Una giacca, un maglione, uno spolverino

Solo un particolare- foto di Stefania Molajoni
Solo un particolare- foto di Stefania Molajoni

25 novembre 2013

La parola pubblica.

È una definizione che ho catturato ieri mentre ascoltavo gli interventi delle consigliere all’interno della riunione del Consiglio comunale di Firenze: eravamo state invitate come persone libro per testimoniare con le parole dei libri l’impegno che la Cultura ha nei confronti della violenza di genere che il 25 novembre non “celebra” ma denuncia con voce unica e forte.

A seguito della riunione dei capogruppo odierna vi confermo che il Consiglio come concordato con il presidente Giani sarà dedicato per la prima parte esclusivamente alla Giornata Internazionale contro la violenza alle donne fino alle ore 17.30.
Si aprirà con l’intervento del presidente, dell’assessore Giachi, delle pres.commissione, interventi delle consigliere ; ore 16.30/17.30 performance delle Persone Libro.
Un caro saluto a tutte.

Federica

Un invito eccezionale, per loro e per noi.
Dovuto a un doppio coraggio: quello di Federica Giuliani, presidente della Commissione Consiliare Pari Opportunità, che ha fortemente voluto questo evento  – e delle altre rappresentanti che l’hanno sostenuta – e del gruppo fiorentino, con a capo Maddalena Pilarski, che hanno organizzato con lei, con cura e con pazienza, ogni dettaglio. Accettando il fatto, inevitabile, che quanto si prefigura, nella realtà, poi, si sconfigura e diventa altro.

Eccezionale per loro: è la prima volta che accade; eccezionale per noi.
Perché non era facile – e non lo è stato – subentrare con il corpo, la memoria e il fiato all’interno di un’arena in cui domina la parola pubblica.
E sono grata per questa definizione che ieri una consigliera ha utilizzato a proposito degli impegni che i politici si assumono usando le parole. Ieri l’ho vissuta questa parola. Ieri ho imparato la differenza, l’ho percepita.
La differenza tra una parola pubblica che ha motivazioni politiche e una parola che nasce nel silenzio della lettura – privata, gelosa – e che poi assume obiettivi pubblici: toccare l’altro, accostarsi, farlo voltare, parlare all’altro di ciò che, forse, è importante per tutti.

La differenza tra un fiato e una voce che esternano parole che ricordano – già dimenticandoli – i fatti (qualcosa che resta in ombra, quasi in secondo piano, che perde sapore, colore, odore) e un fiato e una voce che, invece, abitano le parole e restituiscono presenza ai fatti: sono lì, ancorati; sono il tremore della contingenza, il peso e la fatica di quell’essere “ora e qui”.

Ieri ho pensato che se i politici facessero le “nostre coperte”, parole e persone coinciderebbero; ho pensato che l’ascolto è un’arte che nasce dalla condivisione di un desiderio. Dal bisogno – ma deve essere davvero un’urgenza– di reciprocità.

La palingenesi dell’oralità. Anche questa è una definizione che mi è cara, detta da Cristina Giachi, assessora alle Pari Opportunità, qualche tempo fa, il 29 ottobre, quando ci siamo conosciute per promuovere insieme la Carta dei diritti della lettura: quella Cristina Giachi i cui occhi ho cercato ieri come quelli di Nicoletta Gullace Tarantelli, vice presidente della Commissione consiliare Pari Opportunità, a sostegno della mia memoria. Trovandoli. Ritrovandole.
Il contatto necessario affinché il fiato sia il filo che stendi da una persona all’altra attaccando in fila le parole come il bucato. Parole domestiche. Parole private ma comuni. Come dovrebbe essere la “cosa pubblica”: un interesse di tutti.

Non c’è rabbia nelle parole anche quando dicono la rabbia o il dolore o la vergogna. Le emozioni vere sono ai due capi del filo. Se sei pronta a dirle, per sentirle davvero, mentre le dici. Se sei pronta a lasciarle andare fidandoti che qualcuno le raccoglierà. E le raccoglierà come vuole, quando vuole.
Non so spiegarlo altrimenti: è un’immagine. Dell’intimo che diventa pubblico e resta intimo lo stesso. Ieri l’ho capito.

Ho sentito il nostro fiato trovare uno spazio inedito. L’ascolto come una figura di creta, che si crea a poco a poco. Il silenzio che non è silenzio. Ma tensione, e stupore.
Quello che basta per restituirci il senso di quello che facciamo: è facile (non è facile mai) dire davanti a chi ti aspetta e ama come te le parole dei libri, e condivide una passione, e frequenta i luoghi di lettura; non è facile (non lo è stato e non lo sarà mai) lanciare una scommessa in uno spazio così “diverso”, davanti a persone impegnate in “altro”. Ci ascolteranno (saremo capaci di creare l’ascolto)? Ci guarderanno negli occhi (saremo capaci di distoglierli da loro stessi)? Si ricorderanno – dopo –  almeno una parola tra quelle ascoltate?

