Il bisogno di senso

Capita spesso che ci chiedano il perché del nostro impegno nella lettura e nella diffusione della lettura e che cosa ci abbia spinto a questo impegno.

In realtà credo che in tante/i ce lo siamo chieste/i, ce lo chiediamo e le risposte sono magari diverse, ma tutte, secondo me, ascrivibili a un bisogno di senso.

Ecco, ciò di cui mi sono resa conto, in questi anni: malgrado tutto, anzi forse proprio per la storia degli ultimi anni del nostro Paese, questa richiesta/esigenza di senso si sta diffondendo. E questo spiega anche l’interesse verso la nostra attività, in un tempo in cui tutto si consuma velocemente.

In un’epoca di chiacchiere udite, gridate, subite e, talvolta, anche fatte in prima persona, in tante/i (devo ammettere con un certo orgoglio di genere, soprattutto donne, ma non lo considero, di per sé, un bene!) abbiamo avuto voglia di fermarci un po’: per ascoltare, per ascoltarci, per dirci delle cose, per scambiarci idee, emozioni e sentimenti, per guardarci in faccia  e negli occhi, prendendo in prestito le parole dei libri, brani di letteratura, versi di poesie, strofe di una canzone sempre sentita e mai ascoltata per davvero; utilizzando il già detto per rinnovarlo, farlo vivere e ri-vivere. Leggere e ascoltare come relazione fra noi e fra noi con le altre/gli altri.

Ecco il nostro merito (ma, in primis, bisogno individuale!) è stato quello di intercettare questa ricerca di senso che andava/va diffondendosi., procedendo un po’ controcorrente rispetto a modalità consuete, più passive: ci siamo messe apertamente e direttamente in gioco.

Qualche tempo fa mi è capitato di ascoltare un’intervista a Daniel Pennac, che nell’insolita veste di attore, sta portando in scena Bartleby, lo scrivano, un personaggio di Melville che, di fronte ad un notaio (emblema del “fare”, protagonista di un’attività che dà sempre spiegazione a tutto, che custodisce storie, atti, cellula sociale importante e determinante,…), oppone  a qualsiasi richiesta gli venga avanzata un “Preferirei di no”.

Naturalmente le interpretazioni anche letterarie di questo personaggio sono molteplici e forse variabilmente dipendenti dal contesto e dal momento storico/sociale in cui viene proposto. Ma secondo Pennac, questo “Preferirei di no” dell’oggi, del nostro tempo, è la risposta ad una sorta di saturazione, la risposta ad un desiderio di non desiderare più, con la conseguente ricerca di risposte dentro di noi che si possono trovare solo attraverso una riflessione individuale e collettiva, di cui la lettura e la letteratura rappresentano uno strumento fondamentale.

E infatti Pennac conclude: se volete saperne di più su questo desiderio di non desiderare più, correte in libreria a comprarvi “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa. Un libro in cui niente accade, un’autobiografia senza fatti, dove protagonista è la lentezza, molta lentezza, in cui lo sguardo è perennemente puntato verso il proprio “sentire”: un libro interiore ma anche un libro di scoperte….. per la bellezza di un paesaggio, per lo scorrere del tempo, per tante immagini e suggestioni evocate…….

Forse il tempo della crisi che ci attanaglia ci farà tornare ancora a desiderare, ma il desiderio di cose materiali è ben diverso affare! E non sempre positivo.

Comunque, a conclusione di questo vagare della mia mente, le riflessioni di Pennac le ho trovate molto attinenti a quello che noi facciamo e proponiamo. Noi ci sollecitiamo e sollecitiamo a fermarsi un poco, a  condividere pensieri ed emozioni, attraverso momenti di profondità e di leggerezza, che speriamo possano essere utili a noi e alle/agli altre/i.

Non per niente Daniel Pennac afferma che il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere. E questa frase non mi è mai apparsa così chiara, se non dopo avere iniziato quest’avventura con tante/i di voi.

Luciana

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