Dire… il silenzio

Se c’è un tempo giusto per ogni cosa, allora è venuto il tempo di parlare con una voce diversa, quella che emerge quando davvero devi metterti in gioco davanti a qualcosa o a qualcuno, e prima ancora di cercare il contatto con il mondo, là fuori, devi dire a te stessa/o: “io sono qui”.

Non semplicemente “io”: non è un’esibizione narcisista, un’enfasi del soggetto ma un’affermazione di esistenza. Facile dirlo (forse) più difficile sentirlo.

C’è un modo di essere voce che rende giustizia a chi dice e a chi ascolta, e rende libere le parole; anche una sillaba, allora, ha un peso specifico: cade, qui, in quel punto immaginario che non puoi sorpassare (no) se non ti invito (sì).

È questa la forza con la quale un io inaugura se stesso, e si apre. Non serve alzare il volume della voce: sei la voce; basta pronunciare tutti i suoni. E se inspirare è fisiologico, automatico (così dicono) allora espirare è volontà e potenza. Questo fiato ha un unico sostegno per durare: la persona.

Il primo e l’ultimo respiro tracciano il senso (la direzione) di una persona.

ombre2 - Copia

Fare la persona libro cosa ci insegna? A rispettare il fiato, a non buttare via le parole, a non alzare la voce sopra le teste degli altri, a non imporre, ma a guardare e respirare ogni suono. Difficile ma non impossibile. C’è chi crede che l’alito vitale di un dio abbia creato il mondo, allora, è proprio nel respiro che possiamo provare ad essere alla sua altezza: a sua immagine e somiglianza.

Correre tanto per superare la morte non produce pietà ma orrore. Viviamo una società che fa della distrazione un imperativo. La memoria è cosa inutile: è passata. Il futuro è troppo lontano: non c’è. Il presente si consuma in fretta, si autodivora: non c’è un prima né un dopo a tendere l’elastico.

Noi, come persone libro, stiamo imparando il senso faticoso della durata, noi abbiamo a che fare continuamente con il tempo: quello prima del dire, quello dell’imparare a memoria, quello della parola consegnata, quello del silenzio, dopo.

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Ogni cosa diventa oggetto di scadenza nel regime del presente eterno: si cambia d’abito su tutto. È l’abito che dà sostanza. Un meccanismo pubblicitario è diventato un modo di vivere. Abbiamo creato una democrazia basata sull’errore che uguaglianza significhi automaticamente parità. La parità dei diritti si basa su un riconoscimento della differenza come un valore. Un concetto difficile ma non impossibile.

Siamo tutti prodotti commerciali in serie: persone e idee. Dietro un atto di vendita non esistono valori. Si parla di collettività senza mai abitarla: siamo un target, il personaggio anonimo di un consumo o di una propaganda. Bersagli. Libri-novità: questa è l’offerta. Non plurima ma eccessiva.

Se siamo “classici” finiamo velocemente nel fuori catalogo e se non ci sarà più l’Opac a recuperarci resteremo in giacenza, infinita. Così il mondo perde le storie e non sa più cosa farsene della Storia. La macchina del desiderio indotto è una macchina di morte.

Provengo da una generazione che ha vissuto il senso della partecipazione collettiva. Non c’erano vincite isolate, non c’erano i Bingo. C’erano i collettivi femministi. I collettivi politici. Le sedi di quartiere. Le radio fatte dai collettivi. Non c’era Internet a fingere la socialità rispondendo al bisogno di comunicazione. C’era anche silenzio. Molto. Lunghe pause di silenzio che nessun cellulare poteva invadere.

Le reti erano territori reali. Le persone erano mobili perché si spostavano fisicamente. E nessun posto era mai troppo lontano se bisognava esserci. Non sono nostalgica ma parlandone con una mia amica ci chiedevamo se non ci sia qualcosa in tutto questo che vada conservato, raccontato, e magari trasmesso. Noi, solo per fortuna generazionale, siamo fatte di questo.

