Paura? Noi no

Le premesse: creare un’occasione per affrontare il problema della violenza narrando le nostre storie, condividendo la competenza e l’esperienza, e partendo soprattutto dal dare voce alla paura. Paura della debolezza. Paura di non essere mai all’altezza. Di essere giudicate, sempre sotto esame. Di essere ingannate o non credute. Di essere sole (queste alcune delle risposte nel questionario).

Antonio Trimarco apre la mattinata e dal tono delle sue parole so che siamo nel posto giusto, al momento giusto, con le persone giuste: troppe donne ovvio, come al solito, qualche uomo: due, forse tre o quattro. Non c’è “media” sulle 40 presenze.

Racconta di sè, di un episodio di violenza subito, di come l’esperienza di karate gli abbia consegnato almeno la tranquillità nel vivere la situazione senza perdere la testa, e poi continua sull’importanza di eventi come questo che sono il segnale di una reazione contro la violenza che dilaga, cita gli ultimi casi, il suo orrore per la donna acidificata, l’averne parlato a cuore aperto, più volte, con sua moglie, inorridito.
Lo ascolto. Non è un discorso di convenienza, ha scelto il tono di chi si mette in gioco, e quel semplice atto di citare più volte la moglie, è un segnale di autenticità. Penso: forse ce la facciamo, forse è possibile costruire una complicità o un dialogo.

Poi tocca a loro. Gli allievi del maestro Angelo Cialente (Obiettivo Karate Roma).

Siamo prima seduti ad ascoltare poi tutto quel parlare di corpi fa effetto: ci alziamo, occupiamo lo spazio liberato dai tavoli all’interno della Biblioteca trasformata in una palestra. Loro ci mostrano alcune mosse di difesa, del tipo: reagisci per creare una via di fuga.
Reagisci? Penso: io sarei capace, se gli mollo un pugno, di fermarmi a chiedergli se gli ho fatto male… Reagisci?

Partiamo da qui, dal fatto semplice che se ti aggrediscono non devi opporti ma seguire il movimento – su seguilo, ti trascina? Seguilo…, non allontanarti, avvicinati docilmente. Cerca il contatto, mantenendo una posizione di sbieco mai frontale – devi vedere la tua via di fuga, lo spazio d’uscita – se lui è davanti, se ti tira verso di sè non opporti. È nella vicinanza che puoi usare improvvisamente polso o braccio come leva e liberarti dalla stretta, piegarlo a terra, avendo quello spazio necessario per assestargli un calcio o un pugno o una testata, forte, perché una leva provoca dolore, i ruoli s’invertono: sei tu che controlli per ora, tu che hai tempo di lanciare quel calcio, se hai i tacchi usali con tutto il peso del corpo o la parte anteriore del piede mai la punta: il calcio sulla rotula fa cadere, il calcio sulle palle fa male ma anche una testata sul naso è dolore. Poi scappa, urla, e scappa. Il tempo dei ruoli invertiti è minimo.

Pochi movimenti e molte parole.

Parole che parlano di equilibrio fisico, e mentale: non avere paura, stai calma, respira. Una gamba sempre più avanti dell’altra, appoggia il peso. Piega le ginocchia. Sii solida. Puoi farcela. Anche un braccio lanciato con tutta la forza fa male: una frusta. Ma soprattutto gioca sulla sorpresa: lui non s’aspetta che una preda reagisca. Lui non s’aspetta che tu non abbia paura.
È possibile?

Siamo in 40 a provare, ridendo. Vedo gambe lanciate in aria in modo scomposto. I due istruttori passano attraverso i nostri corpi che giocano: aggiustano una postura, consigliano un movimento, correggono un’interpretazione. Io so solo che non so nemmeno stare in equilibrio sulle mie gambe divaricate all’altezza delle spalle (dove finiscono le spalle?), non so piegare lievemente le ginocchia senza perdere l’equilibrio (ma sono sempre così rigida?), non riesco nemmeno a coordinare gamba per il calcio e braccio per la leva, quale leva? ci metto una vita a mettere il pollice e il medio al posto giusto sulla mano dell’altra (dovrei chiedergli: scusa, aggressore, aspetta un attimo… devo fare la presa). Accanto a me una donna si esibisce in un lancio di gamba da spaccata, quella di dietro afferra con convinzione il polso dell’altra, la spalla e la costringe a chinarsi su se stessa portandola in giro come al guinzaglio.
Meno male, almeno so che funziona. Sono io che devo ricominciare tutto daccapo: ho un corpo, capito Sandra? Hai un corpo.

