Una città di poeti

C’è silenzio e silenzio. La facciata di San Bernardino è sola. Troppo bianca. Davanti al vuoto.
Con quella gru vertiginosa altezza che spunta dietro la facciata come l’ala di un
angelo sterminatore.
Con l’architettura in ferro e oro che nasconde l’edificio vicino.

LAquila-lavori-sulla-chiesa-di-San-Bernardino

C’è silenzio nel vuoto.

Perché le case sono senza luce, prive.
E la loro assolutezza fa del silenzio una sospensione.

Poi lu bossche si pronuncia ju boss – la vineria storica, strapiena di ragazzi e di ragazze, dove – dice Alessio – se potessi spremere le mura ne gocciolerebbe vino.
E, fuori, nell’area aperta, un cattivo altoparlante da cui esce, distorta dai bassi eccessivi, la voce di chi declama le proprie poesie, fogli in fila, fogli seduti in terra, in attesa del turno.

Ai 4 cantoni non passa nessuno, la gente è seduta ai tavolini. Chiacchiera. E’ gente giovane.
Una gran quantità di giovani tra lu boss e i 4 cantoni. Il resto è vuoto.
Una camionetta dell’esercito a un angolo. Fa la guardia.

Proveniamo da un’area che non è più città ma inferno di moduli che qualcuno, irrispettosamente, ha chiamato case: prima i moduli della scuola poi il modulo della bibliocasa e quello del teatro.
Li hanno dipinti per donare bellezza all’orrore.

Non c’è buona intenzione in chi finge di non sapere che un luogo diventa abitabile se condivide bellezza, che un tessuto sociale è una trama di piazze e di ritrovi non di schermi televisivi e wi fi che ti fingono “connesso”, che la gente “vicina di casa” non può essere dispersa o ficcata dentro un social network per tornare a essere “vicinato”; non si creano intese solo perché si è subita la stessa sorte. Perdere tutto fonda solo il dolore.

Proveniamo dal modulo della bibliocasa: una zattera colorata in un’area che somiglia a una discarica pulita e a un cimitero di macchine con le lamiere ben impilate: un non sense di cui il distributore di benzina, a due passi, non sa nemmeno l’esistenza: – piazza d’arti? Non la conosco.
E fa bene, perché non basta dare un Nome al vuoto.

piazza d'arti

Dentro questo modulo c’è la vita. Perché la vita è così: cresce ovunque. Ovunque ci sia gente che la ami. E un modo per dichiarare amore sono i libri.
Eccoli. Ordinati, catalogati, sulle librerie, sul tavolo. Entri e trovi tre donne che quei libri raccolgono, regalano, distribuiscono e sorridono, anche se c’è poco da sorridere, e ti mostrano orgogliose il bibliobus arancione (un furgoncino riattato) che attraversa il vuoto dei paesi fino alle false case sperando di portare un libro come quando una volta si aspettava una lettera, e il postino, e la notizia che il mondo, di là, esistesse davvero.

I bambini – raccontano le tre donne – fanno sempre festa a questo bus del desiderio. Gli adulti no. Sono chiusi, nelle false case come nel dolore o nella rabbia, e si ostinano a pensare che passerà, pugni chiusi alle tempie – tutto deve tornare come prima…

Bibliobus pollicino
E’ così che la gente sospende il tempo.

Ma qui c’è chi il tempo lo fa e lo disfa, ogni giorno: quando entri nel modulo bibliocasa e incontri queste donne incontri ciò che nessuna politica anticittadina e nessun malgoverno di ladri potrà mai annientare: la speranza che si fa lavoro, il costo impagabile dell’impegno che non si aspetta ritorno, esiste per se stesso. Contro quell’attesa che passi. Contro l’inerzia.

Noi siamo sedute in un angolo, e a poco a poco si materializza un’umanità di donne – molte – di uomini, pochi. Ci circondano, più file di sedie.
Noi, con le parole prese in prestito dai libri, cominciamo. Loro rispondono con le proprie parole.
Si chiamano l’un l’altro “poeta”. E in questo si riconoscono. Si ascoltano.
Le bibliotecarie sono come noi: legate ai libri. La gente i libri li scrive nell’aria.

Perché poesia, qui, è dire “io sono” e non importa che ti chiami Eugenio Montale o Anna Maria.

