Un Paese migliore

A cosa serve la Letteratura? è la fermata inaspettata che ci suggerisce una sosta e ci invita a scendere, anche per poco, dal treno della superficialità su cui abbiamo prenotato un posto a sedere.

Ho scritto su FB questa frase di getto in uno di quei momenti – tanti – in cui mi chiedo se quello che facciamo abbia davvero un senso, non solo per le persone: anche se questo basterebbe – ma un senso morale che possa riguardare un’intera comunità.
Il medesimo senso che nella nostra Carta dei diritti della lettura riconosciamo all’importanza del leggere: qualcosa che cambia la vita. Qualcosa che serva davvero a vivere.

Sono arrivata a Marsala con l’entusiasmo preso in prestito dalle due persone che hanno organizzato questo incontro in-formativo sull’attività delle persone libro e sul progetto associativo di promozione della lettura: Elisa Giacalone, già socia della cellula di Milano e Barbara Lottero, giornalista e fondatrice dello Studio culturale Otium.
Anna Gennai, socia della cellula di Firenze e consigliera dell’associazione è a Marsala già dalla mattina, a bagno nel mare.

Il chiostro del Carmine è un posto stupendo: inaspettato quel prato verde, intenso, al centro di una struttura che sembra aver imprigionato la luce stessa del sole. Qui tutto è chiaro, luminoso, leggero. Come il ferro battuto dei balconi o dei lampioni. Come l’azzurro del cielo che non conosce l’inquinamento romano e non ha il colore del mare perché il mare ha mille colori: dal verde scuro al viola della posidonia che quando si secca fa le spiagge d’argento.

Siamo tutte emozionate: le ospitanti e le ospiti. Sono tante le persone che già ci aspettano disposte su più file a semicerchio intorno al tavolino che ci hanno destinato (ci riuscirò a stare ferma, seduta per tutto il tempo?)
Il tempo a disposizione dovrebbe coprire un’ora: dalle 19 alle 20.
Elisa ha preparato una scaletta precisa di argomenti ma lascia a Barbara il piacere di aprire la serata presentandola all’interno delle iniziative curate appunto da Otium.
Racconta la recente esperienza costruita sulle poesie, lette in italiano e in spagnolo, di Garcia Lorca come un invito “semplice” alla conoscenza diretta – sui testi – del poeta fatta attraverso la lettura amatoriale delle persone, e come un modo per affrontare il tema assai più complesso dell’esclusione e mentre lei parla, illustra, si emoziona, io penso che gli incontri con i compagni di viaggio non sono mai casuali.

C’è un vento controcorrente che muove dal basso e nel basso un desiderio di cultura agìta in prima persona: senza accademismi, senza inutili erudizioni. Dai testi alla voce dei lettori. Dai testi ai problemi che le persone vivono sulla pelle: l’esclusione, la madre di tutti i disagi, individuali ma anche collettivi.
E che la poesia, la narrativa, la Letteratura cercano di raccontare. Ponendo domande senza confezionare risposte: la ricerca continua del senso. Che, forse, il lettore troverà.

L’ascolto. E già immagino – esattamente come Elisa – i ponti possibili che Roma potrebbe creare con Marsala…. Donne di carta – la sua Accademia – con lo Studio Otium.
Non finirò mai di stupirmi della ricchezza delle persone. Delle forme che inventa il desiderio.
Del tempo dedicato, sottratto al tempo lavorativo, quotidiano, frettoloso, nevrotico, presuntuoso e superficiale.

E mi viene facile allora costruire subito questo ponte raccontando chi siamo, anzi chi eravamo… le famose quattro Madri dell’impresa, proiettate a costruire una promozione della lettura in cui leggere, finalmente, fosse davvero un atto di libera scelta, di capacità d’interpretazione del mondo – sono tante le cose da leggere – e di se stessi nel mondo.
Mi viene facile raccordare questo pensiero della lettura come vastità non ridotta al libro con l’esperienza delle persone libro: esperienza…. cosa assai più difficile da trasformare in parole perché va abitata, vissuta da dentro, va sperimentata per comprenderne, nella semplicità, la portata rivoluzionaria.

