Un Mondo di… parole

“Leggere è un’attività estetica: una ricerca continua di bellezza come un senso morale di noi nel Mondo”. (dalla Carta dei Diritti della Lettura dell’associazione Donne di Carta).

Questo Paese non è il mio. Parlo di analfabetismo emotivo, di mancanza di empatia, di regole, di eticità. Vorrei dire mancanza di amore ma l’amore cos’è?

Questo modo di vivere la comunità non è il mio. Parlo di immaginario mutilato – orbo come Polifemo, perché non vede oltre il proprio orto e invece di alzare la testa cerca di far abbassare tutto e tutti a livello di quello che è domestico, noto e quindi più facilmente domesticabile.

Io nasco nomade perché inseguo idee e desideri. Non invidio la stanzialità, forse – a volte – ne ho nostalgia come si ha nostalgia di ciò che davvero non si conosce.

La tua parola contro la mia“, spesso è l’unico modo con cui in un gruppo, in una comunità, in questa società le persone “comunicano”: l’apoteosi dell’opinionismo egoico – ma anche l’esibizione della propria sentimentalità come la chiave che apre l’universo e che lo riduce invece a un tribunale in cui la posta non è la verità che potrebbe servirci, forse, a liberarci entrambi ma il disprezzo dell’altro, la necessità dell’attacco e la scelta difensiva – chi ha ragione? anzi, chi ha più ragione di noi due? – per non sentirsi mai inadeguati, mai di meno, mai in perdita.

Se mi dici: “è colpa tua” vuol dire che “tu non c’entri?”.

Io non credo in Dio. Ma non mi imbarazza affatto la spiritualità. Nemmeno la mia. Provengo dal paganesimo infantile in cui tutto, avendo un’anima, è divino, e non mi fermo a chiedermi se è vero: respiro. Anche il sacro è una storia d’ascoltare.

La parola colpa è troppo biblica: implica pena, sottende un giudizio, stabilisce criteri arbitrari di bontà e definisce una soluzione a senso unico, paternalistica e sacerdotale: l’assoluzione laica e il perdono religioso. Cose che scendono dall’alto.

Si basa sull’idea di una maggioranza omologante, rassicurante, esclusiva che crede tutta in qualcosa di uguale. Affetti privati, famiglie-focolari, le presunte ragioni del cuore. Gli universali. Io provengo dalla difficoltà di declinare un io grammaticale femminile in un mondo che finge di essere neutro ed è violentemente maschile; anche volendo non mi riesce davvero a credere alle cose uguali, buone per tutti.

Io preferisco la parola responsabilità, messa alla prova in ogni occasione, quindi capace liberamente di fallire. Io amo sbagliare e, se nessuno mi ferma, continuo. Provengo da un’educazione montessoriana che immagina i legami con il mondo in termini di eticità condivisa, di educazione permanente, di partecipazione non mediata da deleghe: forse non ho avuto un’infanzia spensierata, ma sto abitando una vecchiaia ricca di pensieri.

Preferisco la parola responsabilità perché etimologicamente indica il farsi carico (e la capacità sottesa) di una risposta, l’essere garante di qualcosa o per qualcuno anche in ciò che sembra solo “divertimento” perché sono convinta che ogni sogno privato si porta dentro l’impegno di accogliere un compromesso se vuole essere collettivo.

Ciò che garantisce vita a ogni desiderio, nel diventare un legame con gli altri, trasformandosi in un progetto comune – pur restando “nomade” –  è solo la presenza di regole. Altrimenti resta manifestazione di unicità, dichiarazione e attestato di esistenza singolare e privata e non fonda Città né di idee né di genti.

E la regola, ogni regola,  salva anche dal pericolo dell’imitazione seduttiva (devi essere/fare come me) lasciando spazio di espressione alla diversità con cui altri continueranno l’impegno senza essere emuli di nessuno.

Ciò che mi fa paura davvero è un bambino/a che non legge. Un bambino a cui nessuno racconti una storia dedicandogli tempo e memoria. Ciò che mi fa paura davvero è un adulto che ha smesso dai tempi della scuola di frequentare libri e biblioteche.

