Tanto per darvi fastidio

In pillole (si fa per dire) gli argomenti che disegnano il metodo stravagante che con questo laboratorio sperimentale “Tu scrivi… io leggo” cerco di costruire mettendo insieme la competenza sommersa di chi legge e la competenza instabile di chi si appresta a scrivere perché – questa è la scommessa – saper leggere conduce alla consapevolezza della scrittura: è un’arte e non una meccanica imparata a scuola.

Un laboratorio stravagante perché mira a destabilizzare le nostre certezze e presunzioni: per imparare qualcosa dobbiamo sempre far morire qualcosa di noi. Abbandonare una posizione che ci rassicura e tentare di farci sorprendere: una momentanea sospensione del Sé.

Il lettore rende visibile ciò che la scrittura nasconde. Augh. 

Siamo partiti da una semplice frase, scritta con il gesso sulla lavagna, per riuscire a leggere l’invisibile: “Quando arrivano gli antropologi… gli dei se ne vanno.”

Dietro ogni parola, dietro ogni segno c’è un atto consapevole di scelta.
Scelta significa avere davanti infinite possibilità date dalla padronanza della lingua e selezionare e combinare solo i tratti che si sentono appropriati, precisi, adeguati a quello che si vuole esprimere.
L’esattezza delle parole (una delle Muse di Calvino) e dei segni risponde a una volontà precisa di significazione.

Leggere non è solo capire il senso della frase (messaggio) ma ricreare i modi con cui quel senso è stato costruito. Leggere due volte.
Leggere è vedere cosa c’è dietro ogni segno/parola/lettera.
Da quell’infinita possibilità di scelta e di combinazione che abita dietro le quinte, chi legge – ricostruendo i singoli atti – comprende davvero l’intenzionalità della scrittura, perché scopre il peso di quell’essere qui di ogni segno/lettera/parola. Gli indizi di un’anima.
L’impronta personale: questo e non quello.

In un universo di selezioni e di combinazioni, gli elementi si mostrano allora per quello che davvero sono: possibilità.
All’interno di una medesima categoria, per esempio quella del tempo, ci sono vari modi linguistici di espressione: “appena, quando, nel momento in cui, ogni volta che” e ognuno apporta un aspetto diverso, una coloritura del senso.
Ma la selezione implicita avviene anche tra categorie diverse: l’asse temporale/l’asse ipotetico (quando/se) portando a immaginare sostituzioni che rivelano la posizione che abbiamo di fronte al mondo: il nostro modo di sentire/percepire/vivere/ il tempo, per esempio.
Un tempo astorico (mitico), un tempo di fatti o un tempo di azioni possibili: “Se arrivano gli antropologi… gli dei se ne vanno“.
Perché la grammatica non è solo una somma di regole e di convenzioni, è il pentagramma emotivo e cognitivo con cui percepiamo il mondo, e noi stessi.

Leggere e scrivere sono sempre atti di traduzione. Augh.

Se usiamo una frase come stimolo (questa è la lettura creativa) scopriamo il peso di ogni parola (questo è la scrittura creativa): emergerà allora tutto quello che in quella frase non è visibile e che pure preme intorno, l’arcipelago infinito delle possibilità.

Creare dalla parte di chi legge è un ricreare. Creare dalla parte di chi scrive è ritrovare.
Entrambe le attività si esprimono sull’asse del cercare: una disposizione mentale e affettiva.
Il testo – e ogni frase –  è davvero un luogo di incontro. La scommessa di un legame attraverso una cosa in comune.
Questa cosa in comune non è solo la lingua (competenza, padronanza) ma anche tutti i modelli culturali, sociali, le esperienze di lettura fatte, insomma ciò che sappiamo.
È questo il mondo connotativo che chi legge proietta su una frase e che chi scrive “conosce” e mette in comune.
Questa cosa in comune fa sì, per esempio, che un’altra frase in cui compaia una parola fin troppo connotata (la luna) produca interpretazioni (immagini e percezioni) che orientano il senso indipendentemente da quello che nella frase c’è scritto.
Perché ogni lettore riempie, si proietta nel testo. La sensibilità del lettore è fatta dalle sue esperienze di lettura (e di vita), dai suoi interessi.

La luna alta sul colle – altra frase messa in gioco –  è diversa (piena, notturna, grande, mezza) per ognuno di noi, e ancora di più per un astronomo. E anche la sua altezza non è neutra, non è un “fatto”, dipende dalla posizione che assumiamo rispetto all’immagine: alta rispetto a chi? In quale posizione sei? Da dove la vedi?

Una frase, una qualunque, è sempre una rappresentazione del mondo, e di noi nel mondo. Augh.

Accade spesso – per distrazione, abitudine, noia – che il contesto pesi più del necessario sull’interpretazione di una frase: ossia leggiamo quello che vogliamo leggere non quello che c’è scritto. Tradotto: vediamo quello che vogliamo vedere.
Anche il contesto (cultura, letture, vita), infatti, è qualcosa d’invisibile che preme su ciò che è visibile, e lo condiziona. Ci condiziona.
Nessuna frase è libera di esistere per se stessa. Allude, indica, suggerisce sempre quello che non dice. E ciascuno di noi, leggendola, vi mette dentro quello che sa.
Un gesto talmente abitudinario, veloce e inconsapevole che non ci si accorge che il senso è una ricostruzione arbitraria, una ricreazione continua, soggettiva.
E che la lettura previsionale che ci domina tende a individuare “parole chiave”, parole-indizi che immediatamente usiamo; questo è il significato: l’uso che facciamo delle parole.

