Pescatrici di parole

Lei è già sotto casa con la bici, pronta. Io arranco da subito, già sulla salita, lieve, del garage.
Ha il piglio di chi non si fida, e fa bene: tra me e la bicicletta c’è una questione di equilibrio irrisolta (non ho chiesto io di levarmi le ruotine di appoggio, io non ero pronta).

La strada è lunga e dritta, soprattutto lunga. Lei, dietro di me, mi manovra: attenta a sinistra, fermati, sorpassa, non passare di là…. ma che fai? FRENA!
Mi chiedo se chi è intorno ascolti, e cosa mai possa pensare di una voce che manovra una donna di più di cinquanta – labbra strette tra i denti e le cosce due pezzi di marmo, e non per possanza muscolare.
“Se mangiassi di più ce la faresti” – sa sempre cosa dire di gentile. Poi mi abbandona davanti all’entrata, finalmente esonerata dal suo accompagno di disabile.

Ora che non c’è, io vorrei spiaggiarmi: qui, buttata in terra, senza ritegno (speriamo che non arrivi nessuno).
Sono tutta una caldana – e non è la menopausa.
Penso: ora fumo. Ma resta l’idea di qualcun’altra. A me fanno male anche le dita.

“Ho issato la bandiera. Vieni!” –(ussignur! è tornata).
Mi rimetto in sella con le cosce che fumano – (dio mio fa’ che sia solo un metro!).
Poi la vedo. Non la bandiera. Ma la canna. Una lunga canna da pesca dritta su nel cielo e un fazzolettino ino ino blu, in cima, che si accascia su se stesso.
– Non la vedrà nessuno: è troppo alta” (ma perché ci provo?)
– La vedranno”.
(e l’ultimo chiuda la porta)

La stazione di posta è una quercia, almeno credo. So solo che fa ombra, tanta; che scendere dalla sella e sedersi in terra è l’unico movimento che sarò per ore. Lo giuro a me stessa. E cancello il pensiero che ad ogni andata corrisponda sempre un ritorno (non è vero. Io resterò qui. Per sempre).

Arrivano. Prima in due, poi altre due, poi una, poi l’altra.
L’andamento lento di un sabato mattina, nel Parco; in pieno sole. A luglio.
(Io intanto provo a respirare)

La “vergine”, senza chiedere nulla, si accosta alla canna: – E’ troppo alta – dice con incoscienza (io chiudo gli occhi) – e la bandiera è troppo piccola – insiste, temeraria.
– La prossima volta ve la fate da sole, capito?!! – sembra il ringhio di una tigre, poi lo switch: – abbassala! ancora, ecco… va bene… vieni qua… sennò t’incocci! chi vuole caffè? qui ci sono i cornetti!
– Ma voi siete donne di casa altro che di carta…

Tre C: caffè, cornetto, chiacchiere al sole.
Nessuna fa il gesto di prendere la “coperta”.
– Ma dobbiamo restare qui o andare in giro?
Nessuna risponde.
Mi aspetto che il silenzio sia silenzio ma non è vero. Non esiste il silenzio in un Parco.

– Ma mica verrà da noi quella?
Ci voltiamo insieme impaurite.
Poi arriva un cane, bagnato e contento.
– Ehi bello! Vieni qui, dai!
L’ospitalità è cosa relativa.
Il cane scodinzola curioso ma torna dai suoi umani. L’intrusa prosegue per la sua strada.
Noi siamo qui.
Un uccello minuscolo cade dalla forse quercia come una foglia. Ci voltiamo tutte.
Poi il “toro” inizia.
Sì il “toro”. Il libro semprechiuso, l’ideatrice di questa pesca nel Parco si apre, con lentezza. Muove mani e parole, naturalmente. Parla di cieli con le stelle, di fuochi, di odori di natura… perde il filo, ricomincia e Maria Rosaria, che ascolta, le restituisce l’esattezza di una parola.

– Ma è Deledda!
– Ecco, volevo dirlo anch’io…
Non aveva detto “Io sono”.
E allora inizia questo gioco di dire senza dire prima: parole che esistono per se stesse, ripescaggi dalla memoria, semplicemente. Parole in fila o in risposta.

– Peccato che nessuna di noi sia il testo sul tordo – dico, guardando un altro uccello cadere come foglia.

