Una formazione chiamata… desiderio

Questo Blog. Così fortemente e caparbiamente e autoritariamente voluto, è, finalmente, abitato da molti. Aumentano le voci che raccontano – anche se a volte sono in differita per quella sragionevolezza tipica delle donne che non vogliono avventurarsi su strade tecnologiche diverse da quelle che già a fatica frequentano (e lo dico con infinita comprensione perché per molti versi sono ammalata del medesimo male). Crescono le pagine-diario. L’Accademia della lettura trova qui una sua narrazione. E i dossier fotografici – laddove non esistono filmati a documentare – restituiscono, se non le voci, almeno le espressioni di tanti istanti vissuti con pienezza in cui le facce dicono tutto.

Raccontare i momenti dedicati alla formazione è difficile. Ma se questo Blog deve testimoniare il viaggio dell’Associazione: i suoi rivoli, le sue sgangherate trasferte, le sue incredibili invenzioni, le visionarietà, qualcosa anche su questo aspetto va condiviso. Perché formare altre persone libro è un obiettivo quanto costruire eventi e immaginare forme di promozione della lettura o imparare a memoria tutta la libreria di casa. I contenuti stessi della formazione sono stati raccontati più volte e forse questo articolo pubblicato sul Portale Liberos: http://liberos.it/notizie/persone-libro-la-profezia-di-bradbury-siamo-noi/250 ha qualcosa d’ispirato che è difficile replicare. Non potrei dire niente di più. Cambierei le parole ma, da persona libro, non mi va di farlo.

una delle tante "coperte"

una delle tante “coperte”

A me capita spesso, dall’inizio di questo viaggio, di essere presente alla nascita di molte cellule. Non per dovere di presidente ma per libera scelta. Vorrei aggiungere: appassionata, perché io mi diverto a giocare a questo gioco. Ma al di là del piacere – che è un bene primario nello svolgere un volontariato – fare formazione è un atto d’importanza vitale. Una cosa che serve. A chi la fa, soprattutto, per rinnovare il desiderio, per rendersi conto di quanto ciò che dice è sempre un orizzonte rispetto a ciò che fa: l’esperienza accumulata non ci rende più bravi – da noi non esiste il concetto di bravura – ma solo più consapevoli di quanto sia lunga la strada verso l’autenticità: voce, gesti, respiro. E di quanto sia fin troppo facile cadere nella presunzione di far coincidere la quantità delle pagine imparate e la quantità degli eventi vissuti con una sorta di “superiorità”. La bellezza e il guaio di questa esperienza è che nessuno/a può imitare un altro/a.

Ci sono suggeritori non maestri. E i suggeritori più utili, spesso, sono quelli che ascoltano non quelli che dicono. Ho incontrato persone che erano naturalmente naturali, che sapevano testi a memoria, e alle quali non avevo nulla da raccontare che già non sapessero ma che non hanno scelto di diventare parte del progetto per rifiuto dell’itineranza (troppa fatica, ma io non ho tempo!) e/o della dizione in pubblico (mai e poi mai, io no!). Ci sono persone libro, tra di noi romane, che non vengono agli eventi itineranti e non dicono in pubblico ma ascoltano, in modo critico e attento, durante le coperte o tra il pubblico, se gli eventi sono locali, e qualcuna di loro continua a imparare parole che ama; qualcuna di quelle parole è diventata voce nel repertorio di un’altra. Perché i libri si “passano” anche così, quando sono persone.

E l’ascolto, se critico e non passivo, è la misura stessa del progetto. Vedersi per dire i testi a memoria senza lavorarci insieme sopra, senza aiutare l’altra/o a fare i conti con il proprio dire (non pronunci bene le sillabe, cali la voce nel finale, non hai ritmo, non ti sento…), senza curare tutti gli aspetti: respiro, intenzionalità, dedica e sguardo (perché non mi guardi? perché mi escludi? Stai dicendo il testo a te stesso/a?) … e se ci riusciremo… anche gesti (quelle benedette mani che restano inermi a noi mediterranei gesticolanti), serve a poco. Anzi, serve – uso una parola forte – a danneggiare il progetto. Perché lo rende diverso da quello che è.

