Un circulo vinculado

Quando Antonio venne la prima volta a Roma, l’Associazione Donne di carta aveva già creato le proprie onde anomali. S’immaginava già un profilo di esistenza.

Chi si aspettava una presentazione editoriale si trovava chiuso in una dark room ad ascoltare nella promiscuità del buio pagine registrate con voci diverse, fianco a fianco con sconosciuti, gli occhi sgranati (così fa il buio), mentre, di sottofondo, si aprivano e si chiudevano le porte di una metropolitana solamente acustica, e poi d’improvviso la luce, la voce-corpo dal vero, un suono di fisarmonica dalle scale con le parole-corpo, visibili, di un’altra storia. Che follia: letture al buio.

Chi si aspettava una lezione sul piacere della lettura si trovava catturato in una conversazione-vertigine sulla cultura intera, libro dopo libro, dove i dettami semiotici del leggere si mischiavano ai desideri reali di chi legge: empatia, riconoscimento, catarsi, racconti e memorie. Quanti libri diversi contiene la nostra vita: tante vite.

Chi si aspettava una serata dedicata alla poesia si trovava su un volo aereo immaginario fatto di parole scorporate (registrate) di parole musicate, di disegni materici che pendevano dal soffitto, di strane hostess che dicevano poesie mentre l’aereo rombando atterrava ringraziando i passeggeri della Compagnia aerea “Immaginazione”.
Parole dette e parole pensate. Parole comuni e parole letterarie. Parole libere.
La libreria Libermente era una zattera nell’Oceano delle possibilità.
Donne di carta un vascello che sognava di prendere il largo.

Solo così era possibile incontrare il progetto Fahrenheit 451 e, semplicemente, crederci.
Con la semplicità della risonanza dell’immaginazione, con la potenza della convergenza visionaria. Perché quando si sogna l’Oceano non si cercano terre promesse ma rotte immaginarie per amore unico del viaggio.
I visionari fanno parte della medesima famiglia e sono pericolosi, come i pirati.
Inventano un altro ordine alle cose. Quello dell’immaginazione (facciamo finta che) che rende vere perfino le storie dei libri.

Quando Antonio arrivò, in quel maggio del 2009, la “palabra vinculada” era già cioccolato fuso, era la mirada che respira. E la persona libro un’espressione minimalista del dire un testo amato.
Non recitare, non gesticolare a vanvera, non imporre le tue parole, non buttare la tua voce oltre la testa: respira le parole che dici, una dopo l’altra, percepisci di ognuna il peso e il valore.
Non sottolineare quello che dici, lascia libero chi ascolta di scegliere le parole che sente.
Intimità con il testo, intimità con te che dici – la tua voce – intimità con chi ascolta.

Oggi ciò che racconta Antonio contiene solo più esempi: la parola-palla respirata, lo sguardo che mira il canestro, tutto il corpo che accompagna il movimento e quel lancio della parola-palla nel canestro dell’ascolto – puoi farcela oppure no – la traiettoria del desiderio di toccare l’altro.
Respira, mira.

Più esempi, non solo la voce a te dedicata, te neonato, te amato, te che ti abbandoni alla morte: quel fiato cioccolato fuso che avvolge chi dice e chi ascolta in un abbraccio di suoni.

Più esempi: il bambino nel film di Scola che, chiamato a voce alta, tira la giacca per farsi notare ma l’adulto lo chiama senza guardarlo e non si accorge di averlo dietro le spalle, e non lo vede perché solo lo sguardo dona esistenza alle persone, alle cose.

Più esempi: non usare la parola come se fossi sulla passerella di una sfilata – un percorso dritto verso una meta precisa, uno spazio da attraversare quasi con fierezza – la vita, come le parole, è un percorso fatto di pause, di incertezze, un cammino sempre interrotto… distratto da ciò che ti circonda ma anche da ciò che provi in quel momento; il silenzio è dentro le parole che dici, la parola s’incaglia nello sguardo che ascolta…

Non dice più nulla Antonio sul “non recitare” perché sa che ciascuno di noi ha già tentato – a modo suo – questo percorso: parla allora di non neutralità del dire, è quasi più tollerante: se un po’ reciti o appoggi la voce su un effetto costruito; prende di mira solo la non autenticità, su quella prova un corpo a corpo, un esercizio scardinante. Usa altri mezzi per abbattere le sicurezze.

Oggi Antonio inventa la parola “consegnata” come se il tempo avesse piegato gli angoli del pensiero sulla realtà dell’esperienza: ognuno cerchi nelle parole l’autenticità possibile, oggi dice, quella che forse raggiungerà davvero solo domani.  Non respirare dal petto in su: la voce si strozza o va in alto, rimbomba, colonizza. Respira con tutto il corpo, anche sulla punta delle dita: la parola è movimento. E’ come dire: avvicinati al dono come puoi.

Ma poi resta identico a se stesso quando parla di quella parola vinculada, della potenza del legame.
Prende il cellulare e parla con un interlocutore immaginario a cui dice: come stai? E poi continua con le parole di un libro, con quel timbro di voce che solo la confidenza, il desiderio, l’intimità rendono possibili.
Quel dono, allora, torna con una fragilità infinita che resta anche dopo quando spegne il cellulare, ci guarda (hai capito?) e c’è silenzio, commosso… la durata infinita del sorriso del gatto di Alice.

