Momenti d’essere: fuori, dentro e sottocoperta

Io non so voi ma a me capita, dopo aver sostenuto occasioni di incontro diverse, di sentirmi un tantino squilibrata.

Siamo andate in una scuola, l’Istituto Kant Torpignattara (grazie a Patrizia Sentinelli), e per magia la ninna nanna somala cantata da una donna, Cristina Ali Farah, ha scatenato le parole in lingua dei ragazzi di etnie diverse presenti in aula, scardinando anche i nostri ricordi di nenie e filastrocche. Un’intercultura dell’infanzia. Le parole ascoltate davvero e mai viste scritte. Le parole dei nostri personalissimi c’era una volta e c’erano luoghi diversi.

Foto di Luisa Fabriziani

Foto di Luisa Fabriziani – La coperta all’Istituto Kant (Roma)

Siamo andate in carcere, noi romane, per la prima volta: Rebibbia, grazie a Fabio De Grossi responsabile della Biblioteca. E ci siamo trovate con parole che dette dentro cambiano l’effetto che farebbero fuori. Ci siamo trovate con una donna detenuta che, per partecipare, ha scritto una poesia all’istante su quell’ora e qui che eravamo “dentro” con lei,e con un’altra, di Sarajevo, che per guardare tutte le persone in circolo, come le avevamo suggerito, ripeteva le parole di una storia che aveva inventato per noi: ogni persona guardata era una parola ripetuta e così la farfalla del suo racconto volava su tutte le nostre spalle.

Siamo andate con le toscane e le baresi ad avviare le cellule campane: a Napoli, nella libreria di tutti Io ci sto e a Nola nella libreria Biblos: una pioggia dentro e fuori,  colorata di frasi, di parole, di accenti e di desideri. Quel prima che dà vita, dopo, alle cellule. Ma anche con l’emozione privata di chi tornava a casa, nella sua terra, e ricuciva il legame con una lingua dimenticata fuori ma che resta intatta dentro (si può essere esuli in patria, accidenti!). E l’emozione che diventa pubblica di chi, come Giovanna Marrone, ha rincorso dal 2010 questo sogno e lo vede realizzarsi.

La coperta alla libreria Biblos (Nola)

La coperta alla libreria Biblos (Nola) – Foto di Mariateresa Napolitano (a seguire)

La coperta alla Libreria Io ci sto, Napoli

La coperta alla Libreria Io ci sto (Napoli)

Io non so a voi ma a me capita …

Che senso hanno le tracce che lasciamo: restano impresse al punto da permettere ad altri di vederle e poi seguirle incuriositi? Scompaiono appena stampigliate?
Cosa accade quando stiamo lì dentro le parole che portiamo in dono in luoghi che non conoscevamo prima? Cosa accade in noi e in chi ci ascolta?

Esistono due tempi di durata: quella dell’istante in cui si consuma il rito, che emoziona per il solo fatto di partecipare e perché il castello costruito sulla sabbia insieme è davvero incantevole.
E una durata più lunga, apparentemente un tempo invisibile: è il dopo, quando si innesta una strana euforia e ci si dà appuntamento, ci si ritrova in due tre e si comincia a fabbricare il proprio castello, a testa bassa per il pudore e ridendo sottovoce.

Ad ogni cellula di persone libro appartiene l’esperienza di queste durate.
Non sono nemmeno comparabili, producono sensi diversi: “siamo stati qui” – dice la prima durata che manda una fiammata e si spegne come una candela su cui soffi sopra con forza; “possiamo camminare insieme” – suggerisce la seconda che srotola da sé altro tempo come fosse un papiro.

La responsabilità di abitare le parole rende abitabili anche i luoghi perché il “qui e ora” diventa assoluto, “sciolto”, dal prima e anche dal dopo se poi non ha… futuro. Oppure diventa la prima zattera-veliero per prendere il largo con grande incoscienza. E così il futuro s’inventa. Anche il mondo.

