E se L’Aquila fosse…tutti noi?

Su Wikipedia si legge che una “città europea della cultura” è un’iniziativa, promossa da Melina Mercouri e lanciata dal Consiglio dei ministri nel 1985 per rendere più visibile lo sviluppo culturale di una città e incentivare di conseguenza il turismo culturale. Cito:

“Le città europee della cultura sono state designate su basi intergovernative fino al 2004; gli stati membri selezionavano unanimemente le città più adatte ad ospitare l’evento e la Commissione Europea garantiva un sussidio per le città selezionate ogni anno. Dal 2005, le istituzioni europee hanno preso parte alla procedura di selezione delle città che ospiteranno l’evento”.

Il passaggio da città europea della cultura (fase iniziale del progetto) a capitale europea della cultura (fase attuale) si è reso necessario perché come in tutte le competizioni l’arrembaggio era diventato feroce e invece la politica promozionale richiedeva un’equa possibilità di riconoscimento: “ogni membro dell’UE avrà l’opportunità di ospitare a turno la capitale.”

Non so se questo cambiamento sia davvero ispirato a principi democratici e se in parte non infici proprio lo scopo originario, fatto sta che nel periodo della libera competizione ( dal 1985 al 1999) la Grecia si è meritata questo titolo di “Città europea della Cultura” due volte: con Atene e con Salonicco, così la Germania con Berlino e Weimar mentre  l‘Italia una volta sola con Firenze.

A procedura di selezione cambiata, la candidatura italiana per l’anno 2019 è proprio L’Aquila. Ora bisognerà vedere se l’agenda politica abruzzese – strapiena di priorità post terremoto – riuscirà a mantenere questo impegno ma, come sempre accade, nel nostro Paese il ruolo attivo del volontariato culturale – quello attinente al paese reale – può giocare un ruolo importante.

Ed eccoci qui al racconto che ci compete.

La cellula delle persone libro aquilane è nata e, aggiungerei, è già in volo. Non solo per il lavoro splendido di formazione condotto dalla socia romana, Bruna Marcantonio, capillare e continuativo ma per la risposta di qualità dei ragazzi e delle ragazze che hanno accolto questa sfida e per il sostegno enorme del Bibliobus e della Bibliocasa che hanno risposto senza indugio  mettendo in campo tutte le  risorse possibili alla proposta avanzata da CooperAction Onlus di inserire Donne di carta nel progetto “T’Abruzzo“. Potere delle reti.

Proprio questo circolo virtuoso di energie, questa catena magica di scambi basterebbe a nominare L’Aquila capitale europea della Cultura. Ma c’è di più.

In una delle prime uscite (il battesimo appunto) gli aquilotti hanno invaso la piazzetta antistante il locale Farfarello grazie alla ospitalità e accoglienza di Pierpaolo Narducci. Una delle piazze più intime e più coinvolgenti dove lo scambio tra chi dice e chi ascolta è stato davvero intenso  e, direi: paritario,  con una varietà di testi  che avrebbe fatto crollare su se stessa la torre di presunzione delle classifiche librarie e la dicotomia senza senso (se non mercantile) tra “novità” e “classici”.

La bellezza reale non è progettare ma accogliere le proposte e trasformarle in un cammino. Farfarello ha ascoltato. Farfarello ha proposto: il 18 luglio una serata dedicata alla cultura medio-orientale con tanto di cena a tema. E le persone libro, tutte, hanno detto: sì.

Questa è la magia: i progetti nascono in piazza, all’aria aperta, sono il risultato degli incontri. E i libri diventano davvero una caccia al tesoro, un modo per imparare, per conoscere, un ponte.

Non insisterò mai abbastanza, come micro-editora e come grande lettrice – sul potere che abbiamo in mano per rovesciare i banchi dei mercanti e sulla potenza – che dobbiamo ancora imparare a valutare – del progetto “persone libro”.

