far vedere un video che Nicoletta Montemaggiori aveva preparato (ma non è il caso di cambiare luogo, andare di là, accendere il Pc, spostarsi fisicamente…): era un montaggio splendido di spezzoni tratti da diversi filmati di fiction e giornalistici.
Un montaggio di cose di ieri che non cambiano. Fino alla liberazione finale: la danza di tutte le donne del mondo, in piedi, ovunque, con il braccio e il dito puntato in alto. (- sarà per la prossima volta).

È arrivata Ginevra Gigliozzi, la nostra coreografa della Scuola “Pura Vida“, trafelata e sopravvissuta al traffico: le vigili sono corse via per andare al lavoro, siamo restate in una trentina. Ci mettiamo dietro di lei a imitare i suoi gesti. La musica è una melodia tribale, percussiva. I gesti sono tanti: braccia, gambe, petto, piedi.
Perdo la coordinazione, mi dimentico la sequenza. Mi guardo intorno. Ballano tutte. Anche gli uomini.
Una bibliotecaria abbandona il desk della biblioteca e si unisce a noi.
Ci fronteggiamo in due squadre, poi componiamo due circoli che s’intrecciano – si fa per dire, ripetiamo più volte passi e movenze. Si aggiunge un uomo, Piergiorgio, un habitué del Circolo di lettura della biblioteca.
Ripetiamo tutto daccapo. Passi mambo, mani aperte a schiaffeggiare le cosce, frustate con il petto a culo alto. Poi il giro su se stessi, poi il cerchio dentro il cerchio.
Penso: Ginevra è pazza. Ma tutte/i ballano.

Sono le 13.30, la biblioteca deve chiudere. Stop! Basta!
L’applaudiamo.
Ci applaudiamo a lungo, ridendo.

(Abbiamo raccolto tantissimi questionari, altri ne stanno arrivando, anche da una scuola).
La narrazione è solo cominciata.
Siamo pronte al viaggio.