La piazza

Di questa città ho abitato tanti quartieri. Una città dentro la città. A volte paesi. A volte abissi, a volte incanti ma sempre luoghi del cuore.
Il vero male è negare la bellezza. E’ la sporcizia delle strade, il sacchetto dell’immondizia accatastato sugli altri vicino al cassonetto già pieno. Il vero male è l’assenza di empatia: ciò che è di tutti trattato come fosse di nessuno.

Ho amato Roma. E l’amo oggi come si ama qualcosa che si è perso. Non è nostalgia ma tradimento, forse reciproco.

Quando il municipio ex XV e ora XI ci ha chiesto di partecipare a una Festa del Pd in piazza, ho pensato alla piazza del mio quartiere non alla bandiera di un partito; ho pensato che in quella piazza c’è un giardino pubblico con dei giochi per i ragazzi, da un lato, e davanti una chiesa; ho pensato che mangiare e parlare, discutere e ascoltare sulla soglia tra il sacro e il profano era un modo di sentirsi abitanti.
Ed essere abitanti di parole, come sono le persone libro, è una doppia cittadinanza.

Del gruppo romano abbiamo aderito in cinque.
Non mi preoccupa mai il numero, l’importante è che sia dispari, come le rose.
Poi quel che accade è affidato alle parole.

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All’inizio, come sempre, il nostro Bradbury; la messa laica produce i suoi rituali. Ho detto parole che conosco troppo e ho avvertito quel troppo come una stonatura: uscivano senza che avessi il tempo di ascoltarle; la mano in tasca segna un disagio non sfrontatezza; dice – la mano– : non appartieni.
Ma poi le altre ricuciono lo strappo, sicure, fluide, tranquille.
Ci sono testi che sembrano davvero cuciti addosso, a misura; pause che sono respiri. Persone.
Posso chiudere gli occhi quando li ascolto. E sentirmi a casa.

Arrivano i politici, con le loro parole. Dicono: cultura; dicono: soldi; dicono. Non abitano le parole; come direbbe Antonio: le buttano in aria. Dovrebbero fare le nostre coperte per essere credibili.

Eppure. Sarà il luogo o la gente seduta nelle sedie di plastica bianca, o i bambini che giocano urlando mentre il cielo scurisce; sarà che in faccia alla gente dire parole vuote non è possibile perché la gente risponde, dialoga e allora i toni di propaganda diventano all’improvviso narrazioni: io penso, io vorrei, a me piacerebbe…io faccio…
Chissà se ciascuno di loro si è accorto del cambiamento prodotto da… un pronome.

E’ facile allora inserirmi e raccontare che Donne di carta è un Noi che cammina – guardo la bici con cui sono venuta, parcheggiata vicino al palco, e penso alle ferrovie abbandonate di Bradbury come al disegno di un bambino.
Donne di carta è un Noi fatto delle storie di chi incontra: il Drugstore Gallery che non è un centro commerciale ma una città dei morti che ci respira accanto o sotto o dentro – un tesoro di cui non si conosce la mappa; il canile della Muratella con il suo immenso universo di cose da leggere, non solo umane; le biblioteche di Corviale e del Trullo, portali di frontiera con i leoni di pietra a guardia di una città più vera, dentro la città là fuori, l’antica terra degli Arvali.
Donne di carta è tante città; un Noi che nessuno pensava possibile.

E guardo la piazza, la chiesa, il giardino… potrei essere a Siena, ad Arezzo, a Bari, a Portogruaro, a Ostuni… è questo il Noi che cammina.

Vorrei che durasse. Lo vorrei tanto: e mi esce accorato, e quindi vero, il testo di Impastato (dono di fiato di una persona libro aretina, dono di memoria a memoria). Parla di bellezza, Impastato, della necessità di insegnare la bellezza alla gente per mantenere sempre vivi “la curiosità e lo stupore”.

E nelle parole di Muraro, di De Luca, di Vauro, di Winterson, di Pasolini si crea un’eco come se ogni testo richiamasse qualcosa dell’altro, come se avessimo previsto già tutto, come se fosse semplice e naturale la complicità.

Io non so se sia l’estate così lunga o la piazza o gli sguardi delle persone o se davvero siano le parole dei libri o le voci, le voci umane, semplicemente, ma quando incontro, dopo, la signora che mi ferma per ringraziarci, so che abbiamo in mano una chiave. Incredibile.
Funziona, perché scardina per prima cosa noi stesse/i. Le nostre sciocche certezze.
E allora è naturale che tutto, poi, sia spalancante.
Siamo libere/i.
Noi.

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Largo santa Silvia, Portuense (Roma)

(Foto di Mariella Galleni)

[…]
Cos’è una piazza, cos’è quel dolce agio
che raccoglieva i sensi di chiunque
abiti a Roma o fosse di passaggio?
E’ un vuoto costruito a onor del vuoto
nell’artificio urbano del suo limite.
Se si riempie è per tornare al vuoto
perché a costituirla è proprio il vuoto,
non fosse vuota infatti non potrebbe
accogliere chi passa e se ne va.
Per dargli maggior credito s’innalzano
fontane e statue: certo sono belle
e grazie al vuoto vantano splendore.
Ma c’è qualcosa che è più della bellezza,
è il loro appartenere necessario
a quel sicuro chiaro spazio vuoto.
E questo è più orgoglioso grazie a loro.
Un vuoto generoso di potere,
una salute certa dello spirito,
un bene di città fatto interiore.
Poveri quelli cui mancano le piazze.

[…]

(La piazza, Patrizia Cavalli)

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