Là fuori i ragazzi fanno lo stesso: scrivono su fogli che poi appendono, dicono le loro poesie. Qualcuno confessa apertamente: – ringrazio il terremoto perché ora so cosa voglio fare della mia vita: voglio scrivere.
E ogni parola fa della poesia una pratica aperta a tutti, una democrazia reale, la via maestra verso la liberazione. L’uscita da se stessi per rientrare, forse, in città.

Sembra assurdo per chi ha case in piedi e strade di folla ogni giorno.
Sembra irriverente questa poesia di popolo per chi non ha fatto mai i conti con la Natura.

Ogni parola acquista senso perché è soprattutto silenzio, è eco di quel rumore che non smette più, ti rende superstite per sempre – ti rende parola maceria – di un crollo immateriale che non si ripara.

Una città e i suoi abitanti: un legame che nessuno può raccontare dall’esterno – vietato dire parole inutili – qui contano le parole disabitate, le parole-mura e le parole- finestre sprangate: parole accartocciate su se stesse.

Cartello - L'Aquila

E’ una città di poeti L’Aquila: 21 marzo 2012.
Poeti i suoi giovani capaci di ascoltare, con occhi che ti passano da parte a parte, e devi fare attenzione a quello che dici perché qui nessuna parola è scontata.
E noi siamo allora Requiem di Isabella Santacroce, Finestra di Forugh, la poesia chissàche numero di Dickinson, la morte di Ettore, la levità di Dante, gli ingranaggi feroci di Panagulis e la spietatezza di Merini.

Ma noi siamo anche loro. Loro che prendono posto accanto alle parole dei libri a cui restituiscono in dono le proprie, semplicemente.
Quando non c’è nessun altro posto al mondo dove stare, la poesia diventa una città per tutti.

Per questo torneremo a maggio e poi a giugno e poi sarà l’estate… per costruire insieme una cellula di persone libro: e sarà un gruppo speciale – oh sì, molto speciale… su quel bibliobus arancione… perché molte delle parole dette non saranno scritte nei libri ma nella vita delle persone.

Un invito rivolto a tutte le persone libro d’Italia in collaborazione con CooperAction e con il Bibliobus della Bibliocasa de L’Aquila.

E qui sul BLOG Origami di un Chiappanuvoli: Fiori di Rima-vera – il giardino letterario  il racconto della Giornata dedicata alla Poesia.

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4 thoughts on “Una città di poeti

  1. lucianaddc ha detto:

    Cosa mi immagino?….Una giornata particolare, un luogo sospeso tra la dura realtà e il desiderio di normalità, un’esperienza che arricchisce anche noi, quelle/i a cui la raccontate.
    Grazie per essere andate, per aver fatto la fatica di andare, ma credo siate tornate contente.
    L’Aquila forse non tornerà quella che era: il terremoto distrugge il passato, rende difficile il presente, ma non deve negare il futuro.
    Noi possiamo prenderci cura de L’Aquila con le parole: questo possiamo farlo. E’ poco, è tanto, è il modo che conosciamo.
    Luciana

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  2. E’ strano accorgersi che quando crolla tutto l’unica cosa che sembra dare una possibilità di salvezza è proprio quella parola per dirsi, una sorta di affidamento etico ed estetico insieme, una fondazione di se stessi. Quell’Io sono che noi frequentiamo così superbe qui invece si rovescia in attestato di esistenza. Fieramente. Dolorosamente. Se l’arte è catarsi, se davvero ogni narrazione del mondo è incantatoria contro la morte, sì Luciana dobbiamo prenderci cura di tutte le parole del mondo perché dietro le parole ci sono sempre e solo le persone.

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  3. francescapalumbo61 ha detto:

    Abitare il silenzio. Ripercorrere le mille traiettorie della possibilità con la faccia al futuro, raccontando, dicendo, edificando idee e progetti, fiducia e opportunità.
    Ci sono luoghi in cui le parole non ammettono repliche o risposte e la speranza si fa domanda.
    Ci sono luoghi dove parlare é voler dire e dunque desiderare, volere, agire.
    Con tutto il bene e la magia del nostro dire noi PL possiamo/dobbiamo prenderci cura di questi luoghi, della loro gente, delle loro storie.
    ” E’ poco, è tanto, è il modo che conosciamo”.

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  4. nanitavel ha detto:

    L’ha ribloggato su valentinamelonie ha commentato:
    A cosa serve la poesia?

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