Io non ho paura

20 APRILE ore 9.00-13.00

Biblioteca Renato Nicolini ex Corviale- ROMA.
via Mazzacurati 75

ore 9.00-10.30 (sessione tecniche di difesa personale) -per imparare a urlare e fuggire; per disimparare ad abitare il proprio corpo come una debolezza.
ore 10.40-11.00 antologia a tema delle persone libro – per ascoltare le parole che non sappiamo dire.
ore 11.00-13.00 (workshop) – per raccontarci le nostre paure e per costruire una narrazione autorevole con l’aiuto di chi opera nella sanità, nella scuola, nella sicurezza urbana, nella legalità…
ore 13.00-13.10 danza collettiva  sullo spirito della danza Haka Maori per creare potenza e solidità collettiva, per diventare parte attiva di una cordata.

Se è vero che là fuori tutto il mondo è pieno di cose da leggere, ciascuno di noi – maschile e femminile che sia il suo genere –  deve saper dire: io sono, io voglio, io posso. Il corpo ha una voce. La parola detta è la possibilità di mediare tra noi e l’universo altrui. Dire qualcosa di se stessi è già un passo oltre… la violenza.

Stiamo annegando in un mondo di chiacchiere che fanno solo rumore. Aggrediti dalla pubblicità che rende anche la vita una merce: i desideri in funzione dell’oggetto da acquistare non sono più desideri ma inneschi condizionati, che si consumano nell’oggetto e lasciano vuoto il soggetto.

La pubblicità non è (solo) il cartellone che espone in un legame analogico offensivo “donne e macchine”, “pezzi di donna e pezzi di cibo” ma la narrazione continua di un mondo che stabilisce ruoli ipercodificati perché “così fan tutti”, ruoli che uccidono le singolarità, quella rarità di cui ognuno/a di noi è portatore sano, dall’infanzia alla vecchiaia se cresce in un ambiente ricco di relazioni affettive, sociali, culturali. Se “cresce”: condizione che continua per tutta la vita se la vita è offerta di pari opportunità… Si diventa uomini e donne, giorno dopo giorno. Questa è la vita, il resto è, appunto…pubblicità.

Abbiamo ripetuto fino alla nausea che la Cultura è fatta di più discorsi, che ogni parola non nomina le cose reali ma quello che noi vogliamo (o possiamo) vedere delle cose. Estendere questa “visione” forse ci accosterebbe al senso o per lo meno ci aiuterebbe a costruirlo. Il Senso non è una verità ultima buona per tutti: è la storia che ciascuno di noi potrà raccontare di Sè agli altri.

Il pensiero narrativo è una leva potente che ci fa immaginare la nostra vita. Così come davanti alla pagina bianca chi scrive può provare il “blocco” così chi vive può arrestare il suo stesso sviluppo come persona se lascia dilagare la paura.

Esistere fa paura. Per questo ci si accomoda dentro gli stereotipi: sono come delle sagome di cartone su scenari di plastica in cui basta infilare la propria faccia e credersi qualcuno. Una trappola, se quell’apparire non somiglia nemmeno vagamente a chi siamo, o vorremmo essere. Prima o poi il cartone s’incrina, lo scenario si consuma e resta il vuoto.

Siamo in grado di insegnare a non avere paura ai nostri figli?

Siamo in grado di dire a un figlio maschio che non è virile perché fa a botte, va alla guerra, non si veste di rosa e va a caccia di trofei: donne o potere che siano? Siamo in grado di dire a una figlia femmina: cara, non sei venuta al mondo per dire sempre di sì, per accudire e servire un figlio, un marito, un anziano, un pavimento o un piatto?

Siamo in grado di dirci che non c’è nulla che valga più di noi stessi nemmeno in Nome dell’Amore? Che l’Amore non è fusione ma incontro di singolarità distinte? che i ruoli sono una compartecipazione e non un’identità naturale? che una relazione è una narrazione a due voci e non un monologo?

AMORE. Una parola che nasconde spesso quella paura di tutto “distinta e inseparabile dalla vita” –  come dice Marguerite Duras con parole che dovremmo ripeterci ogni giorno, alzandoci dal letto. Perché se diamo voce a questo spavento,  se impariamo a leggere le sue pagine  forse possiamo imparare a dire: io sono, io voglio, io posso. La declinazione minima della libertà. D’essere, poi bisogna imparare l’esercizio della libertà: la relazione.

Diceva una volta la mia medica giapponese: costruisciti un’aura intorno di sicurezza e nessuno oserà violarla. Ho visto lei muoversi tra la gente: non aveva una corazza. Ma un sorriso invincibile.

Si può partire da qui, allora, dalla paura per costruire una narrazione diversa sulla relazione tra noi e il mondo. Sulla relazione così compromessa tra il maschile e il femminile. Tra giovani e adulti. Tra adulti e vecchi.

La molla è stata i casi di stupro urbano a Velletri e il modo assurdo della reazione: sassi e spray nella borsetta delle giovani donne e il suggerimento del Sindaco di non uscire da sole.

C’è molto da fare. Dal saper riconoscere i segnali del pericolo, che poi sfocerà in violenza. I modi di esistere della paura. Sottili, subdoli, impedienti.

Storie di violenze sommerse ed esplicite: questo il Mondo in cui abitiamo. Violenze dettate dalla Cultura che abbiamo assorbito con il latte materno: uomini e donne. Da madri succubi che non vogliamo replicare. Da padri autoritari che non vogliamo più né essere né avere. Da amanti che non smettono di essere figli. Da amanti che non smettono di essere genitori.

C’è un mondo in cui il silenzio è indizio di una narrazione mancata che deve diventare invece prevenzione: dalla famiglia alla sanità, dalla scuola alle forze dell’ordine. Un bambino con fratture sparse, una donna con la mascella rotta, un uomo possessivo: non sono casualità, sono SEGNI.

E questa narrazione deve diventare circolare con l’aiuto di  TUTTE le persone: esperienze e competenze. Il parere dell’esperto vale quanto il racconto di un vissuto. La soluzione di aiuto inventata da un condominio vale quanto la rete protettiva-informativa dei professori di una scuola. Un medico attento vale quanto un vigile urbano che conosce chi vive nel quartiere.

Circolarità preziose. Che possono salvare la vita. Non solo quella “presente” ma anche il come quella vita, domani, crescerà. All’ombra di quale insegna: paura, violenza, o serenità.

Per questo Donne di carta “mette in gioco” anche le sue persone libro perché magari in quelle parole prese in prestito… ci sono quelle che qualcuno non sa dire, ha paura di dire, non vorrebbe dire. E ascoltarle può far bene alla testa e al cuore. La solitudine, la chiusura uccidono.

Dare valore al corpo e alla mente, al corpo che deve imparare a urlare tanto quanto la voce deve diventare parola.
Perché “non avere paura” oggi come oggi – come primissimo passo – è avere voce.
Vorremmo che quest’incontro fosse un’occasione: per uomini e per donne.

Raccogliamo il testimone lanciato dal XV municipio (oggi XI) per dare una risposta, concreta, del territorio. Questo per noi è… il valore reale dell’essere cittadini/e. Chiunque abbia una storia venga a portarla come testimonianza, come esperienza, come competenza. Oggi più che mai serve essere in relazione – fare una cordata – per non avere più paura.

io non ho paura
io non ho paura

PRENDIAMOCI LA PAROLA.

SCRIVETECI per candidarvi come “relatori”, per partecipare alla sessione sulle tecniche di difesa: info@donnedicarta.org

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