Scienza al mercato

Esporre, sul banco di marmo di un mercato, la Scienza.
Un’occasione per raccontare cosa sia, dal vero, leggere il mondo. Lo abbiamo detto, scritto ma mai costruito, tantomeno esposto. Tantomeno in un mercato.

Mercato coperto. Mercato rionale. Diciamo la verità: a farci su un sondaggio non sarebbero in molti ad apprezzarne la sopravvivenza. Un luogo di aggregazione di venditori ambulanti, spesso coltivatori diretti della propria merce, e un luogo d’interazione diretto con il compratore, spesso donne, una volta casalinghe a tempo pieno. Per mia madre è sempre stato sinonimo di chiasso e di puzza di pesce – e quindi ragione scatenante di un trasloco. Per mia nonna e me bambina, il luna park più bello del mondo.

Questa cosa del banco di marmo mi commuove. Ci sono cose che se ne vanno e che smetti di ricordare proprio perché non ci sono più. Ma l’assenza, quando è eccessiva, fa male.
C’era una volta un banco di marmo al mercato coperto che vendeva cartelle e quaderni – odore di pelle e di cuoio; e quel mercato aveva due piani: il pianoterra destinato alla merce alimentare: puzza di pesce e fragore di pane; il piano superiore per abiti, merceria, cartoleria e, qualche volta, libri…
Entro nel mercato di via Catania e se non vedessi subito il palloncino colorato con su scritto a caratteri cubitali DONNE DI CARTA penserei, spaventata, di avere appena perso la mano guida di mia nonna. Tra i banchi del mercato, di tutti i mercati, ci si perde sempre. È una certezza. C’è un ordine dello spazio che ragiona per simmetrie spaventose creando equivalenze mortali. Giri e torni sempre al punto di partenza. E se il punto di partenza è assente, fa male.
In un mercato ci si perde. Se sei un bambino o una bambina. Questione di parole scambiate tra adulti che ti dimenticano. Questione di angoli che giri ad altezze troppo basse per essere percepite dalla concentrazione della compravendita… Fatto sta che il mercato si porta dentro, tra gli altri odori, il sapore della perdita. Quella vertigine specifica che condivide con il Labirinto.

Oggi, sabato undici di aprile del duemilaquindici.

Non è stata molto promossa l’iniziativa: c’è gente che si ferma solo per chiedere: che roba è? Che fate? Chi siete?
Al bar accanto al mercato – la tappa del caffè è inaugurale – non ne sapevano nulla, nemmeno un volantino, eppure il barista ammette di avere un box alimentare proprio nel mercato. Peccato, dice lui… – Peccato, pensiamo noi con un pizzico di inquietudine.

Siamo accanto al banco delle ragazze di “Explora” – un po’ in disparte rispetto agli altri banchi scientifici; le due giovani animatrici fanno giocare i bambini con l’energia. Sul banco, in fila, una serie di bilancine a due piatti, posti ad altezze diverse dove puoi mettere, prendendoli da vari cestini, limoni patate polistirolo o pietre, e scoprire, inserendo elettrodi a circuito chiuso tra i due oggetti scelti, che ci sono cose nel mondo che producono energia e cose no.
La bambina mette due limoni e li connette; il display dell’orologio digitale si accende: sono le 12.00
– È per via della gravità – dice il signore anziano dietro di lei presuntuosamente.
– Non è così – lo contraddico io. (Appena arrivata al mercato ho voluto fare l’esperimento e ho toccato con mano da ignorante la “teoria”).
– Ma sì, non ci sono altre spiegazioni, è una questione di peso e di gravità
– No, non è così – ripeto ferma (gli adulti saccenti mi stanno antipatici soprattutto davanti a una bambina).
– Le dico che ho ragione! – sottolinea con un sorriso paternalistico.
– Non è questione di opinioni, caro signore. È un fatto… scientifico – s’intromette la ragazza dietro il banco, l’esperta: – Prova a fare l’esperimento usando del polistirolo o queste pietre…. – continua rivolgendosi serenamente alla piccola sperimentatrice. E la bambina ubbidisce. Ripete tutto il processo e poi guarda il display. L’orologio, con le pietre, non si accende. Nemmeno con il polistirolo. Ma con i limoni sì.
– Tutto ciò che è organico è in grado di produrre energia e ci sono esperimenti – continua la ragazza-guida – di pannelli fotovoltaici al mirtillo… – La bambina la guarda meravigliata assaporando quell’idea di energia che io spero sia davvero nel suo futuro, alla faccia della nostra presuntuosa ignoranza.