Io leggo per te” non significa che leggo al posto tuo ma che ti sto costruendo un posto. “Per te” è una dedica. Come il mio sguardo.

Ascoltare precede il silenzio di chi dirà ma c’è anche il silenzio che segue le parole che si spengono. Tra i due silenzi si costruisce a poco a poco il recipiente che siamo, la nostra capacità di contenere. Di comprendere.

Il patto è: se io dico “cric” voi mi rispondete “crac” e facciamo cadere insieme i pregiudizi: sulla lettura (si legge da soli, in silenzio), sulla memoria (non ce l’ho, non l’ho mai avuta, ne ho pochina pochina), sul dire e sul recitare (se non c’è interpretazione che senso ha?); sul tempo da dedicare (e chi ce l’ha?).
Ce la facciamo?

Valeria, persona libro del Veneto Orientale ha scritto: «Proprio perché il tempo è limitato e prezioso credevo ne venisse richiesto un poco a tutti e non molto a tanti».

Stava parlando delle cellule, del modo di partecipare, del tempo da dedicare a chi salta gli incontri o a chi non fa parte della propria comunità ma forse amerebbe sapere cosa accade e cosa fanno gli altri.
Un poco a tutti e non molto a tanti. Dice. E mi scatena un incendio.
Mi sento vecchia quando una giovane donna dice la verità. Sta qui il sorpasso, inutile che mi affanno.

Trasmetteremo i libri ai nostri figli, oralmente, e lasceremo ai nostri figli il compito di fare altrettanto con i loro discendenti…

Che sia chiaro una volta per tutte (presunzione), accade come per i libri: le parole vanno interpretate da chi ascolta non da chi le dice; chi le dice le ha scelte; chi le dice ha dedicato tempo e memoria; chi le dice mentre le dice le sente e rinnova dentro il desiderio di condividerle. Chi le dice è quelle parole: cosa vuoi di più?
È infinito il viaggio che dovrà fare per non tradirle mai, per scoprire che non hanno sempre il medesimo tono e la stessa sonorità di senso. Fortunatamente.

L’acqua del fiume dove scende Eraclito cambia e cambia anche Eraclito ogni volta.

Leggere a voce alta. Imparare a memoria. Dire per donare. Respirare le parole. Guardare gli altri. Sono fasi di un’esperienza. Ciascuna fase è un’esperienza. Possiamo parlarne per ore. Non serve.

Dire in casa d’altri (libreria, scuola, piazza, biblioteca, carcere, parcheggio) è sempre sotto il segno dell’ospitalità: posso entrare? Ho una torta di parole che vorrei mangiare con te; hai da dedicarmi in tutto il tuo tempo un breve insieme?

O hai paura e mi chiudi la porta in faccia o se mi fai entrare vuol dire che mi aspettavi. Punto.

Io ho scritto di oralità, fiato, voce, recupero del desiderio e della relazione anni prima di conoscere Antonio Rodriguez Menendez e il Progetto Fahrenheit. Ero pronta. Ero in attesa. Anche così si partorisce.

Dove si annida il fallimento di una relazione? Nel non averla saputa creare, certo. Ma è sempre una responsabilità reciproca.
Basta un grano: ho detto un testo troppo lungo non tenendo conto della durata dell’attenzione. Come ho imparato ad avere più fiato nel tempo così devo lasciare il tempo a chi ascolta di imparare ad avere concentrazione. Viviamo in un mondo di mordi e fuggi, di parole-frammenti, di narrative a singhiozzi. Perché pretendiamo che qualcuno ascolti più di 2 minuti parole che hanno peso, colore, senso… e che quindi pesano?

Basta un grano: non ho lasciato fuori della coperta il pregiudizio e non riesco a lasciarmi andare all’ascolto, succede. Sono abituata al teatro, all’enfasi, all’innesco della commozione e quindi ascolto ma non sento le parole per quello che sono… è come se mi aspettassi un di più. Ma tutte le parole sono importanti e se ce n’è una che pesa di più è perché chi ascolta la riconosce e la fa sua.

