la cellula di siena: rimini, rimini!

Arriviamo a Rimini: siamo un po’ spaurite. Siamo le prime: siamo ancora più spaurite. Per noi è la prima volta. Abbiamo scelto una forma un po’ particolare: una lettura corale. Ci rende più sicure ed è anche quella che, secondo noi, si adatta di più ai brani che abbiamo scelto, tutti testi poetici. Quando l’abbiamo pensato tutto sembrava tornare, ma adesso non lo sappiamo più, non sappiamo se le nostre voci, i nostri modi di dire, tutti diversi tra loro, riusciranno a rendere l’unità della poesia.
Giriamo fra le bancarelle, prenotiamo calendari di frate Indovino (ricordi della nonna), prendiamo un po’ di confidenza con l’ambiente, in parte ci rassicuriamo. Arrivano le romane, meno male, non siamo sole. L’entusiamo di Sandra, come sempre, è una sferzata di energia e di ottimismo. Siamo pronte, pronte anche a difendere la nostra scelta.
La religiosità dell’ambiente nel quale ci raccogliamo, il convento delle Clarisse, ci prende alla sprovvista e ci confonde. Poi le voci di tutte le persone-libro che si levano, che presentano una dopo l’altra testi diversi, diverse sensibilità, culture diverse, fanno risaltare la spiritualità intrinseca alle letture che ci stiamo donando che, piano piano, diventano una sorta di “preghiera” laica che ha la stessa dignità di quelle religiose che ci attorniano.
Finalmente arriviamo in piazza. All’inizio la gente è poca, distratta. Noi aspettiamo. Siamo libri che, per ora, nessuno vuole. Poi la parola d’ordine: “Avvicinatevi voi alle persone, offrite voi le letture”. Fosse facile per noi novelline. Piano piano ci facciamo coraggio e iniziamo. La confusione del luogo che ospita contemporaneamente iniziative diverse (un saltimbanco, una conferenza, chi sa cos’altro) ci costringe ad avvicinarci alle persone che ci stanno ascoltando, a “dire” a una distanza ravvicinatissima. Così vediamo meglio le lacrime negli occhi della prima persona alla quale abbiamo donato la nostra prima poesia, “Quelle come me” di Alda Merini. Sono lacrime che ci coinvolgono, che si riverberano anche nei nostri occhi, che sentiamo nostre perché causate da noi, dal nostro dono. Dalle nostre voci, che ora sentiamo come una sola, che svolgono le poesie come una voce sola.
Poi diventa tutto più vivo e caotico: noi offriamo il nostro dono, la gente ci chiama. “Non possiamo venire ancora, aspettate un momento, siamo in prestito”. Che bello, essere in prestito, condividere la sorte dei nostri amati libri. E che strane le reazioni della gente alle nostre proposte. Si va da “No, io non leggo mai niente”. “Appunto, siamo noi che ti diamo quello che abbiamo letto, forse anche per te”, a “No, non importa, io già leggo moltissimo”. Ma la maggior parte delle persone accetta il dono, sceglie dal catalogo che portiamo appeso al collo, chiede ancora.
E con il crescere delle richieste cresce anche la nostra voglia di dare, ci sembra che non sia mai abbastanza, la paura è scomparsa, sostituita dalla frenesia del dono. Non importa se saltiamo qualche parola, forse addirittura qualche verso, quello che conta è dare, dare senza alcun timore, sicure che quello che stiamo facendo rappresenti un modo di stringere una relazione con chi ci ascolta, sicure che l’intimità che nasce dalle nostre parole rappresenti un dono per noi che diciamo e per chi ci ascolta, sicure che si crei un legame che magari non dura più del tempo che occorre per dire le nostre poesie, ma che è profondo, vivo e vibrante.
Forse suona tutto un po’ retorico, ma non lo è, forse in questo momento comprendiamo la ragione profonda che ci spinge a imparare a memoria le letture che amiamo per trasmetterle a chi vuole ascoltarle, e anche a chi non lo vuole. Forse comprendiamo che, come virus, vogliamo diffondere la nostra malattia, vogliamo infettare tutti quelli con cui entriamo in contatto con una delle malattie più pericolose e contagiose che esistano al mondo, quella della lettura.
È finita, dobbiamo ripartire, ci dispiace. Siamo stanche, esaurite, ma anche esaltate. Riceviamo i complimenti per la nostra lettura corale, per le scelte che abbiamo fatto. Siamo felici, emozionate e orgogliose. E ci chiediamo quando sarà la prossima volta, impazienti di provare ancora quella paura e quelle emozioni, di mettere nuovamente alla prova la nostra capacità di donare, desiderose di incontrare di nuovo le nostre amiche di Roma, di Arezzo, di Firenze, di Pistoia, che non abbiamo ancora lasciato e che già ci mancano, perché sono i libri che stanno accanto a noi sullo scaffale.

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One thought on “la cellula di siena: rimini, rimini!

  1. lucianaddc ha detto:

    Grazie, Siena!
    E a presto……..

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