E mai come in altre occasioni uso più volte questa parola “rivoluzione” – è colpa della luce di questa città, della nitidezza con cui i contorni si staccano dal cielo che invade in un blu elettrico ogni cosa e fa nere le ombre, lunghe, sul prato.
Perché è rivoluzionario recuperare l’oralità come contatto, come relazione, in un mondo atomizzato e virtuale. È rivoluzionario appropriarsi delle parole altrui per poter dire agli altri chi siamo e cosa vogliamo. Restituire alla parola il suo autentico senso di mediazione in un mondo in cui i conflitti e la violenza sono lì a testimoniare che abbiamo dimenticato a cosa servano le parole.
Troppa inutile informazione e poca conoscenza.

L’informazione è un dato che si consuma, figlia di un tempo troppo veloce. La conoscenza è un fatto che va attraversato, impersonato e che restituisce del tempo al tempo.
Il tempo che una persona libro s’inventa, per esempio, per imparare a memoria un brano che ama; praticando la fedeltà alle parole come un gesto di gratitudine e di riconoscimento perché una scrittura non è la trama di qualcosa ma un mondo inventato dalle parole, proprio quelle non altre.

Il tempo dedicato a dire a memoria agli altri del proprio gruppo il testo amato accettando la scommessa che la ricerca della voce “giusta” è, appunto, una ricerca collettiva (un “noi” e non un “io”) e una costruzione ipotetica che diventa possibile perché c’è l’altro che ascolta: un ascolto che è lettura globale del mio sguardo, del timbro che uso, del modo in cui muovo o non muovo le mani, della timidezza o della presunzione, della sottolineatura che do alle parole perché non so staccarmene e non mi fido, non ancora, della capacità di un altro di percepirle e di accoglierle a modo suo.

Lo so: sto intrecciando la filosofia della Carta dei Diritti della Lettura con il fare la persona libro. Ma non sono cose distinte: l’una è teoria, l’altra è la messa in pratica.

Memoria visiva da combattere e memoria acustica da recuperare.
Gelosia e possesso (del testo, della propria interpretazione, dell’emozione provata) così spontanei che ci sembrano naturali.
Quando apriamo un libro non c’è l’autore a dirci come quelle parole andrebbero interpretate: l’autore smette di esistere ogni volta che un lettore apre un libro. Eppure, questa immensa libertà da cui scaturisce la potenza stessa del patto di lettura, nel momento che diventiamo noi i dicitori di quelle parole pretendiamo sia condizionata dalla nostra impronta digitale.
Un’impresa titanica appropriarsi delle parole e poi lasciarle andare senza… il nostro peso.
Fidarsi che la scelta in se stessa sia già un atto che ci rivela.
E come si fa a raccontare tutto questo senza viverlo?
Come si fa a giustificare il legame (desiderio, amore, condivisione) tra la persona e la lettura se non si riconosce il valore stesso del leggere? Il valore della lettura come diritto della persona?

Anna trova un modo semplice: raccontare le sue motivazioni, raccontare la varietà delle differenze che costituiscono la ricchezza del suo gruppo fiorentino, quelle differenze che la magia del dire e dell’ascolto ricompongono in un progetto comune. E nomina l’innominabile: il desiderio. Il desiderio come autorevolezza: del gruppo che ascolta e partecipa alla ricerca della voce giusta: la voce contatto, la voce relazione, la voce che dal Sè va verso l’Altro; il desiderio come luogo di scambio.
E come si fa a parlare del desiderio senza provarlo?

Elisa accosta all’esperienza fiorentina l’excursus veloce della propria cellula milanese: le sue vicissitudini, il suo partire da molti e ritrovarsi in pochi, la sua forma di tenace resistenza.
Altra parola magica, da combattenti altro che dicitori.
E se il desiderio diventa pratica militante il suo obiettivo è il contagio, ed è qui infatti Elisa, nella sua Marsala, a costruire con Barbara un altro avamposto possibile al progetto delle persone libro.

marsala-4agosto

È l’ora dei fatti.
È l’ora della “coperta”. Vedo le facce: curiose, perplesse. Non tutte le mani afferrano i lembi di questo telo immaginario. Protesto: un gioco è un gioco, o lo si fa insieme o non riesce.
Anche i metodi, serissimi, possono essere leggeri… (Calvino insegna).