E poi guardo le persone libro: il nostro modo sghembo di fare; noi ci spostiamo, noi siamo un gruppo, noi riproponiamo la forza evocativa di una comunità, la forza delle voci, insieme. Quindi, qualcosa resta.

ghiaccio

Viviamo in una società in cui ogni cosa è una gara che alimenta una competitività feroce: siamo tutti aspiranti vincenti di qualcosa: il gratta e vinci del bar, il livello superiore del gioco virtuale, il The Voice di turno.

Chi pratica sport di squadra sa che la competitività è una forza collettiva non una tensione di perfezione personale, e costa fatica e tempo, perché l’Insieme è una costruzione che trae forza dal piacere di fare quello che si fa. Ognuno/a serve. Ed è la squadra che vince.

Provengo da una generazione che aveva idee e ideali. Li ho visti trasformati in confezioni sigillate vendute sottocosto perché un “fatto” (una legge conquistata, un fenomeno sociale combattuto) scollato dall’urgenza spirituale (motivazione) e dalla visione che lo anima (il mondo migliore possibile), se non deriva da un impegno di molti, è solo un abito su una stampella che può indossare il chiunque di passaggio senza per questo capirne il senso. Impegnarsi ha un costo enorme: esserci. In prima persona.

In un mondo commerciale l’unica motivazione è l’invidia: dobbiamo essere tutti come, devo fare anch’io come. Al punto che, alla fine, pronunciamo tutti le medesime parole dicendo cose diverse e senza capirci.

Cittadini/e di Babele.

Diventano un problema le parole se si svuotano di senso o si ripetono a pappagallo (con tutto il rispetto per l’abilità del pennuto, mi rifiuto di dire “a memoria” perché la memoria è un cuore). L’intenzionalità ha a che fare con il fiato (le parole respirano) e con la durata: quanto tempo dedico a queste parole per abitarle e sentirle mie? e quanto tempo del mio tempo sono disposto/a a prestare affinché queste parole vengano ascoltate? Perché anche nell’ascolto c’è intenzione.

In una società commerciale persone e oggetti si consumano velocemente, si sostituiscono. Anche i desideri hanno un timer. L’unica relazione immaginabile con il mondo e nel mondo è la proprietà ma non quella che si costruisce magari abitando un luogo, curandolo nel tempo: essere proprietari di qualcosa o di qualcuno è una gara per sentirsi qualcuno. Come se “essere” derivasse da un’appropriazione. Un po’ come fanno i cani: marcano il territorio. “Sono arrivato/a io, per primo: quindi è mio”.

“Verba volant”: è vero, se le parole sono sostenute dal respiro… volano, e se cadendo saranno una pietra o una piuma dipende dal peso, dall’intenzione, dal fiato ma anche da ciò che servirà a chi ascolta, per esempio. Perché dire non è una proprietà.

cerchio-tarocchi

Villa Adriana

Non si vince la violenza di genere, non si ferma il femminicidio, non si cambia la politica o il mondo urlando più forte. Il rischio delle parole che non sono sostenute dal fiato giusto è di restare “lettera morta”, parole senza vita.

Dobbiamo dire, invece, quello che c’è prima della violenza, del femminicidio, dei casi di cronaca, della pubblicità offensiva, delle ruolizzazioni, delle disparità sul lavoro, delle retribuzioni impari, della sessualità ridotta a barzelletta o a siparietto di teatro di infima categoria.

La violenza di genere è dentro le parole che abbiamo assorbito e che continuiamo a ripetere per essere come… quelli che non perdono… i dominanti, i furbi, gli uomini uomini e le donne donne.

La violenza di genere è nei dettagli delle parole non solo negli atti estremi, che proprio perché estremi sono il finale di una storia iniziata tanto tempo fa: una storia malandata e maldetta di uomini e di donne prigionieri di parole. È nata in quello che non riesci ancora a dire perché non hai mai avuto le parole per dirlo, e abbassi gli occhi se prendi un ceffone, costruendo con lui il potere di umiliarti, difendendo magari lui…perché non si sappia, perché i panni sporchi si lavano in famiglia… perché i figli…poi…i figli.

