Deu seu . . . Io sono . . . PersoneLibro di Cagliari

Fenicotteri

Fenicotteri

Ore 6e30: l’appuntamento è con Nicoletta che ci mette la macchina fino all’aeroporto. Io arrivo all’appuntamento alle 6e45, aggiudicandomi di prima mattina il risentimento di Nico che mi aspetta in anticipo già da mezz’ora. “Risentimento” è un eufemismo. Hai ragione, le dico, ma sono uscita in orario… peccato che tutta Roma sia in piedi all’alba di questo venerdì e gli autobus siano già in ritardo…
– Facciamo alle 6e30 perché non so quanto traffico troviamo verso Ciampino… – si era raccomandata Nico. Una serata di raccomandazioni, quella precedente. Nico sugli orari ed Emanuela, la Tesoriera, che mi ricordava con discreto sms di mettere in valigia le tessere d’iscrizione all’Associazione da consegnare religiosamente alle Cagliaritane. Lo zaino col quale parto implode per la metodologia “butto dentro due cose all’ultimo capirai che ci vuole”, ma Emanuela non sa che in fondo allo zaino giacciono preventivamente da giorni le tessere da consegnare in Sardegna. Un ponte associativo che oltrepassa un mare, quelle tessere. Un valore. Non potrei dimenticarle.

Non c’è ombra di traffico fino all’aeroporto, forse per una favorevole congiunzione astrale, o semplicemente perché andiamo controcorrente rispetto al flusso pendolare. Alle 7e40 entriamo nel parcheggio dell’Aeroporto di Ciampino, in comodo anticipo. Nico è in perfetta sintonia perfino con la voce femminile registrata alla colonnina d’ingresso del parcheggio, quasi anticipandola nelle operazioni da eseguire. Io tardo – di nuovo. A realizzare che sto lasciando Roma per tre giorni.
Decolliamo in orario. Aereo colmo. Per la durata del volo, per la comodità del sedile rimasto vuoto tra me e Nicoletta, non rimpiango più di tanto l’assenza di Sandra. Nico gioca a fotografare i tagli di luce tra le nuvole, e tenta inutilmente di mettere via ogni tanto l’obiettivo: ogni volta sbuca una luce che non si può non fotografare. Costeggiamo a lungo il litorale sardo prima di puntare l’aeroporto di Cagliari. Intravedo regolari gli specchi d’acqua delle saline che – penso – scandiscono le mie ultime trasferte associative: dopo Cervia, ecco ora quelle di Cagliari. L’immagine di un sedimentarsi lento, che da secoli si tramanda, mi fa compagnia.

All’arrivo l’accoglienza è doppia: Anna di Firenze – atterrata un’ora prima di noi – e accanto a lei Roberta di Cagliari. È splendido il “cartello” distintivo che Roberta aveva portato per riconoscerci: un collage polimaterico con fogli di giornali e fili di lana, con i caratteri stampati a comporre la scritta “Io sono una persona libro”, dono di un’amica (richiedo due volte il suo nome e per tre volte lo dimentico) a ciascuna PersonaLibro di Cagliari. Forse non riesco a memorizzare quel nome perché (lo ammetto) è a Maria Lai, subito, che penso appena vedo i fili di lana. Artista che a Cagliari è considerata patrimonio cittadino. Regionale, insieme a Grazia Deledda e Michela Murgia. Proprio su Maria Lai, Betty, personalibro di Cagliari, mi racconterà due giorni dopo un dettaglio, mentre passeggiamo per le vie del quartiere “la Marina” (ovviamente il quartiere in corrispondenza del porto). Il Comune di Ulassai aveva commissionato all’artista la realizzazione di un monumento “Ai Caduti in Guerra per il paese”. Maria rifiutò l’incarico, preferendo realizzare qualcosa che servisse per i vivi, coinvolgendo nell’esecuzione – per ben tre giorni – l’intera comunità di Ulassai. Più della Bellezza vale la Bellezza condivisa. Uno dei principi alla base delle PersoneLibro, rifletto.