A telo teso io, Anna, Elisa, Barbara diciamo a catena i nostri testi.
Le parole di Sanguineti, di Trilussa, di Palazzeschi, ovviamente di Bradbury. Commozioni diverse, appunto. Tremiti differenti. So che Bradbury nella mia voce ormai ha quasi il tono della sentenza, suona anche in me più che evocativo come una sorta di monito pedagogico, e allora chiedo il permesso di aggiungere un altro brano su cui so che la mia voce s’incrina per adesione alle parole, per empatia: sto dentro le regole, voglio far parte delle regole che sono qui a raccontare, e lancio nel silenzio generale “Cani selvaggi”.

Non c’è stato bisogno di dire “non applaudite”-  la formula di rito che sono sempre costretta a pronunciare. Avevamo detto che sotto la coperta l’ascolto è più importante del dire, ed è bastato.
Poi è ora di provare a mettersi in gioco. In prima persona. Così come viene. Per sentire l’effetto che fa dire guardando, dire una cosa che si ama a degli sconosciuti (o quasi), ascoltare nel silenzio la propria voce, guardare ed essere guardati. Esistere insomma. Abitando parole.

Barbara aveva invitato, su mio suggerimento, alcune persone a intervenire con un brano: facile riconoscerle per la scelta dei testi: particolari, pensati, meditati. È la volta di Patrizia Cavalli, di Vittorini, di un epigramma di Marziale, di un verso in greco (chi era?), di Ariosto a cui si aggiungono, spontanei, i testi che ritornano lì per lì dalle pieghe nascoste della memoria e che aggiungono dono al dono: è la volta di Quasimodo, di Leopardi… sicuramente me ne dimentico qualcuno ma sono tutti lì a dire: io ci sono, sono qui anch’io.

E allora nella pratica tutte le parole di prima diventano il corpo che non muovi, la voce che si spezza per eccesso di emozione e cancella il testo, il timbro impostato che sembra naturale ma che invece fa eco a una sacralità interiore con cui il testo resta incastrato dentro chi lo dice perché consegnarlo agli altri non è facile, consegnarlo: non buttarlo via, non imporlo, non …. metterlo al di sopra di te e di me.
Alla fine di tutti questi “non” si scopre la bellezza; si prova a ripetere, si prova a cercare quella benedetta voce che da qualche parte c’è (dietro la maschera sociale).

Prova di coraggio stasera. Di tanti e di tante.
Coraggio nell’accettare la critica sapendo che fa parte di un metodo; è il mattone necessario per cui l’ascolto collettivo diventa la misura del dire, un ascolto che costruisce non subisce.
Coraggio nel mettersi in gioco.

Doveva essere un’ora…. siamo già allo scoccare delle 21.00. Sento l’ansia di Elisa dietro, giustissima… mi ricorda che dovrei dire due parole sulla Carta in modo più preciso: la stiamo portando al Consiglio d’Europa – già, e non al Parlamento come erroneamente abbiamo creduto; raccogliamo firme: dice tutto quello che finora abbiamo detto e fatto.
Leggere ci serve. È un diritto. Leggere tutto. Non solo i libri. Imparare a scegliere.

Racconto alcuni episodi in cui le persone diventano portatrici di culture diverse, momenti in cui le lingue madri restituiscono il senso, diverso, delle traduzioni; accenno con la solita veemenza che un mondo editoriale che dimentica a ciò che servono davvero i libri produce i fuori catalogo per fare spazio alle novità come se il bene culturale fosse un bene soggetto a scadenza; accuso le istituzioni di non fare politica culturale perché non creano facilità di accesso al bene culturale e produco, in fretta, un unico esempio: gli ospedali, questi luoghi privilegiati di esclusione, in cui il libro è dovere del parente e non un diritto della persona… di crescere se stessa in ogni condizione, in ogni momento della vita, in salute, in povertà…

