La prima coperta

Antonio Rodriguez Menendez è il fondatore del Proyecto Fahrenheit 451-las personas libro. Sappiamo della sua esistenza da un amico d’infanzia della nostra libraia, Stefania, cofondatrice di Donne di carta che, avendo trascorso diversi anni a Madrid, era diventato questa cosa strana: una persona libro.

Donne di carta aveva già 1 anno e la libreria Libermente, a Roma, era il suo cuore: qui inventavamo gli incontri e gli eventi di promozione della lettura, come casa editrice Sandra, come giornalista e organizzatrice, Monica e come agente di servizi letterari, Rosanna: le fondatrici dell’Associazione.

La Libreria Libermente nel centro storico di Roma

La Libreria Libermente nel centro storico di Roma

I primi editori associati proponevano le loro pubblicazioni creando con noi quella “rete di cooperazione” che nel nostro immaginario avrebbe dovuto stravolgere i meccanismi stessi della distribuzione editoriale coinvolgendo attivamente librerie e lettori. Al di là delle caste e degli interessi particolari. Oltre l’idea del libro come merce, rivalutandolo come bene culturale, come il prodotto di scambio di un’economia della conoscenza.

Cercavamo formule diverse per fare cultura.

Sandra s’inventava soluzioni didattiche sull’educazione al piacere della lettura o ci usava spudoratamente per sperimentazioni di ascolto stravagante (Letture al buio) che evidenziassero la parola “detta” rispetto alla parola scritta; Monica stravolgeva il comune senso del pudore provocando gli abituali della libreria con corsi sulla scrittura erotica che finivano con veri e propri “diplomi”; Rosanna cercava soluzioni di visibilità alle prove di scrittura degli esordienti trasformando la libreria in una vetrina di manoscritti… e Stefania teneva le fila di tutto nella libreria.

Questa la palestra romana in cui capitò Antonio. Lo invitammo usando tutto il budget associativo per pagare l’aereo a lui e al suo assistente fidando dell’ospitalità gratuita che avrebbero poi trovato a Roma per il soggiorno. Sapevamo dal comune amico – il gancio –  che sarebbe stato uno stage intensivo e unico nel suo genere; tutte noi conoscevamo bene il libro di Bradbury e l’idea di imparare a memoria i libri ci sembrava un azzardo perfettamente in linea con la nostra visionarietà.

Ma nessuna di noi e nessuna di quelle 7 persone socie che parteciparono allo stage immaginava quanto quell’esperienza avrebbe modificato il futuro.

Dall’11 al 14 maggio 2009, la libreria divenne un’unica intensa “coperta“.

Così la ricorda Maria Rita:

Riuniti in cerchio, Antonio ci invita a prendere una coperta immaginaria e a metterci sotto tutti insieme. Dobbiamo dire i testi che abbiamo imparato a memoria con un tono di voce che arrivi a tutti ma che non deve superare, andare oltre questa coperta immaginaria. Lui esce fuori dalla coperta, guarda intorno circospetto e si rimette sotto: -non c’è nessuno, non ci ascoltano- dice. Sembra un gioco.

E’ molto vago il ricordo di quello che è successo dopo. Qualcuno dice il proprio testo e lui non è per niente tenero. A ognuno trova qualcosa che non va: inclinazioni, anche caratteriali. Umiliante? Di più!

Penso tra me che non dirò il testo, in fondo non lo so neanche bene malgrado si tratti di 26 parole, compresi articoli e congiunzioni. Non ce la posso fare. Antonio mi guarda, mi fa cenno con la mano e inclina la testa.  Mi invita. Dico che non lo so bene, che non lo ricordo. […] Lo sento dire -non importa. Dì quello che ricordi, come lo ricordi-. Lui parla spagnolo e io italiano. Ma non ci sono equivoci. […] Dico il mio testo, con l’intonazione di chi sta dicendo una cosa importante, la più bella del mondo. E lui se ne accorge. Mi dice che devo dissacrare il testo per poterlo far esistere com’è, non sono io a dovergli dare valore, lo ha da sé.

Così ce la ridona Antonella:

Mi chiede di non andare in alto con la voce ma verso il basso. Si chiude una storia ad ogni punto. [Antonio] fa un gesto con le mani che sembrano sorreggere qualcosa di estremamente leggero e fragile. Un oggetto fantasma che viene depositato con attenzione e lentezza davanti a sé. […]

Antonio sa – è lui che sa come si fa – che molti tanti tutti hanno timore a donare l’intimità. Non si compra. Non si pretende. Spesso molto spesso per le persone normali non ha voce. Non ha parole. Molto spesso ha gesti molto molto vicini. Non per tutti. Ma vuole che capiamo che è l’intimità a dare senso alle nostre parole. Saremmo attori maldestri, oratori noiosi, parole balbettate, concetti mozzati, burattini legati a un  meccanismo che non segue le parole. Solo il dono giustifica questa esistenza.

E così confessa Sandra:

Ho iniziato con tre righe da “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov durante lo stage con Antonio, che mi ha subito rimproverato che ingrassetto con la voce le parole sulle quali pretendo l’attenzione di chi ascolta.

Ma oltre ai ricordi personali ne esiste uno collettivo: quel TAC! TAC! della bacchetta immaginaria con la quale Antonio fece a pezzi il nostro orgoglio:

  • – Tu reciti. – TAC! Bacchettata in testa.
  • – Tu cantileni! – TAC! Bacchettata sulle mani.
  • – Tu imponi le parole! – TAC! Bacchettata sulla spalla destra.
  • – Tu non fai uscire la tua voce! – TAC! Bacchettata sulla spalla sinistra.
  • – Tu hai paura delle parole che dici! – TAC! Bacchettata sul naso.

E l’umiltà che rimase infine nelle mani, negli occhi e nella voce fu l’unica motivazione, autentica, che ci spinse, quando Antonio partì, a intraprendere il viaggio:

Il gruppetto guardò il gruppetto. Erano in sette: sei donne e un uomo.

  • – Ora che facciamo? – Chiese qualcuno.
  • – Ora andiamo. – Rispose il gruppetto.

[Da: “Io sono… una persona libro”, Donne di carta, 2010]

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