Curiosità e stupore sul nostro banco di pietra nel mercato rionale di via Catania (a due passi dalla strada – via Stamira – dove è nato mio padre. Anche Roma è piccola o sono piccoli i ricordi che ci provincializzano ovunque).
Maria Rosaria ha preparato sul banco la segnaletica – sfondo nero e scritte bianche (“ammazza che mortorio Maria Rosà” – tuona Nicoletta appena arrivata) – e creato tanti angoli dedicati alle diverse Scienze: una cassetta riempita di terra per raccontare l’indagine stratigrafica dell’Archeologia; un cesto pieno di pietre grezze (le mie) e una ciotola di legno d’olivo che raccoglie conchiglie (sempre le mie) per raccontare il tempo geologico del pianeta; una cesta con grossi pezzi di sapone scuro fatto in casa da Bruna pronta a raccontare la procedura a chiunque si fermerà; lettere sparse dell’alfabeto per ricomporre e comporre e scombinare frasi e parole scoprendo che l’ordine delle lettere non inficia la comprensione e accendere così l’interesse per le scienze cognitive; e poi, sopra tutto, l’acropoli delle piante aromatiche portate da Alessandra. Sulle zone libere libri sparsi, riviste, stampe che arricchiscono i concetti e le discipline. Intorno al muretto che delimita l’area: palloncini colorati. “Metodo Dubbio Dati“. Tre palloncini proprio davanti agli occhi di chi si accosta. E in fondo a destra un palloncino giallo: “Donne di carta“.
Che meraviglia.

La gente si ferma, sfoglia le pagine delle riviste, dei libri; legge gli A4 con le definizioni. Legge le didascalie incorniciate che indicano quale tipo di Scienza occupa quella parte del banco. Legge le frasi scelte con cura da Nicoletta come aforismi sui segnalibri in omaggio. Allunga il collo, ma non le mani, per spiare dentro il cestino dei minerali che affascinano bambini e adulti nel medesimo modo – (chissà perché le conchiglie, invece, non interessano a nessuno). Poi appena dici: guardi che può toccare… le mani si scatenano nella terra, con le pietre, con il sapone, con le foglie delle piante… e nessuno va più via.

(Leggere è… ri-conoscere)
C’è una cassetta (rigorosamente in legno, di quelle da ortofrutta) dove – ricreata – compare una vista frequente agli occhi dell’archeologo. Due tipi di “terra” (termine troppo generico che l’archeologia non usa, preferendo piuttosto quello di “strato”) diversi per …
– In cosa sono diversi? – chiede l’archeologa a bimbi e bimbe con gli occhi spalancati dentro la cassetta.
– Il colore… – dice incerta la voce di una bimba di nove anni.
– Il colore! – dirà sicura la voce della bimba di quattro anni.
È vero. In archeologia uno dei criteri per distinguere uno strato dall’altro è il colore.
– E poi? Cos’altro? A parte il colore, il tipo di “terra” è lo stesso? Toccatela, prendetene un po’ tra le dita…
– No… non è uguale…
– Cosa ti lascia questa sulle dita?
– Sabbia…
– E l’altra?
– Fa come delle…palline…

C’è tanta incredulità, in questi bimbi. Cos’è tutto questo – sembrano chiedere – dove fino a ieri per gioco mettevamo le mani nella terra (e qualche adulto non era nemmeno d’accordo…) e oggi ci dite che è persino una Scienza? Eppure, nonostante l’incertezza centrano le risposte. Sabbia, palline… Sempre in archeologia, un altro dei criteri per distinguere uno strato dall’altro è la sua composizione.
Poi verranno il tipo di materiali all’interno dello strato, poi verrà il capire quale strato si sia formato prima e quale dopo, poi verrà la ricostruzione dell’intera sequenza cronologica di tutte quelle azioni umane documentate. Un’ottima capacità di osservazione, dunque, è la caratteristica principale di un buon archeologo. Una spiccata sensibilità manuale e una mente predisposta all’inaspettato completano il profilo.

(Leggere è … immaginare)
Io apro la mia scatola di legno, accendo le lucine che coronano la parte interna e indico l’ammasso di figurine ritagliate e incollate che mi sono costate notti di follia:
– Prendi dalla scatola 3 immagini: descrivile… e indica quale di queste è un oggetto quale un luogo quale un’attività… Cosa hanno di simile? Cosa le lega? – incalzo se ho davanti un adulto
– Fa’ come se dovessi raccontare una storia… collega questi elementi tra loro– suggerisco, se a giocare è un bambino.

