Secondo incontro nella Casa Circondariale di Bari.

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16 settembre

BIGLIE

Arrivo anche oggi di corsa, direttamente da scuola, il mio tempo digrignato a braccetto con il loro tempo dilatato. Eccoli, adesso, seduti in cerchio, le mani sulle ginocchia, la faccia sgualcita,

NOI, ancora una volta insieme in una piccola stanza, sospesi a ricapitolare, una scintilla di reciprocità e desiderio, mentre fuori la vita fa il suo rumore.

Gli occhi restano bassi nel dire timido dei testi, non solo quelli proposti da noi, ma soprattutto quelli scritti da loro, da Antonio, da Bechir, Adamu, Feràt, e dal nuovo arrivato Giuseppe, che si è vestito di verde, che è tanto voluminoso, che sposta gli occhi su e giù e di lato, ha la testa pelata e ride divertito perché i suoi compagni lo chiamano Shreck.

Se ci penso gli somiglia davvero, e lui ne è molto contento.

Bechir è più triste dell’ultima volta, ha gli occhi gonfi di solitudine, un contagio trasmesso dai muri del luogo, nella condensa dell’umidità e del tempo che trascorre sempre identico, dove i minuti corrono più veloci degli anni urtandosi l’un l’altro, schiacciandosi in un  respiro compresso.

Ha scritto un testo bellissimo, una poesia che ci lascerà e che racconteremo, anche senza di lui, perché stanno per trasferirlo, ci dice.

Tocca a Feràt, lui dice la sua poesia in bulgaro, e anche senza traduzione, c’è talmente tanta dolcezza nella sua voce, che il testo arriva dritto al bersaglio come una freccia infuocata. Per tutta la durata si tiene la mano sul cuore e la fronte gli si imperla di sudore.

Arriva il turno di Adamu che sceglie di dire in inglese, la sua storia di uomo innamorato perso, oh Romeo Romeo…I am Romeo, lo sento bisbigliare; mentre riemerge malfermo dal suo bozzolo scuro, ci spiega che è dentro a causa di una donna, reo al posto suo, per amore.

Una storia pazzesca di sacrificio, di colpa e redenzione, dice a memoria un testo di cui è lui l’autore. Richiami da far venire la pelle d’oca  e mi inonda una sensazione di vita che pulsa soffocata e tracima da un quadro stregato, sfonda la cornice e dilaga, distribuendo colori per la stanza. Un paesaggio vivido che evade e si allarga sul pavimento consumato, una pozzanghera asciutta in cui vedo crescere un giglio solitario.

Ride Adamu con i suoi denti larghi, si raggomitola e trema. Lo sapevi? La piega iniziale di un sorriso può produrre l’avvio di un’onda oceanica, o di un tremore collettivo che si trasforma in tsunami. Ma quanto è fatale scendere a piedi scalzi nella grandezza di una lacrima? Certo si può…scivolare.

Shreck allunga intanto i suoi muscoli  maestosi e strabuzza gli occhi enigmatici e stanchi. Legge una poesia metafisica, sua, raffinata e originale. Sfodera una cascata di parole perfette, balene meravigliose messe in ordine come soldatini.

Troppo robusto per stare tutto nella sedia, troppo incagliato in una rete di pensieri smagliati, si culla appagato nei complimenti ricevuti e poi si scusa perché è sedato e, quando lo sedano – così dice – non dà il massimo, altrimenti farebbe addirittura meglio.

Forte accidenti, convulso e doloroso il canto intimo di chi lotta con le proprie parti oscure.

Tornerò a casa così, oggi, con in testa una serie di desideri sghembi: quello di correre via, verso il mare e cercare un altissimo scoglio da cui fare un tuffo carpiato pericoloso e spettacolare.

Quello di lanciare pugni di biglie contro le finestre alte di una cattedrale, o di rubare chiavi all’universo-mondo, smontare serrature e dare i ferri in pasto a un gran falò, che mischi cera bianca e zolfo, bene e male, miseria e grandezza, impastando di incenso permanente un  cielo che appare sempre del tutto indifferente.

Francesca

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