Poi passa un altro cane, anzi una cana e allora intono” i cani selvaggi si aggirano per i campi estivi appena fuori città” – e mi fermo: non ho mai fatto una pausa in questo punto ma quello che dico questa volta è qui di fronte, una parola vera, una parola che indica una cosa che c’è.
E questo pensiero credo passi un po’ nella testa di tutte perché ogni testo che poi verrà sulle labbra ha qualcosa di quello che ci circonda, in cui siamo dentro.
Parole in fila o in risposta. Parole in cerchio.

– Ma  questa è Cavalli!
La riconosciamo, e il libro semprechiuso ci cambia ancora la scena.
– Aspetta! anch’io sapevo qualcosa di Cavalli… cos’era?

Lo chiede a noi, Nico, giustamente: siamo noi che ascoltiamo, custodi imperfette del dire dell’altra. Lei pensa, noi pure, e il libro semprechiuso, intanto, ce ne dice un’altra con la medesima ironia con la quale è stata scritta. La “vergine” reagisce a tono: un’altra Cavalli poi arriva Merini poi ci provo io, voglio provarci a dire a voce alta ciò che scrivo, voglio provarci a stare dentro questa naturalezza che mi arriva dalle voci che dicono parole altrui.
Sottrarre se stessi: bisogna farlo due volte se le parole sono le proprie.
– Perché? Tu come l’avresti detta senno’?
– Quando scrivo seguo una musica mentale, una partitura sonora ma se devo comunicare le immagini scelte, se devo fare arrivare le parole di quelle immagini la musica, allora, deve tacere, devo lasciare libere le parole.

Lei mi guarda senza capire veramente, lo so. Ma mi sorride.
Maria Rita trema – il suo ingresso nella parola detta sembra provenire da un silenzio profondo: “Ippolito è morto”, è un richiamo e non una sentenza, un suono preciso e io penso all’uccello-foglia di prima, che è caduto.

Quando la voce si spegne, lei resta come sospesa: e ha la faccia di chi non crede che quella voce sia sua.

E poi e poi e poi. Sono tanti i testi, in pieno sole, in ombra, tra una cicala e l’altra. Un silenzio e una chiacchiera. Ascolto cose che conosco e cose nuove ma per tutte mi sorprende un pensiero: le vedo queste parole, vedo la fatica di essere un fiore, sento in quell’Ippolito un sottotesto con una voce che dice “è solo, solo” e so che è la Yourcenar (“Quoi? L’éternité”) che Maria Rita si porta dentro quando dice cose che ama; sento il canto improvvisato da Maria Rosaria che lega tra loro due parole “bisogno e sogno”, e mi commuovo perché le ho scritte io; la vedo tutta “La solitudine dei numeri primi” di Letizia e penso che se anche una cosa così astratta riesce ad avere un corpo, oggi sta davvero accadendo qualcosa.
Mi guardo intorno e sulla faccia di tutte c’è lo stesso ascolto.

– Posso dirti che qui dovresti legare le frasi?
– E come?
E lei prova, e viene meglio, e se ne accorge, e ricomincia.

– Non so come non far sentire la rima… è tutto in rima qui…
E una suggerisce, e un’altra prova a dirla per dare una mano, e lei ripete fiduciosa e la rima d’incanto si spegne. Per magia collettiva.

Poi c’è chi sbaglia o dimentica.
– Annaaa! non è “spruzzano” ma “schizzano!”, dillo con due toni diversi: ciò che è sbagliato (NO spruzzano) si allontana, ciò che è corretto (SCHIZZANO!) deve cadere qui.

Non esiste il silenzio in un Parco.
Non sono le cicale. Non è il merlo che fruga tra le foglie.
C’è qualcosa di diverso, qui.

E poi Anna fa il grande passo: dire come persona libro un pezzo che porta, invece, a teatro – altra passione. Ed è bella nel suo levare, sottrarre enfasi ai gesti, contenere, ma nemmeno troppo, la mimica facciale; il suo corpo ondeggia tranquillamente ed è solo un modo di guardarci, anche con le mani, che sembrano tenere ogni parola a freno perché non sfugga, perché ci resti accanto.
Il risultato di un lavoro, di una cura.
Sorride, imbarazzata. Ma siamo tutte con-vinte.

Poi iniziano i testi delle canzoni romane. Non so chi abbia dato il “la”, forse un racconto della scoperta di ieri sera, su Facebook – racconti e libri non hanno confini – :
– E’ un Dante in romanesco…
– Ma chi l’ha tradotto?
– Maddalena Capalbi… te la ricordi?
E si ri-inizia, si corregge, si suggerisce:
– Non cantare, segui il senso, ma non sono queste le parole!

