DENTRO. Primo incontro di formazione delle Persone Libro nel carcere di Bari

DENTRO

9 Settembre 2013. Ore 14.30

Eccoci in attesa, in un’ aula didattica del carcere di Bari…Waiting for.

Teresa ed io, insieme a Mario e Alfredo. Noi Persone Libro stiamo per incontrare dieci detenuti, di cui non sappiamo assolutamente nulla e possiamo solo (lontanamente) immaginare le storie, i percorsi, gli inciampi. Una sorta di blind date questo appuntamento  programmato già da mesi nell’ambito di un progetto strutturato in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Giovanili, finanziato e sostenuto dall’Ufficio del  garante dei Diritti del detenuto.

Il beneficiario è l’Istituto Comprensivo Massari Galilei di Bari. Per entrare dobbiamo attendere un po’, l’atmosfera è elettrica e cauta. Procediamo quasi in punta di piedi attraverso il lungo corridoio infondo al quale si trova la stanzetta che ci ospiterà. Davanti a noi si erge un grande cancello che separa il nostro passaggio da quello di alcuni detenuti che si stanno spostando in un’altra area del carcere. Ci guardano, li guardiamo. C’è silenzio, qualcuno bisbiglia qualcosa.

La saletta che ci accoglie è angusta e sulle pareti ospita le lettere dell’alfabeto e alcune immagini semplici, elementari. Ci sono solo delle sedie e un piccolo tavolo, per il resto è completamente spoglia. Disponiamo le sedie in circolo, ci sediamo, aspettiamo. Poi, arrivano loro. Timidamente, con un fare sottomesso e curioso. Sono  gli attori di questo incontro, sono loro forse, se lo vorranno, le nuove persone, libro.

Quando entrano ci presentiamo e i primi tre (che scopriremo essere anche compagni di cella) si chiamano tutti Antonio. Ci viene da ridere, e questa risata genuina e spontanea ci aiuta subito a rompere il ghiaccio. Una coincidenza beffarda, quasi che le identità si annullino e  si diventi tutti uguali in spazi così. Invece il quarto abitante della cella si chiama Roberto e si presenta con il cognome. Piacere C. Roberto.

E’ il più burbero e non sorride mai, ha la faccia da duro e ci guarda di sottecchi. Arrivano alla spicciolata Adamu Syamri, (ghanese), piccolo e claudicante, si siede e sorride, tutto raggomitolato su se stesso; accanto a lui Bechir, sono tunisino dice, e gli occhi scuri gli brillano di una luce entusiasta e intensa, sembra contento di poterci incontrare.

Loro sono le Persone Libro, introduce la nostra amica Teresa Petruzzelli, drammaturga e scrittrice, che ha ideato il progetto e ne cura la direzione artistica. Sapete perché siete qui e cosa faremo oggi?  , interviene baldanzoso il più giovane dei tre Antonio, ci hanno detto che dobbiamo fare la ristrutturazione del caffè. Un lieve trasalimento divertito ci coglie. Ci guardiamo basiti e stupefatti, forse pensavano davvero di dover costruire qualcosa tipo una parete o un muretto;  di costruire qualcosa tuttavia certo si tratta, forse l’ipotesi di un sogno, di un diverso modo di relazionarsi, di un linguaggio altro per raccontarsi.

Teresa sta per darmi la parola quando ci raggiunge, affannandosi, un nuovo detenuto. Si chiama Feràt, è bulgaro e a differenza di Adamu e Bechir che parlano discretamente l’italiano, lui comprende poco la nostra lingua e si esprime con difficoltà. Scopriamo che capisce un po’ il tedesco perché la sua compagna è di lì spiega, mi illumino perché posso aiutarlo, traduco prima a lui in tedesco tutto quello che sto per dire agli altri e si rasserena subito.

C. Roberto continua a guardarmi sempre un po’ di traverso, ma nel contempo annuisce a tutto quel che viene detto, e questo mi sembra già un miracolo. L’aria si fa stretta e densa di curiosità. Siamo seduti in circolo adesso, un grande osservarsi reciproco, ad un certo punto si scusano per essere scesi in pantaloncini. Le gambe restano incollate strette alle sedie, le braccia rimangono a lungo conserte. Viso aperto ma corpo ancora sulla difensiva. E’ il momento di presentarci noi come Persone Libro e viene subito spontaneo ringraziarli, in primo luogo per essersi incuriositi al nostro progetto, e dunque per aver desiderato insieme a noi lo scambio che sta per compiersi.

