Versi a più voci

“La poesia è una scienza esatta, come la geometria”.

[Gustave Flaubert, Lettera a Louise Colet, 1853]

Dire (non recitare) poesia sembra più difficile rispetto alla prosa. Probabilmente per gli echi infantili delle cantilene a memoria (con poco senso e molto ritmo) o per la struttura versificata con tutti quegli a capo precisi che la dizione colloquiale non sa spesso come gestire: faccio una pausa? lego i versi? vado in apnea e corro? o scandisco ogni suono lentamente?

Trasformare le liriche ( o testi teatrali)  in discorso confidenziale e colloquiale, insomma, ogni volta è un’impresa ma tra le persone libro l’abitudine a leggere versi è diffusa e quindi… proviamo. Ogni volta gli accenti cambiano, i timbri si fanno a poco a poco meno sacrali, le parole scendono dal presunto piedistallo dell’aura poetica e diventano… più intime e più dirette. Qualche volta ci lanciamo in azzardi musicali.

Requiem (Santacroce), A bucarmi il cuore (Giuliani), Il giardiniere dell’anima (Pinkola Estes) – Roma

Al mio amante che torna da sua moglie (Sexton)- Fabro

da Rondoni a Shakespeare (con un brano in prosa di James)- Roma

Voglio dormire (Stormi) e Mi chiedi perché scrivo (Maggi) – Roma

Una sperimentazione di lettura, collages e musica – A bucarmi il cuore (Giuliani) – Roma– Grazie a Daniela Minchella per il dono musicale

Il resto è per… Forugh Farrokhzad

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