Lei è una madre. Ma s’impegna nel gioco con la medesima concentrazione della figlia. Ci mette solo più tempo come se l’insieme delle conoscenze che proietta sopra le figurine le impedissero di vedere subito quello che indicano. Le “pensa”: un pensiero a priori, una sorta di preconcetto, ma quando le mie domande l’assediano si lascia andare, stanca di resistere, e lì allora emerge finalmente libera la descrizione che, fluendo, trova da sola un modo logico per risolvere il problema collegando tra loro gli oggetti rappresentati: questo sta in…; questo è più grande, questo è un insieme…; questo è fatto di…; questo è un elemento di…; questo è in opposizione…
– Ho capito! – ride – stiamo costruendo una rete!
– Una rete semantica… se ci diamo tempo e altre figurine…– aggiungo io.
– Mi guarda dubbiosa, curiosa, divertita.
– Vedi – insisto – questo che hai qui davanti: la scatola, gli spazi precisi dove collocare gli oggetti le attività i luoghi, questa è la “base di conoscenza”. Tu descrivi ogni elemento e quindi crei una “conoscenza dichiarativa”. Poi intervengo io con le domande e ti suggerisco collegamenti, tu li trovi, li usi e gli elementi non sono più isolati tra loro come se avessero ora delle istruzioni, delle procedure e così facendo possiamo anche parlare di oggetti che non sono presenti ma previsti, oggetti, luoghi attività impliciti… così io e te siamo “il motore inferenziale”. E il tutto, la scatola più noi siamo “un sistema esperto”.
Lo dico seria; lei prima mi ascolta altrettanto seria, poi scoppia in una risata.

Magia del ridere o della leggerezza o della complicità del gioco mi rivela di essere la moglie di un uomo che io ricordo ragazzo. Quando… milioni di vite fa… l’Università, quando. Il mondo era una stanza-laboratorio, un PC dell’IBM, e un amico, che era un maestro: Giuseppe Gigliozzi.
– Sono la moglie di Fabio – dice. La generazione degli orfani per sempre: Fabio, Domenico, Miriam. Mi si buca il cuore e l’abbraccio.
– Io ero – le confesso – con Giuseppe e Paolo, il Trio da cui è nata la storia, tutta romana, dell'”Informatica Umanistica”. La stessa che oggi, al mercato, ho trasformato in una scatola di figurine.
– Ti faccio vedere una cosa preziosa – aggiungo sempre più emozionata, e prendo in mano il mio “Computer per le parole”– il grosso tomo in brossura, copertina verde bosco, caratteri oro, che ho portato da casa. Lo sfoglio e insieme ci divertiamo a leggere i rimandi e le relazioni bislacche con cui da un termine si arriva a ricomporre un contesto/famiglia di termini apparentemente estranei.
Poi mi chiede: – ma tu verresti a scuola di mia figlia a fare questa cosa?
E io mi immagino con la mia scatola di legno, ex contenitore di spumanti natalizi, le mie 200 e passa figurine di cartone, e una ridda di bambini-domande…
– Sì ci vengo – rispondo incantata, ora (il terrore verrà dopo).

La figlia, stufa della nostra intimità, si lancia sulla scatola per ripetere il gioco ma c’è un bambino che ci guardava da prima, silenziosissimo, e che sgrana ancora di più, se possibile, occhi e faccia.
– Facciamo giocare lui? – sussurro. Lei fa un passo indietro e lui, che ha capito tutto, si lancia sulla scatola e solleva il coperchio. Fruga incerto, troppe figurine, vorrebbe guardarle tutte, sceglierle con calma – glielo impedisco – allora chiude gli occhi (non ce ne sarebbe bisogno, sono talmente tante), ne pesca tre e le dispone sul coperchio che richiude.
– Cosa sono queste immagini? – chiedo.
– Un bosco, una miniera, una lente.
– Guarda bene: la miniera è composta da…
– C’è un uomo, un operaio con uno strumento in mano…
– Quindi?
– La miniera è un luogo, il bosco pure e l’operaio è un’azione… poi c’è la lente che non c’entra niente, ma è un oggetto…
– Bene! Sei sicuro che la lente non c’entri niente? – Mi guarda stranito
– Ah! questa miniera sta nel bosco, l’uomo che lavora sta nella miniera…
– E la lente? – insisto.
– Forse stava nella tasca dell’uomo.
(Potenza attrattiva dell’inclusione!)
– Come chiameresti tutti questi “sta in”? – lo incalzo.
– Che le cose stanno una dentro l’altra – risponde con facilità.
– Qualcuna però più di un’altra – insisto feroce.
– Beh la lente sta nella tasca perché è sua, sua dell’uomo voglio dire…
– Bravissimo! – grido – hai trovato un legame nuovo: l’appartenenza!
E lui si volta orgoglioso verso la madre ripetendo “appartenenza” con un sacco di p.

(Leggere è… fare)
– Ma questo sapone è in vendita? – chiede una signora a Bruna che da dietro il banco sorride e scuote la testa – No signora ma posso raccontarle come può farlo…
– Oh anche mia madre era capace. ..lei come lo fa?… – E la biologa e la madre della signora si confrontano sull’antica sapienza saponificatrice.

