Ai nostri discendenti

L’Aquila, 2 classi di ragazzi liceali. Oggi, 26 ottobre. Libriamoci

 

Foto di Sonia Ciuffetelli

“Ognuno aveva un libro che voleva ricordare”.

Ecco. Scegliere qualcosa che vale la pena che resti. Quindi chiediti cosa ricordi. E perché.
Vi diremo un testo ma non è importante. Non è questione di memoria in sé: è dire grazie a quelle parole. È dire: ascolta.
Ascolta la voce, il respiro, il gesto, lo sguardo, il corpo che dice: “io sono…qui”.
Che siano le mie parole o quelle prese in prestito dai libri, dalle canzoni, dai social o dalla vita, “io sono qui” per creare ascolto, per dirti “esisti”, per dirmi “ci sono”.

Scegliere delle parole significa esporsi. Dirti un po’ chi sono. Mettersi in gioco. Chi dice e chi ascolta. Se abbassi lo sguardo cesso di esistere. Sono muta. Se ci guardiamo negli occhi inventiamo un mondo insieme.

“E quello che non puoi mai sapere è con quale intensità e quanto a lungo amerai…”

Non importa. Ora, siamo qui.

Sotto una coperta immaginaria, come fanno i bambini, o nella vita di tutti i giorni, se respiri le parole che dici, se le abiti senza imporle, se le consegni senza urlare sarà più difficile per gli altri non ascoltarle, sarà più difficile dimenticarti.
Prova. Dì semplicemente come ti chiami. E senti l’effetto che fa. Esistere. Esporsi.
Vale per ogni parola che scegli.

L’obiettivo non è imparare a memoria i libri. L’obiettivo è costruire uno spazio da abitare, chiamalo immaginazione, è la durata di una libertà: puoi proiettare su quelle parole che ascolti o che dici ciò che sai, ciò che vorresti, ciò che ancora non c’è.

Io sono una persona libro.

Sono solo il dito che indica un punto là in alto oltre ciò che vedi ogni giorno: “guarda, ti dico, guarda”.
E ogni volta quella “luna alta sul colle”, semplice frase senza aggettivi, è sempre più grande, piena, di notte. Incredibilmente tua. La disegniamo insieme nell’aria. Luna cultura. Luna immaginario. Luna esperienza. La vera luna è in perenne equilibrio tra ciò che scopri e ciò che ripeti per inerzia. Tra curiosità e stupore, come Impastato suggerisce, abita sempre bellezza. È in tutte le cose.
Il mondo, tutto, è un libro da leggere.

Se le lasci andare, libere da te, le parole cantano. Se abiti la paura, la vergogna, la timidezza, le parole ti tornano indietro come un tocco sulla spalla. Si adeguano al respiro. Non correre. Non buttarle. Non scappare. Non spegnerle.
Ci sei?
Ci sono.

“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”

Ricordi? Allora non smettere mai di cercare parole per dirti. Per raccontarlo. A chiunque. Ovunque.

Un incontro così. In una scuola, a L’Aquila.
Con le persone libro di Donne di carta, e sempre la confusione dei nomi tra donne, persone e libri. Ridiamo.

Con Silvia Bazzocchi e Bruna Victoria Marcantonio, la Preside Maria Chiara Marola, le insegnanti ideatrici della Manifestazione: Sonia Ciuffetelli e Valentina Cusella, quelle di “matematica” intervenute, con me.

Foto di Robert Popescu

Ospiti speciali: Wittgenstein, Eco, Bradbury, Impastato, Humphreys, Szymborska…

(L’odore delle montagne, dopo, è più verde).

 

“E lasceremo il compito ai nostri discendenti di fare altrettanto…”

Un breve diario di viaggio a caldo, la sera stessa dell’incontro. Ma queste avventure nella scuola, con i ragazzi, sono anche un’occasione di riflessione importante per noi, gli adulti, che ci vantiamo di essere i portatori sani di un Progetto.

La scelta di campo, per esempio: dire pochi testi, evitare la performance e privilegiare, invece, il momento formativo oscillando tra la narrazione di un’esperienza personale, che ormai dura da 9 anni, e la messa in pratica collettiva di un metodo in cui si crede.

Il Proyecto Fahrenheit 451 di Antonio Rodriguez Menendez è un metodo. Donne di carta l’ha accolto, vissuto, rielaborato come un approccio diverso alla lettura e all’oralità. Imparare a memoria era solo un aspetto, il più divertente, certo, ma anche il risultato di un processo. Che non finisce mai.

Scrive Sonia Ciuffetelli, in un suo post su Facebook, anche lei a caldo, dopo l’incontro di ieri:

Non solo letture, ma comunicazione allo stato puro.
“Affinché quello che leggi diventi quello che sei”.
Attenzione ai massimi livelli, emozioni diffuse. Quando si dice la partecipazione.