E quando la quindicesima persona libro è entrata trafelata – ed era l’unico uomo del gruppo – ho pensato che anche questo era perfetto: la voce maschile unita alle nostre. Come un quadro che si ricompone. O un discorso in cui non manchi più nessuno, come soggetto e come oggetto.

Quando la memoria è andata via nelle parole di una persona libro ho pensato: è una meraviglia che lo stesso libro sia nella memoria di un’altra, e che una voce possa unirsi a una voce diversa e continuare. Una meraviglia che il medesimo testo sia in un accento toscano e in una cadenza romana.

Le cose si costruiscono insieme: chi dice e chi ascolta. L’arena temuta è diventata un cerchio di persone intorno al fuoco. E gli applausi, per la prima volta da noi non vietati, sembravano sciogliere ogni tensione: la nostra e la loro.

Non avevo imparato a memoria la lettera scritta da un uomo agli altri uomini (dell’Associazione maschile/plurale): abbiamo deciso di consegnarla come una lettera vera, dentro una busta, a tutti i consiglieri uomini presenti. Un’ultima invenzione, con il contributo prezioso di Alessandra, di cui non mi ricordo il cognome, che si è lanciata a fare le fotocopie del testo, e quel pollice in su, che ci siamo scambiate come segnale alla fine di tutto, la dice lunga sul “filo di lama” su cui eravamo in equilibrio.

Ma l’invenzione vera è stata la voce del presidente del Consiglio comunale, Eugenio Giani. Ricevuta la busta, l’ha aperta e ha voluto leggere il contenuto della lettera a voce alta.

Da uomo a uomo, Lettera aperta sulla violenza maschile
Sono un uomo e vedo la violenza maschile intorno a me. Vedo anche, però, il desiderio di cambiamento di molti uomini.
Scelgo di guardare in faccia quella violenza e di ascoltare quel desiderio di cambiamento.
So che quel desiderio è una risorsa per sradicare quella violenza.
Di fronte alle storie di mariti che chiudono le mogli in casa o le ammazzano di botte, di fidanzati che uccidono per gelosia le proprie ragazze, di uomini che aggrediscono o stuprano donne in un parco o in un garage, non penso ‘Sono matti, ubriachi o magari i soliti immigrati !’, non mi viene da dire: ’Quella se l’è cercata!’. Tutto questo mi riguarda, ci riguarda […]

Non ci basta dire che siamo contro la violenza maschile sulle donne.
Desideriamo e crediamo in un’altra civiltà delle relazioni tra persone, una diversa qualità della vita, libera dalla paura e dal dominio. Vogliamo vivere una sessualità che sia altro dalla conferma della propria virilità e del proprio potere.
Molti uomini hanno finora vissuto questo tentativo di cambiamento individualmente, cercando un modo nuovo di essere padre, una diversa relazione con la propria compagna, un modo diverso di stare con gli altri uomini, un rapporto diverso con il lavoro. Questa ricerca è però spesso rimasta solitaria e invisibile, senza parole. Vogliamo esprimerci in prima persona, vogliamo che il desiderio di libertà e di cambiamento di migliaia di uomini diventi un fatto collettivo, visibile, capace di parlare ad altri uomini.

È così che accade quando si abita la parità tra chi dice e chi ascolta. Un gesto, semplice ma unico, di restituzione di quanto ricevuto. La condizione necessaria per immaginare che la parola sia ancora un mezzo per renderci liberi.
Tutte. Tutti.

(Post scriptum: le persone libro intervenute erano testimoni delle cellule di Firenze, Roma e Valdarno.
A onor di cronaca, la reazione all’evento è stata, per noi romane, lo shopping compulsivo. In tre ci siamo comprate una giacca, un maglione e uno “spolverino”. C’è sempre un prezzo da pagare).

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Una cronaca coinvolgente.Anche il Pigi è rimasto coinvolto.
    E quando ci vuole,ci vuole:BRAVA SANDRA,BRAVE TUTTI(anche l’unico uomo che si è esibito).
    Ho rivissuto il vostro dire, “attaccando le parole in fila,come un bucato”.
    Mi sono ritrovato,per un momento,con gioia,in “un cerchio di persone intorno al fuoco”
    Buon lavoro.Grazie
    Piergiorgio

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    1. e tu sempre mi stupisci… lettore in punta di piedi che ti affacci in questo Blog e ci lasci in dono un “grazie” che so e sento vero. Lo rilancio in aria perché è per tutti/e.

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