Quando scoccano le 10.30 arriva la vigile della polizia municipale Rosalba Pucciariello; ha poco tempo per stare con noi, deve scappare… blocchiamo la sessione per sistemarci con le sedie in un circolo. È solo allora che mi accorgo che è arrivato anche Paris, il presidente del Municipio, che nella commozione del momento chiamo Renzo. Non me l’aspettavo. Non mi aspettavo la sua lettera aperta, ieri, in cui comunicava al territorio il nostro evento sottolineandone l’importanza, segnalando la continuità con la “Giornata particolare” che il municipio aveva voluto dedicare al Femminicidio. Nel presentarlo, Antonio dichiara che sono commossa, e lo sono sul serio: sbaglio il suo Nome, lo ringrazio e sto zitta.

Rosalba prende la parola. Il Presidente del Municipio è accanto a lei e ascolta, come tutti, ascolta la storia di Rosalba, la vigile aggredita nel suo posto di lavoro quasi sicuramente da un collega probabilmente sorpreso mentre stava rubando qualcosa dagli armadietti, un’aggressione vigliacca (ma quale aggressione non lo è?), di spalle, che l’ha segnata come violenza due volte, nel corpo per il danno ricevuto e nella non giustizia perché il suo Comando ha fatto cadere l’indagine. È così che una donna abbandona il suo posto di lavoro, va altrove. Per non grazia ricevuta.

Poi i discorsi s’intrecciano. Ci sono diverse persone, donne, nella biblioteca-palestra-agorà che appartengono alla polizia municipale, conoscono la sua storia, aggiungono riflessioni, commenti: sono donne che appartengono alla prima generazione di vigili donna, ognuna ha una storia di non rispetto e di non giustizia alle spalle. Lunga è la vita delle non parità.
Paris s’intreccia a queste prime battute, partecipa, commenta. Poi si congeda ringraziandoci: ha altri impegni, voleva solo dirci come uomo, come istituzione: io ci sono. Lo applaudiamo senza formalismi. Lo applaudiamo mentre si allontana e qualcuna a voce alta lo invita a organizzare altri eventi in cui partecipino gli uomini, è quasi perentoria la richiesta, un tu a tu: Paris, fa’ venire gli uomini.

Vorrei poter fare la cronaca minuto per minuto, parola dopo parola.
La commozione iniziale ha causato la non messa in moto del registratore digitale: attaccato alla presa, pronto ma mai acceso. Ricostruiremo insieme con le altre i dettagli, le linee tematiche, il succo ricevuto che dovremo mettere in bottiglia e portare altrove. Lo faremo insieme. Dopo.

Ogni donna che parla parte da sé, dal lavoro che svolge, come Assia Corsi, psicologa-musicoterapeuta, dalla storia di violenze subite: psicologiche non solo fisiche, pesantezze di disparità, sempre. Con reazioni solitarie, private, grazie agli strumenti posseduti: autostima, cultura, età.
Mi ricordo il modo accorato con cui una donna si è rivolta a Rosalba: ma dove erano i tuoi colleghi? Dov’era la complicità, il sostegno?

Un’altra confida – la voce intima e arrabbiata insieme –: mi sono sempre salvata perché non ho perso la calma, perché ho manipolato l’altro e non ho avuto paura di reagire anche davanti a un branco perché se colpisci uno gli altri si fermano.
Un’altra ancora si lamenta: perché gli uomini oggi non ci sono? A che serve parlare sempre tra di noi? Perché non avete portato i figli maschi e i mariti?
C’è chi il marito lo ha portato. C’è chi ha portato, da insegnante, un allievo. C’è chi da madre ha portato la figlia tredicenne. Noi ci siamo: partiamo da qui. È questo l’incipit.