Il tempo si è sbriciolato. Mi dimentico anche di toglierci tutti da sotto la coperta. Invito a leggere la Carta sul sito: c’è tutta. Poche copie sono qui in visione sul tavolo. Accanto i moduli.
Se volete firmatela.

http://www.donnedicarta.org/index.php?option=com_content&view=article&id=32:leggere-e-un-diritto&catid=2:notizie

Dal pubblico si sente emergere il bisogno, forte, di domande. È colpa mia, come al solito il momento “formativo” mi prende la mano. Il metodo della coperta è un divoratore del tempo ma era così bello vivere insieme questo essere, tutti, protagonisti; questo contagio spontaneo di parole che chiamano altre parole. Questo non avere paura della paura. L’applauso di sostegno.
L’umiltà, splendida, di chi si mette in gioco.

Dalla prima fila un signore contesta la validità della Carta: che bisogno c’è -dice in sintesi – di promuovere la lettura come un diritto a se stante quando è implicita nella Costituzione? E che cavolo voglio dire con la storia del fuori catalogo? se i libri sono fuori catalogo significa che non sono stati venduti, che erano insignificanti – c’è tanta robaccia in giro – quindi che bisogno c’è di farne una questione?

Per un istante penso che non per tutti il fare abbia il medesimo valore del dire; abbiamo passato quasi due ore a testimoniare in prima persona che leggere non è leggere libri, non solo, è leggere tutto: le mani, gli occhi, il corpo, le emozioni, le intenzioni perfino, la storia stessa delle persone… che darsi autorevolezza è difficile e non scontato; abbiamo ascoltato proprio nella scelta dei testi portati a memoria, amati o solo ricordati, ciò che significa “bibliodiversità“, offerta diversificata, testi antichi, classici, e testi poco noti, poco venduti, poco “librari”: testi scelti dai lettori non imposti dal mercato, non novità in vetrina. Testi che devono essere riletti a volte per capire come siamo cambiati.

Provo a ricucire il senso della differenza di valore tra un libro che il fuori catalogo condanna alla morte, cioè alla perdita del suo lettore, alla limitazione nella sua possibilità e promessa di lettura, e la legge mercantile della iperproduzione che gestisce, appunto, le novità e costruisce un pensiero unico, omologante, autodivorante trasformando il bene culturale in merce deperibile.

Provo a ricordare che le biblioteche, limitate nel loro potere di acquisto, perdono la possibilità di esercitare un servizio, e qualunque altro atto che non riconosce il valore economico della cultura, e quindi della lettura, è possibile proprio perché la lettura non viene considerata un diritto della persona, perché noi lettori forti, noi, abituati alla lettura, siamo i primi a dimenticare che non è una pratica diffusa (cito Nettuno che lamenta l’assenza di una biblioteca comunale), che non tutti vi accedono con facilità di mezzi e di possibilità. Che tra l’obbligo di lettura e il piacere di leggere c’è un abisso. E che poi tra il piacere e l’utilità c’è un altro passo da fare.

Racconto al signore, e a chi ancora ha la pazienza di ascoltare, l’esempio della messa all’Indice di 40 autori-libri operata in Veneto qualche anno fa e di cui nessuno è a conoscenza (nemmeno tra i presenti) se non i diretti interessati, e della Marcia che noi come associazione abbiamo fatto portando a memoria quei testi banditi per rivendicare che i libri appartengono ai lettori, che la bibliodiversità implica una libertà di scelta come risposta a una varietà di offerta, che la messa al rogo dei libri può essere fatta in tanti modi, e continuamente.

Io voglio una società – dico – in cui un marciapiede e un libro siano considerati dei beni indispensabili per l’intera collettività. Questo è il messaggio, semplice, rivoluzionario, della Carta.

Ma il tempo è finito. Ci sono altre persone che vorrebbero intervenire anche se il signore non è affatto soddisfatto…. e io vorrei continuare anche perché il tempo dedicato ai contenuti specifici della Carta è stato breve per scelta di impostazione della serata ma i doveri di ospitalità del luogo impongono la resa. A me soprattutto: non posso mettere in difficoltà Barbara ed Elisa nei confronti dei gestori del chiostro.