Con i ragazzi della scuola alla Laurentina (Roma)

Con i ragazzi della scuola alla Laurentina (Roma)

Chiunque è libero di imparare a memoria e di dire a voce alta quello che vuole ma non per questo è una persona libro. Ecco perché serve fare formazione: serve a ricordarci chi siamo, e perché. E anche a testimoniare un’appartenenza: noi tutti facciamo parte di un progetto più grande che si chiama Donne di carta, un’associazione, l’idea di 4 persone, il coraggio di quelle 7 iniziali, la pazzia della sua cofondatrice-presidente, i tanti soci sostenitori che non si sognano di imparare una riga a memoria, non inventano eventi per l’Accademia ma sono pronti a intervenire a ogni nostra creazione, sono spesso i destinatari che chiamano e coinvolgono altre persone, sono quelli e quelle che ci aiutano a esistere.

La caratteristica tutta italiana dell’essere una persona libro di Donne di carta è viaggiare in gruppo. Probabilmente perché è stata un’associazione a farsene carico e quindi è stato semplice immaginare fin dall’inizio un movimento collettivo o forse perché – e lo credo più vero – le sei donne che si sono innamorate di questo progetto e l’hanno scelto (escludo l’uomo perché è stato come dire una “molla”, un fattore scatenante e non permanente) non lo hanno mai immaginato come un fatto singolo, individuale ma hanno detto da subito: “e ora? Ora andiamo”- quel plurale è una magia insostituibile.

Essere un gruppo non è cosa facile. Come realtà sociale appartiene a un’epoca lontana – almeno per alcuni/e di noi non più giovanissimi/e. Se non hai mai praticato sport di squadra o politica militante l’unico ricordo – deviante – è la classe scolastica o il gruppo di amici adolescenziali. Cose, spesso, da dimenticare, per sanità. Non c’è una base positiva da cui partire. Non per tutti/e.

Il gruppo è una forza immensa, evocativa, all’esterno: sembra che le parole dette da uno si riverberino nel dire dell’altro come se ci fosse un accordo segreto, una complicità – e se sotto le coperte lavoriamo bene tutto questo non è scontato ma una promessa; il gruppo al suo interno può essere, invece, un inferno, anche silenzioso: fatto di alleanze, di ombre, di reti sommerse, di dinamiche distruttive. Metti le persone insieme e quello che “non puoi mai sapere all’inizio è quanto a lungo amerai”, e “in quali modi un amore finito ti darà la caccia”. Le parole dei libri servono anche a questo: a difendersi tramite la comprensione. A tentare il dialogo, sempre, anche con parole prese in prestito. A dire – imparare a dire, non tacere.

Ritratto di gruppo romano in un interno

Ritratto di gruppo romano in un interno

Per questo noi siamo politica, politica culturale, perché non solo nelle parole che impariamo, negli eventi immaginati come sinergia di tante forme espressive noi facciamo cultura, siamo anche testimoni autentici – senza maschere – della cosa più bella e più difficile da abitare: la condivisione. Per ogni gruppo, vecchio e nuovo, verrà il tempo della disgregazione perché sempre ci sarà il rinnovo: è una promessa “naturale” che appartiene all’ordine delle cose che si evolvono. E le persone cambiano, si evolvono. Noi cresciamo.

Per questo siamo rivoluzionarie. Fare formazione aiuta anche a fare rete tra le persone, conoscerle, abitare i territori, mettere radici. Perché solo chi ha davvero radici è pronto per camminare. Non ha paura: sa che il viaggio è un’apertura senza perdite. In questo umanesimo sono le persone la certezza sulla quale investire tempo e desideri. E vale la pena.

2009- prima uscita pubblica

Giugno 2009- prima uscita pubblica

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