Si parla di femminismo, che non è una brutta parola, soprattutto perché molte in sala lo hanno vissuto anagraficamente: è una parte della vita. Una giovane donna si rifiuta di usare la parola “autostima”, la sente troppo centrata sull’ego, chiede apertura all’altro, co-costruzione dell’identità attraverso l’altro. È un’insegnante di yoga ma nella forza della sua reazione linguistica c’è anche un rigetto della piega che sta prendendo il discorso sul femminismo… quell’essere sempre sul filo di una lama che questa parola provoca inevitabilmente, a distanza di… età.
Io penso che non abbiamo trovato ancora le parole giuste per raccontare un pezzo della nostra vita.

Autostima, identità, relazione. Mi viene spontaneo rispondere a una storia del Sé con le parole prese in prestito da una canzone d’amore, quelle famose di Modugno “Ma come hai fatto”. Le dico in reazione a un racconto di amore violento, vorrei che dicendole a voce alta tutte e tutti capissero che in quelle parole abbiamo contratto una malattia comune: l’ideale dell’Amore romantico, l’Amore che fa con-fusione, che annienta le singolarità… e trasforma la vita in un filo tra le dita di un altro. Dico il testo ma so che forse l’intenzione resta intenzione: è difficile scollarsi di dosso l’idea che l’amore con la maiuscola sia profondamente sbagliato (Lidia, Lidia Castellani ho paura che non siamo ancora pronte a vaccinare le bambine contro la paura della solitudine per difenderle dall’idiozia del grande amore!).

Si parla di modelli femminili che mancano: le donne di potere sono peggio degli uomini- rivanga qualcuna. Si alza una voce in risposta che ci spiega la la “sindrome dell’ape regina”. Mi volto sorpresa, che roba è? Le donne che conquistano il potere non solo devono fare più fatica e valere più degli uomini ma quando sono arrivate non possono mostrare quella complicità che le altre donne vorrebbero, anzi, che si aspettano, che pretendono da donna a donna, perché quel potere non ammette, per mantenerlo, nessuna debolezza, e la complicità lo sarebbe. Accidenti, dovremmo fare una sosta: questo è un discorso da sviscerare, qui c’è il cuore del nostro rapporto di fuga dal potere, la nostra paura “di essere come gli uomini”, paura/invidia/livore per le donne che ce la fanno.

Ma il discorso svia sui modelli: quelli che ci sono, criticati perché eccezionali, quelli che vorremmo inventare. Poi, non so bene quando, è tutto un lungo piano sequenza nella mia memoria: poi, appaiono loro, le attrici della Compagnia “Expresso Teatro”. Prendono il leggio, lo mettono al centro del cerchio e ci regalano – in un silenzio stupefatto e spontaneo – passi del loro lavoro di teatro civile. Sono dati agghiaccianti di morti di donne. Sono una storia crudele e paradossale di una lunga perdita di autonomia, di dignità di una donna prigioniera di un amore fatto di divieti in nome di una felicità che non arriva mai.
Parole senza sentimentalismi. Il sentimento non abita più la realtà?

Io ascolto. Le guardo. Una di loro è donna incinta (sarà femmina). Ha una potenza il suo corpo e una leggerezza che mi trapassa come una scheggia: ogni volta che una donna esprime la sua forza gli uomini non solo ne hanno paura, forse, in realtà la paura è anche invidia – lo penso e mi viene un po’ da ridere.

Un orizzonte, enorme. Si apre, si chiude. Parole: modelli, potere, aspettative. Giudizi.
Una persona libro s’inserisce con il testo su “Artemisia Gentileschi” di Anna Banti: una donna che voleva fare a tutti i costi la pittrice in un mondo di maschi, violata, non sorretta dal padre, sola. La sua vittoria (potere) senza felicità.
Le sue parole arrivano come una sferzata: sono una risposta a chi si lamentava del vuoto che il femminismo ha lasciato, quell’assenza di eredità che ha creato un vuoto generazionale.

Modelli. La forza delle donne, nonostante tutto, arriva. Ma si tratta di donne eccezionali. Di eccezioni. Questo è il punto. Questo è un nodo. Che strangola.
L’importanza di non essere normali – penso, mia cara Beauvoir.
È cambiato il modo, forse, nelle generazioni successive, di pensarsi donne? È per questo che non ci capiamo?