Ci domina anche un altro demone: diamo per scontati i contesti che usiamo per capire, dal momento che sono “comuni” – questa l’ipotesi – li sentiamo veri, unici, certi. Farli emergere non serve solo a vedere ciò che stiamo usando – e quindi forse a scoprire il punto di condizionamento – ma anche a ricostruire il valore di quel “comune” su cui poggiano le nostre certezze interpretative.

Il contesto che usiamo per interpretare è il grado di partecipazione culturale/sociale che misura la nostra appartenenza a determinati modelli. Augh.

Dialogo scemo:

– esco… che dici, mi porto l’ombrello?
–  se piove è meglio

Ci sono parole che contengono un mondo e i legami impliciti sono usi, culture e vissuti, pregiudizi e presupposizioni: parole-snodo. Ombrello, luna ma anche antropologi e dei. Sembrano parole facili e, invece, orientano il senso. Non indicano (denotazione)… richiamano. Ciascuna a suo modo.

Insomma, il mio compito – lo ammetto – è dare fastidio. Pretendo di costruire… attenzione.

Ogni lettura oscilla sempre tra rassicurazione (noia) e stupore.
Anche la scrittura oscilla perché deve orientare il lettore (attrarlo) giocando su ciò che presume che quel lettore sappia (il contesto comune) per poi costruire il… nuovo, l’elemento inedito che possa sorprenderlo.

Su questa oscillazione costruiamo le nostre abitudini di lettura, bulimica o anoressica che sia.
Il nostro bisogno di pieno e la nostra paura del vuoto.
L’atto certo con cui ci rassicuriamo o l’atto intrepido con cui il cercare diventa desiderio di cambiamento, apertura, interesse.

Il testo, dunque, foss’anche solo una frase, è un ambiente da esplorare. Augh.

Leggere e scrivere sono movimenti. Non stiamo fermi mentre leggiamo (ci orientiamo, ci proiettiamo, facciamo emergere contesti e vissuti – ricordiamo, cerchiamo) e non siamo immobili mentre scriviamo (selezioniamo, combiniamo, escludiamo, scegliamo).
Chi scrive e chi legge procede per assimilazione del noto e per adattamento del nuovo.

Molta parte della nostra lettura è capacità di previsione. Un’arte e un limite.
Molta parte della scrittura è innesco  preconfezionato di questa previsione e tentativi strategici di eluderla. Un’arte e una scommessa.

Pochi argomenti, quindi per iniziare – nel senso di essere iniziati – un metodo che gioca su due abilità precise: levare e aggiungere, ricreare e inventare.
Nella presupposizione – tutta da verificare – che lettori e scrittori siano due elementi che, messi di fronte, possano imparare a conoscersi meglio, cambiando il proprio modo di essere.
L’empatia, come forma del legame di risonanza con un testo, è un mondo tutto da scoprire.
Saperne di più ci aiuterà ad abitarlo.

Una suggestione, catturata da un libro stupendo, una suggestione sulla quale si basa la scommessa di questo laboratorio: quando, nell’Odissea, Ulisse, alla corte dei Feaci, ascolta l’aedo raccontare la sua storia, si commuove, e piange. Quel racconto altrui gli svela la sua identità narrativa; è come se ascoltandosi nelle parole di un altro scoprisse davvero di esistere: io sono… questo.
Ma quella narrazione svela anche un altro desiderio sommerso: quello di essere narrabile.

Che meraviglia…

Chi si espone attraverso la scrittura non sa mai fino in fondo chi sta esponendo perché non si vede… ma avere davanti il lettore come sguardo attento, come orecchio sensibile, può far scattare quel senso di Sè che qui tanto commuove Ulisse. Questa la mia scommessa.
E per il lettore? abitare consapevolmente questa responsabilità dell’ascolto e dello sguardo, questo compito di rendere visibile l’invisibile forse può arricchire le motivazioni (e il piacere stesso) del leggere.
Dico forse. Altrimenti quello che otterremo è smettere di scrivere e di leggere.
Come accade quando si sta imparando una lingua nuova: per un po’ si tace, per un po’ sembra di non saper dire né fare nulla, poi d’improvviso… qualcosa si accende.

Ma ora… silenzio. Ora parlano le voci… dei libri. Loro: 5 persone, 5 pagine. Mi unisco sottovoce.

Il mio compito – lo ammetto – è dare fastidio. Non so chi tra voi resisterà.

Consiglio di lettura: il libro “Tu che mi guardi, tu che mi racconti” di Adriana Cavarero, Feltrinelli 1997, da cui partono tante ipotesi di questo lavoro.

Compiti a casa:
Per i lettori
Trovate nelle pagine lette e amate ciò che vi ha catturato per:
curiosità
sorpresa
interesse

Per gli scrittori
Provate a scrivere un qualsiasi evento utilizzando esclusivamente un senso (l’olfatto, il gusto, il tatto, l’udito, la vista).

La prossima volta scenderemo negli abissi dell’invenzione: là dove nascono le idee, i mondi, il narrabile.

bibliotrulloteca
Biblio Trullo Teca – Roma, Associazione Insieme per il Trullo
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