Le parole cominciano a correre veloci e fluide spinte da un moto proprio, c’è una concentrazione forte di sguardi e micromovimenti, racconto (e non immaginavo che l’avrei fatto) che ho avuto giorni molto difficili ultimamente, che ognuno di noi vive una propria prigionia e che il mio stato d’animo al momento è totalmente ingabbiato nello spazio del grande dolore sopravvenuto alla perdita recente di una persona a me estremamente cara. Spiego che per questo motivo, mi sento  molto vicina a loro, ai tre Antonio, a Roberto, a Bechir, ad Adamu, a Feràt e quindi  mi sento compresa, perché ognuno ha le sue sbarre dentro e ognuno cerca la sua libertà.

Adamu si profonde in un sorriso largo e luminoso, si gira verso il suo compagno tunisino, i loro sguardi si incrociano e Bechir mi regala un inaspettato luccichio pensoso e ricco di quella  intensità  penetrante e oscura che solo gli occhi di chi è allenato a piangere dentro sanno condensare, mi osserva a lungo e sorregge il mio sguardo rafforzandolo, è una sensazione questa che non mi abbandonerà per il resto del nostro incontro. Tutto intorno c’è un progressivo sciogliersi di braccia e gambe, se ne percepisce la morbidezza nei gesti larghi, siamo qui per incontrarci, per condividere bellezza, una bellezza opalescente e sospesa, in bilico su una terra di nessuno, al di là del bene e del male, al di là di ogni  giudizio forse.

Alfredo spiega ‘la coperta’ e insegna il gesto che lo accompagna, appaiono divertiti, il C. Roberto per niente impacciato afferra il suo lembo immaginario con gran disinvoltura e molto meglio degli altri. Adamu, si illumina e riscompare come un timido paguro nel suo guscio astratto; Antonio senior (avrà 60 anni?), sottolinea d’amblè che lui ha molto piacere di fare questa esperienza. Parliamo di quanto sia importante per noi donare una pagina, di come si debba cercare la voce…quella che si cerca quando si parla al proprio bimbo per farlo addormentare per esempio (Antonio senior mi racconterà salutandoci che ha una nipotina di 4 anni e che gli manca tanto. Gli chiedo quanto  ha ancora da scontare, altri 6 dice e  gli occhi gli diventano umidi… Sarà ancora una bimba, avrà solo 10 anni quando uscirai, me la fai vedere una foto la prossima volta? Non ce l’ho, ma la prossima volta te la porto).

Mario spiega perché dire IO SONO prima di ogni testo è importante. Alfredo aggiunge  che anche la voce di quando ci si rivolge alla propria donna, alla persona che si ama,  è una voce intima; annuisce e si entusiasma Antonio junior, sospira, di lì a poco ci racconterà che lui è un fan di Eros Ramazzotti e che il suo album preferito è NOI. Noi appunto, noi chiusi in una stanza con le sbarre alle finestre, insieme qui e ora, noi presenza, noi che non ci eravamo mai visti prima.

Sotto la coperta cominciamo a dire, silenzio assorto, attenzione massima, Feràt non comprende ma segue i suoni. C. Roberto è talmente rilassato ora che appoggia la fronte sulla mano e si addormenta. Tanto rude quanto indifeso in questo momento, fa addirittura quasi tenerezza…

”Considero VALORE la pazienza del condannato, qualunque sia la colpa…”(Erri De Luca docet), e tu ce l’hai qualcosa da dire? il testo di una canzone, una poesia, una filastrocca, qualcosa che ricordi, che hai letto, che ti è rimasta nel cuore? Anche solo due parole. Imbarazzo, risatine, occhi che cercano veloci tra i pensieri, nell’archivio della memoria. Bechir è pronto e vuole dire il suo piccolo testo, tanto breve quanto intenso e non fa niente se non ricorda di chi è:

“Non è detto che chi sorride è felice. Ci sono lacrime negli occhi che non si vedono”.

A ruota in un moto di zelo  contagioso Adamu dice nel suo italiano un po’ stentato “ Quando ho sentito le parole di Dio, mi ha cambiato”, sorride a se stesso imbarazzato e, dopo un’ escursione circolare e veloce degli occhi lungo il perimetro della stanza, ritorna  rapido nel suo gomitolo e così resta. C. Roberto intanto si è svegliato e ci guarda basito. Usciamo dalla coperta. Il nuovo incontro è previsto per lunedì prossimo. Ci stringiamo le mani per salutarci.

Oggi ci avete regalato un po’ di libertà, dice Bechir andando via.

Ogni dono dato è un dono restituito.

Francesca

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