Ed è qui che arriva il miracolo.

Lei è minuta, seduta su un tavolo. È sicura di sé come la sua voce, chiara, forte. Lei è una bambina, tredici anni (o almeno io penso: si è ancora bambine a tredici anni). Lei dice che l’ha trascinata qui sua madre e che lei non voleva venire ma ora è contenta di stare qui, con noi – dice proprio così (no, non si è più bambine a tredici anni), ed è contenta di sentire questi discorsi perché è vero, è questione di modelli ma anche di pregiudizi. Perché a scuola le insegnanti dicono a loro, bambine (questa volta è lei che usa questo termine), di essere forti, che possono fare qualsiasi cosa, che sono uguali ai maschi e poi, invece, se accade qualcosa, qualcosa che non va fatto e di cui loro sono le autrici, quelle stesse insegnanti accusano i maschi come se fosse “naturale” che siano loro i responsabili. E questo è dire una cosa e poi agire in modo diverso. E loro, loro bambine, non protestano perché fa comodo che ci rimettano i maschi ma non è giusto perché è un pregiudizio… è come dire: voi non siete in grado di fare quelle cose… però è inutile protestare… le insegnanti sono quello che sono, ormai hanno quaranta, cinquanta anni e quindi non possono cambiare…
Quaranta, cinquanta anni! (vorrei morire adesso, qui, un colpo!). Mi esce dal cuore, puro istinto di sopravvivenza: la maggior parte di noi, cara, ha questa età. E non è vero che non possiamo cambiare! Si cresce tutta la vita – le dico. Si può cambiare anche alla mia età. Credimi!
Mi guarda. Io ho quasi urlato. Lei no. Sono io che ho paura.

Non hanno paura, alla fine, nemmeno i due uomini. È difficile per loro stare da soli in mezzo alle donne? Già. Noi passiamo la vita da sole in mezzo agli uomini. Ma questo non conta. Questo è scontato.
Parlano molto: dell’epoca del femminismo, della politica di strada, siamo in molti i coetanei. Della relazione uomo/donna: hanno le mogli presenti. Ed è proprio uno dei due che, a proposito della violenza, dice: quando un uomo diventa violento è perché ha perso, non ha più argomenti, si sente sconfitto e reagisce.

Ed è lo stesso uomo – mi fanno notare dopo, in macchina, ancora cariche di tutte le cose dette e ascoltate – che parla della violenza come qualcosa che viene fatta, che si agisce. Mentre tutte le storie dette dalle donne sono state storie di violenza subita, sopportata. Sarà questa la differenza?
Ripenso ad Antonio, al suo inizio di discorso “mi è capitato di essere aggredito” solo l’esperienza sulla pelle che può far comprendere agli uomini cosa provano le donne in ogni momento della propria vita?

Autostima, pregiudizi, disparità sociale, modelli, solitudine. Femminismo e nuove generazioni.
Tanta carne al fuoco. Necessaria. Siamo agli inizi di una narrazione. Vogliamo dire tutto e il contrario di tutto. Balbettiamo tutte le parole che viviamo ogni giorno. E non abbiamo mai né un luogo né un tempo per dirle.

Avei dovuto far vedere un video che Nicoletta Montemaggiori aveva preparato (ma non è il caso di cambiare luogo, andare di là, accendere il Pc, spostarsi fisicamente…): era un montaggio splendido di spezzoni tratti da diversi filmati di fiction e giornalistici.
Un montaggio di cose di ieri che non cambiano. Fino alla liberazione finale: la danza di tutte le donne del mondo, in piedi, ovunque, con il braccio e il dito puntato in alto. (- sarà per la prossima volta).

