Di fatti e di parole

Lei è Francesca Tammone, insegnante, giornalista de “Il Caffè” e di “Inliberauscita”: una donna bionda dalla voce squillante, energica, che condurrà la serata; lui è Luca, un volontario di Emergency di Cisterna: un ragazzo alto alto e riservato che beve birra a stomaco vuoto per placare l’ansia del palco; noi siamo in 4 reduci da una fila interminabile sulla via Pontina (è il primo venerdì di agosto perché non abbiamo fatto un’altra strada?).

Poi ci sono loro: gli “Almarì”, il gruppo della musica popolare (fisarmonica e tamburello) con le danzatrici scalze e la band degli “Any cover you like”, gruppo cover dei Pink Floyd.
Lo scenario è la corte di Forte Sangallo, a Nettuno.

Sarebbe una serata tipicamente estiva, un po’ di musica, le voci dei libri, la Mostra fotografica, la presentazione dell’associazione Emergency e del Progetto Italia a cura di una giovanissima volontaria, precisa e solida, con i suoi appunti in mano – che deve difendere dal vento – , ma poi arriva lui, in ritardo ma arriva e il registro cambia.

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corte del Forte Sangallo, Nettuno

Il dott. Antonio Bruscoli, chirurgo.

Il narrato delle diapositive sulla vita di chi emigra in Italia seguendo un sogno (Luca va alla regia del Pc).
Dice: sono immagini forti. Dice.

Ma le sue parole lo sono molto di più. Molto di più dei corpi straziati dalle piaghe del viaggio, spezzati dalla fatica delle raccolte, offesi dalla sporcizia dei luoghi dormitorio.
Dice: per mesi non sono più riuscito a mangiare un pomodoro!

Dice: lo sapete che sono i bambini e le donne a raccoglierli per ore e ore perché sono piccoli e possono stare chinati nelle serre?
Poi si scusa: mesi senza poterli mangiare… e poi ho dimenticato.

Dice: guardate!… che differenza c’è tra un siciliano di Lampedusa e un tunisino? Guardate! Chi potrebbe distinguerli? Dice. E ha un tremore dietro la voce che hanno solo le persone che abitano le cose, che si sporcano, sudano, che hanno stretto mani.

A tratti sembra che veda quelle immagini per la prima volta; reagisce con stupore: sono viaggi epici, no: epocali! – dice. Scuote la testa: io non potrei mai fare un viaggio su un barcone così. Poi li chiama per Nome gli africani che compaiono, e precisa per ognuno l’etnia… sembra una nenia o un mantra o un rosario. O un fare l’appello in una classe in cui si sa che alcuni diventeranno assenti.

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sbarchi- immagini di repertorio

Di ciascuno sa la provenienza, i sogni, la nostalgia. Già, la nostalgia.
In molti vorrebbero tornare a casa.

Dice: vengono qui senza niente ma non è vero che non hanno niente, hanno lasciato tutto. Ognuno di loro ha un tutto alle spalle che è stato costretto ad abbandonare: una moglie, un figlio, una sorella, una madre, un diploma che non userà, un mestiere… e vengono in Italia come se fosse l’El Dorado.
Ci guarda. Noi: l’El Dorado. Capite?

Poi s’azzitta lasciando scorrere le immagini sullo schermo.

Dice: questo furgone…. ecco! io lo amo questo furgone…davvero….
Guardiamo tutti in silenzio il poliambulatorio viaggiante.

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il poliambulatorio mobile del Progetto Italia

L’ultima diapositiva lo ritrae viso a viso con una splendida donna nera.
Dice: ecco questa è la sintesi della mia vita.
E mentre il pc si arresta abbandonando la presentazione di power point, si rivolge alla platea.
– C’è solo una cosa che voglio dirvi per concludere. Il problema non sono “loro”. Il problema siamo noi.  E oggi finalmente c’è una persona che lavora per noi, per costruire una cultura dell’accoglienza, un’educazione all’ospitalità, per tutti noi. Il suo Nome è Cecile Kyenge.

Mi alzo in piedi di scatto – vedo Anna dalla parte opposta della corte fare altrettanto. Applaudiamo. Un lungo forte enorme applauso. Lo sentirà Cecile?

