Era… tutte le voci del mondo

“Chi è costui (costei)”?

Torniamo agli inizi del nostro discorso sulla creatività narrativa. Ecco il tono corretto della domanda che rende vivo un personaggio. Altro da sè. Con molto, certo, di quello che noi siamo ma con tanto di suo.

La domanda non è “Chi è l’Uomo (o la donna)”? Non generalizza ma esistenzializza. È la storia singolare, concreta, di quell’uomo o di quella donna che racconterò.

Unisco qui in questo report sia le ultime battute del nostro laboratorio sia le suggestioni meravigliose che ho accolto da una Lectio magistralis di Melania Mazzucco, e non solo perché confermano il tipo di lavoro che stiamo portando avanti ma perché rivelano aspetti reali – non ricette – di un’officina creativa.

(Mazzucco vive seguendo la traccia dei suoi personaggi. Dovunque questa la conduca. Per raccontare la loro vita s’inabissa nelle profondità della loro esistenza come se non fossero invenzioni della propria mente ma persone in carne e ossa che abitano da qualche parte lì nel mondo. E se il mondo è un’epoca lontana tutto il suo lavoro di detective consiste nel ricostruire il sapore di quell’epoca attraverso letture appassionate condotte su documenti d’archivio o tramite permanenze sui luoghi per respirare l’atmosfera, per imparare a vedere quel mondo con gli occhi e la sensibilità del personaggio, per abituarsi a pensare come lui, a parlare come lui.
Accade quest’immersione profonda anche se il personaggio è un contemporaneo perché la vita e le persone sono sempre un libro da leggere: scrivere di una donna che fa il soldato (“Limbo”) significa comprendere questa vita, conoscerla dal di dentro, sapere, per esempio, quanto pesa un fucile nelle mani di una donna).

Ultimamente sulla lavagna che pasticcio con tutti i gessetti colorati abbiamo giocato insieme a ricostruire le carte d’identità dei personaggi di un racconto che adoro – e che vi ho suggerito di leggere – “Colazione da Tiffany” di Truman Capote, accorgendoci in questa ricostruzione analitica che ogni ingrediente: un luogo, una qualità, un attributo del personaggio era intrinsecamente necessario e funzionale alla storia, e che seppure tutto quello che riuscivamo a ricostruire non era presente, esplicitato nel testo, spesso ne era la ragion d’essere, il motore.

(Con parole decisamente più suggestive, Mazzucco dice la stessa cosa: lei sa tutto dei suoi personaggi, scrive pagine e pagine su di loro ma poi, nell’atto finale, solo alcune cose entrano realmente nel testo e quelle parti mancanti, tacitate – e tutte le pagine che sono servite a tirarle fuori e che non ci sono (lavoro di “lima”) – sono lì a dare spessore, verosimiglianza, autenticità, insomma vita ai personaggi).

Scomponendo “Colazione da Tiffany” attraverso i suoi “attori” abbiamo fatto un viaggio a ritroso: abbiamo scoperto l’importanza narrativa dei luoghi come elemento di combinazione tra i personaggi, per esempio, o l’uso incredibile degli oggetti (la foto, il telegramma, la cartolina) come “uncini” delle sequenze narrative e senza rendercene conto abbiamo disegnato la “mappa” d’invenzione – e con lei il quartiere, e la casa: il luogo narrativo dove accade tutto – evidenziando quali parti il testo aveva evidenziato e quali taciuto e come nel montaggio ogni cosa acquistasse il suo peso quasi naturalmente. Con una maestria (coerenza del testo) che ha fatto dire a una di voi, con stupore: “ma scrivere è davvero tutto questo? Quanto è consapevole lo scrittore di quello che fa?”

Neanche noi leggendo come siamo soliti fare ci accorgiamo del lavoro immenso che c’è dietro ma ne godiamo il risultato e quel risultato c’è perché è un effetto strategicamente voluto (regime del piacere) mentre quando ci caliamo nei panni del lettore “attento” scopriamo la logica necessaria di un testo, quella che lo “tiene”, che rende tutto funzionale, indispensabile anche se a volte imperfetto.

Lo scrittore scrive. Immaginalo mentre lo fa: se è come Rimbaud esplode la sua immaginazione allucinatoria direttamente sulla pagina ma tutti quelli che non sono Rimbaud, noi tutti lavoriamo pazientemente, continuamente.

Uno scrittore quanto sa di quello che fa? Tutto e niente. Non sa né come né quali esperienze che ha vissuto in prima persona diventeranno parte di quella narrazione ma sa ogni cosa, ogni dettaglio, e parola, ogni pensiero del personaggio che sta… inseguendo per avere con lui un’occasione unica di esistenza.

Sa cosa hanno scritto gli altri su quel tema e sa anche in quale corrente quei testi galleggiano e le sue letture e i suoi modelli si agiteranno, in pro e contro continui, mentre lima ogni frase e ogni parola perché siano uniche, personali, sue.

Se non fosse consapevole di tutto questo sarebbe solo uno/a che scrive. Perché tutti hanno il diritto di farlo, ma la Letteratura è un’altra cosa.

Il lavoro di creazione letteraria (attributo che non appartiene a tutti i testi che leggiamo e soprattutto a tutti i testi “pubblicati”) viene molto prima di quel testo, è stato a lungo nella mente e nella vita di chi lo ha scritto. E solo a un certo punto diventa un’urgenza più importante della perdita annunciata: perché quando un libro è concluso, è finito smette di appartenere, diventa “altro” e d’altri. Non puoi più riscriverlo. Devi aspettare un’altra occasione, e non perderla.