È arrivata Ginevra Gigliozzi, la nostra coreografa della Scuola “Pura Vida“, trafelata e sopravvissuta al traffico: le vigili sono corse via per andare al lavoro, siamo restate in una trentina. Ci mettiamo dietro di lei a imitare i suoi gesti. La musica è una melodia tribale, percussiva. I gesti sono tanti: braccia, gambe, petto, piedi.
Perdo la coordinazione, mi dimentico la sequenza. Mi guardo intorno. Ballano tutte. Anche gli uomini.
Una bibliotecaria abbandona il desk della biblioteca e si unisce a noi.
Ci fronteggiamo in due squadre, poi componiamo due circoli che s’intrecciano – si fa per dire, ripetiamo più volte passi e movenze. Si aggiunge un uomo, Piergiorgio, un habitué del Circolo di lettura della biblioteca.
Ripetiamo tutto daccapo. Passi mambo, mani aperte a schiaffeggiare le cosce, frustate con il petto a culo alto. Poi il giro su se stessi, poi il cerchio dentro il cerchio.
Penso: Ginevra è pazza. Ma tutte/i ballano.

Sono le 13.30, la biblioteca deve chiudere. Stop! Basta!
L’applaudiamo.
Ci applaudiamo a lungo, ridendo.

(Abbiamo raccolto tantissimi questionari, altri ne stanno arrivando, anche da una scuola).
La narrazione è solo cominciata.
Siamo pronte al viaggio.

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5 thoughts on “Paura? Noi no

  1. Roberta Verrecchia ha detto:

    Sabato mi sarebbe piaciuto portare la testimonianza di realtà positive, di rispetto tra uomo e donna, nell’ambito dei giochi di ruolo, nell’ambito dell’handmade dove donne (più di 2000) hanno creato e fatto crescere un gruppo in cui il rispetto e l’aiuto reciproco sono alla base di tutto, di una donna responsabile di una biblioteca, insomma, realtà di donne che hanno costruito una rete di sostegno, che si rispettano e aiutano, di rapporti paritari e di rispetto tra uomini e donne, per dire che non è vero che tutte le donne si pugnalano alle spalle, per dire che il confronto alla pari tra generi è possibile. Purtroppo il tempo è volato, il momento passato ma ora più di prima, so che la paura può essere sconfitta. Io non ho paura.

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  2. Sandra Giuliani ha detto:

    Già, è quasi più istintivo partire sempre da quello che non va perché riuscire a essere positive sembra quasi irrispettoso nei confronti del dolore, della sofferenza, delle difficoltà. Non avere paura è anche questo: mi alzo e dico tutto ciò che ho costruito come donna con le donne, come donna con gli uomini. Esprimere la forza non è facile perché sembra che devi parlare di conquiste – e quindi di aggressività – e non di costruzioni – e quindi pazienza. Sono felice che tu intanto lo abbia detto qui: i racconti si guadagnano un posto ovunque se creiamo l’occasione per farli ascoltare. Poi, il viaggio continua e nella bottiglia che porteremo in giro metterai questa tua esperienza. Perché non avere paura non è dire solo “NO”. Grazie Roberta.

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  3. A proposito della sindrome dell’ape regina, questo articolo è davvero esaustivo – Grazie alla dottssa Enrica Romano!
    “Se guardiamo le cose da un’altra prospettiva, c’è un eccesso di aspettative positive nei confronti delle leader cui non corrisponde altrettanta indulgenza. «Abbiamo ancora lo stereotipo culturale della donna altruista, buona e generosa, servile, sottomessa, passiva. Se però è assertiva, diventa subito aggressiva e dominante. Di un uomo non si direbbe mai», osserva Beatrice Bauer, che insegna comportamento organizzativo alla Bocconi. Significa che se un capo è brusco o freddo o arrogante si dà quasi per scontato che sia così, si è disposte a tollerarlo. Di un’omologa, mai. Anche se magari è soltanto molto concentrata. Bisogna riconciliarsi con la parola potere, intenderla come la possibilità di fare qualcosa, senza averne paura. Essere lucide nella valutazione delle superiori e attente all’inconscio. «Le donne al vertice sono oggetto di transfert, diventano una madre idealizzata, che può diventare penoso non riuscire mai a raggiungere», spiega la psicoanalista femminista Manuela Fraire.”
    http://27esimaora.corriere.it/articolo/donne-che-ostacolano-le-donnela-sindrome-dellape-regina/

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  4. Sandra Giuliani ha detto:

    http://www.zeroviolenzadonne.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=556

    Da ascoltare con attenzione, grazie agli uomini che “non ci stanno”

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