Ciò che mi fa paura davvero è un insegnante che legge solo i giornali web e quanto è previsto nel programma senza chiedersi se ci sono tutti lì dentro, scrittori e scrittrici, perché magari nemmeno li conosce. Ciò che mi fa paura davvero è un giovane cresciuto a video game e a dosi di televisione commerciale o a pere di Calcio e che magari sta dietro a uno sportello delle poste o alla cassa di un supermercato, a contatto diretto con la gente, e non sa parlare e non sa ascoltare.

Mi fa paura abitare in un mondo in cui la solitudine non è uno spazio aperto per conoscere noi stessi.

Privi di identità, di singolarità, di storia personale, dobbiamo diventare tutti uguali. A cosa? O a chi? Si finisce per essere solo comparse.

La strage è cominciata tanto tempo fa, con la pubblicità televisiva (anche), con un modo di vivere affamato di abbondanza “mordi e fuggi”; con i “modelli” narrativi delle storie che cinema, scuola, famiglia, società tutta ci impongono a ritmo serrato senza più darci il tempo e la lentezza necessaria di chiederci che valore hanno le parole e quali le storie che vogliamo davvero.

Mi fa paura il silenzio degli uomini che non usano le mediazioni verbali e uccidono la propria paura attraverso il corpo di una donna; mi fa paura la parola delle donne che non mi dà valore collettivo. Un’occasione sprecata questa guerra tra i sessi che ci fa perdere l’opportunità di abitare, qui, sulla terra una possibile società celeste. Ora. Il mio tempo è questo. Io non ne ho altro.

Un Paese che non ama la cultura, che non salva la sua gente attraverso la cultura, è un Paese che farà crollare centomila Pompei e metterà lampioni nelle strade di periferia come forma di sicurezza urbana fingendo di non sapere che è tra le pareti domestiche, nei vincoli familiari e nel vicinato che si consumano le violenze e dilagano le ombre perché nessuno sa spostare il conflitto su un piano più alto: a volte la storia di chi ci ha preceduto è una lente per vedere ciò che ancora non vediamo.

Questo Paese non è il mio.

L’appartenenza è cosa nobile che richiede altro registroÈ come quando respiri a pieni polmoni, e senti dentro il cielo. La vastità è comune.

Comincia da piccoli, appena si viene al mondo, l’appartenenza. A volte è il sorriso sul volto dei genitori che ti vedono per la prima volta, e già tremano: ma chi sei? E tu che nemmeno parli già sai che la tua vita sarà come risponderai alle domande degli altri e che dovrai, per esistere, imparare a porre con forza le tue, e allora d’istinto piangi e urli: ti fai sentire anche se, per un equivoco antico, cercheranno di placarti mentre tu eserciti il tuo primo diritto a dire “Io”.

L’appartenenza è cosa difficile che richiede altro registro. A volte è il cibo che imparerai a riconoscere come buono se non conterrà alcuna sofferenza: non quella di qualcuno che muore di fame al posto tuo nè quella di qualcuno che non viene al mondo per gerarchie di debiti che tu hai imposto. E allora spesso dovrai scegliere il digiuno o l’astinenza in attesa di un equilibrio che comprenda tutto.

L’appartenenza è cosa delicata che richiede altro registro. Sta nella voce con cui ti diranno storie su cosa sono gli alberi e i pensieri quando sono alti; sta nella carezza a un cucciolo di animale e ai capelli grigi di un anziano che ti spinge ad abbassarti e imparerai che sei tu a fare la differenza perché sei parte di queste storie e in queste storie la variabile meravigliosa della disubbidienza.

L’appartenenza è cosa preziosa che richiede altro registro. Sarà la voce che porterai dentro quando non saprai cosa fare perché quella cosa lì, eh no, non l’hai mai fatta e dovrai scegliere, e dovrai rischiare perché il mondo lascia soli ma in questa solitudine cresce la tua rarità.

Questo mondo di appartenenze io l’ho trovato nei libri, anzi nelle storie. Non c’è fiato su questo pianeta che non sia una storia. Il colore della mia pelle, la lingua che parlo, i gesti che faccio, le scarpe dentro le quali cammino… l’amore che penso sia amore … tutto è quel pezzo di babele che sarò ovunque, senza sapere bene perché, godendo fin dalle origini di una fortuna che non ho meritato ma mi è stata data. E di cui dovrei prendermene cura. Anche se rimando.