(Leggere è… cercare)
– Dove posso trovare questo libro?
– A casa mia, (è mio) ma in biblioteca ci sarà
– E dove la trovo la biblioteca qui… mica posso andare all’Università!? (il Mercato è a due passi da “La Sapienza”)
– Esiste anche quella comunale – risponde una signora mentre fruga nel cestino dei segnalibri.
– Posso fotografare la copertina, così non scrivo il titolo e l’autore?

(Leggere è…condividere)
Un bambino di 10/11 anni mi spiega con un lessico da paura cosa sia un cristallo:
– … Si forma per solidificazione di un liquido o (guarda la madre che fa spallucce) o di un’altra cosa che non mi ricordo e che c’entra con il gas… da grande io studierò le pietre e anche tutti gli animali – (mi fa ridere la differenza); poi si distrae, prende in mano l’ametista: è un geode questo – ride divertito alla faccia stupita (invidia e piacere) del bambino accanto.
È ora di rimettere in gioco la parità.
– E questa cosa tonda e liscia che cos’è? – lo sfido – toccatela! (il bambino zitto entra nel gioco).
Se la passano increduli: il sapiente non azzarda, il taciturno non parla.
– È una pietra?
– Sì, no – (non esiste contraddizione nell’approccio alla conoscenza: tutto, all’inizio, è possibile, soprattutto “usare” l’errore). Sciolgo il dilemma: – no non è una pietra… ma allora cosa potrebbe essere?
Il bambino zitto s’infiamma al suono di quel “potrebbe” come se lì dentro ci fosse il suo angolo di gloria: – una pianta… potrebbe essere una pianta…
Il sapiente si volta di scatto con l’espressione estasiata, sta per dire sicuramente: che dici!? ma io lo anticipo:
– Sì, hai ragione… in effetti è un seme.
– Un semeeeeeee? – lo dicono in coro, e pace è fatta.

(Leggere è … tutto il mondo che ti circonda)
Nicoletta in un angolo del bancone si avvicina a una bambina piccola piccola:
– Prendi un segnalibro, sono tutti colorati e ci sono sopra delle belle frasi.
– Ma io non so leggere…
– Non sai leggere? Che colore è questo?
– Rosso!
– Allora sai leggere i colori… E questa cos’è? una pietra o una foglia?
– Una foglia!
– Allora sai leggere la natura… quindi quando qualcuno ti chiederà se sai leggere tu dirai: non so leggere le lettere ma so leggere un sacco di altre cose.

(Leggere è… costruire relazioni)
Lui è un uomo giovane e suo figlio ha appena 5 anni. Il padre si china sopra di lui e gli parla, prende in mano ogni oggetto esposto e glielo racconta. Lui tocca, accarezza, guarda ammirato. Parole-soffio. Gesti: prende, guarda. Rimette a posto. Sussurra.
– Questa è una pietra, vedi, lei conosce la storia del mondo…
Poi si sposta, scopre la terra dentro la cassetta dell’archeologa e chiama il bambino che intanto ha riposto con timore sul banco quel pezzo di mondo tanto vecchio.
Quando se ne vanno, il segnalibro nella mano destra del bambino sembra il filo prezioso di un palloncino invisibile.

(Sono tanti e diversi gli oggetti di lettura)
Ci sono galassie e oggetti umili come il sapone, ci sono ossidiane vulcaniche – nerissime – e la terra secca da toccare e tutte le parole da leggere, pesanti e leggere, che accompagnano i percorsi. Ogni cosa qui ha un peso e un colore, tutto una durata in una sorta di “Esposizione Universale”.

– Sapete mica se è vero che non si può piantare la salvia accanto alle altre piante? L’ho sentito alla televisione… – La signora è da un po’ che se ne sta al nostro banco a sfogliare, toccare, leggere e borbottare. Passa il tempo. Anna emerge da dietro il cesto delle piantine aromatiche: – signora mia, io la salvia ce l’ho sul mio terrazzo da sempre e non ha mai ucciso nessuno.

(E io penso a tutte le volte che la rivoluzione ci è passata, inavvertitamente, accanto).

 

Grazie a Maria Rosaria Ambrogio, Anna Delfini, Alessandra Maggi, Bruna Marcantonio, Nicoletta Montemaggiori, Amalia Romano e “Gattomerlino edizioni” che ci ha fatto conoscere l’iniziativa.

 

 

[“Scienza tra i banchi del mercato” è un’iniziativa promossa dall’Osservatorio “Scienza per la Società” del Municipio II e il DSU-CNR, in collaborazione con l’ Assessorato alle attività produttive del Comune di Roma e gli Assessorati alle attività produttive del Municipi II e XIV].

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