Rispondo brevemente a un altro interlocutore per sola cortesia invitando il signore insoddisfatto, che nel frattempo si è incupito, a leggere la Carta con calma, a farsi un’idea. Lecita, sul testo. Vedo con la coda dell’occhio che ne prende una copia. Sorrido.
Penso che la lettura diretta risolverà ogni dubbio.

Penso, in particolare, alla chiusa della Prefazione che ci ha regalato, impagabile, Michela Murgia:

“Rivendicare un diritto alla lettura significa allora rivendicare il diritto di pensarsi qui come fosse altrove, di immaginarsi altro per restare se stessi, di chiedere alternative al mondo che abbiamo e di legittimare la diversità di narrazione, qualunque narrazione, come ulteriore possibilità per crescerci dentro. Se ci fossero più lettori, e lettori con più garanzie di accesso alla lettura, questo sarebbe già un paese migliore, perché abitato da un numero maggiore di persone in grado di sovvertirne i limiti, e fare la differenza.

Ogni lettore è un cittadino consapevole, critico, uno che davanti a ogni narrazione di sé limitata, avvilente o falsa è in grado di organizzare un dissenso, contrapponendo alla realtà impoverita la forza di tutte le narrazioni che da lettore ha abitato, diventandone cittadino e rimanendo allo stesso tempo migrante. Lottare per il diritto dei lettori significa lottare per un paese che può cambiare la sua storia. Dietro a questo diritto stanno tutti gli altri, perché questo è un diritto alla consapevolezza. Senza quella non esistono garanzie di nulla per nessuno, perché di tutti i diritti che pensiamo di avere, gli unici che in realtà possediamo sono quelli che siamo in grado di difendere”.

Forse, leggendola, capirà.

Stasera era un incontro dedicato alle persone libro: raccontarle e sperimentare insieme nella speranza che domani anche Marsala abbia la sua “cellula” (dai commenti dopo e le strette di mano, e le curiosità, e la cena all’aperto forse “sono” già una decina gli aspiranti) ma naturalmente la filosofia della Carta era dovunque, esplicita o implicita, nelle mie parole, in quelle di Anna e di Elisa perché ormai la abitiamo.
Ma avremo modo e tempo di parlarne ancora.
Andrà al Consiglio d’Europa con le sue firme cartacee e quelle virtuali, con le sue madrine e padrini, istituzionali e non (la ricchezza delle differenze).
Il suo compito non si limita alla consegna: l’associazione stessa è un atto di continua testimonianza della sua necessità.

Se dicesse qualcosa di scontato vivremmo già in un Paese migliore.

[Il mio dovere di cronaca finisce qui, sicuramente impreciso nei ricordi.
Ma devo aggiungere una storia che i soci dell’associazione, lo so, capiranno far parte di quello scenario più ampio in cui abitiamo: quello del rispetto, sempre, e dell’attenzione.

Sono stata guidata alla scoperta di un’isola davanti all’Isola, un posto incantevole a cui si arriva camminando il mare, a lungo, tra correnti e onde inventate dal vento.

Sull’isola qualcuno, un non lettore sicuramente, ha abbandonato un giovane cane, come una merce di scarto, un bene inutile che può essere gettato via. Dimenticato. Un fuori catalogo. Ma se si sa leggere si può leggere anche il muso di un cane. I suoi occhi.

Si è affidato alle braccia di Barbara che lo ha condotto in salvo camminando nel mare.
Era bellissima: lei, dritta, nella corrente lungo la secca, e lui con le orecchie che sbattevano al vento. (Io e Elisa dietro arrancavamo).
Il cane dell’isola dentro all’Isola si chiamerà Pippo.].

È il momento dei ringraziamenti.

Grazie a Marsala, dalle strade lastricate come in un salotto. Al suo cielo che, quando alzi la testa, ti regala le stelle.
Grazie a Barbara… gemelleremo Donne di carta con Otium.
Grazie a Elisa di avermi fatto condividere la sua terra.
Grazie ad Anna, ancora una volta splendida compagna di viaggio.
Grazie a chi ha provato a… condividere.

chiostro
Il Chiostro del Carmine, Marsala
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