Ho imparato a diventare me stessa facendo finta di essere Pinocchio o Peter Pan o Harry Potter o Jo March o Pippi calzelunghe e poi ho continuato con l’uomo senza qualità e la donna spezzata e tanti tanti altri che mi hanno permesso di scegliere un po’ chi sono. La parte migliore di me non è mai una. Somiglia a tutti i bambini e a tutte le bambine che hanno letto storie.

Come faccio a convincere questo Mondo che leggere è un modo per abitare il tempo che abbiamo. Come faccio a dire a questo Mondo che ogni parola è un debito di gratitudine.

Quando faccio la persona libro: sto in silenzio, respiro e dico “Io sono… ” e divento le parole di un altro, quelle parole, prese in prestito, parlano di me. Quel tanto che non so dire. Una voce di fiati lontanissimi – mia madre, mio padre, mia nonna, perfino la vicina di casa che chiama, dall’ultimo piano, me bambina che esco per andare a scuola, con la cartella sotto il braccio …ciao, bella…buona giornata. E che mi faceva sentire bella per tutto il giorno.

Quando faccio la persona libro, io mi sento bella per tutto il giorno.

“…Posso dire, ora, cos’è per me la coperta… È come se fosse sempre il mio Piccolo Principe, che è stato il mio primo “Io sono…”. Emozionato, impacciato e (forse soprattutto) leggero. Leggero come delicato, non fragile; leggero come quando leggi un libro per la prima volta e ancora non sai che quell’atto ti cambierà la vita; leggero come una madre che racconta una favola al figlio. E il dono, per me, è proprio in mezzo a tutta questa leggerezza. Io non ho mai imparato niente a memoria, nemmeno le filastrocche delle elementari, eppure… eppure “io sono” piccole parti di grandi libri.

Sono la loro voce; una voce che desidero far ascoltare, perché ho amato quei libri. È come, dopo tutto, restituire un favore: il dono che ho ricevuto io stessa dai libri, lo restituisco a chi mi ascolta. In più, poi, c’è la gioia di ricevere i vostri testi. Non sono brava a consigliare (e non è un ruolo che sento di volere durante le coperte, ma mi piace ascoltare. Mi piace ascoltarvi. Quando ci mettiamo tutte sotto la coperta mi sembra di tornare bambina, quando leggevo fino a tarda sera sotto le coperte, con solo una lucina accesa per non farmi scoprire da mia mamma (“che fai ancora sveglia, domani hai scuola!”) né disturbare mia sorella maggiore che, poverina, aveva tutto il diritto di dormire. Ritrovo quella pace, quel silenzio, quella gioia nel fare qualcosa che piace a me. Però questa volta non sono da sola e non sto trasgredendo a nessuna regola.Sto con voi e faccio parte della “regola” stessa.”

Giulia (una persona libro).

Le nostre coperte

Questo slideshow richiede JavaScript.

Annunci

3 thoughts on “Un Mondo di… parole

  1. “E la regola, ogni regola, salva anche dal pericolo dell’imitazione seduttiva (devi essere/fare come me) lasciando spazio di espressione alla diversità con cui altri continueranno l’impegno senza essere emuli di nessuno.”
    “Però questa volta non sono da sola e non sto trasgredendo a nessuna regola.Sto con voi e faccio parte della “regola” stessa.”
    Nella mia vita lunga 52 anni ho sempre identificato la parola “regola” come una costrizione emotiva e ancora sono confusa ma riporto le due frasi che hanno aperto una breccia (nella mente? nel cuore?) e aldilà del muro intravedo lo scioglimento del mio conflitto personale . Grazie a Sandra e grazie a Giulia. Quando avrò le idee più chiare vi farò sapere…

    Mi piace

  2. paolam ha detto:

    Ah su questo posso partecipare: avendo sempre ignorato le imposizioni, per me la regola era qualcosa che aveva a che vedere con il righello, cioè con quella cosa con cui si misurano le cose e le si possono far esistere, siano essi edifici di materia o costruzioni di parole, e dev’essere per questo che mi è sempre piaciuta la metrica e il disegno, qualcosa che intercetta la realtà, ne legge la struttura invisibile a prima vista (troppo platonico? ahahah) per riprodurla o per farla esistere.

    Mi piace

  3. Sandra Giuliani ha detto:

    sono affascinata da queste riflessioni sulla “regola”…grazie a entrambe

    Mi piace

Cosa ne pensi?

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...