Da dove vengono le idee (e come se ne vanno)

Prima ancora del luogo dove cercarle (trovarle) è necessario distinguere due registri: quello narrativo e quello non narrativo che per comodità chiameremo “definitorio”.

Siamo in macchina, fermi al semaforo, in attesa. Accanto a noi un’altra macchina con un uomo al volante che parla – ha un auricolare? Sta pensando a voce alta? Cosa sta dicendo? –

Bastano queste semplici domande (curiosità) a far scattare il pensiero narrativo e se lo lasciamo andare… il vicino di macchina improvvisamente smetterà di essere una figura anonima, estranea per acquisire il “ruolo” di personaggio. Diventa un portatore di storia… quella che noi inventeremo su misura.

 Il narrabile fornisce un’identità, sempre: io/tu sei questo.

E il “questo” si esprime attraverso azioni e qualità che ritagliano un contesto possibile (uno tra i possibili) di significati. Nasce il dramma (azione). L’identità narrabile è un vedere l’altro in una situazione precisa. È vedere l’altro in azione.

Chi, cosa, dove, quando, come, perché, a che scopo“… non sono le domande inventate dal giornalismo anglosassone. Sono le domande che Aristotele (e tutta la retorica successiva fino a Quintiliano) ha posto come metodo per interrogare la Topica ossia quel magazzino (memoria attiva) di idee e di forme delle idee da cui è possibile estrarre (inventio) discorsi (narrazioni) possibili.

Quello che più ci interessa e c’incanta è proprio questo atteggiamento: interrogare, fare domande. L’unico modo con il quale la realtà (il signore dentro l’abitacolo della macchina) smette di essere opaca e indistinta, un continuum che scivola via, e diventa invece ritagliabile in porzioni di senso, in brani narrativi.

È sempre la storia di Ulisse che, mascherato, si ascolta esistere nelle parole altrui (l’aedo), e piange. Riconoscimento e coinvolgimento: empatia.

“Io sono questo” significa anche: “io sono qui”. Dentro queste parole (non altre). Dentro questa storia (non altre).

Scrivo sulla lavagna (di ardesia, gessetto bianco): Vento.

La scrittura si basa su un miracolo: sulla pagina esistono solo parole/segni ma il lettore vede/immagina mondi. (Leggere non è fare surf sulle parole, è immergersi dentro l’oceano che c’è dietro, dentro, oltre).

“Facciamo finta che tu sia… il vento: cosa/come sei?”

  • Forte
  • Una carezza sul viso
  • szszszsz
  • Porte che sbattono
  • Linee, segni diagonali come nel disegno di un bambino o in un fumetto

(Ve l’ho detto che siete stupendi/e? vabbè, lo confesso qui).

Il vento narrabile cambia secondo il punto di vista (io sono il vento, dal punto di vista attivo e dal punto di vista ricettivo, io vedo le azioni del vento/ciò che fa, ciò che causa, io rappresento il vento)… Io esprimo l’intensità (forte), io il registro acustico (sibilo), tattile (carezza), visivo-acustico, (porte, sbattere), visivo-concettuale (segni).

Stiamo immaginando, stiamo cominciando a narrare. Abbiamo aperto, semplicemente, una porta.

Accanto al pensiero narrativo che ci abita esiste un altro pensiero che chiameremo associativo, analogico.

L’orologio con un quadrante e le lancette si chiama, appunto, analogico. Perché? Simula, rappresenta un’idea del tempo (un suo possibile attributo); il movimento: avanti (orario) e indietro (antiorario). Quindi per rappresentare un’idea devo trovare degli attributi che appartengono a quell’idea. Bene. Cerchiamone altri. In quali altri modi posso rappresentare il tempo?

  • I fogli strappati via da un calendario
  • La polvere che scende in una clessidra
  • Le foglie che cadono in autunno
  • La sequenza cinematografica del sole all’alba, a mezzogiorno, al tramonto

Il tempo scorre, il tempo passa, il tempo è caducità, il tempo è veloce… ogni “descrizione/rappresentazione” esprime non solo una percezione ma un immaginario emotivo: l’ineluttabilità, la nostalgia… Un immaginario privato e collettivo, vissuto e culturale.

Lui dice: “il Tempo è anche un bambino che gioca a dadi… forse lo ha detto Eraclito”

Cosa rappresenta un dado? – chiedo
– Un gioco
-Bene. Se lancio un dado è prevedibile il numero che capiterà?
-No.
-Cosa stiamo immaginando allora?
-La casualità, l’imprevedibilità…
-E come cambia l’idea del tempo se la colleghiamo a questa idea del dado/gioco/casualità?

Si sposta l’accento: il tempo diventa la Sorte, il Caso.

-Io più che ai dadi penso a una scacchiera (l’immaginario cinematografico avanza: Il settimo sigillo di Bergman) – lei dice.