E per magia ogni testo-canzone viene fuori da più memorie; un mosaico di voci che si aggiustano l’una sull’altra; si rispondono, strofa a strofa, come se fosse già un accordo. E c’è qualcosa in questo costruire insieme che trasforma i toni delle voci. Rende vero guardarsi.

(C’è una bell’aura qui – che d’è? – l’aura che c’è – com’era il titolo della canzone? – ah, quello! Laura non c’è!)

– Carcere femminile c’hanno scritto/ Sulla facciata de ‘n convento vecchio…
– Perché vai a capo?

E si ricomincia (ripeti!): si entra e si esce da Fileme di Pasolini (ti ricordi che mi hai chiesto che voleva dì?), da Pentesilea di Christa Wolf a due voci, passando per la Finestra di Forugh (abbassi troppo la voce), scendendo con il fiato in gola dalla montagna, passo dopo passo, con Erri De Luca.
La libertà immensa di dire tutto. Anche Grazie a la Vida, in spagnolo.

Sfiancano le cicale, così presenti.
Poi Anto dice: – Tina vuole dire qualcosa,
Tina non è una persona libro ma un’amica di Nico.
E Tina dice, accovacciata sulle gambe perché non vuole sporcarsi i pantaloni.
– Cos’era?
– Un pensiero… che ho fatto prima, quando mi sono allontanata dietro l’albero.. .un pensiero che parla di ombre e di cicale (appunto).
– Ripetilo – chiedo.
E lei lo ripete usando le stesse parole.
– Come ti senti ora che le hai dette?
– Bene, molto bene! era importante perché… perché vi stavo ascoltando e poi ho ascoltato le cicale e camminato nell’ombra… e insomma dovevo dirvelo.

C’è qualcosa di diverso, oggi, qui.
C’è qualcosa d’importante.

Poi Anto si china su Tina, e sussurra e le racconta che per chi non ha mai avuto un vero rapporto di confidenza con i libri, con la lettura: “io… io so’ come te Tina, facevo sega a scuola, andavo a giocare a flipper… anche te no?- Beh no! io ci andavo – Ah allora tu eri secchiona! –  Ma no! ci andavo ma non studiavo tanto…- Beh vabbè comunque noi, noi non siamo come queste no?… ecco, per noi aprire un libro è davvero un passo importante… perché tu oggi hai voluto condividere a parole tue ciò che provavi, ed è bello, ma pensa che in un libro puoi trovare parole più belle di quelle che sai dire tu, e parlano di te, di quello che provi…

E’ tardi. S’è fatta na certa.
Sotto il sole dell’una, mezzogiorno solare.
Noi dobbiamo tornare in bicicletta (lasciatemi morire qui, vi prego).
Il “toro” si alza e smonta la canna da pesca.

– Alla faccia del libro chiuso! – dice qualcuna.
– Grazie – dicono tutte.
Ci salutiamo ma nessuna va via.

– Ma non eravamo venute al Parco per pescare persone?
Ci guardiamo in faccia. Contente.
Ciao Tina.

Foto di Maria Rita Guarini (che siccome fotografava non compare mai)

Questi sono i testi delle mail che ho trovato al rientro a casa…
(grazie a chi si è preoccupata, per cellulare, di sapere se fossi ancora viva).

Da Maria Rosaria

…davvero si riesce a…raccontare?
io dico solo che è stato uno sforzo sovrumano rotolare giù dal letto questo sabato mattina. Se non avessi avuto appuntamento con Maria Rita – lontanissima…villa Pamphilj… – probabilmente starei ancora dormendo…
E avrei perso
…eh…(sospiro)
…quelle famose voci che dicono come “cioccolato fuso”
una polifonia di doni
(respiro)
La quiete del (voler) dire per comunicar-si…

Con un rammarico poi, sì. Le avrei volute tutte, ma proprio tutte in memoria. Le “mie” parole per dirmi ancora e “domandare” e “rispondere” a chi era con me sotto questa bellissima coperta.

Grazie alle cicale, all’aria aperta, all’erba. E a L’aura.
(Grazie a tutti i testi-dono di ciascuna.
Ripasserò, prometto).

