Arrivederci Bruxelles

Bruxelles

Bruxelles

Bruxelles meriterebbe una narrazione a più voci. Così come è stata, sotto il segno della varietà e della pluralità.

Ogni persona è approdata qui portandosi dietro la propria città, gli accenti, il modo con cui quotidianamente abita il  progetto associativo, le armonie e gli scazzi del gruppo, i desideri ancora vivi, le incertezze sempre presenti e pur sempre ancora i sogni. Ogni gruppo ha usato treni, aerei, taxi, piedi; rincorso appuntamenti, atteso perduto e ritrovato l’altro.

Bruxelles è Elena che ci aspetta: una delle tante persone che non abita più l’Italia, che non fa più lo stesso lavoro, che parla ora una lingua diversa oltre la propria. Bruxelles è Elena-Donna di carta nel Belgio. Con suo marito che insegna alla scuola materna, ci offre da bere, ci accompagna nella casa che diventerà “nostra”.
E le case saranno diverse per ogni gruppo: zaini da lasciare, trolley da trascinare, sistemazioni notturne e la frutta fresca nel frigorifero offerta come benvenuto da un’ospite invisibile.

Bruxelles è incontrarsi in una piazza piena di giovani seduti in terra ad ascoltare la musica ambulante, e in soli due giorni i concerti saranno diversi, ma sempre si mangia in piazza all’aperto, chi in terra chi appoggiando il piatto di pesce venduto al banco all’angolo della piazza, su tavolini di legno altissimi. E se chi viene dal Mediterraneo storce il naso a quel pesce e preferisce il formaggio del posto, la baguette, il bicchiere di birra belga, c’è chi quella zuppa la gradisce e si mette in fila più volte.

Bruxelles è un mercato coperto che ha dismesso se stesso per inventarsi una “cattedrale di ozio” sorseggiando un caffè, espresso se vuoi l’italiano, e una chiacchiera sommessa adagiati nelle sdraio su un finto prato verde come se da qualche parte in quell’immensa navata ci fosse davvero, dietro un angolo, il mare.

Bruxelles è “La vita è belga”: l’associazione inventata da sette donne per costruire un discorso italiano di tradizioni: danza, musica, libri, per stare insieme, magari, la sera. L’associazione che Elena ha contattato e che ci ha invitato, voluto, chiamato fidandosi del suo entusiasmo e aprendo spazi e sorrisi, la gentilezza impagabile di Romina, la presidente, “Salentina di nascita, romagnola d’adozione…a Bruxelles per amore”, le sedie in circolo -per rispettare il nostro rituale- e poi la cena curata da Andrea Sossi, il grande chef, che si scusa per la fretta con cui ha preparato ogni singolo piatto: arancione e bianco, verde e rosso, per me sola vegano, e che la voce di una donna gentile trasformerà in una narrazione ad ogni portata. Bravo Andrea!

Bruxelles è questo circle time, come dice Angela di Bari, in cui lo spazio, di solito per la danza, si presta a una coreografia di voci: ogni attacco scandito dal passaggio lento del microfono, ogni attacco preceduto da quel silenzio in cui il braccio si tende o il corpo si alza quasi a disegnarne il contorno. E sarà questo silenzio così speciale o l’attenzione incantata degli occhi di chi ascolta a rendere  le voci più belle o forse saranno i testi preparati con cura che si chiamano l’un l’altro, di città in città, in varietà d’accenti, a rendere possibile che chi ascolta diventi a sua volta un fine dicitore di antiche memorie, a volte di scuola, o filastrocche e nenie – perché c’è un bambino -, o racconti in prima persona di cosa si fa in Italia – le storie dei gruppi – le interpretazioni diverse e tutte convergenti che ciascuno di noi porta per dirsi e dire che stiamo bene, sì stiamo bene a fare le persone libro di Donne di carta.

E Bruxelles è la nostra Carta che fa esplodere la lettura oltre i confini stretti di un libro, e Alice che mi sta di fronte e non conosco, Alice veneziana di Bruxelles, sorride pensosa e poi tra mille tentennamenti soffia in latino l’odi et amo di Catullo come chi sa che queste parole saranno sempre un dono di impagabile verità sulla natura dell’amore.

E Bruxelles è una filastrocca, un passo di Dante, una poesia in francese di Baudelaire, a riprova che anche il timbro di una voce e la sonorità delle parole, quando sono intenzionalmente un desiderio di contatto, diventano capaci di costruire ascolto e comprensione al di là della diversità linguistica.
Bruxelles è questa capacità di mettersi in gioco, di ripetere un passo ricordato senza avere paura del giudizio altrui restando ancorati al proprio piacere di cambiare respiro e velocità se lo scopo (il senso?) è raggiungere l’altro.