Mi sento in dovere di scusarmi con tutte le cellule che camminano per l’Italia perché non a tutte è stato raccontato (questione di tempo ma anche di atteggiamento) il valore di questo progetto all’interno della visione complessiva dell’Associazione: le persone libro non sono un’appendice o una parte a sé ma la parte militante e  integrata di un’idea di creazione del fenomeno lettura come un processo di costruzione permanente della persona.

Se non ci fosse stata questa base, l’Associazione non avrebbe accolto e compreso il progetto spagnolo: invece, lo ha percepito immediatamente come un’estensione operativa di quanto già sognava come possibile. Un’arma in più.

Per questo è importante che ogni cellula si senta parte intima e indispensabile della visione generale: quando parliamo dell’Accademia o della Carta dei Diritti della lettura non voltiamo pagina: è la stessa, stiamo scrivendo un libro insieme sull’ interpretazione della realtà come condivisione di bellezza. Usiamo inchiostri diversi ma la storia è la stessa.

Con il gruppo aquilano è accaduto con facilità: in piazza, a sorseggiare birra proprio da Farfarello, il giorno in cui i grandi camminatori del progetto Stella d’Italia sono arrivati. E’ stato facile immaginare sinergie con altri linguaggi espressivi, proporre insieme studi su testi nuovi, coinvolgerci in cene a tema o ipotizzare addirittura “spettacoli”. E’ stato facile raccontare Donne di carta : quella cupola che raccoglie tutto.

Forse perché qui, a L’Aquila, il Bibliobus, che va in giro per i paesi del cratere, sa che non porta solo libri ma socialità, che il libro e l’animatore culturale sono l’uno l’estensione dell’altro: linguaggi diversi per dire la medesima cosa. Forse perché qui, dove gli unici posti di aggregazione sono i centri commerciali e i bar aperti fino a sera, tutto sembra utile e importante, basta che ci sia. Forse perché qui, le impalcature che reggono i palazzi hanno immobilizzato il cuore delle persone e allora volare via è vitale.

Fare o essere una persona libro. Io voto per l’essere perché ne sento e ne subisco la forza di cambiamento nel mio modo di leggere, nel mio fiato, nel mio corpo che si espone e si accosta agli altri. Io voto per il fare costruendo attività che siano sempre militanza, itineranza territoriale, sperimentazione espressiva, collaborazione con altri.

Ma io sono visionaria e  l’amore per il volo mi porta in alto e lontano. Perché quel lontano, per me, è solo un cielo in più da abitare.

Essere vagabondi è una scelta, del cuore e della testa. Significa desiderare che ogni strada sia un incontro.

Queste aquile lo sanno, dal primo istante. Vogliono farsi sostegno per la cellula di Pescasseroli, per Opi – che nemmeno sono nate. Vogliono andare nei paesi del cratere. Vorrebbero tutte le persone libro d’Italia, il secondo grande raduno nazionale, qui: a L’Aquila. Vorrebbero che Antonio, il fondatore del Proyecto Fahrenheit 451, venisse a parlare a questa Città.

Sono appena nate. E già, io e Bruna, e Anna e Claudia e Prudencia – noi di Roma, che abbiamo giocato insieme gli inizi – è come se fossimo un passo indietro, superate. Per abitare il cielo bisogna imparare a sognare.

Su queste sedie, con la birra (piccola e bionda in mano) anche inventare è  stare sotto la “coperta”.  E’  qui, al riparo da tutto, che il gruppo costruisce la propria forza, il primo passo verso quell’essere in relazione che poi veicolerà come messaggio sociale. La “sua” forza evocativa che arriva prima e più forte di ogni parola che sarà.

Non è il reclutamento di soldati-soci ma la bellezza di una progettualità condivisa che porterà i libri, la lettura e le persone ovunque. Lontano, sì, lontano.

Ogni luogo – se abitato – è una scuola: per chi dice e per chi ascolta. Ogni piazza – se abitata – è un’immensa biblioteca pubblica.

Il dire è solo la premessa per l’atto successivo: fare. Ciò che serve è la catena. Ogni atto di lettura  fonda una Città della Cultura. L’unica dove, almeno io, voglio vivere.

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Momenti d’essere (formazione- Bibliocasa)

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