Ci dirigiamo in macchina verso casa di Roberta. Roberta non è cagliaritana. Non è nemmeno di origini sarde. È un’emiliana – ferrarese – che per casualità lavorative ha scelto, decine d’anni fa, Cagliari. – Come fai a non innamorarti di questi posti? – lei chiede più volte, indicando il paesaggio o tutto il tempo che sceglierebbe di nuovo di trascorrere qui. È vero, penso io, qui non c’è la nebbia, ma siamo in fila su una Strada Statale, ferme sotto un sole già estivo in pieno mattino, circondate da macchine e poco oltre da un paesaggio assolutamente brullo in ogni direzione. Non colgo particolari motivi di slancio per innamorarsi all’istante di questi posti, ma Roberta è così convinta nel ripeterlo che mi convinco anch’io: Cagliari avrà sicuramente dei buoni motivi per innamorarsene.

La fila dura poco, e qualche minuto dopo ecco il primo motivo nell’affaccio dalla veranda della casa-mansarda di Roberta: il mare. Da un settimo e ultimo piano, il panorama cristallino mostra i toni per quello che sono. I colori chiari, a terra in acqua nel cielo e sugli edifici, sparano.
Il tempo di due macchinette di caffè, di sigarette in veranda (Anna sola non fuma, ma inizia un intenso fumo passivo che durerà tre giorni), e siamo nuovamente in macchina. Direzione Castello, la parte storica ed arroccata di Cagliari. Casteddu.
Il tragitto è il racconto di Roberta: abita nel Comune che i cartelli stradali indicano come Quartu S.E., Quartu Sant’Elena scioglie Roberta, ricordando che da queste parti i luoghi portano nomi di distanze (Quartu, Sestu…) – Ah! – osserva Nicoletta – “Quartu S.E.” sta per Quartu Sant’Elena non Quartu Sud Est! Infatti non capivo…dicevo ammazza quant’è grande Quartu per dover pure distinguere SudEst, SudOvest… – Siamo alle solite, penso: noi romane non riusciamo a liberarci delle unità di misura suburbane stile Grande Raccordo Anulare…
– Una delle prime cose che ho imparato qui – prosegue Roberta – sono i nomi dei venti. Maestrale, Libeccio, Tramontana…a Cagliari tutti sanno distinguerli… – Ecco, penso io, un terreno sul quale noi romani non saremmo competitivi – Noi c’abbiamo il Ponentino…- penso a voce alta. Ma accanto ai venti potenti di un’isola, poco più che una brezza di città fa solo tenerezza. Povero Ponentino: meschineddu direbbero a Cagliari.

A Castello ci raggiunge Betty: ha preso un giorno di ferie per stare con noi. Percorriamo slarghi, belvedere e stradine della rocca: il sole s’infila nei vicoli, ogni scorcio meriterebbe un ricordo di macchina fotografica, ma la mia Nikon ad un minimo accenno controsole rinuncia a scattare. Non è abituata a tale intensità di luce. Betty e Roberta ci guidano: via dei Genovesi, raccontano, negli anni Settanta era molto più popolana… A pianterreno c’erano tutte le botteghe di artigiani e di artisti… Oggi quasi tutte le botteghe hanno chiuso, tutte le facciate delle palazzine sono state ristrutturate e molti stranieri hanno comprato. Raccontano, Betty e Roberta, e ci domandano. Delle altre cellule italiane. – Com’è andata a Napoli? – chiedono. Nicoletta e Anna (loro c’erano) raccontano. E io penso che la narrazione sia davvero un filo. Conduttore d’esperienze.