Da Letizia

Raccontare… come trovare le parole (eppur di parole noi ne abbiamo imparate tante), come trasformare in righe scritte le colme sensazioni provate e “sentite” con questa “naturale” e, sì, si può dire, meravigliosa coperta? Già… è come tentare di spiegare la trama di un colore.
Eh sì, l’aura si è innalzata ed è stata sorretta dalla forza delle parole donate. Un abbraccio di classici, moderni, coloriti sipari romaneschi, “libri chiusi” che hanno aperto le loro preziose pagine, tutto condito dall’unisono suono delle cicale della Villa.

Ora capisco cos’è il “cioccolato fuso” .
Grazie a tutti i vostri doni che hanno colmato l’anima… ho trovato il “faro” e sono andata via con un sorriso nel cuore.

Da Nico

Di questo avevo bisogno per ritrovare la mia voce in un ascolto attento.
L’intimità dimenticata, il sentirsi “fusa” perdendomi in parole mie e altrui in un gioco di rimando fatto di emozioni che intaccano ancora piacevolmente la voce passando da una finestra, attraversando mari e monti vivendo la storia cantata in romanesco.
Grazie.

Da Anto

La prossima volta la bandiera sarà chiara e grande e la coperta ce la mettiamo sotto il sedere che c’ho la tuta piena di forasacchi…
Il “dono”, misterioso fantasma dei nostri incontri, si è materializzato e non era uno “spirito” maligno che costringe sorrisi e parole a trovare il senso in ciò che facciamo… Egli, anzi ella, era L’Aura della natura amica che ha unito le nostre mani e ci ha “coperto” come il cielo stellato che accompagna il nostro pianeta. Libere abbiamo respirato dei nostri respiri in una grandezza senza più confini…
A cazzaroneeeeeee! Però anche io sono rimasta col “sereno” stampato sulla faccia… Grazie anche all’unico pesce pescato oggi che si è attaccata all’amo con le sue proprie mani 😉 : Tina … è stata una grande conquista visto che generalmente si fa due palle!!!!!
E grazie alla “natura” alberi merli e prati e cicale che ci hanno accompagnato e non credo sia cosa da poco.Questa idea della villa mi è venuta per il ricordo del parco nazionale d’abruzzo. Chi c’era ricorderà l’atmosfera. Quando il mondo intorno a te è così generoso ci si raduna in cerchio per essere migliori e non sfigurare ( a questo ci credo davvero). Grazie di questa larga intimità…

E il mosaico di voci si arricchisce.
Da Anna

Poi finalmente è arrivata anche Laura, ops che dico l’aura…sì è arrivata, proprio come Remo sapete quando di qualcosa da fare si dice: “faRemo questo o faRemo quest’altro…” e Remo si fa attendere, ma poi arriva e qualcuna fa…
…e in auto con Leti (e dietro Maria Rosaria ci seguiva in scooter) a ridire insieme:
Leti: ma quanto mi è piaciuta questa coperta improvvisata, nel parco, anche se non ci ha viste e ascoltato nessuno, anzi pure meglio perchè forse non avremmo avuto quell’intimità, non si sarebbe creata quella magia che ci ha portate tutte a dire tra di noi, senza dire “io sono” senza dire titoli e autori, ma poi a indovinare il libro e lo scrittore,scrittrice,poeta, canzone, cantante. e poi i suggerimenti da ognuna su come dire meglio, sul tono, sulla memoria…
Anna: ma che bello stare comunque sotto la coperta, anche se nessuna aveva proferito la fatidica frase: “uno..due..tre..” e il gesto, ci siamo comunque ritrovare con naturalezza, con spontaneità, a parlare e delle nostre cose, e a dire i nostri brani, a correggerci, a fare battute, è stato davvero “essere una persona libro”. Ricordo che la frase che mi colpì di Antonio fu: “sarebbe bello che la persona libro lo fosse sempre anche nella vita quando parla con gli altri, cioè senza dover per forza urlare per affermare una idea ma dire con ciocolata fundita, essere persona libro può cambiare non solo il modo di parlare ma anche il modo di pensare”.
Sì dobbiamo senz’altro tornare nel parco, ma… CON UNA BANDIERA PIU’ GRANDE!!!(che FAREMO)

Da Maria Rita

E non posso ora, come non ho potuto sabato in mezzo alla Natura e a Voi, restare voce silente.
Era passato più di un anno dalle ultime righe ricordate e dette. Ho riscoperto l’emozione del dire ad alta voce parole amate e temute. Ho ritrovato il tremore, il battito accelerato e il piacere di essere, di far parte.
Grazie per avermi donato l’attimo, il ritmo, la pacatezza per inserirmi nel coro.
Un abbraccio.

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