Relazioni pericolose

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Una video documentazione a cui tengo molto perché segna il nostro primo arrivo a L’Aquila dopo il terremoto.

Io ero in ritardo – la sveglia aveva suonato inutilmente – e le altre persone libro erano partire da Roma senza di me. Ma volevo esserci e quindi mi ero messa in viaggio da sola perdendomi più volte prima di trovare la Cartiera del Vetoio dove la casa editrice Arkhe aveva organizzato la Fiera editoriale “Volta la carta”.

E non è né finzione né retorica: ho trovato il luogo seguendo proprio le loro voci che, emozionate, risuonavano una dopo l’altra nella piccola sala in un ascolto attento e partecipato.

Correva il mese di maggio 2011.

Ed esattamente un anno dopo, grazie alle volontarie della Bibliocasa e all’associazione CooperAction, siamo tornate per partecipare alla Manifestazione “Poesia Manifesta” e soprattutto per creare – proprio a maggio 2012 – una cellula aquilana organizzando successivamente diverse tappe all’interno dei centri abitati del cratere dietro al Bibliobus.

E oggi, 9 aprile, una coincidenza: leggo l’articolo che Michela Murgia ha scritto su Repubblica “Quando la voce era un luogo comune” e il senso del nostro destino di viandanti della parola mi torna indietro più chiaro. Soprattutto tramite un passo del suo testo:

La grammatica dell’oralità però ha bisogno di spazi precisi, pensati per essere di tutti o almeno di molti: piazze, panchine, bar, usci di porta, focolari, ma anche luoghi di lavoro comune, sono stati degni antenati delle virtualità dentro cui ci piace pensarci connessi adesso.

Perché la grammatica della memoria – e quella dell’oralità –  inventano i luoghi stessi dell’ascolto, nel senso che li rifondano perché sono i luoghi del vivere comune, là dove la gente abita un contesto già ricco di narrazioni, di scambi, di vissuti.

E’ questo tessuto sociale che l’oralità ridisegna come componente essenziale dell’essere in un luogo, dell’abitare: non bastano… le case.

La sola infrastruttura che consente davvero di far parte di una comunità sta nello spazio che una voce inaugura con il suo dire: uno spazio condiviso dove tutto di me – ogni parola scritta che dico – diventa un dono che arriva a destinazione. Arriva a te che ascolti, che ricordi, che immagini, che pensi. Che forse dirai altre parole in cambio o forse no.

E in quello spazio di reale connessione una comunità costruisce il senso stesso di appartenenza – ritrova radici – che quelle narrazioni orali traducono semplicemente in un suono riconoscibile.

E allora benedette siano tutte le biblioteche del regno, e le librerie, e i luoghi già saturi di libri… l’oralità di cui siamo voce ha bisogno di altri luoghi: di piazze, di ponti, di mercati, di “arie pubbliche”.

Perché siamo noi i “libri”. Le loro voci.

Ecco il senso, semplice, di far nascere una cellula di persone libro a L’Aquila. Ecco il senso di essere il 12 aprile, accanto a tante donne e a tanti uomini – speriamo – su un Ponte o su una piazza o dovunque per dire no alla violenza, al femminicidio.

Quando le persone diventano la memoria a voce alta dei libri si apre una possibilità inedita: che qualcuno si fermi e… ascolti…

Ed è qui che nasce una relazione, pericolosissima, un valore che non conosce profitti né accumuli ma solo ricchezze condivise.

L’Altra Economia possibile è fondata sul desiderio.

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