Non solo letture. Comunicazione. Partecipazione. Già. L’imparare a memoria diventa finalmente un’attività non primaria, ma uno dei tanti sbocchi, una possibilità. Perché sarebbe bello, certo, avere “a migliaia” di persone libro – e non ci fermeremo – ma ciò che conta è la rivoluzione dell’approccio alla lettura. Silenziosa o parlata, ogni parola torna ad essere accolta come corpo: suono, scelta, senso e come strumento di espressione e di relazione. L’attenzione a ogni singolo elemento della lingua ricostruisce quella necessità di competenza che permette, poi, a ogni persona di usarla per raccontarsi, per dire agli altri cosa vuole, cosa pensa.

Tanto tempo fa, sempre davanti a dei ragazzi liceali, in quel dì a Pistoia nello scenario della Biblioteca San Giorgio, Lidia Castellani, scrittrice e nostra socia, disse che finché hai solo la parola “triste” per esprimere ciò che senti proprio quello che senti non riesci a capirlo, e ti impoverisci. Il nostro amico socio antropologo Massimo Squillacciotti, in un’altra occasione, disse che

il contrario della parola non è il silenzio ma il colore nero.

Mi ci vorranno anni per capirlo davvero. Eppure se il nero è il colore dell’abisso, spesso mi sento in bilico.

Quando mi sono innamorata del metodo Fahrenheit non pensavo di imparare a memoria libri su libri, pensavo con piacere all’attenzione che mi legava a ogni singola parola, quando la leggevo e quando la ripetevo (palabra vinculada, diceva Antonio). L’attenzione alla scelta fatta da chi l’aveva scritta e l’attenzione che mi chiedeva quella scelta. Non imparavo solo parole, entravo nell’officina della creazione. Nella mente di un altro/a. Ripensavo alle mie: officina della ri-creazione. Soprattutto reimparavo a stare nello spazio davanti agli altri.  A usare la voce. A mettere in dubbio le posture, i timbri, il lessico, le mani … oh le mani! che restavano chiuse nelle tasche, inutili. Le mie mani, così mediterranee, ritmiche, che  desiderano da sempre di far vedere le parole che dico, di consegnarle.

Voce contatto, mani contatto, parole respiro. Io sono…

Che tutto questo sia un ottimo armamentario per dire libri, è vero. Ma non basta: tutto questo è un ottimo armamentario per parlare di tutto, per esprimere le emozioni, per comunicare. Qualunque parola in qualunque situazione. Quando siamo in due. Faccia a faccia. Quando siamo davanti a molti.

La saldezza di dire “No” o “Sì” senza dover alzare la voce. Affidare al respiro il peso della parola.Trattarla come se fosse un corpo. Il mio corpo, esposto. Questo è il senso.

E leggere? Leggere ridiventa stupore, scoperta. Ancora attenzione. Tempo dedicato. A se stessi. Riscoperta che ciascuno di noi proietta vissuti, conoscenze, desideri su quelle pagine. Che apparteniamo a una comunità, a una lingua comune, a un immaginario che ci attraversa e ci costruisce. Scrive Sonia:

“Affinché quello che leggi diventi quello che sei”.

Ieri, un ragazzo della prima fila, che all’esperimento di descrivere come fosse la sua luna sentendo la frase “la luna è alta sul colle”, aveva contraddetto  la stessa frase mettendo la luna dietro il colle, alla fine dell’incontro mi ha fermato per dirmi  che la memoria per lui era legata solo a ciò che trovava interessante, allora non dimenticava.

Interesse e memoria. Ciò che è importante. Sapere. Comprendere. Condividere.

Una ragazza della quinta elementare, un giorno, nella scuola Principe di Piemonte, a Roma, davanti agli altri, che facevano rumore e ridevano sgangherati mentre lei cercava di trovare il coraggio per sperimentare in prima persona tutto quello che le avevamo detto,  mi sussurrò in un orecchio:

ma cosa dico? non so nulla a memoria…

dì quello che ti sembra importante condividere

Mi guardò sconfortata:

…non vogliono ascoltarmi.

– …guardali. Prenditi tutto il tempo del mondo e guardali.

Fece sì con la testa. Inghiottì saliva e frustrazione. Rialzò la testa. Mi prese la mano nella sua, sudata. E si mise pazientemente a guardarli. A poco a poco costruì silenzio. A poco a poco il silenzio di uno contagiò gli altri. Quel suo sguardo mirato li toccava. Uno ad uno. La guardarono. E lei, con calma, dopo un sospiro enorme, riempì il silenzio:

Io sono…

E disse il suo Nome.

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