Panorama da Capo S.Elia

Panorama da Capo S.Elia

Il mare. È la tappa successiva dove pranziamo, alcune verso i raggi, altre all’ombra di un albero di fichi. Anna – previdente – aveva infilato il costume in valigia, ed ora è lì, placida e baciata dal sole, perfettamente integrata nel paesaggio. Anche Nicoletta, all’ombra del fico, è perfettamente integrata nel paesaggio, formaggio sardo nella mano sinistra e bottiglia di Ichnusa nella mano destra.
Quando ci muoviamo è per l’ultima gita del giorno, al faro sul promontorio di Capo S.Elia. Mentre ci avviamo a risalire le scalette dalla spiaggia, due bambini vedono scappar via verso di noi il loro piccolo pallone. Lo raccolgo per porgerlo al bimbo più vicino, mentre Nicoletta suggerisce che l’altro bambino non corra inutilmente verso di noi: “Férmate ahò!! Do’ cori!! Dije de nun core! sta qua er pallone!!” Rimango col pallone nella mano, perché il bambino vicino a noi se ne dimentica completamente. Continua a fissare la bocca di Nicoletta, dalla quale una voce baritonale ha prodotto combinazioni di suoni per lui incomprensibili. Solo quando Nicoletta accompagna col braccio le parole, indicando il pallone nella mia mano, il bimbo torna tra noi. Prende il pallone; guarda me, Anna, Nicoletta. E torna a giocare.

L’appuntamento è alle 18e30 a casa di Roberta. La coperta con le Personelibro di Cagliari. Sembra assurdo ma bisogna tenere le tapparelle abbassate fino a metà, perché la luce di un sole appena oltre i vetri inonda il salotto. Prepariamo le sedie a cerchio intorno al divano. Io le avvicino il più possibile. Loro arrivano, puntuali e stremate dopo una giornata e una settimana di lavoro. Ci tendono la mano per salutarci ma Anna, Nicoletta ed io, d’istinto le abbracciamo tutte. Finalmente volti e voci, per coloro che in tanti anni abbiamo solo immaginato, come i fenicotteri rosa che ti immagini e poi arrivando a Cagliari vedi realmente, percorrendo la Statale, e contempli ogni volta con gli stessi occhi di bambina. Allo stesso modo dei fenicotteri rosa, loro, le personelibro di Cagliari, oltre Tirreno esistono. Betty, Isotta, Gabriella, Maria, Pina, Roberta e Stefania. Ecco le prime sette personelibro che conosciamo sotto coperta. Mi piace, subito, la loro scelta dei testi: mare, memoria, natura, lettura. E il Femminile. Mi colpisce il brano di Maria, l’insegnante del liceo Euclide dove andremo la mattina dopo. Maria ha scelto un brano da Le tre ghinee di Virginia Woolf: perbacco, penso. È intima, la coperta. Curiosa. Una fusion di accenti sardo, fiorentino e romano… Stefania è quella che a Roma chiameremmo una Persona-librochiuso. Ascolta, attenta, e non dice. Per poi osservare, con voce calma, non meno intima di quelle dei testi ascoltati: “Mi avete fatto venir voglia di dire un testo…”

Qualcuna ricorda che l’indomani occorrerebbe fare una minima presentazione dell’Associazione e del progetto PersoneLibro, prima di dire i testi agli studenti. Nell’ordine: Anna, Nicoletta ed io ce ne chiamiamo fuori, tutte e tre col medesimo pensiero: chi si perderebbe l’occasione di sentire Donne di Carta presentata con l’accento sardo? Ed ecco quasi una seconda coperta. Qualcuna chiede, qualcuna sa, soprattutto Stefania recupera i fili della narrazione associativa: le quattro donne della filiera del libro e l’origine del nome, la promozione della lettura, librerie indipendenti, case editrici indipendenti, l’incontro con Antonio e l’adozione del progetto Fahrenheit 451… “A Stefa’! – tuona a un certo punto Nicoletta – e falla te la presentazione no!?!” Stefania accetta. Si decide all’unanimità per una pausa sigaretta, mentre la conversazione dal divano si sposta appena più in là, intorno al tavolo della cucina di Roberta. Che ci aveva promesso per cena i malloreddusu col sugo di salsiccia. Davvero notevoli.