L’ultima partita. Il Tempo come non tempo: la Morte. L’Arrivo. La Sfida impossibile: fermarlo questo tempo che passa, scorre, va via, ci lascia. La corsa che si arresta.
Abbiamo ucciso la marca del “movimento”. L’immobile per eccellenza: la grande Signora vestita di nero.

(Mi viene in mente un libro, un suggerimento di lettura: Legge e Caso del filosofo Emanuele Severino, Adelphi 1979. Trovatelo, è un saggio-racconto bellissimo sullo spavento greco-occidentale del Tempo, la grande paura del Divenire).

Inventare è trovare/ritrovare, è muoversi all’interno di un campo semantico accendendo alcune proprietà, uccidendone altre. È s-correre tra una parola e un’altra, un’immagine e un senso, un vissuto e un libro letto, una percezione e una convinzione: è costruire una rete semantica immaginaria, è trovare/scoprire/creare legami. Narrare è vedere in situazione, agire (dramma). Ogni parola è un mondo (semantico). Ogni parola è una rappresentazione di quel mondo.

Libri (mondi già detti). Immagini, Vissuti. Modelli.

Le parole-percorsi-mondi non sono universali, neutri. Ciò che accendo come rilevante e ciò che spengo come irrilevante dipende dal mio vissuto umano, dal mio vissuto di lettore, dal mio habitat culturale. La lingua che parlo è un modo con cui vedo il mondo.

Ogni parola, in lingue diverse, accende porzioni di senso differenti. Il termine “bosco” copre un’area di significato diverso dal termine “wood” o dal termine “bois”. Le operazioni mentali (narrative/associative) sono identiche ma ogni termine rappresenta porzioni di mondo diverse perché lingua e cultura tratteggiano in modo diverso il perimetro, il confine di ciò che è dicibile, narrabile. Di ciò che è possibile a dirsi. Alla fin fine, anche di ciò che credo sia il mondo là fuori.

Serve per essere traduttore, per essere il segreto scrittore di uno scrittore, una misura di umiltà e un’ugual misura di amor proprio, una mobile mescolanza di modestia e di orgoglio: non si può dare a un altro uomo nulla di più personale che le proprie parole, ed è questa una delle più alte abnegazioni di sé, ma pensare di poter restituire le parole di un altro uomo in qualsiasi altro modo che non siano le sue stesse parole, questo è un atto di suprema fierezza” (Simone Barillari)

Noi inventiamo continuamente. Semplicemente parlando.

Se per inventare una storia (pensiero narrativo puro) basta farsi domande (chi, cosa, come, quando, dove) e far emergere un profilo in azione (vedo l’altro o vedo me come altro fare qualcosa) e attribuire un’identità narrabile, per immaginare e creare (trovare delle idee) basta affidarsi a due motori potenti dell’immaginazione linguistica, onirica, mentale: la metafora e la metonimia.

Ciò che all’inizio del 900 Freud attribuì come operazioni tipiche del lavoro onirico inconscio: condensazione (metafora) e spostamento (metonimia) erano le grandi macchine figurali della Poetica aristotelica (di cui troviamo traccia anche nella Retorica).

Bene, troviamo allora nel nostro parlare quotidiano un esempio di metafora.

– Irene, sei proprio un’ape…

Ussignur! cosa mai avrà in comune una ragazza, essere umano, con un insetto? (a pensarci bene – ma non lo dico, la risposta l’avrebbe Kafka) tanto da giustificare questa similitudine che si trasforma in identità? (soppressione del “come” e identificazione tramite il verbo “essere”)

Lei specifica: “ho visto Irene con un vestito a strisce gialle e marroni, le stesse strisce della livrea del corpo di un’ape”.

Chi ascolta dice (vede, immagina, interpreta):

-Irene è velenosa
-Irene è fastidiosa
-Irene non sta mai ferma, è laboriosa (si posa qui e si posa là, leggera e instancabile)
-Irene è velenosa  ma poi paga quello che ha fatto (punge) e muore

Ogni volta qualcuno accende un legame identificando una proprietà e uccidendo tutte le altre. Emerge “un simile” a scapito di tutto ciò che simile non è (il differente). E su quel simile scatta la fusione.

La metafora è un motore potente che ci consente di conoscere, di apprendere perché immagina un mondo in cui tutto a rigore è collegabile, basta trovare il legame, il punto di sutura e così anche le cose ignote diventano conoscibili, e l’ignoto stesso fa meno (forse) paura.

Bene, e la metonimia, come usiamo questa figura?

– Passami l’acqua.
– A casa ho un Picasso.

Contenitore e contenuto. Opera e creatore. Economicità della lingua. Bisogno di risparmiare (tempo e parole). Ecco la metonimia: uno stare dentro ciò che chiamiamo (percepiamo) “il reale” e collegare parole-cose tramite rapporti (legami) logici e permetterci di dire l’uno (contenuto o autore) invece dell’altro presupponendo che chi ascolta/legge capisca.