(Mazzucco racconta: ho un’immaginazione visiva, vedo la storia per scene, inizio a scrivere la prima che spesso è proprio il “cuore” della storia e poi lascio che da quella si definiscano, come un puzzle o a raggiera, tutte le altre; poi guardo l’insieme e monto le scene, decido quali parti salvare e quali abbandonare, e spesso così facendo scopro quale sarà il personaggio da cui far derivare tutta la narrazione, quale il tono, quale, insomma, il punto di vista e da lì sistemo i piani narrativi…)

Quante volte ci siamo detti in questi nostri incontri che narrare è mettere in scena un’azione?

In questa mappa che emerge sulla lavagna fatta di personaggi, di luoghi e di oggetti si disegna a poco a poco la rete dei collegamenti possibili e anche di tutte le esclusioni fatte perché ogni scelta è l’accensione di un percorso e l’abbandono di un altro che però sta lì, preme, dà spessore. E a poco a poco emerge anche il substrato, l’invisibile, e quando ci accorgiamo che l’eroina indimenticabile di Capote è una delle declinazioni possibili della triste leggerezza dell’essere in fuga è come se la riconoscessimo, come se l’avessimo sempre conosciuta perché dentro di lei c’è la Letteratura (tutti i libri che abbiamo letto), tutto l’Immaginario (gli archetipi che risuonano in noi alla stessa altezza empatica), tutta la nostra cultura di lettori e di lettrici. Quel tessuto mitico che sorregge l’umanità del personaggio. Ossia il suo apparire come vero. E che ci permette di entrare, a noi lettori, nella sua storia.

(Se il personaggio tiene, tiene tutta la storia – dice Mazzucco)

Il che comporta che ciascun personaggio sia dotato di vita autonoma, che non sia mai “spiegato” ma lasciato vivere e che nell’atto stesso della sua invenzione chi scrive si disponga come un osservatore attento, come un ascoltatore dall’orecchio assoluto perché è la lingua, in cui quel personaggio parla, che esprime tutta la sua autenticità. Ed è la lingua inventata da chi scrive. E inventare vuole dire “scoprire”.

Per questo molti personaggi non sono veri: sono sempre e solo l’autore; sono “di carta” e restano in superficie perché non hanno spessore, non hanno un vissuto che, anche non scritto, si portano dietro e dentro, non rimandano a nulla e, soprattutto, sono tutti uguali, tutti proiezioni di un ego enorme che non si fa da parte.

Quest’ego dovrebbe invece svolgere il compito di un regista: costruire il montaggio attraverso il ritmo, dosare i toni di ogni scena, fare attenzione ai dettagli decidendo quali usare per creare collegamenti (anticipazioni, allusioni) e quali per illuminare i personaggi, scrivere le battute e poi ascoltare le voci degli interpreti, percepire la personalità che ciascuno regala a quel ruolo e avere la sensibilità di direzionarla ai fini della storia, magari scoprendo qualcosa che non aveva immaginato prima.

È un processo la scrittura – scaletta o non scaletta – facilità immediata di scrivere o necessità di lentezza, non importa. Tutto è azione e in azione. Il personaggio la muove, la subisce, la rimpalla, reagisce, la schiva. È un mondo in movimento. Azioni sono anche le parole di un dialogo, o le parole dei pensieri. Decidere la distanza tra chi scrive e la voce narrante: sono io? O è un personaggio? E quanto questo personaggio è altro da me?

L’ego sta nelle scelte dei materiali, delle combinazioni. L’ego sta in ognuno dei personaggi. L’ego appare e scompare, si frantuma nelle parole perché le parole sono “mondi”.

L’ego è lo stile: la visione del mondo che quei personaggi abitano come se fosse l’unico possibile. E almeno in quel testo, per tutta la sua durata, quel mondo è l’unico vero.

L’ego è il modo con cui quella storia sarà raccontata, parola dopo parola, virgole e punti, paratassi e subordinate. L’attacco: la prima riga che dà inizio al mondo, e l’ultima, che lo riconsegna al silenzio.

Quand’ero bambina, al Gianicolo, vicino alla statua di Garibaldi a cavallo, ogni domenica arrivava il teatro dei burattini. Si apriva il sipario: l’eroe aveva una voce squillante e calda, si muoveva nello spazio ristretto con l’eleganza di un ballerino, lei era così leggera che toccava il suolo solo con le punte e sembrava sempre in procinto di spiccare il volo, e aveva una voce sottile che si rompeva spesso in una risatina acuta. Poi c’era lui, il cattivo, arrivava ogni volta da un punto diverso della scena: da dietro, da sinistra, dall’alto: incombeva e allargava le braccia come fosse un corvo, e nera, grassa, cupa era la sua voce.
Io restavo incantata, con la bocca semiaperta – un giorno o l’altro ti entreranno le mosche dentro, vedrai! diceva sempre mia nonna. E la storia era sempre identica a se stessa. Infinitamente.

Poi un giorno arrivammo un po’ prima dell’orario della rappresentazione, mia nonna si era allontanata a comprarci il gelato, e io stavo lì da sola, dietro la casina del teatro, e lo vidi.
Un ometto basso e insignificante: stava infilando nelle sue braccia i pupazzi della storia, braccio destro il cavaliere gentile, braccio sinistro la donzella.
Disse “ciao” con una voce piatta, incolore.
Lui, che dentro la casina del teatro, era tutte le voci del mondo.

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