Ore 10e15 della mattina seguente ci ritroviamo all’ingresso del “Liceo classico scientifico Euclide”. In attesa dell’accoglienza del preside, siamo tutte e dieci davanti alla macchinetta del caffé. Maria – la prof. – prova a suggerirci di contenere la voce (nella scuola siamo in orario di lavoro e di lezioni), ma l’emozione e l’euforia sono tali che i suoi tentativi restano vani: tanta è la caciara che facciamo, che dalla stanza accanto (la segreteria) qualcuno si affaccia per chiudere la porta. Provvidenziale, il suono della campanella delle 10e30 ci unisce al vociare che inizia nei corridoi.

Guadagnamo l’aula magna, dove appena entrate provo una certa invidia per questi studenti: io non avevo, al liceo, un’aula magna così bella. Subito la prassi consueta della prova microfoni. “Consueta” per noi tre del continente, non per le Cagliaritane, che confessano con lieve lampo di sgomento negli occhi “Finora non abbiamo mai detto col microfono…” Mentre mi accomodo in alto, appollaiata sulla poltroncina più lontana dai microfoni per un riscontro audio, penso a noi romane, alle primissime volte con l’uso del microfono. Una tragedia. O meglio: ‘na traggedia. Difficoltà che sembrava insormontabile. Mi ricordo di prove e prove e ancora prove…nel tentativo di abituarsi alla propria voce che esce comunque altra da quel benedetto attrezzo. Per questo, dopo Isotta che è la prima a provare il testo, e dietro di lei tutte e cinque a turno col microfono, le ammiro. Tutte, senza fare una piega, trovano già al primo e unico tentativo la capacità di valorizzare semplicemente, senza alcuna forzatura, la propria voce attraverso il microfono. Colgono istintivamente che permette di non sforzare il respiro. Mi arriva nella loro voce tutta l’emozione, e il desiderio profondo di dire quei testi, dovessero dirli col microfono, o in equilibrio su una gamba sola o saltellando su un tapis roulant lanciato a velocità. Una capacità di adattamento (immediata) che non è remissività, è interazione, accoglienza; tendenza alla fluidità degli eventi. E ugualmente accade dopo, ad aula magna gremita, sempre con Isotta che, microfono in mano, sta per dire il primo testo (da Come si legge un libro, e perché di Bloom), ma ha la pacatezza – sorridendo – di aspettare: ragazze e ragazzi stanno ancora entrando dalla porta. O come Roberta, che ad incipit avviato della Divina Commedia, non s’interrompe quando il flusso di studenti dalla porta riprende. Si gira, semplicemente, per continuare a dire loro – guardandoli – quei versi come fossero l’argomento più naturale di conversazione. I trenta studenti rimangono lì fermi, tutti in piedi appena superata la porta, a guardare e ad ascoltare Dante…

C’è qualcosa che disorienterebbe queste cagliaritane? Forse no, mi rispondo. Ci dev’essere una certa attitudine regionale, a non essere minimamente turbate di fronte l’imprevisto, perché mi torna in mente la reazione di Grazia Deledda, nel momento in cui apprese la notizia di aver vinto il Nobel per la Letteratura. “Eja!” disse soltanto, per poi tornare nello studiolo a continuare quel che stava facendo un attimo prima.
Il sognatore di navi (Alvaro Mutis) con la voce di Gabriella: lei la vede, mentre la dice, quella nave di Abdul; Le piccole memorie di Saramago hanno la voce di Anna, e le sue, di memorie, dentro quelle parole donate ai ragazzi. Studenti. Matteo, uno di loro, perfettamente a suo agio nell’atmosfera e nella musica della sua chitarra, intervalla l’immersione nei testi. Arriva il momento delle mie Domande. Non “mie” ovviamente, sono le Domande di un lettore operaio, così come sono di Brecht. Ma mi piace dire quel testo agli studenti: ponetene tanti, di punti interrogativi. Dentro e oltre la pagina scritta. Nicoletta lascia il parapetto dell’aula magna, che la sostiene per tutto il tempo sulle gambe e nell’emozione. E là davanti, senza parapetto, Il dittatore di Rodari arriva con intima ironia. Intima è la corda di Stefania nel presentare Donne di Carta, e quell’unica parte del racconto dove ritorna, forse non casualmente: fare rete tra case editrici indipendenti. In una terra fiera della propria autonomia e della propria autenticità, quella parola, indipendenti, prende consistenza.