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la Ministra Cecile Kyenge

Poi ci guardiamo in faccia: e ora? Toccherebbe a noi persone libro chiudere la serata. Ma nessuna parola che abbiamo in memoria ci sembra più all’altezza. Silvia lamenta il non ricordo di testi che sarebbero stati più adeguati: ce l’ho tutti sulla pennetta ma non in memoria! Ridiamo. Maria Rosaria scrolla la testa: non posso parlare della Birmania di San Su shi, ora…. che gliene importa?….

Io protesto: ogni persona è portatrice di storie – e mi viene in mente l’immagine delle donne africane che portano sul capo, in perfetto equilibrio, otri piene d’acqua nel deserto: cammina cammina – ogni popolo ha una storia da raccontare, insisto.
Usciamo allo scoperto: tocca a noi.

Cerco con una breve introduzione di creare un filo immaginario tra la narrazione appena sentita e le nostre parole: racconto a chi ci ascolta la bellezza degli incontri che questa avventura di persone libro ci porta a fare; racconto di Regina, la donna africana, che a Bastia umbra si alzò in piedi e ci raccontò la sua vita come fosse una storia, scritta,  imparata a memoria sorridendo del nostro stupore: noi in Africa siamo tutti narratori orali e un proverbio senegalese dice: quando muore un anziano brucia una biblioteca.
Poi l’incontro con Parisa, la donna iraniana, che ci restituì nella sua lingua, il farsi, le parole appena appena dette da una di noi di una poesia di Forugh Farrokhzad: “è solo la voce che resta”.
Culture. Inter-culture. Persone. Che raccontano se stesse.
Ogni persona è una storia.
I libri portati fuori da una stanza, i libri-voce diventano incontro.

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Bastia umbra – a sx Parisa, a dx Regina

Passo il microfono a Silvia che guarda Anna. Siamo poco convinte lo stesso.
Vauro (tra mille inscespichi del microfono che perde corrente), San suu kyi (spezzata di botto per caduta sul campo della memoria), Chatwin (in versione ridotta), il mio Impastato (troppo recente per dirlo con sicurezza).
Vorrei raccontare che è un testo che non ho mai letto, mai visto scritto, un testo ascoltato da una persona libro e imparato a memoria dal suo fiato. Lo penso ma non lo dico – lo confiderò dopo alle altre.
– Ma davvero?
– Sì che è vero: l’ha detto nell’intervista televisiva una persona libro di Arezzo e io l’ho messa e rimessa fino a impararlo.
– È come per Bradbury allora! – tuona Silvia: noi tutte lo sappiamo solo perché lo abbiamo ascoltato da te centinaia di volte!
Facciamo la prova: è vero, qualche infedeltà ma il testo è quello.
Anche questa era una cosa non progettata fin dall’inizio. Imparare dal fiato di un’altra.

Poi andiamo da lui a stringergli la mano, una dopo l’altra, in ordine sparso, quasi che ognuna volesse un accordo privato.
Silvia gli si siede accanto e racconta il progetto biblioteca per bambini che sta curando nell’isola di Lampedusa: libri senza parole donati da tutti gli editori del mondo! – ne va fiera, e lui l’ascolta partecipato.
Il dott. Antonio Brucoli, chirurgo.
– Lo sai che m’ha detto?
– No che t’ha detto…
– Che era entusiasta di noi… grazie per quello che fate! ha detto: le parole vengono prima di ogni azione. Bello no?
– Ha detto una cosa del genere anche a me – Sì anche a me.
Io guido in silenzio – ho un sonno che mi si porta – la strada verso Roma è lunga e buia, ed è passata mezzanotte.

volevo ringraziarla dott. Bruscoli – gli avevo detto io stringendogli la mano.
è bello quello che fate, una bella idea! Brave.
in realtà voi siete quelli che fate e noi, semplicemente, quelli che lo raccontiamo.

(Luca: posso dire agli altri gruppi territoriali di Emergency di questa sera insieme? Così magari nascono altre occasioni… non perdiamoci!
Sì Luca, racconta…  racconta…).

emergency-bandiera

http://www.emergency.it/news/notizia/14798/index.html

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