Parlami d’amore… Parlami d’amore… Parlami…

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Parlami-d'amore-capraia-fiorentina

Un pomeriggio alla Fornace Pasquinucci a Capraia
10 giugno 2018

La Toscana si è mossa (da Arezzo, da Pistoia, dal Valdarno, da Firenze) per un appuntamento estivo, in un luogo scovato dalle PL che vivono nell’Empolese, che con la solita intraprendente e sagace energia sanno confezionare bellissimi incontri. Ricordiamo le due sere nella Biblioteca/Museo di Montelupo, l’evento alla casa del popolo di Quinto Alto (in cui gli ascoltatori, alla fine, si trasformano, con piglio e passione, loro stessi in PL), le coperte aperte alla libreria Les Bouquinistes di Pistoia, per parlare solo di alcune delle iniziative della cellula fiorentina e pistoiese. L’altra Toscana, lo sappiamo, è altrettanto attiva e instancabile e si proietta in saporosi e appropriati interventi (che io molto le invidio).
Proprio Parlami d’amore è stata, all’origine, un’idea di Arezzo, realizzata nell’autunno scorso.

Ieri, dunque.
Location – si dice così, ormai, no? – Ma per me, la quintessenza di una toscanità naturale, storica, umana. Lungo il corso dell’Arno, un’antica fornace per la lavorazione della famosa ceramica, composta da piccole case, una innestata all’angolo dell’altra intorno a quattro grandi ‘vasche’ rettangolari per il lavaggio dei pezzi cotti (tra i cui muretti ora l’erba si è impadronita dello spazio), con scalette, rampe, finestrelle, archi; e volte basse con dentro forni enormi ancora ingombri di vecchi legni, orci, pale, strumenti patinati dal bianco-grigio antico della creta cruda che li immobilizza e imbalsama allo sguardo.
Siamo tanti: noi PL in diciotto, gli intervenuti più di sessanta.
La brevissima introduzione dell’animatore dell’attività culturale della Fornace (ora diventata centro culturale e di esposizioni) scivola nel primo brano musicale suonato dai bravissimi e partecipi giovani amici della Scuola di musica di Empoli (che ci sostiene spesso ed è tesserata!) .
Dunque i due violini attaccano un pezzo di Piovani ed ecco che su quelle note lunghe e tirate cominciano le nostre palpitazioni per la ‘cosa’ che sta per iniziare.
Marilena dice Farhenheit e poi tocca a me: io sono L’eletto di Thomas Mann. Non so perché chi ha fatto la scaletta mi abbia dato il posto scottante dell’inizio con un pezzo scottante: ma io non sono io e Thomas Mann – diciamocelo sempre – è bravissimo!
E poi fluisce, tra musica e parole, un pomeriggio luminoso che inclina al tramonto, con le voci diverse di ognuno di noi, alcune tenui per commozione o anche un poco sopra le righe, perché l’amore è un amico potente che stringe e costringe. Paolo e Francesca, la passione sfrontata della Lupa, il timido trovarsi di due sorelle vissute lontane, il richiamo ineludibile alla coscienza di Evtusenko, il lamento per l’amico perduto di Auden, l’alchimia di un sonetto di Shakespeare che sembra divagare nei contrasti e invece si acuisce in una spina infiammata e ardente, il napoletano fittofitto di un Eduardo malinconioso, il ritrovarsi affettuoso dei due vecchi rimasti soli di Turghenev e… e… Saba, Carver, Maraini, Neruda… Se la memoria ora mi fa difetto, non voglio ricorrere alla scaletta né fare un elenco, perché è sull’emozione di chi ieri è stato il suo libro – e sulla mia, che oggi la rivivo – che voglio scrivere.
Come, ancora emozione, dopo anni? Qualcosa di intimo si è riacceso anche questa volta, mentre intanto la sera, nella minuta e solerte architettura della fornace, ci sciorina intorno la sua pace.
La vista si spinge con dolcezza verso un colle dove la natura sconfina in storia, come avviene spesso in questo paesaggio toscano in cui pievi e castellucci e ville prodigiose emergono dal passato tra viali di cipressi e olivi a distesa.
Il brusio delle persone che commentano (e poi mangiano le buone cose rimaste a lungo coperte accanto a un pozzo) non mi distoglie dallo spolverio dorato entrato tra queste mura così intime, così capaci di conciliarsi con la gente.
Torniamo a Firenze per il bel paesaggio mosso che ci svela l’Arno dove si infittiscono alberi in pieghe di prati.

Rosa Maria Marini

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