Difficile dimenticare l’emozione smisurata delle tre alunne di Maria: Alessia, Francesca e Andrea, e dei loro testi non meno coraggiosi: Cuore di ciccia (Susanna Tamaro), Frankenstein (Mary Shelley), Colpa delle stelle (John Greene). Insomma, tutt’altro che barzellette. Certo, penso subito dopo, se la loro prof è qui a dire – a centocinquanta studenti – nientemeno che Le tre ghinee della Woolf, cosa ti aspetti dalle sue allieve?
Ma c’è un brano, evocativo ed essenziale, che più mi sta scendendo dentro, sin dal pomeriggio precedente durante la coperta. È Deinas (accento sulla “i”) di Tatiana Longoni, sullo sciamanesimo sardo: “deinas non sono altro che donne silenziose, umane, spesso isolate, in continuo contatto col proprio essere unione di elementi”, dice la voce coinvolta di Pina, appena un tono più bassa di tutte le altre. Ma quelle parole arrivano, potenti.
Le tre ghinee di Maria, Deinas di Pina, e Baa-ba di Betty (dall’audiolibro di Rossella Faa), che Betty dice con tale spontaneità che qualcuno le chiederà, il giorno dopo: “…ma l’hai scritto tu?” Mi sembra un valore aggiunto, donare questi tre testi a ragazze e ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni; la considerazione e il perpetuarsi che qui, da millenni, ha il Femminile.

Nel pomeriggio lungo mare, arriva puntuale la traduzione per immagini di questo Femminile non sotteso, ma pervasivo. A passeggio con Betty e Isotta lungo via Roma (!), sul marciapiede opposto al molo di Cagliari, costeggiamo la facciata del Palazzo del Consiglio Regionale della Sardegna. La decorazione degli spazi esterni del palazzo, leggo sulle targhe sotto le sculture, affidata a tale Costantino Nivola. Mi colpisce la scultura di una Figura Femminile, grande, eppure così essenziale, accogliente, “cicladica” mi verrebbe da dire per le immagini che richiama. Ce ne sono altre sette di Figure Femminili, quasi tutte rivolte verso il mare, in questo spazio d’arte fruibile “a cielo aperto”, ed altre quattro Figure dai lineamenti maschili, più squadrate e volumetriche. Ma è per una di quelle femminili, in particolare, che io vorrei dire grazie all’artista. Diversamente da tutte le altre, lei non è verticale ma adagiata (“adagiata” per modo di dire, considerando il peso del marmo) su un campo (un’aiuola) di germogli di grano. Scoprirò dopo, che proprio nei giorni in cui siamo a Cagliari, le viene finalmente realizzata questa specifica collocazione, fino ad allora rimasta solo nella progettazione dell’artista. Mentre proseguiamo lungo via Roma, notiamo una fila per entrare nell’edificio: è stata appena inaugurata la mostra che ripercorre proprio l’ideazione di Nivola per questo allestimento esterno del Palazzo. Vorrei che Pina con la sua voce fosse lì, per dire il testo ai visitatori accompagnandoli all’ingresso o durante la mostra. Una Personalibro come audioguida, ma con tutta l’emozione del dono: “Semplice. Questa è la parola che contraddistingue lo sciamanesimo sardo: semplicità. Per me è tutto qui: Sciamana è la semplicità dell’ascolto, la semplicità del silenzio”.

Maria Rosaria

Betty (CA), Anna (FI), Nicoletta (RM), Roberta (CA)

Betty (Ca), Anna (Fi), Nicoletta (Rm), Roberta (Ca)

 

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