È nata nel modo in cui ti hanno chiamato “femminuccia”, ed eri solo un bambino che non voleva giocare come gli altri bambini, come se fosse una cosa vergognosa e sporca: una parolaccia mentre ti hanno ripetuto fino allo sfinimento che per una bambina essere femminuccia è l’unica realtà da abitare.

L’educazione linguistica è un’educazione sentimentale; ci vuole una vita intera per creare vittime e carnefici. Ma cambiare le parole per dirsi è un atto che potrebbe salvarti la vita.

Foto di N. Montemaggiori

La violenza di genere è già dentro i giocattoli che continui a mettere in mano, ancora oggi, nel ventunesimo secolo, ai tuoi figli, condannati già da figli a essere gli uomini e le donne di domani così “come fan tutti” nelle stanze pubblicitarie della vita al Mulino Bianco; è in questa trasmissione di comportamenti e di storie da indossare (“facciamo finta che”) o di compiti da assolvere (tu cucini e io no) che si fonda la disparità atroce dei generi per cui Lei finirà mezza nuda sui cartelloni per convincere Lui a comprarsi la macchina dei suoi sogni. La cosa più culturale che abbiamo inventato in millenni è la parola “natura” e il suo aggettivo “naturale“.

La violenza di genere è dentro ogni parola d’amore che inventa reti protettive fin dall’infanzia e che trova nella palude adolescenziale il suo humus ideale: nelle fiabe, anche pubblicitarie, in cui essere un lui o una lei è una questione di attesa e mai di autocompimento; una promessa di felicità tramite l’altro/a perché la solitudine fa paura.

La parola desiderio è una ferita: non ho, non sono. È compito di un altro o di un’altra riparare la “mancanza” come se venissimo al mondo imperfetti non perché umani ma perché soli.

La parola desiderio non è mai la tensione/pulsione di una narrazione, legittimata, della ricerca di se stessi/e per essere unicamente se stessi/e. Una ricerca che dura tutta la vita. Ed è un bene, una ricchezza non una condizione di miseria da cui uscire… a tutti i costi.

È l‘invidia, la parola capitale, la molla commerciale più attiva anche come movente omicida, non la gelosia. Invidio la tua capacità di essere/tornare singola, unica, rara. Libera. Senza di me.

Gli abiti da indossare sono più facili dei pensieri diversi da costruire.

Se una società del benessere economico rifiuta la parola “dolore” inventando false felicità collettive, una società cattolica la usa come impedimento alla felicità personale perché l’unicità della persona è un rischio incontrollabile, e il risultato è che il dolore non ha mai voce.

Questo è l’unico silenzio da cui dobbiamo uscire. Per noi stessi/e e per tutti gli innocenti di questo pianeta.

Ascoltando le parole prese in prestito dai libri, ascoltando il fiato che le sostiene, come l’altra sera, parole dette e parole cantate (dio solo sa come arriva dritta e naturale la musica!), in questa crescita del progetto “persone libro”, io credo che il nostro fare cultura militante, impegnata, sociale, debba tornare a recuperare il valore del silenzio. Il silenzio contro tutte le parole inutili e svuotate di senso.

Dobbiamo rieducarci alla sua percezione, sentirlo: come vibra, come precede ogni parola da dire, come emoziona, come resta…dopo. È l’istante preciso in cui ci stacchiamo dalla beatitudine personale in cui si adagiano le parole, scelte per noi stessi/e, per fare ingresso nel fiato-contatto, nella parola sociale, quella che inaugura la cosa più delicata, più preziosa e più difficile che dobbiamo costruire: la parola che serve.

Perché per quante possano essere le parole che siamo capaci di dire, a volte basta tenere il fiato su un “sì” o su un “no” per cambiare il mondo e noi stessi/e.

uccelli

Silenzio come pienezza, non povertà. | Dal silenzio nasce sia l’attesa che l’appagamento. (Lalla Romano)

(Foto di A. Fortunati, S. Molajoni e N. Montemaggiori)

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