Per Donne di carta non è la prima volta che la magia della “coperta” (che a qualcuna delle presenti è risultata anche stretta) ha permesso di confondere le voci dei libri con le narrazioni di ogni singolo fare: ogni cellula ha trovato il modo di dirsi regalando al progetto associativo, nella sua globalità, la prospettiva di un vissuto territoriale che di fatto lo arricchisce e che di fatto traduce in realtà la visione di una lettura intesa come comprensione di ciò che ci circonda per dare un senso al bisogno/desiderio/volontà di stare insieme, al pensarsi necessario come parte di un tutto.

E ha ragione Nicoletta che, in accento calcatamente romano, ribadisce che dietro la bellezza incantatoria delle parole con le quali ci presentiamo poi c’è la fatica vera di un impegno in prima persona, con il proprio tempo e i tanti limiti: “è faticoso? Sì, ma ne vale la pena”.
Così come l’esperienza nelle scuole, con ragazzi di ogni età, raccontata soprattutto dalla cellula senese – con le sue c aspirate e la leggerezza scivolosa delle palatali – restituisce all’associazione tutta il respiro più ampio di una possibile continuità o discendenza o eredità che ci fa immaginare abitanti di ogni tempo.

Ed è bello, qui, sotto coperta, a Bruxelles, avere le due voci maschili della cellula fiorentina ed empolese, a testimonianza che Donne di carta è per tutti e contraddicendo di fatto l’equivoco che fa del suo Nome una presunta quanto errata chiusura al femminile.

La lettura a cui ci alleniamo e ci educhiamo come soci, e che traduciamo poi nella militanza, è la nostra risposta di resistenza, nella sua varietà di forme, di dizioni, di scelte, all’omologazione del pensiero unico e alla artificiosità degli stereotipi.
“Persona che legge” – dice la nostra Carta, e “persone libro”: se rivoluzionario è il nostro progetto di promozione della lettura comincia proprio dalla scelta di queste parole.

A cena, poi, tra un piatto e l’altro, narrato e mangiato, la bellezza delle posate che si fermano d’incanto appena la persona libro dice “Io sono…”, sospendendo le conversazioni e il respiro per accogliere in questo altro nuovo comune silenzio le parole di altri libri, testi che sembrano aggiungere sapore ai sapori, profumo ai profumi e il gusto del dire, del mangiare, del riconoscersi insieme mi fa davvero pensare di sedere alla mensa “dove si mangia il pane degli angeli…”.

Bruxelles è la movida notturna che trasforma la città in un cumulo di rifiuti che all’alba magicamente scompaiono eppure la movida resta nelle strade: al mercato delle pulci, tra casette colorate, tetti d’ardesia e abbaini, un mondo di marzapane e grattacieli improvvisi, invadenti eppure… eppure inclusi, nelle cioccolaterie ingioiellate come fossimo da Tiffany o quel negozio di mobili in cui anche il tavolo da lavoro di un falegname assurge a design, o la poltrona enorme fatta di tanti peluches colorati, o gli strani incomprensibili messaggi sparsi in città un po’ dovunque:

  • il cane disegnato su una mattonella per strada vicino al semaforo (devi lasciarlo qui e non farlo attraversare? o è qui che non deve fare la cacca?),
  • il palo altissimo con il cartello di limitazione della velocità che ha sopra, a guardia, un falso piccione/colomba (devi andare piano perché io attraverso?)
  • la scultura per strada, sempre di un cane, maschio, con la zampa posteriore alzata per fare pipì contro un pilone (onore e omaggio a tutti i cani del mondo?)…

Stravagante Bruxelles…

È bella questa città. Colori e gente. Gente di tanti colori: di pelle, di vestiti, di lingue. Gente che ti sorride da subito. E ti capisce anche quando inventi il francese o nemmeno ci provi e parli italiano come se fossi a casa.

Per Donne di carta è la prima volta che il vagabondare ha superato un check in (e qualcuna ha pure pensato di poter partire con la patente), l’atterraggio a botta dell’aereo di andata sulla pista (ripreso in diretta con il tablet) e le nuvole iceberg impazzite di luce e di ombre che hanno accompagnato il ritorno. Con un nuovo amico, Cocò, che Nicoletta ha vinto per me giocando con quei strani cosi da Luna Park in cui devi muovere una leva – più a destra no ancora… dai prendilo prendilo! Noooo! Riprova, dai sta per scadere il tempo!AHHHH ce l’hai fatta! E l’intero aeroporto che si volta al mio urlo mentre io abbraccio Nico saltando e tenendo in alto il trofeo: un pappagallo di stoffa.

Ciao Siena, Ciao Firenze, ciao Empoli, ciao Bari, ciao Roma… arrivederci Bruxelles.

Arrivederci a voi, donne d’oro: http://www.lavitaebelga.eu/chi-siamo/

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