Uscire dal silenzio è un’azione. Entrare nella parola è un’azione. Oggi Antonio dice.
Tutto si fa corpo. Questa è la lezione avanzata.
Coraggio: è tempo di essere non solo occhi e voce ma anche mani – e in macchina mi confida che Paola di Arezzo lo ha commosso per come diceva le parole con le mani; lo ripete più volte e poi sentenzia: Paola è davvero una persona libro.
L’intimità del dire senza vacui intellettualismi (recito, non recito).
L’intimità del dire nelle mani.

La lezione avanzata è questa: c’è un movimento di immedesimazione “Io sono …” (empatica risonanza con il testo amato, “desiderato” lui dice) e c’è un secondo movimento di distacco: “il mio testo dice…”: è su questa soglia, tra il dentro e il fuori, che le parole emergono, così come sono.
Libere di dir-si e di dir-ti.
E se le respiri davvero, resta il silenzio nelle parole che dici.
Non devi inventarti pause a effetto.
Io esisto – tu esisti: guardami e dimmi.

La “palabra vinculada, entregada, recorrida“… perché le parole non disegnano mai una linea retta, le parole hanno un aroma un sapore una curva di pronuncia, hanno corpo. Non c’è fretta. Non c’è ansia di arrivare alla fine.
La memoria è quanto vuoi/puoi dire non quanto sai.
Basterebbe una parola se avesse tutto il peso del mondo.

Ma allora è possibile interpretare?
La bellezza del non essere un maestro sta nel non rispondere alle domande poste dalla mente, e Antonio racconta di un libro “La camera chiara” di Roland Barthes e dice: in quella foto c’è uno scenario di guerra e un soldato accanto a un altro, e le macerie… perché era una foto che voleva raccontare la guerra ma chi guarda (Roland Barthes) resta colpito dal sorriso dell’uomo, dai suoi denti.

Esiste dunque lo studium e il puntum – dice, usando le parole di Barthes.
Quando dici il testo che ami tu sei lo studium (non imponi, non colonizzi, non direzioni: sei tutta la foto) solo chi ascolta sceglierà il proprio puntum (il dettaglio, la parola che incaglia, il senso che cerca).
Dire è un dono di libertà. Reciproco.

Sono passati tre anni.
Ciò che abbiamo sperimentato e trasmesso in tutto questo tempo è stato quasi più “metodo” delle parole di Antonio. Perché Antonio non insegna: racconta; non dà regole ma ti lascia libero di dedurre e intuire dagli esempi che narra, dall'”a corpo a corpo” degli esercizi, dai modi con cui usa la voce e ti guarda…. ti lascia libero di capire. Come puoi, quanto vuoi.

Toccami toccami toccami! non mi arrivi! ma ci hai provato, quindi riprova.
Fa’ sempre in modo che sia l’altro a chiederti di aiutarlo a trovare la voce giusta, le parole cioccolato fuso. Non imporre, non avere fretta: ognuno ha un suo tempo.
Tutto il tempo del mondo, cara ChiccaQuesta la “lezione” per i formatori.
Buona fortuna, perché se non si allena il proprio orecchio non si riuscirà ad ascoltare.

Sono passati tre anni. Abbiamo fatto delle sue suggestioni originarie un’autenticaarte del levare”, necessaria per aspirare ad un’intimità del dire.
Una strada difficile ma non impossibile.

Lui ci guarda mentre diciamo, ci ascolta.
Interviene solo dove avverte un eccesso: di rumore, di superficialità, di respiro impostato.
Sembra quasi dire, oggi, che finché restiamo tutte/i sotto la coperta (la sua “tela”) il mondo là fuori davvero rischierà di cambiare quando andremo in giro… con le parole dei libri.
E’ questo – oggi – che lo interessa: far cambiare il modo di pensare attraverso un cambiamento nel modo di dire. La magia del “come”.
E sembra facile, a sentirlo, combattere anche il bullismo nelle scuole; la violenza domestica; modificare l’apprendimento scolastico: basta non gettare al vento le parole, basta guardare l’altro e parlare con voce di cioccolato fuso, basta respirare quello che dici e consegnarlo, semplicemente: che sia un “no” o un “sì” o un “due più due fa quattro”.

Sono tante le persone libro in Italia.
Siamo tutte frammenti di persone libro: le mani di Paola, il fiato caldo di Silvia, gli occhi luminosi di Graziano, la parola- risata di Amalia… la fragilità di Ginevra, il movimento delle spalle di Roberta, la felicità delle parole-gusto-sapore-suono di Parisa.

Ho seguito Antonio per alcune delle sue tappe.
L’ho visto guardarci come si guarda un’idea diventare corpi.
Ho visto i suoi occhi, lucidi.

Com’è successo? – mi ha chiesto.
Lo hai detto tu: era già dentro le persone, bastava solo tirarlo fuori – ho risposto.
Ma in Spagna non c’è questo… movimento – è disarmato quando lo dice.
Com’è possibile? – incalza.

Lui, come tutti i padri: insemina, tocca e fugge. La replica infinita di se stesso.
Un uomo usa un neurone alla volta – mi dice, pensoso, più volte.
Un’associazione inventata da donne, Antonio, è una casa. Noi gli abbiamo aggiunto le ruote.
L’istinto alla rete, alla moltitudine. L’abitudine all’accoglienza … di idee, di persone. Questa è Donne di carta.

Dobbiamo promuovere insieme la Carta dei Diritti della Lettura – mi dice.
Quando ritorno a Roma? – aggiunge, subito dopo.

Io rido. E ora aspetto… le vostre storie.

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 foto di Stefania Molajoni – Drugstore Gallery, 28 ottobre (Roma)

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