Quello che è possibile per tutti, al di là delle grandi emozioni da condividere, è costruire attraverso la lettura una relazione. Questo sì. Questo è un obiettivo.
Questa è la rivoluzione del fare la persona libro: far uscire la lettura dal silenzio, dal privato, dalla gelosia. Imparare ad ascoltare, non a dire.
E scardina il modo di leggere un testo: si diventa sensibili alle foglie. A volte eccessivamente al punto che ciò che fa rumore non si sopporta più.

Non è obbligatorio ascoltare ma anche dire non è un’imposizione di parole.
Il tempo dedicato è una scelta, è una coperta i cui lembi, tutti, devono essere sostenuti da tutti: non puoi starne fuori e stare a guardare.
Il lavoro è ancora una volta stare dentro: inventare il silenzio della reciproca accoglienza. Per questo giochiamo a stare sotto una coperta. Il mondo là fuori cessa di esistere. E noi qui sotto non giudichiamo nessuno/a.

Dimmi un’altra occasione dove tutto questo sia possibile: ascoltare pagine di letteratura: poesia, saggistica, diari, lettere, testi di canzoni, parole che hai scritto tu; mischiare accenti regionali diversi ma anche idiomi, lingue straniere; guardarsi negli occhi per far esistere tutti, per dare a ognuno la medesima importanza; mettersi in gioco cercando dentro la propria memoria parole sepolte, cercando dentro la voce che non le butta fuori ma le consegna, che non dice e poi scappa ma impara a restare, impara a respirare una “e” congiunzione e un “sostantivo maschile”, impara a sostenere gli sguardi.

In carcere, a Rebibbia, una donna, sotto coperta, ha detto:

«Prima io leggevo per capire il mondo, per conoscere, per avere strumenti, ed ero molto selettiva ora leggo per evadere e quindi leggo tutto».

Prima (fuori), ora (dentro).

Quello che io spero tanto per lei, ma anche per me, è che fare la persona libro sia un percorso di uscita dal Sé.
Si fa cultura (passi, cammini, viaggi, parole) per restuire senso al bisogno immateriale di Cultura.
Abbiamo bisogno di qualcosa che ci aiuti a cambiare. Cambiare anche le domande.
Solo così serve leggere. Anche se là fuori l’onda è devastante.

Prima (fuori), ora (dentro).
Un alfabeto morse per chiedere aiuto.

 

Una parte della pattuglia interregionale toscoromanabarese. (Stazione di Napoli)

Una parte della pattuglia interregionale toscoromanabarese. (Stazione di Napoli)

 

 

Ps. Non abbiamo in italiano tante parole quante sono i silenzi, dice Elena Loewenthal e io credo che questi due silenzi, di cui parla, noi … li conosciamo bene.

Dom […] è un silenzio abissale. Fa paura, come l’ignoto. È lo stato del mondo prima che Dio lo spezzasse parlando: nella Bibbia la creazione è dire le cose. […] Dom è onomatopeico: è un rintocco sordo di campana, un’eco profonda – di silenzio. Chiude il futuro, tronca la voce con il nulla.
Da questo silenzio cosmico ne deriva un altro, che è come una versione più conciliante, più afferrabile. Non a caso porta la desinenza femminile, che nell’ebraico si usa per dare una sfumatura di grazia alle parole maschili, o per indicare l’astrazione. Demamah è una parola bellissima, secondo me. Sottile, discreta, accattivante. Indica il silenzio in cui il profeta Elia trova Dio: […] una voce di silenzio sottile. […] È una parola leggera, chiusa in se stessa eppure aperta al futuro. È un silenzio meraviglioso, difficilissimo da tradurre. È un po’ che ci provo, invano. Forse la cosa che le va più vicino, in italiano, sono i due punti: una pausa nelle parole, una promessa di quel che verrà dopo.

(http://www.lua.it/accademiasilenzio/attivita-residenziali/simposio-ads/elena-loewenthal-le-parole-del-silenzio/)

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