Risorgere per Resistere: 150 anni

Le donne che hanno fatto l’Italia

Risorgimento

Resistenza

CRONACA DI UN GIORNO

“Piove.
La gente si ferma, scatta foto.
Noi siamo di bianco di verde e di rosso vestite. I cartelli appesi al collo con nastri tricolori: “Io sono… “: Nomi di donne del Risorgimento e della Resistenza. Nomi che nessuno dice mai a voce alta.
Noi oggi sotto la pioggia siamo “loro”.

Ci mettiamo a semicerchio: i pochi ombrelli aperti riparano un po’ tutte.
“Noi siamo le voci delle donne che hanno fatto l’Italia”.
E si fa silenzio intorno. Anche le macchine fotografiche si fermano.
Il rito inizia.
Timore, tanto. Incoscienza, certo. A poco a poco calore.
Di sottofondo si sente lo slogan di Se non Ora Quando.
Di sottofondo si sente il respiro dell’acqua che gocciola dagli ombrelli.
La nostra concentrazione aumenta.
Qualcuno dietro di noi spinge per avvicinarsi e ascoltare meglio.
Le nostre voci istintivamente si fanno più forti. Voci naturali senza megafoni o microfoni. Raccontare queste vite non concede urli.

La gente aumenta. Le nostre voci vanno.
E’ sempre così, appena accade la magia dell’ascolto noi diventiamo solide.
Diventiamo sicure di esistere.
Siamo qui per questo: guardo Amalia.
La storia della monaca che vuole farsi chiamare cittadina…
I suoi occhi sono quasi chiusi, inchiodati a terra. So che le è necessario per non perdere le parole. Nella sua voce sembrano nascere lì per lì: hanno il tremore dell’invenzione ma io so che sono invece il pudore della fedeltà.
Riapre gli occhi e alza la testa solo quando la sua voce si spegne, sorride.
Scatta un applauso.
Applaudo anch’io.

Smette di piovere.
Gli ombrelli che si chiudono fanno rumore.
“Noi siamo le voci della donne della Resistenza perché questa è la storia dell’unità d’Italia”
Nessuno si è mosso. Sono qui, tutti. Sono qui incatenati.
Io sono Elena Bono…
Io sono Ada Gobetti…
Io sono Carla Capponi…
Io sono Anna Cherchi e quando dico a memoria quel numero di matricola, mi manca il fiato.
Poi una persona libro fa un passo avanti e si posiziona al centro del nostro semicerchio e dice: “Io sono l’Inno dell’Italia”. Lo dice piano: un sussurro.
Avevamo concertato che l’avrebbe detto da sola, con calma, ma lei inizia e le nostre voci partono insieme parola dopo parola, strofa dopo strofa. Incredibilmente unite.
Lei ci guarda sorpresa. Anche noi.
Lo spazio di una relazione è imprevedibile.
Perché l’ascolto non appartiene solo a loro: alle persone intorno, ferme, attente, che aprono e chiudono ombrelli sotto il cielo che muta, no non solo a loro: siamo anche noi che ci apparteniamo voce dopo voce.

“Io sono l’art. 1 della Costituzione”.
L’applauso che arriva scioglie il cuore, e anche i nervi.

Si stringono mani, qualcuno scatta foto (ora), qualcuna si lamenta: sono arrivata in ritardo… non fa niente… seguici …ora andiamo sotto Garibaldi… ah allora lo dico alla mia amica… ma chi siete veramente? … ci verreste alla mia scuola… è qui nel quartiere… sì sì certo… grazie grazie… sul serio è bello quello che fate…

Il rito continua.
Piove.
Apri l’ombrello.
Io sono.
C’è il sole.
Chiudi l’ombrello.
Sotto la statua di Garibaldi.
“Se avevate il microfono qui arrivava tutto il Gianicolo a sentirvi… lo dice …. e un uomo allontanandosi ribatte: è bello anche così”.
Grazie.

Il rito continua.
Piove.
Apri l’ombrello.
Io sono.
Chiudi l’ombrello.
C’è il sole.
Sotto la statua di Ciceruacchio (ha cambiato casa da poco).
Sarà perché siamo prossimi all’entrata o perché si è sparsa la voce o perché semplicemente quello che diciamo vale la pena… la gente aumenta, più di tre file… e ascolta. Ascolta davvero.
Un signore dal fondo emette un BOH di dissenso, forte, ma non va via e nessuno raccoglie…
Le parole sono libere.

Basta.
Non ce la facciamo più.

Piove.
Buon compleanno Italia, da tutte le tue donne”.

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