È questa presupposizione, stupenda, che permette il patto di comunicazione.

Nessuno ti passerà l’acqua tenendola nella coppa delle mani e nessuno penserà che a casa tu viva con il fantasma del pittore. Non ci saranno errori d’interpretazione a meno che chi ascolti non sia uno straniero e non esista un contesto reale che lo aiuti a disambiguare la frase (basta indicare la brocca con un dito ma Picasso come lo risolvo?).

Modelli di esperienza e modi semantici. Pagine e immagini dentro. Inconscio, immaginario. E noi che ci muoviamo dentro questo campo semantico. Troviamo, creiamo, accendiamo, spegniamo. Creare è sempre (un po’) uccidere. Inventare è sempre riconoscere e trovare.

Più modelli abbiamo dentro più cresce la nostra sapienza (è un sapore) di lettori. Essere lettori esperti è questo: più esperienze, più modelli, più immagini e più pagine e quell’abilità – che si allena – ad associare, a richiamare la memoria attiva. Essere scrittori poggia su questa sapienza di letture: perché anche il mondo là fuori o le cose che viviamo sono… storie da leggere.

Questo immenso serbatorio di idee, di forme, di parole per Aristotile (lo scrivo con la e e con la i così faccio contenti tutti) era la Topica: un magazzino che conteneva il già detto e il dicibile (il possibile a dirsi). Per estrarre le idee bastava dunque saper porre le domande giuste e questo permetteva di tratteggiare l’ossatura della narrazione (chi, cosa, dove, quando); per inventare il senso bastava attivare la capacità generativa del pensiero linguistico…. accostare il dissimile tramite il simile, percorrere all’infinito i legami logici-funzionali tra le cose/parole.

Il lavoro creativo. Il pensiero narrativo e il pensiero associativo sono dentro di noi, in ognuno di noi e in ogni momento della nostra vita.

Quando ti alzi la mattina e ti pensi: ti vedi in azione, ciò che farai, con chi parlerai… ti prepari, ti anticipi… ecco, stai inventando la storia di te stessa in quella giornata. Proietti un’immagine in azione. Sei come Ulisse: un’identità narrabile.

Chi scrive, chi crea.
Chi legge.
Distanza/vicinanza.

Stasera siamo stati dentro la materia della narrazione: idee, parole, sensi. Abbiamo inventato. Sappiamo dove trovare le idee? Più che altro, forse, “come” estrarle.

E ora, come d’abitudine: si ascolta.

Un brano di Calvino “Prima che tu dica Pronto”(letto non detto), un brano da “L’arca parte alle otto” di Ulrich Hub e Jörg Mühle. (Grazie)

La prossima volta si parte da qui: una frase sulla lavagna (di ardesia vera, gessetto azzurro).

“Ogni volta che apro un libro, il libro dice: Io sono questa storia e tu (lettore) proverai queste emozioni”.

Su RadioLibriamoci web tutto quello che non vi ho detto.

Compiti a casa.

Per gli scrittori:
scrivere un testo che deve far provare al lettore pietà e paura.

Per i lettori:
due righe scritte su quanto avevano già vivisezionato nelle proprie letture individuando ciò che li cattura per curiosità (non so qualcosa e vorrei saperla), per sorpresa (non l’avevo previsto), puntando sull’individuazione dei punti/modi in cui il testo mantiene alto l’interesse: sulla storia? (personaggi in azione) o sul modo (il come) è raccontata? (quell’angolo da cui il mondo è soprattutto la scelta delle parole per dirlo).

Un breve commento sui testi ricevuti (grazie per la fiducia)

Raccontare un mondo tramite un unico registro sensoriale significa abolire la prevedibilità (se è l’udito Io ascolto, se è la vista Io guardo) perché ciò che è scontato non narra ma definisce.

“Assaporo la tua anima” è creare un mondo gustativo laddove non immagino sia possibile.

Il trucco migliore sta sempre nel non dire apertamente ma nel creare effetti. Facendo attenzione che non sono le parole in se stesse, da sole, che si portano dietro un “senso” uguale e buono per tutti.

Raccontare è lasciar esistere le cose, i personaggi… evitate ogni eccessivo attaccamento (commenti, giudizi).

A rigore e spietatamente, a nessun lettore importa chi voi siate davvero (cosa provate, come vedete la vita, di quanta sensibilità siete fatti) importa ciò che siete in grado di rappresentare: un mondo in cui poter abitare. Ciò che conta davvero è la qualità della relazione che si crea tra chi scrive e chi legge.

Ogni esercizio, per ora, deve essere affrontato come un modo per far intravedere la personalità della propria scrittura… si è brutti e si è belli, si è buoni e cattivi, luminosi e opachi… ma mai bravi o non bravi fino a che non arriverà il lettore che deciderà il destino di quanto avete scritto. Per ora c’è solo un alter ego (io) che cerca di prepararvi a quell’appuntamento.

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